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Archivio Partito radicale
Quinto Danilo, Dupuis Olivier, Dell'Alba Gianfranco, Strik Lievers Lorenzo - 4 febbraio 1993
NOTE E DOCUMENTI PER LA SECONDA SESSIONE DEL XXXVI CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE
ROMA - HOTEL ERGIFE - 4/8 FEBBRAIO 1993

SOMMARIO: Sono qui raccolte note e documenti predisposti per i partecipanti alla seconda sessione del XXXVI Congresso del Partito Radicale.

Il materiale, scritto in italiano e tradotto in croato, francese, inglese, rumeno, russo, è stato suddiviso in tre parti.

La PRIMA PARTE, sulla situazione del Partito nei vari paesi e sui suoi progetti, è stata curata da Danilo Quinto, che si è avvalso di contributi di:

Angiolo Bandinelli, Rita Bernardini, Gianni Betto, Michele Boselli, Marino Busdachin, Marco De Andreis, Gianfranco Dell'Alba, Sergio D'Elia, Olivier Dupuis, Alessandra Filograno, Luca Frassineti, Basile Guissou, Massimo Lensi, Sandro Ottoni, Giorgio Pagano, Paolo Pietrosanti, Marina Sikora, Antonio Stango, Andrea Tamburi, Marco Taradash, Anna Tothfalusi, Maurizio Turco.

La SECONDA PARTE riguarda un contributo di Olivier Dupuis su ipotesi di azione e di impegno del Partito transnazionale.

La TERZA PARTE, relativa ad un'ipotesi di statuto del partito transnazionale, è stata redatta da Gianfranco Dell'Alba e Lorenzo Strik Lievers ed è frutto del lavoro di un »gruppo di cui hanno fattto parte anche Angiolo Bandinelli, Roberto Cicciomessere, Danilo Quinto e il Segretario del Partito.

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PRIMA PARTE

INTRODUZIONE

1. Il Congresso di Budapest. La sua portata storica e politica.

2. Il »percorso successivo.

3. I »pieni poteri congressuali .

4. La non concorrenzialità del PR sul piano elettorale.

5. Il »progetto politico .

6. La prima sessione del XXXVI Congresso.

7. Il valore della mozione approvata.

8. L'aggiornamento a questa seconda sessione.

9. Il significato di questa relazione.

10. L'esigenza di nuove regole statutarie.

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L'AZIONE DEL PR NEL CONTESTO EUROPEO E INTERNAZIONALE.

A.1. LE RISPOSTE, GLI ISCRITTI, I PARLAMENTARI.

A.1.1. La risposta politica al progetto.

A.1.2. Gli iscritti.

A.2. L'azione nei paesi del Centro e dell'Est europeo.

A.2.1. La Polonia.

A.2.2. La ex Cecoslovacchia.

A.2.3. L'Ungheria.

A.2.4. L'area dell'ex Jugoslavia.

A.2.4.1. La Slovenia.

A.2.4.2. La Croazia.

A.2.4.3. La Bosnia-Herzegovina.

A.2.4.4. La Macedonia.

A.2.4.5. La Voivodina.

A.2.4.6. Il Kossovo.

A.2.5. La Romania.

A.2.6. L'Albania.

A.2.7. La Bulgaria.

A.2.8. L'area dell'ex Unione Sovietica.

A.2.8.1. I Paesi baltici.

A.3. L'azione nei paesi occidentali.

A.4. IL BURKINA FASO, I PAESI DEL SAHEL, L'AFRICA.

A.5. I PROGETTI.

A.5.1. L'antiproibizionismo in materia di droga.

A.5.2. La campagna parlamentare mondiale per l'abolizione della pena di morte entro il duemila.

A.5.3. L'iniziativa nonviolenta per la democrazia a Cuba.

A.5.4. Il diritto alla comunicazione, il diritto alla lingua.

A.5.5. Una politica di responsabilità ecologista ed ambientale a livello mondiale.

A.5.6. La Riforma dell'ONU. Una »Corte Internazionale di Giustizia .

A.5.7. Le istituzioni europee, »Maastricht , la posizione radicale.

INTRODUZIONE

1. Il Congresso di Budapest. La sua portata storica e politica.

Il Congresso di Budapest dell'aprile 1989 è stato senza dubbio il più importante tra gli eventi che hanno segnato la vita del Partito Radicale in questi cinque anni - dal XXXV Congresso di Bologna ad oggi.

Un Partito di storia, esperienza, risorse umane e finanziarie, in larghissima parte italiane - ma che non si era mai definito italiano e che aveva avuto perfino un segretario non italiano - che allora contava solo qualche decina di iscritti non italiani, un Partito non comunista, tiene il suo Congresso in una delle capitali dell'Est che in quei giorni conosceva la sua »primavera di democrazia e di libertà , nella speranza che questa »primavera si estendesse ovunque in Europa, per rafforzare e rinnovare anche le stanche e anchilosate democrazie reali occidentali.

In una situazione fragile come il cristallo, in uno scenario anche scenografico che prefigurava quel che sarebbe avvenuto solo sei mesi più tardi - la caduta del »muro di Berlino e lo sconvolgimento, quindi, dell'assetto politico, sociale, storico, culturale anche, dei Paesi a »socialismo reale - il PR alza le sue bandiere, quelle della tolleranza laica e della nonviolenza gandhiana, del socialismo liberale e libertario, dell'intransigenza democratica e del garantismo liberale, di un nuovo umanesimo ecologista, per la nostra società, per il nostro tempo. Vengono chiamate a raccolta le forze di democrazia e di tolleranza di ogni Paese, e in particolar modo le classi dirigenti e i loro esponenti più liberi e responsabili, perchè scongiurino, con le loro iscrizioni, la gravissima crisi di iscritti e di risorse nella quale si trova il Partito.

Già prima del Congresso di Budapest, il Partito era riuscito a sconfiggere il rischio di fallimento. Solo quattro mesi dopo il Congresso di Bologna del gennaio 1988, nel Consiglio Federale di Madrid, gli organi del Partito - il Primo Segretario, il Tesoriere, il Consiglio Federale - avevano documentato e dibattuto »con sempre maggiore puntualità e precisione, rigore e vigore, la situazione fallimentare, cui ostracismi, mistificazioni, uso antidemocratico dei poteri statali e privati, avevano ridotto il Partito e, fornendo un'analisi puntuale dello »stato del Partito , avevano posto la nozione del rischio di bancarotta fraudolenta al centro della loro azione, senza ancora individuare, però, le soluzioni che avrebbero consentito di evitare anche il semplice fallimento.

Nel Congresso di Budapest, quindi, il PR si costitusce allo scopo di evitare anche il semplice fallimento, sia delegando i propri »poteri congressuali al Primo Segretario, al Tesoriere, ai Presidenti del Partito e del Consiglio Federale, collegialmente solidali - incluso quello di non convocare il Congresso in caso di chiusura del Partito e di liquidazione del patrimonio - sia decidendo di non distogliere »nessuna energia, nè personale, nè finanziaria , dall'obiettivo di garantire l'esistenza del Partito ed il suo patrimonio. »Se chiusura vi deve essere - dice la mozione - questa non può essere che opera di una violenza da parte del potere e in nessun caso decisione del Partito .

Il Congresso di Budapest costituisce - per così dire - l'approdo di un »itinerario politico, che comprende - nello spazio di sedici mesi - le riunioni dei Consigli Federali di Bruxelles, Madrid, Grottaferrata, Gersusalemme, Trieste-Bohinj e Strasburgo, fino al tentativo, negato allora dalle autorità croate, di celebrare il Congresso a Zagabria, tentativo perseguito con slancio e determinazione, accompagnato da un digiuno nonviolento di centinaia di persone di molti Paesi - prima, tra queste il Segretario del Partito - consapevoli di dover porre al centro dell'agenda politica europea e mondiale la questione »jugoslava . La questione dell'interdipendenza e dell'integrazione nell'Europa politica di uno Stato considerato per decenni indipendente, nell'illusione che quest'indipendenza potesse garantire l'equilibrio tra Est e Ovest e risolvere, allo stesso tempo, le tensioni etniche e sociali, che negli anni successivi sono invece esplose in atti di violenza e di guerra, di sterminio. Fino a far rivivere, ancora

una volta nel cuore dell'Europa, i demoni peggiori di questo secolo.

2. Il »percorso successivo.

Il »percorso successivo al Congresso di Budapest è segnato da un primo periodo - durato circa sei mesi - nel quale i responsabili del Partito si interrogano sul »che fare , consapevoli, da un lato, della gravità della situazione, soprattutto economica e finanziaria, dall'altro della necessità di comprendere il significato ed il valore politico del »pieni poteri , che avrebbero sicuramente decretato, se assunti, una situazione »eccezionale , anche statutaria, per e del Partito.

3. I »pieni poteri congressuali .

Alla fine di dicembre dell''89, quando anche la storia del mondo, in quelle settimane - con il crollo del muro di Berlino e l'evolversi dirompente delle »primavere nei Paesi ex comunisti - sembra confermare, con le sue trame e i suoi scenari, l'azione del PR degli anni precedenti e sembra dare una speranza alla sua proposta politica, al suo progetto, i »pieni poteri vengono considerati l'unica strada percorribile.

L'assunzione dei »pieni poteri viene sancita in modo formale nel Consiglio Federale del gennaio '90, nel quale interviene Achille Occhetto, segretario dell'allora »Partito Comunista Italiano , impegnato in quelle settimane in un'opera di rifondazione che sembrava potesse cogliere l'opportunità offerta dal PR ai suoi dirigenti di fondare, insieme, una nuova prospettiva per l'Europa e per l'Italia. Attendiamo - pazienti - ancora una risposta.

Il secondo periodo »copre l'intero anno 1990 e i primi mesi del 1991: i responsabili del Partito - sospendendo di fatto qualsiasi attività, tranne quelle nei Paesi dell'Est e del Centro europeo e riducendo da 40 a 6 le collaborazioni del Partito - compiono un'opera di risanamento economico e finanziario; il successo dell'iniziativa promossa in Parlamento per ottenere una legge che riconoscesse »Radio Radicale »servizio di interesse generale , solleva definitivamente il Partito dall'impegno economico nei confronti della »Radio , che per quasi dieci anni aveva assorbito per intero le risorse provenienti dal finanziamento pubblico ai Partiti previsto dalla legge italiana. Questi due fatti consentono al Partito di vivere, all'inizio del 1991, una contingenza »irripetibile e la disponibilità di circa 7 miliardi di lire da investire nell'iniziativa politica.

L'anno 1991 - che si apre mentre il mondo vive la crisi più grave degli ultimi anni, la »guerra nel Golfo - è appunto l'anno del »progetto politico, transnazionale e transpartitico e del giornale »Il Partito Nuovo .

4. La non concorrenzialità del PR sul piano elettorale.

Un altro fatto deve essere sottolineato: la non concorrenzialità del PR sul piano elettorale, il suo chiamarsi fuori da qualsiasi tipo di elezione.

Questa scelta - quest'esempio che il Partito ha inteso dare innanzitutto a se stesso ed alle altre componenti politiche della »democrazia reale italiana ed europea - è stata allo stesso tempo difficile e rischiosa, limpida e chiara. Coraggiosa anche, solo se si considerano gli »averi certi ai quali si rinunciava, la scontata presenza all'interno delle istituzioni italiane di un Partito che avrebbe potuto »vivacchiare , e ben »vivacchiare , per almeno altri vent'anni.

Il »chiamarsi fuori del PR rispondeva da un lato al suo voler essere un'organizzazione transnazionale e transpartitica - e dare, quindi, a questo voler essere, un segno forte - dall'altro, al voler costruire un »segmento di teoria della prassi , della prassi politica, da offrire ai gruppi dirigenti di ogni Paese, perchè ne comprendessero le ragioni e ne condividessero gli obiettivi.

La creazione del »Partito Nuovo passa attraverso questa scelta, soprattutto. Una scelta che ha aperto la possibilità, per tutti, parlamentari e cittadini, all'Est come all'Ovest, di non disconoscere, con l'iscrizione al PR, la propria appartenenza politica nazionale. La loro adesione costituisce, appunto, »valore aggiunto , all'impegno politico di ciascuno nell'ambito della città, del territorio, dei confini nazionali. Accanto e oltre l'impegno politico locale e nazionale, vi dev'essere un impegno diverso, che concorra alla creazione di un'organizzazione che operi oltre i confini nazionali del proprio Paese e che conferisca slancio, determinazione, l'humus, il retroterra al primo impegno.

Alla decisione del Congresso di Bologna - del gennaio 1988 - confermata dal Congresso di Budapest - dell'aprile 1989 - ha fatto seguito la non presentazione di liste del PR alle elezioni europee del 1989, alle elezioni amministrative italiane del 1990, alle elezioni politiche del 1992.

Il Primo Segretario del Partito ha rinunciato a candidarsi in liste promosse o alle quali hanno partecipato altri autorevoli esponenti radicali, proprio per »marcare questa non concorrenzialità e con la speranza di far maturare, nelle altre forze politiche italiane e nei loro gruppi dirigenti, la consapevolezza della necessità - per la vita del PR e per la sua autonomia, anche finanziaria, dalla presenza istituzionale italiana - della dimensione transpartitica come premessa essenziale al transnazionale.

Conseguenza di questa scelta è, per il Partito, il non poter più contare sulla quota di finanziamento pubblico che la legge italiana assegna alle liste concorrenti alle elezioni che riescono ad ottenere una rappresentanza.

Conseguenza di grande rilievo, se si tiene conto del fatto che dal 1989 - nel Consiglio Federale di Strasburgo - il Partito decise di investire in maniera diretta, per la sua attività, la quota annuale di finanziamento pubblico. Il venir meno di quest'entrata, non compensato dall'autofinanziamento, diretto - gli iscritti, i contribuenti - o indiretto - in relazione alle attività, anche imprenditoriali, dei »soggetti autonomi - assume un significato decisivo per l'esistenza del Partito.

La volontà del PR, dichiarata e concretamente esercitata, di non essere concorrente con gli altri partiti nazionali, è legata ad altre due questioni: la posizione contraria del PR alla legge italiana sul finanziamento pubblico ai partiti politici, sulla quale è stato promosso un referendum per la sua abrogazione, per la seconda volta in 15 anni; il non voler subire, sulla sua vita, sulla sua esistenza, gli effetti negativi del sistema partitocratico e del pluripartitismo, privilegiando, quindi, un sistema elettorale di tipo anglosassone, uninominale, dove vi siano due schieramenti contrapposti e dove non sia sottratto ai cittadini il diritto di scegliere chi deve governare e chi deve fare opposizione.

L'annullarsi sul piano elettorale del PR - il suo divenire, sempre più, »strumento al servizio della politica e per la politica - costituisce, anche da questo punto di vista, esempio per gli »altri .

5. Il progetto politico.

Qual è l'idea del progetto?

Leggi e deliberazioni pressocchè identiche da presentare e far approvare contemporaneamente in un numero sempre maggiore di Parlamenti nazionali, dal Parlamento europeo, dall'Assemblea e dalle varie organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite: è questo lo »scenario che abbiamo tentato di conquistare alla nostra società ed al nostro tempo, ai militanti della nonviolenza ed al ceto politico dei parlamentari democratici di ogni Paese.

Solo una nuova entità politica, capace di agire a livello transnazionale - e di concorrere al superamento del divorzio tra scienza e coscienza, da una parte, potere e decisione politica, dall'altra - può misurarsi nel tentativo di sovvertire quel che sembra essere l'ordine naturale delle cose. Occorrono - ad Est come ad Ovest, nel Terzo o nel Quarto mondo - nuove leggi, nuove istituzioni, nuove azioni parlamentari, nuovi assetti, un nuovo ordine mondiale. Nuovi obiettivi di azione politica, nuovi progetti, per un mondo che sembra aver smarrito le ragioni stesse del vivere civile e politico, che vive problemi immensi, inediti e tremendi, ingovernabili dagli Stati nazionali, negli ambiti nazionali e dalle organizzazioni internazionali esistenti.

Per realizzare questo »progetto occorre un'organizzazione efficiente, in grado - culturalmente e politicamente - di tradurre i valori, gli ideali che abbondano e che si rivelano incapaci di vivere e di affermarsi, in »imprese politiche , attrezzate di »progetti , di bilanci preventivi e consuntivi, di reperimento delle risorse, di disciplina delle spese (1).

6. La prima sessione del XXXVI Congresso.

Questo tentativo è stato realizzato; si è investito tutto quel che si poteva in questo »progetto .

Di questo tentativo si è riferito nel corso della prima sessione di questo Congresso, in uno scenario che per la prima volta - e contro ogni logica attesa, per il poco tempo trascorso e le poche risorse, sia umane che finanziarie, investite - costituiva rappresentazione concreta del nostro voler essere: un'internazionale nonviolenta e federalista, di parlamentari e membri di Governo, di cittadini di tutti i Paesi del mondo. Quest'internazionale si era andata via via formando nel corso del 1991 e aveva avuto due altre occasioni di incontro: le riunioni del Consiglio Federale di Roma (settembre) e Zagabria (novembre).

Alla prima sessione del Congresso partecipano 1.141 persone; tra queste, 322 non italiane. 102 sono i deputati iscritti presenti, dei quali 88 non italiani, provenienti da 42 Paesi, dell'Europa dell'Ovest e dell'Est, dell'Africa, dell'America.

Ad aprile sono 162 i parlamentari e membri di Governo, esponenti di circa 80 partiti nazionali, membri di cinquanta Parlamenti, iscritti al PR e membri del Consiglio Federale; 3.219 i cittadini non italiani contro i 1.841 iscritti italiani: un risultato importante, in espansione certa in alcune regioni del mondo - nell'immenso territorio dell'ex-Urss, in particolare - a cui fa da contraltare l'inadeguatezza della risposta politica in Occidente, in Italia, soprattutto.

I responsabili del Partito si sono presentati alla prima sessione certi di aver ottemperato al mandato della mozione di Budapest - il tentativo di costituire il Partito Nuovo - e di aver scongiurato la chiusura - »evento imposto da altri - certi, infine, di non aver esaurito il mandato ricevuto, non essendo ancora acquisiti i presupposti indispensabili per poter conseguire l'obiettivo: dare non solo vita, ma vitalità al »nuovo .

Infatti, sono inadeguate le energie e le capacità politiche personali e complessive, è assai difficile contemperare il processo organizzativo ed operativo con l'urgenza dell'iniziativa politica, sono insufficienti le risorse, sia umane che finanziarie.

Altro dato di insoddisfazione è il non essere riusciti ad utilizzare - in modo adeguato - sia la risposta in termini di iscrizioni, soprattutto di parlamentari, sia la risposta più generale al »progetto .

Conclusi i lavori del Congresso - essendo venuto meno dal 1992 il finanziamento pubblico - il Partito poteva disporre di circa un miliardo di lire, »somma appena sufficiente per assicurare il funzionamento dell'assetto del Partito per altri 4, al massimo 5 mesi, senza destinare una lira all'attività politica; giusto il tempo necessario per curarne la liquidazione, assicurandone la conservazione del patrimonio .

La situazione era diversa rispetto all'aprile 1989: a Budapest non si poneva il problema della conservazione del patrimonio, essendo questo formalmente inesistente. La sola prospettiva era il fallimento.

Fino all'aprile del 1992, il patrimonio non risultava impegnato, ma la prosecuzione dell'attività avrebbe comportato necessariamente un indebitamento garantito solo dal patrimonio. E' una situazione molto difficile, che lascia ancora, però, qualche possibilità e innanzitutto la possibilità di scegliere; la chiusura, infatti, non è la sola scelta: creare una fondazione, che non svolga attività politica diretta, ma di supporto oppure liquidare il patrimonio e proseguire nell'azione politica fino al completo esaurimento delle risorse.

La ragione della convocazione del Congresso risiede proprio nel fatto che la situazione politica ed economico-finanziaria consente ancora la possibilità di scegliere e non prevede la chiusura come fatto scontato, come la sola possibilità.

La »variabile di questa situazione è costituita dal »serbatoio italiano , costituito dagli iscritti, dai non iscritti, dall'apporto degli altri Partiti.

Viene chiesto, quindi, un orientamento del Congresso su questi punti: »qual è il periodo di tempo necessario per poter giungere ad una valutazione definitiva, quali le attività minime necessarie, quale la somma di danaro indispensabile , considerando anche un quadro ed una prospettiva politica ricchi di riscontri positivi: le iscrizioni, soprattutto di parlamentari, le presenze al Congresso, il radicamento quantitativamente e qualitativamente elevato del Partito in alcune aree.

A queste domande, la relazione chiede ai democratici, agli europei occidentali, agli italiani, in particolare - in un momento di gravissima crisi politico istituzionale della »democrazia reale italiana - di dare una risposta, sul che fare, come fare, in che tempo fare.

7. Il valore della mozione approvata.

Che cosa risponde il Congresso?

La mozione di modifica all'ordine dei lavori approvata dalla prima sessione di questo Congresso, prendendo atto della nuovissima situazione del PR »la cui transnazionalità e transpartiticità è oggi manifestamente conquistata, salutando l'impegno nel PR di militanti di oltre 50 Paesi, di parlamentari e membri di Governi esponenti di oltre 80 Partiti o formazioni nazionali , ritiene in tal modo »maturate le condizioni politiche per procedere alla rifondazione del PR, transpartito transnazionale, e, a questo fine, delibera di aggiornare i propri lavori in una seconda sessione - a questa seconda sessione - invitando il Segretario, il Tesoriere, i Presidenti del Partito e del CF, a continuare ad assicurare, con pienezza di fiducia e di sostegno e con collegialità di impegno e di responsabilità, l'opera preziosa sin qui fornita, al fine di adeguatamente potenziare e strutturare il Partito Nuovo .

8. L'aggiornamento a questa seconda sessione.

A questo mandato ricevuto, il Partito ha ottemperato, consapevole di dover da un lato proseguire l'opera di costruzione del »nuovo , dall'altro di dover confrontarsi, giorno dopo giorno, con l'inadeguatezza delle energie umane a disposizione, con la carenza, drammatica, di quelle finanziarie.

Si devono ora trarre delle conclusioni rispetto al nostro percorso, rispetto alla possibilità di proseguire.

In questo senso, l'aggiornamento del Congresso a questa sessione, assume un significativo in qualche modo ultimativo. E diciamo questo senza enfasi e con assoluta serenità.

Le conclusioni sono riferite ai dati positivi della nostra azione, a quanti siamo riusciti a coinvolgere, agli obiettivi che ci siamo dati, agli appuntamenti che abbiamo mancato, alle risposte che abbiamo avuto, a quelle - che ci attendevamo - che non abbiamo invece avuto.

9. Il significato di questa relazione.

Da questo punto di vista, questa relazione costituisce, appunto, un aggiornamento di quella presentata alla prima sessione di questo Congresso.

Si deve dar conto delle cose fatte, delle iniziative intraprese nel corso di questo periodo, nel corso di questi dieci mesi.

Non è tanto e solo un riferire, dovuto, del resto, di quanto è stato fatto. A questo riferire, si intende dare grande significato, politico innanzitutto.

Intendiamo fornire tutti gli elementi che ci consentano di poter prendere una decisione, compiere un'analisi, »giocando , come al solito, »senza rete , consapevoli che la vita di questa minoranza, quale noi siamo - se vita vi sarà - è nelle mani di coloro che comprendono la straordinaria potenzialità e attualità delle sue iniziative, del suo progetto; di coloro che sanno serbare e coltivare libertà, giustizia, diritto alla vita e vita del diritto; di coloro che vogliano riconoscere nell'altro o negli altri non nemici da abbattere, ma avversari da convincere nella pratica democratica.

10. L'esigenza di nuove regole statutarie.

Tra gli obiettivi della nostra azione, vi era quello di dare a questo Partito nuove regole statutarie, una »nuova regola di libertà e di convivenza , considerando quel che è il PR: uno »strumento politico , un luogo in cui persone anche molto diverse tra loro, restando ciascuna se stessa, si associano per rafforzare la propria capacità di perseguire obiettivi comuni.

Questo Partito non vuole essere tutore e garante delle coscienze e la sua regola statutaria esclude che esso diventi una setta cui si possa affidare l'intera rappresentanza di sè, e che pretenda, o da cui si possa pretendere, che vi si racchiuda l'impegno politico dei suoi membri.

Il Primo Segretario ha ritenuto utile fornire al Congresso - come punto di partenza per la discussione - un'ipotesi di riforma dello statuto, nella consapevolezza che l'obiettivo ragionevole, in questo momento, è quello di adottare una prima regola, dichiaratamente transitoria, da integrare e modificare anche profondamente alla luce dell'esperienza che si farà via via con il prendere corpo del »Partito Nuovo come soggetto politico organizzato.

L'azione del PR nel contesto europeo e internazionale.

A.1. Le risposte, gli iscritti, i parlamentari.

A.1.1. La risposta politica al progetto.

Sono 6.400 - all'inizio di gennaio 1993 - le risposte arrivate al progetto politico, per mezzo degli strumenti stampati: »Il Partito Nuovo , »Lettera Radicale , le inserzioni pubblicitarie sui giornali dell'Est.

Il 36.3 % delle persone che hanno risposto risulta iscritto al PR del 1992, più il 2.5 % di sostenitori. Il 5.2 % circa risulta, invece, iscritto o sostenitore nel 1991.

Il 38% del totale proviene dai Paesi della »Comunità degli Stati Indipendenti , in gran parte da Russia e Ucraina, e, a seguire, da Bielorussia, Kazakistan e Lituania.

Il 27%, in ordine decrescente, da: Cecoslovacchia, Ungheria, Croazia, Romania, Polonia, Bulgaria e Albania.

Al 17% corrispondono le risposte arrivate dai Paesi dell'Europa occidentale, percentuale che sale al 30% se si aggiunge un altro 13% corrispondente alle risposte arrivate dall'Italia.

Il 2% delle risposte è arrivato da: USA, Canada e Australia; quasi il 2% dai Paesi dell'America Latina; poco più dell'1% dai Paesi africani: Burkina Faso e Costa d'Avorio in particolare.

Nel 1991, i mesi che hanno riscontrato un maggiore afflusso di risposte sono stati quelli di ottobre e novembre, sia a seguito dei primi invii del giornale »Il Partito Nuovo , sia per la pubblicazione, in Russia, delle manchette pubblicitarie sulla »Komsomolskaya Pravda ; questo vale anche per i Paesi centro europei. Dopo d'allora, l'afflusso della corrispondenza nelle varie sedi del Partito è stata pressochè uniforme nel tempo, salvo variazioni anche consistenti a seguito dell'invio all'indirizzario esperantista del quarto numero del giornale, che conteneva un inserto curato dall'»Associazione Radicale Esperantista (»ERA ).

Considerando anche il '91, il periodo che ha raccolto il maggior numero di risposte è stato però quello che va da luglio a settembre del '92, a seguito dell'invio del settimo numero del giornale e della successiva »Lettera Radicale .

Infatti, a quel giornale erano allegati un questionario - attraverso il quale si chiedevano impressioni e valutazioni sul Partito transanzionale, sulle sue iniziative e sulla sua organizzazione - una cartolina da inviare al presidente della Repubblica della Costa d'Avorio per la liberazione di Laurent Akoun e di altri democratici in prigione, oltre ad un coupon per sottoscrivere l'»appello per la democrazia a Cuba . In totale sono arrivate 3.000 risposte.

I 1.109 questionari arrivati - 530 da iscritti del '92 e 135 da iscritti in altri anni - costituiscono un campione utile per poter azzardare alcune valutazioni.

Il federalismo, gli Stati uniti d'Europa, risulta il tema d'iniziativa politica più sentito da chi ha risposto. A questo seguono, in ordine decrescente: l'organizzazione del Partito nonviolento transnazionale, l'abolizione della pena di morte nel mondo entro il duemila, le iniziative sulla crisi nell'ex Jugoslavia, la legalizzazione della droga e, in ultimo, l'esperanto. Questi i temi richiamati espressamente dal questionario, così come inviato ai destinatari del giornale, ma altri ne sono stati indicati.

Per quanto riguarda i questionari arrivati dai Paesi dell'ex-Urss, le proposte di iniziative si orientano verso l'ecologia, i diritti umani e civili, i diritti delle minoranze e l'eliminazione dei conflitti tra le varie nazionalità, l'obiezione di coscienza al servizio militare, la libertà di circolazione delle persone e la lotta agli armamenti.

Coloro che hanno scritto sono nella maggior parte ingegneri, avvocati, insegnanti, storici, operai, studenti, giornalisti e artisti. Molti sono stati membri del »Partito Comunista , dell'»Unione della gioventù comunista pansovietica , sono membri di »Russia Democratica , del »Partito Social-democratico o di organizzazioni per le riforme democratiche o appartengono a comitati per la difesa dei diritti dell'uomo. Da sottolineare è anche la ricorrente annotazione dell'appartenza o dell'adesione a iniziative di »Amnesty International o di »Greenpeace .

Un altro elemento che traspare è un dato di militanza: la maggior parte di chi scrive intende impegnarsi sulle iniziative del PR. E' presente, inoltre, la richiesta di un maggiore coordinamento degli iscritti nelle varie Repubbliche della confederazione, di una maggiore diffusione di informazioni attraverso radio e televisioni sull'attività del Partito, nonchè la preoccupazione di compiere uno sforzo maggiore volto alla ricerca di finanziamenti per il PR. Buono, complessivamente, il giudizio sul giornale, tranne alcune critiche rivolte alla complessità del linguaggio e all'impostazione grafica.

Le risposte arrivate dall'Italia, evidenziano un dato più di altri: l'influenza della campagna antiproibizionista sul tipo di persone che ha risposto. Coloro che hanno risposto, sono o sono stati, infatti, iscritti al »Co.R.A. (»Coordinamento Radicale Antiproibizionista ); a questi bisogna aggiungere coloro che hanno partecipato alla raccolta di firme per i referendum. L'impegno federalista e per gli Stati Uniti d'Europa, insieme alla campagna per l'abolizione della pena di morte, restano temi d'iniziativa molto sentiti. Le proposte d'impegno vanno, invece, dall'antimilitarismo alla fame, ai diritti umani, all'ambiente, alla riforma dell'ONU, alla legge Gozzini, alla riforma penitenziaria ed alle riforme elettorali.

Coloro che hanno scritto dall'Ungheria sono in gran parte studenti, professori e alcuni giornalisti. Evidente è l'importanza data all'impegno federalista europeo, oltre a quello per la difesa dei diritti delle minoranze etniche e contro il nazionalismo. Anche la situazione nell'ex Jugoslavia è argomento di interesse, insieme con la campagna per l'abolizione della pena di morte.

Molte le risposte arrivate dalla Cecoslovacchia. Molti sono i non iscritti al Partito che hanno risposto; altri hanno conosciuto i radicali in occasione di manifestazioni o riunioni. Alcuni sono membri di organizzazioni politiche - tra queste, in particolare, il »Movimento di Liberazione Civile e il »Forum Civico - o sono stati iscritti al »Partito Comunista . Evidente l'interesse per il federalismo europeo, per la crisi in ex Jugoslavia e per il progetto transnazionale. Uno dei principali motivi d'impegno è quello legato al tema della droga; una richiesta ricorrente è quella di impegnarsi contro ogni forma di dittatura e contro l'antisemitismo.

Interessanti sono le risposte arrivate dalla Romania, in particolare, dalla Polonia e dalla Bulgaria. Il transnazionale e il federalismo sono gli impegni politici sottolineati, insieme con la ex-Jugoslavia.

Un contributo maggiore da parte degli esperantisti, in termini di risposte, dal punto di vista qualitativo, di disponibilità politica, si può riscontrare in Paesi come la Lituania e la Bulgaria. Dalla Francia e dalla Spagna provengono invece risposte in termini di adesione o - non spesso - di contributo.

La richiesta di sottoscrizione per la democrazia a Cuba, così come quella per la liberazione dei prigionieri politici in Costa d'Avorio, ha avuto un non trascurabile riscontro.

L'appello per Cuba è stato firmato da 801 persone, di cui 445 iscritti nel '92 e provenienti in ordine decrescente da: Russia, Italia, Cecoslovacchia, Ucraina e Belgio; quello indirizzato al presidente Boigny è stato invece sottoscritto da 1.097 persone, di cui 464 iscritti nel '92 e provenienti da: Italia, Russia, Cecoslovacchia, Croazia, Francia e Ucraina.

In questi giorni è in corso il ritorno delle cartoline allegate al depliant »Nonviolenza sul Congresso inviato - ai primi di novembre del '92 - ai non italiani. Ne sono arrivate circa 200, molte accompagnate da contributi o richieste di partecipazione alla seconda sessione del Congresso.

A.1.2. Gli iscritti.

Le iscrizioni per il 1992 di cittadini residenti in Italia sono state, in totale, 2.594, contro le 2.860 dell'anno precedente. Fino alla prima sessione del Congresso - 30 aprile 1992 - le iscrizioni sono state 1.841, cifra pari al 71% del totale raggiunto a fine anno.

I deputati iscritti fino al Congresso, erano 36; a fine anno, i deputati che si sono iscritti sono stati 145. Al momento in cui questa relazione viene scritta, i deputati in carica iscritti per il 1992 sono 136, fra i quali 11 parlamentari europei.

Le iscrizioni di cittadini non residenti in Italia sono state, complessivamente, 6.879, provenienti da 65 Paesi, contro le 1.437 dell'anno precedente. Fino al Congresso sono state raccolte 3.219 iscrizioni.

I deputati iscritti sono, in totale, 326; di questi, 162 si sono iscritti prima del Congresso.

Gli iscritti provenienti dall'Europa occidentale sono 86 (Belgio 26, Francia 15, Germania 2, Gran Bretagna 3, Paesi Bassi 5, Portogallo 7, San Marino 1, Spagna 23, Svizzera 4) - contro i 56 dell'anno precedente - 55 dei quali raccolti prima del Congresso.

I deputati iscritti, fra i quali un Ministro francese, sono in totale 6 - 2 francesi, un inglese, un olandese, uno spagnolo - di cui 2 iscritti prima del Congresso. Tra questi, un francese e l'olandese, sono parlamentari europei.

Dall'Est europeo sono pervenute 600 iscrizioni (Albania 30, Bulgaria 110, Cecoslovacchia 103, Polonia 15, Romania 290, Ungheria 52); fino ad aprile erano 292, cifra pari al 48,6% del totale.

I deputati di quest'»area iscritti, in totale, sono stati 118: Albania 8, 2 Ministri e 42 deputati bulgari, Cecoslovacchia 7, Polonia 3, un vice Ministro e 55 deputati rumeni), di cui 77 erano stati raccolti prima del Congresso (65.25%). Attualmente i deputati in carica sono 77.

Gli iscritti provenienti dall'area dell'ex Jugoslavia - Slovenia, Croazia, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Voivodina, Kossovo, Macedonia - sono 576; 385 provengono dalla sola Croazia. Fino al Congresso erano 307, pari al 53 % del totale.

I deputati iscritti sono in totale 72: 9 della Bosnia-Herzegovina, un vice Ministro e 26 deputati della Croazia, 13 del Kosovo, 2 Ministri e 16 deputati della Macedonia, uno sloveno, il Ministro della Pubblica Istruzione del Sangiaccato e 5 deputati della Voivodina; fino al Congresso erano 37, pari al 51,4%. I deputati attualmente in carica sono 65.

Le iscrizioni provenienti dall'area dell'ex Unione Sovietica sono state in totale 4.660 (Armenia 53, Azerbaigian 293, Bielorussia 145, Georgia 82, Kazakistan 180, Kirghizistan 310, Moldavia 52, Russia 2.472, Tadzikistan 6, Turkmenistan 44, Ucraina 902, Uzbekistan 121). Fino al Congresso erano 2.245, pari al 48 % del totale raggiunto a fine anno. Il mese in cui sono state raccolte più iscrizioni è stato marzo (1.022).

I deputati delle Repubbliche ex-URSS iscritti fino al Congresso erano 40, pari al 36,7% del totale raggiunto a fine anno, 94 (Armenia 11, Azerbaigian 8, Bielorussia 1, Georgia 4, un vice Ministro e 10 deputati moldavi, Kazakistan 11, 3 deputati al Parlamento della Repubblica autonoma Nagorno-Karabach, Ucraina 4, Uzbekistan 3, Russia 38).

Gli iscritti dei Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) sono 121; fino al Congresso erano 26, pari al 28.6 % del totale.

I deputati iscritti sono 3 (uno estone, uno lettone, uno lituano); fino al Congresso erano 2.

Le iscrizioni raccolte in Asia (Cina, Giappone, India, Nepal, Sri Lanka) e Medioriente (Iran e Israele) sono state 15, 12 delle quali raccolte prima del Congresso.

Tra queste, ricordiamo quella di Shulamit Aloni, Ministro israeliano, raccolta dopo il Congresso.

Le iscrizioni per il 1992 nei Paesi africani (Burkina Faso, Costa d'Avorio, Ghana, Isole Maurizio, Mali, Niger, Sudafrica, Togo, Senegal, Seychelles), sono state in totale 570, 277 delle quali, pari al 48.6%, raccolte prima del Congresso. Solo dal Burkina Faso sono giunte 533 iscrizioni.

I deputati iscritti di questi Paesi sono in totale 18 (un Ministro e 12 deputati del Burkina Faso 13, Costa d'Avorio 2, Mali 1, Senegal 1, Sudafrica 1), uno dei quali raccolti prima del Congresso.

Dall'America del Nord e del Sud (Argentina 3, Brasile 10, Canada 1, Cuba 21, Messico 1, Stati Uniti 3, Venezuela 1) sono giunte in totale 40 iscrizioni, 5 delle quali prima del Congresso.

I deputati iscritti sono 4 - un argentino, un boliviano, un peruviano e un venezuelano - e tuttora in carica, due dei quali raccolti prima del Congresso. (2)

A.2. L'azione nei paesi del centro e dell'Est Europeo.

A.2.1. La Polonia.

L'attenzione dell'opinione pubblica e le tensioni politiche più vivaci riguardano, in Polonia, l'aborto, l'obiezione di coscienza al servizio militare, il proibizionismo sulle droghe.

Sul tema dell'aborto, il Parlamento discute un progetto di legge repressivo che viene ostacolato con una raccolta di firme su una specie di referendum preventivo, che ha però scarse possibilità di successo; sembra più probabile, infatti, che il dibattito si risolva in un compromesso e che la legge repressiva sia introdotta. Altrettanto probabile l'introduzione di una legge proibizionista sulla droga, laddove finora vigeva una situazione di relativa tolleranza.

La presenza invadente della Chiesa cattolica romana in ogni aspetto della vita socio-politica del Paese è difficile da immaginare per chi ne viva le vicende dall'esterno. Si determina, pertanto, per reazione, una civile insofferenza all'ingerenza del clero, che costituisce terreno fertile per la crescita culturale di idee laiche e libertarie.

La presenza radicale.

In questo contesto, assume grande significato la presenza del Partito in questo Paese: gli iscritti ripongono grandi speranze nel Partito, proprio in ragione del suo impegno su questi temi.

Dalla fine di settembre del 1991, si è riaperto un »fronte polacco di attività radicale, in particolare a Varsavia. E' stato affittato un piccolo appartamento nel centro della città - peraltro non dotato di attrezzature, salvo una segreteria telefonica - con la raccolta di nuove ed anche prestigiose iscrizioni di cittadini polacchi.

In totale, le iscrizioni per il 1992 sono 15. Tra gli iscritti, ci sono tre deputati appartenenti a tre diversi partiti - La »Confederazione Polonia Indipendente , il »Partito delle Piattaforme Economiche (»PPG ) e il »PSL .

A.2.2. La ex Cecoslovacchia.

Le due Repubbliche della ex Cecoslovacchia formano un'unione doganale e nulla di più. Sono due Stati diversi, con due eserciti, due monete, due diversi regimi in termini di cittadinanza: la Repubblica slovacca ammette la doppia cittadinanza, quella ceca consente ad uno slovacco di acquistare la cittadinanza solo se rinuncia a quella slovacca.

Il processo che ha portato alla fine dello Stato cecoslovacco è in gran parte interno alla classe politica formatasi dopo la caduta del regime comunista, nel corso della e dopo la »rivoluzione . Infatti, nonostante siano venute dalla Slovacchia le spinte iniziali per il conseguimento della sovranità nazionale e si attribuiscano alla classe dirigente slovacca le maggiori responsabilità nella rottura della Repubblica federativa, sentimenti nazionalistici o di orgoglio nazionale sono oggi riscontrabili più nella parte ceca che in quella slovacca.

Il processo che ha portato al »divorzio del primo gennaio 1993 non solo è parallelo alla nascita e al rapido consolidarsi delle partitocrazie nelle due Repubbliche, ma ne è un prodotto diretto e pressocchè esclusivo.

La »morbidezza della separazione, senza incidenti di un qualche rilievo, è la testimonianza della sostanziale estraneità delle popolazioni ceca, morava e slovacca al processo. Solo le minoranze ungherese e zingara hanno visto come una minaccia - pur in misura e modi diversi - la fine di uno Stato formato, almeno formalmente, sulla convivenza di due o tre nazionalità diverse. Quello del rispetto delle minoranze nazionali sarà con ogni probabilità uno dei problemi centrali del nuovo Stato slovacco, considerando il carattere nazionalista del Governo di Meciar e l'assenza completa dell'opposizione democratica slovacca nel Parlamento di Bratislava. Quest'ultimo aspetto rappresenta una grossa difficoltà nello stabilire rapporti con le forze politiche slovacche.

La spinta indipendentista, in Slovacchia, è stata creata dalle forze politiche di quella regione, in quanto leva facile da usare e agitare. Fin da quando il Governo nazionale slovacco uscito dalla rivoluzione fu fatto saltare in favore della premiership del leader democristiano, Jan Carnogurski, il primo ad aver intravisto la possibilità di utilizzare il tema dell'indipendenza slovacca a fini elettorali. Ma l'incapacità e la non volontà democristiana di andare fino in fondo nella rivendicazione di una vera e propria indipendenza per la Slovacchia ha poi fatto sì che Carnogurski si trovasse in mano una politica »spuntata , dal momento in cui Vladimir Meciar decise di cavalcare fino in fondo il tema indipendentista, creando una forza politica slovacca da questo caratterizzata.

Alle elezioni del giugno 1992, quindi, si giunge con una radicalizzazione dello scontro politico/nazionale. La volontà slovacca di raggiungere una sovranità nazionale viene catalizzata dal nuovo Partito di Meciar. Il consenso ceco alla riforma economica - nonchè una generica non disponibilità alla rottura dello Stato - viene catalizzato dal Partito del conservatore Vaclav Klaus. Con i loro Partiti, ottengono la maggioranza relativa, ciascuno nella rispettiva Repubblica.

Dopo le elezioni, Havel affida a Klaus -leader del Partito che ha conseguito la maggioranza relativa a livello federale - l'incarico di formare il Governo federale. Le trattative fatalmente travalicano l'incarico e si trasformano in trattative sul futuro dello Stato federale; nel frattempo Klaus e Meciar, che si erano candidati ai rispettivi Parlamenti nazionali, e non a quello federale, divengono rispettivamente Primo Ministro ceco e slovacco. Inizia così il processo tecnico che sfocerà nella nascita dei due Stati indipendenti e nella fine dello Stato federale.

Il quadro politico è diverso nelle due Repubbliche.

La leadership dei conservatori di Klaus nella Repubblica ceca è fuori discussione; l'occupazione del potere è tipicamente partitocratica; forti sono tuttora le leve dell'anticomunismo, di cui fanno le spese soprattutto i socialdemocratici, che subiscono l'opera di appiattimento sui comunisti, che nella Repubblica ceca continuano a chiamarsi così.

La solidità del Governo di Meciar, in Slovacchia, è piuttosto apparente. Molti osservatori notano che nella popolazione sta montando il disappunto per l'indipendenza raggiunta. La popolazione aveva dato sostegno a Meciar e quasi la maggioranza assoluta del Parlamento nazionale, grazie alle promesse di un generico riscatto nazionale e a quelle di un più lento e morbido passaggio al »mercato . Il Governo Meciar reagisce scompostamente, anche attraverso un controllo strettissimo degli organi di informazione e dei giornalisti, giustificato dagli »attacchi della propaganda antislovacca , che sarebbero la causa dello scarso afflusso di capitali stranieri nella Repubblica.

Il »divorzio è il momento finale di un processo lungo, che ha fatto sì che per lunghi mesi il dibattito politico si concentrasse quasi esclusivamente sul destino della federazione. Il potere è stato gestito esclusivamente dalle segreterie dei partiti, di cui Governo e Parlamento sono semplici accessori. Le trattative tra i due Partiti hanno deciso il »divorzio , ratificato poi dal Parlamento federale; i due Partiti hanno deciso che i Parlamenti dei due nuovi Stati saranno costituiti dai parlamentari che facevano parte dei due Parlamenti nazionali della vecchia federazione e che i deputati del disciolto Parlamento federale costituiranno il Senato, una nuova camera, senza nuove elezioni.

La presenza radicale.

La presenza radicale in Cecoslovacchia è di »vecchia data, grazie alle manifestazioni nonviolente che da ben prima della »rivoluzione sono state promosse.

La presenza organizzata risale ai primi mesi del 1990, quando si apre una sede a Praga; in questa città già operava, da tempo, un piccolo gruppo di iscritti al Partito, che poi ebbero un ruolo di rilievo nella costituzione del »Foro Civico , la compagine politica che insieme all'omologo slovacco »VPN portò allo stabilirsi del nuovo regime democratico. Va ricordato che dopo le prime elezioni democratiche, svoltesi nel giugno 1990, anche il PR ricevette una quota del rimborso elettorale del »Foro Civico , in qualità di entità tra le fondatrici della coalizione democratica.

Dei primi mesi di presenza e iniziativa radicale in Cecoslovacchia va ricordata la mobilitazione che portò, nel maggio del 1990, all'abolizione della pena di morte in quel Paese, riforma legislativa che costituì anche simbolicamente - con l'amnistia generale disposta dal Presidente Havel - il primo segnale giuridico del nuovo ordinamento. Fu infatti grazie ai radicali - ai digiuni dei radicali cecoslovacchi come a quello di centinaia di radicali di tutta Europa - e al forte impegno del Presidente Havel, che il Parlamento federale cancellò la pena capitale dall'ordinamento giuridico del Paese.

Nel maggio del 1990 il Presidente Havel volle ricevere una delegazione del PR, composta, oltre che dai suoi massimi dirigenti, da quei militanti che in seguito alle azioni degli anni del comunismo erano stati processati ed espulsi a vita dal Paese.

Al 1990 risale l'adesione al PR dei primi parlamentari cecoslovacchi. Alla fine di quell'anno, si iscrive uno dei più importanti zingari del mondo, insieme a un gruppo di deputati zingari al Parlamento nazionale ceco: Emil Scuka, segretario dell'»Unione Mondiale Rom e tre deputati aggiungono la tessera radicale a quella del loro Partito, l'»Iniziativa Civica Rom .

Sono del 1991, le iscrizioni al PR di un deputato federale della minoranza ungherese di Slovacchia e di un altro deputato federale eletto nelle liste del »Partito Comunista slovacco , poi »Partito della Sinistra Democratica e di diversi deputati nazionali cechi esponenti del »Partito nazionale moravo e del »Partito conservatore .

Le elezioni del giugno 1992 riducono ad una unità la presenza radicale nei Parlamenti - quello federale e i due nazionali - cecoslovacchi. Il divorzio tra Repubblica ceca e Repubblica slovacca ha poi cancellato anche questa residua presenza, stante la improbabile costituzione del Senato a Bratislava.

Va ancora sottolineato che l'appello internazionale lanciato dal PR nel 1991 »per l'abolizione della pena di morte nell'ex-Urss ha riscosso le adesioni delle massime cariche dello Stato e delle due Repubbliche, a partire dal Presidente Havel; lo stesso può dirsi per l'appello »Democrazia per Cuba .

Gli iscritti al PR sono stati 103 nel 1992, contro i 124 del 1991. Tra questi, una decina di persone possono essere considerate militanti.

Un tema che in futuro - non solo nell'ex Cecoslovacchia, ma in genere nell'Europa centrale e dell'Est - assumerà grande importanza, è certamente quello ambientale. Su questo tema, sarebbero possibili due iniziative radicali nel territorio dell'ex Cecoslovacchia.

La prima riguarda la costruzione della centrale nucleare in costruzione nella Boemia meridionale, a Temelin. La decisione di costruire questa centrale nucleare risale ai tempi del Governo comunista cecoslovacco. Appena cambiato il regime, subito sono iniziate le manifestazioni e le azioni di »Greenpeace contro la continuazione dei lavori. Il nuovo Governo ceco è un forte sostenitore della continuazione dei lavori, assumendo la necessità di dotare il Paese di una nuova fonte di energia, ma il vero scopo che si prefigge è quello di esportare l'energia prodotta dalla nuova centrale nucleare. C'è, inoltre, un problema di esclusione del Parlamento dal potere di decisione sulla centrale.

L'altra questione riguarda la diga che modifica il corso del Danubio (Gabcikovo-Nagymaros). Su questa questione, il PR ha già lanciato la proposta di creare un'autorità amministrativa e di governo, transnazionale e sovranazionale, che avochi a sè l'amministrazione della valle del fiume, togliendola agli Stati che il fiume stesso attraversa, sull'esempio della »Tennessee Valley Authority , creata negli anni '30 dal Presidente Roosvelt.

A.2.3. L'Ungheria.

In Ungheria, i due anni di transizione dal regime socialista di Kadar e Grosz all'attuale Governo di Jozsef Antall, sono stati caratterizzati dalla spartizione dei posti di potere effettivo, dalla lotta, qualche volta intensa, per la guida dei mezzi di informazione: politica partitocratica, del »do ut des , dello scambio e di assenza di reali valori di differenziazione tra le forze politiche.

Tra la gente comune si percepisce una disaffezione al »mondo della politica , una tendenza a vedere il »politico come momento separato e distante dai problemi reali. Ultimamente è stata approvata dal Parlamento la nuova legge sull'interruzione di gravidanza, più restrittiva della precedente, di retaggio socialista ed osteggiata da tutta l'opposizione. Tutto ciò comunque non ha provocato reazioni tra la gente. In questi ultimi tempi si è, però, affacciato un effettivo fenomeno di instabilità interna: la rinascita del sentimento nazionalista magiaro sotto la guida di un famoso scrittore e deputato, Istvan Csurka, ha creato momenti di tensione, sfociati in una clamorosa manifestazione contro l'attuale Presidente della Repubblica, Arpad Goncz, accusato di filo semitismo. L'obiettivo dei nazionalisti di Csurka è quello di rivedere gli attuali confini ungheresi, penalizzati dal »trattato di Trianon , per poter riunire l'etnia magiara attualmente divisa in Slovacchia, Vojvodina e Transilvania.

Lo scontro tra il governo ungherese e quello slovacco per la costruzione della diga di »Gabicsovo-Nagymaros sul Danubio, voluta dagli slovacchi e bloccata dagli ungheresi, incrementa il »fuoco nazionalista.

La presenza radicale.

Il PR in Ungheria può contare su 52 iscritti (il 70 % a Budapest). Tra questi, non figura nessun rappresentante della Assemblea Nazionale. Solo nel 1991 si iscrisse un deputato dell'»Alleanza dei Liberi Democratici (»SZDSZ ).

L'iniziativa radicale deve avere come costante punto di riferimento il fattore partitocratico per poter sviluppare una politica che sia nel contempo produttrice di effetti diretti sulla vita politica interna ungherese e portatrice dei propri valori e delle proprie caratteristiche.

I motivi della scarsa attenzione dei membri della classe politica ungherese alla proposta radicale sono molteplici, ma le radici sono nel loro forte controllo su tutti gli aspetti della vita sociale; questo impedisce altre forme di iniziative non legate direttamente alla spartizione dei posti effettivi di potere o alle lotte interne che periodicamente pervadono la vita di tutti i partiti ungheresi. I loro già forti collegamenti internazionali, la loro partecipazione alle internazionali dei partiti e la »prigionia a queste logiche, provocano una certa dose di atteggiamento snobbistico nei confronti di chi si presenta come fautore di una »nuova internazionale .

Con il »Forum Democratico Magiaro (»MDF ) e con il »Partito Socialista Ungherese (»MSZP ) si sono avuti, nel recente passato, punti di vista comuni sulla questione dell'»ex Jugoslavia , mentre con l'»Alleanza dei Liberi Democratici (»SZDSZ ) si è potuto intraprendere un proficuo scambio di vedute sulla questione dell'antiproibizionismo. Solo da parte della »Lega dei Giovani Democratici (»FIDESZ ) si è notato un costante ostracismo su qualsiasi questione a loro sottoposta. E' da ricordare, infine, l'adesione del Presidente della Repubblica, Arpad Goncz, a titolo personale, alla »campagna per l'abolizione della pena di morte .

La questione della riforma del sistema elettorale in senso anglosassone potrebbe essere la via percorribile per poter consentire che l'iscrizione al PR costituisca »valore aggiunto all'impegno politico della classe dirigente ungherese. Anche la proposta antiproibizionista in materia di droga potrebbe essere interessante da questo punto di vista.

La sede del PR di Budapest funge anche da coordinamento tecnico - tesseramento, archivio dati, gestione indirizzari, ecc. - non solo per l'Ungheria, ma anche tra le sedi di Varsavia, Sofia e Bucarest e tra i punti di riferimento esistenti in Kossovo, Vojvodina, Serbia, Macedonia, Albania: un lavoro che coinvolge l'attivita di dieci persone nelle diverse aree interessate.

L'attivita di collegamento e di trasferimento dati - ancora in via di sperimentazione - tra il »Centro di Budapest e il »Tesseramento di Roma, attraverso un collegamento telematico diretto tra i terminali operanti, potrà far fare il salto di qualità per il lavoro del Partito, necessario per controllare e gestire dati in tempo reale di grosse aree geografiche.

A.2.4. L'area dell'ex Jugoslavia.

Che la crisi in Jugoslavia - in uno Stato autoritario fondato su un falso federalismo e su un sostanziale centralismo - fosse gravissima era a tutti evidente, ben prima della guerra. Era anche evidente come l'opposizione a tale regime ed al suo crollo economico andasse sempre di più assumendo il carattere di rivendicazione nazionalista, in ciascuna Repubblica.

Sin dal 1979, il PR aveva avanzato una proposta di adesione della Jugoslavia alla Comunità europea, sostenuta sia presso il Parlamento europeo e la Comunità sia presso le autorità politiche ed i cittadini jugoslavi.

Nel 1989, per affermare tale tesi, il PR aveva proposto alle autorità di Belgrado lo svolgimento del suo Congresso in Jugoslavia, anche in considerazione del significativo numero di iscritti al PR, primo Partito democratico costituitosi in questo Paese dalla fine della guerra mondiale.

Entrambe le proposte, com'è noto, sono state respinte. Il regime di Belgrado si è irrigidito nella riproduzione di se stesso, riaggiornando in chiave nazionalista il suo modello autoritario e scatenando una guerra sanguinaria. La Comunità europea ha fallito di nuovo le sue ambizioni politiche, per attestarsi in una prospettiva economicistica e minimalista.

L'attuale nazionalismo »grande-serbo si spiega con il venir meno dei privilegi della nazione serba e del suo gruppo dirigente, rispetto agli altri popoli costitutivi della Jugoslavia. A differenza che in ex Unione sovietica, esso è stato possibile a causa dell'irrigidimento vetero-comunista dell'esercito jugoslavo e della »cricca di Belgrado , insensibili ad ogni trasformazione democratica e pacifica del Paese e troppo esposti alle perdite, considerata anche la debolezza economica della Serbia rispetto alle altre Repubbliche jugoslave.

Questo nazionalismo, strisciante e duramente represso negli anni del socialismo, ha ritrovato una piena affermazione in Slovenia, in Croazia, in Macedonia, nel Kossovo.

Probabilmente, questo processo di rivendicazione, nazionalista quanto popolare, sarebbe rimasto in Jugoslavia una tappa indispensabile e breve, se altri fattori non fossero intervenuti ad esaltarlo e a conferirgli solidità politica. In un mercato strettamente interdipendente come quello jugoslavo, una soluzione in senso federal-democratico appariva come la più probabile, se non la più immediata. Si trattava di superare, nel consolidamento democratico e nella trattativa pacifica, quelle sperequazioni, disomogeneità e disuguaglianze, che risultavano dalla complessa composizione etnica di tutte le Repubbliche jugoslave e che la politica comunista aveva artificiosamente tentato di risolvere. I morti e le distruzioni di oggi sono altra cosa.

La conferma di Milosevic alla Presidenza della Serbia, oltre a ribadire il carattere di regime totalitario di quel Paese, rende sempre più vicino quello scenario di guerra totale nei Balcani che gli esperti militari da mesi paventano.

Anche rispetto all'aggressione militare, il ruolo della Comunità europea e della comunità internazionale è stato decisivo. Dalla presa del potere di Milosevic all'escalation della guerra, dalle copertine sul »Times per il dittatore di Belgrado, salutato come salvatore della patria jugoslava, al silenzio-assenso ad ogni tappa della guerra di conquista fino alla caduta di Vukovar, l'atteggiamento della politica e dei media internazionali era quello dello »stare a guardare , nel migliore dei casi. Altri hanno direttamente appoggiato il regime serbo. La prudenza mostrata da Milosevic nei suoi primi interventi era direttamente proporzionale al fantasma di una reazione internazionale, dissoltosi negli appelli generici, nelle trattative ipocrite, nelle risoluzioni di condanna ad un'altrettanto fantomatica guerra civile. Solo oggi, dopo un anno e mezzo di guerra, e ancora soltanto da parte di singoli Stati, si comincia a denunciare chiaramente la netta e unica responsabilità del regime serbo.

La guerra in ex Jugoslavia rappresenta l'epifenomeno di una crisi che investe il mondo occidentale e le sue democrazie, che ne mette a nudo i limiti. Nel fallimento della Comunità internazionale si ritrovano le ragioni che hanno causato questa guerra. Ancora una volta, come da due secoli, è lo Stato sovrano e la sua ipostasi ideologica, il nazionalismo, a farla da padrone.

La presenza radicale.

Nel giugno 1991, non appena giunge la notizia dell'attacco dell'esercito federale jugoslavo alla Repubblica slovena, che ha dichiarato la propria sovranità nazionale, il PR e Marco Pannella prendono immediatamente posizione per il riconoscimento internazionale della Slovenia, della Croazia e delle altre Repubbliche ex-jugoslave che avevano democraticamente proclamato la loro indipendenza. La posizione espressa dai radicali, ha anticipato di mesi e mesi le scelte della comunità internazionale.

L'irresponsabilità, la debolezza e la viltà, l' impotenza anche, gli interessi contrapposti e la mancanza dolosa di istituzioni adeguate, hanno portato a rinviare quel riconoscimento internazionale che, deciso per tempo, avrebbe impedito gli orrori che ancora oggi durano. Neppure del riconoscimento, tragicamente tardivo, si è saputo fare un punto di forza e un principio di diritto per far valere, subito, misure efficaci per fermare la carneficina e far crollare il regime di Milosevic e dei suoi accoliti militari e terroristi.

Dal 19 al 22 settembre si svolge a Roma la prima sessione del Consiglio Federale. In relazione alla crisi jugoslava numerose sono le personalità politiche croate, slovene e del Kossovo che partecipano ai lavori. Tra queste, il vice Presidente del Governo croato, Zdravko Tomac, che, al termine dei lavori, si iscriverà al Partito. I deputati di varie nazionalità presenti deliberano di impegnarsi nei rispettivi Parlamenti ai fini del riconoscimento internazionale delle Repubbliche democratiche ex jugoslave. Marco Pannella inizia un digiuno, che durerà fino al 3 novembre, »per il riconoscimento delle sovranità nazionali della Croazia, della Slovenia, della Macedonia, dei diritti umani e politici, costituzionali e democratici del popolo albanese del Kossovo .

I deputati radicali del Gruppo federalista europeo presentano varie mozioni al Parlamento italiano, per il riconoscimento dell'indipendenza, per il ritiro dell'ambasciatore italiano da Belgrado, per misure di embargo contro la Repubblica serba. Pur riscuotendo importanti adesioni, le mozioni vengono respinte.

Dal 31 ottobre al 3 novembre si svolge la seconda sessione del Consiglio Federale a Zagabria. I lavori vengono interrotti a più riprese da allarmi aerei che costringono i presenti a scendere nel rifugio. Partecipano molti nuovi membri di diritto, tra i quali numerosi parlamentari provenienti dall'ex Unione Sovietica, dall'Ucraina, dalla Russia, dalla Cecoslovacchia, dalla Romania, dall'Italia e dal PE. Presenti il Primo Ministro croato, Franjo Greguric, i vice Primi Ministri Mate Granic e Zdravko Tomac, i Ministri Branko Salaj, Drazen Budisa e Vlado Veselica, il Presidente del Parlamento del Kossovo, Iliaz Ramajli. Nella mozione approvata, vengono deliberate numerose iniziative a sostegno del riconoscimento internazionale e per il rispetto dei diritti umani di tutte le minoranze nell'ex Jugoslavia.

Dall' 8 al 15 novembre, il PR organizza numerose manifestazioni davanti alle ambasciate ormai ex jugoslave, a Bruxelles, Budapest, Madrid, Mosca, Praga, Roma. Oltre a chiedere la cessazione della guerra e l'indipendenza delle Repubbliche, si invitano gli ambasciatori a ritirarsi. All'annuncio della caduta di Vukovar, assediata da tre mesi e praticamente rasa al suolo, il 17 novembre Pannella riprende il digiuno. Alcuni deputati russi, cechi e croati, si uniscono all'iniziativa nonviolenta per alcuni giorni.

Nei giorni 9 e 10 dicembre, a Maastricht e Strasburgo, centinaia di militanti radicali e di cittadini croati, manifestano contro la »Comunità europea della vergogna , per il riconoscimento di Slovenia, Croazia e l'ammissione all'Aja dei rappresentanti del Kossovo, per il ritiro degli ambasciatori da Belgrado. Il Consiglio Europeo, riunito a Maastricht, non si occuperà del problema jugoslavo; pochi giorni dopo, forzata anche dall'esempio della Germania, la comunità europea annuncerà il riconoscimento, ma rimandandolo al 15 gennaio 1992.

Il 22 dicembre, oltre 100 deputati del Parlamento italiano firmano un appello, sostenuto dal PR, per l'immediato riconoscimento di Slovenia e Croazia e per l'impegno a non riconoscere la Repubblica serba se non fornirà adeguate garanzie per i diritti delle sue minoranze.

Il 28 dicembre, a Zagabria, Marco Pannella annuncia »l'azione diretta nonviolenta del PR sul fronte della democrazia, della pace, della libertà, con i difensori croati di Osijek , insieme ai parlamentari italiani Roberto Cicciomessere, Lorenzo Strik Lievers, Alessandro Tessari ed ai militanti radicali Lucio Bertè, Olivier Dupuis, Renato Fiorelli e Sandro Ottoni. Nella stessa data, Emma Bonino, Presidente del PR, incontra a Belgrado vari rappresentanti delle opposizione ed in particolare Dragoslav Micunovic, deputato e Presidente del »Partito Democratico .

Il 30 dicembre, i militanti radicali giungono ad Osijek, la città croata da mesi assediata e nella quale si sono avuti, a quella data, 3500 feriti e 650 morti, la metà dei quali civili. Nella notte di Capodanno, i nonviolenti radicali si uniscono, senz'armi, alle forze di difesa croate in tre punti del fronte. La mattina successiva, Pannella e Dupuis si recano a Nova Gradiska, altra città del fronte: incontrano le autorità cittadine e militari ed i deputati Babic, Zugaj, e Zupancic, iscritti al PR.

Dal 9 al 12 gennaio 1992 si svolge a Roma il IV Congresso italiano del PR: una delle due commissioni si occupa della situazione in ex Jugoslavia e delle iniziative istituzionali e nonviolente dei radicali. Sempre a Roma, dal 29 aprile al 3 maggio, si tiene la prima sessione del XXXVI Congresso del PR. In decine di interventi di personalità politiche della Macedonia, della Vojvodina, del Kossovo, della Serbia e della Croazia, si delinea una posizione comune espressa nella mozione presentata da Zdravko Tomac, che rivolge un nuovo appello alla comunità internazionale. Vengono raccolte centinaia di firme, di iscritti e di personalità, per una iniziativa presso la Comunità europea, per la liberazione dei prigionieri di guerra in Serbia e Croazia e contro i campi di concentramento.

Nei giorni successivi, Pannella inizia un digiuno al fine di mobilitare il Parlamento italiano ed europeo contro l'aggressione in Bosnia-Herzegovina. Oltre 2200 cittadini italiani, partecipano per alcuni giorni allo sciopero della fame, mentre 120 sindaci e 350 deputati (la maggioranza assoluta) sottoscrivono una mozione parlamentare di ampio indirizzo politico e di immediate misure contro il regime serbo. Lo stesso testo viene inoltre presentato presso i Parlamenti rumeno, russo e macedone. A Roma e a Mosca si svolgono manifestazioni radicali contro l'aggressione in Bosnia Herzegovina. Due deputati croati si uniscono al digiuno di Pannella, mentre il Presidente del Governo croato Greguric, in una pubblica lettera, esprime la propria solidarietà ed un sentito ringraziamento per l'iniziativa.

Nei mesi successivi, l'invio del giornale »Il Partito Nuovo e di »Lettera Radicale , assemblee ed incontri in numerose località dell'ex Jugoslavia, producono un numero assai elevato di iscrizioni, 576.

A.2.4.1. La Slovenia.

Unica tra le Repubbliche ex jugoslave, la Slovenia si è avviata alla conquista di un solido ordinamento democratico, sostenuto da un'ancor più solida economia. Con un tasso d'inflazione inferiore a quello della Grecia, la Slovenia avanza a buon diritto la richiesta di un'integrazione sempre maggiore con le organizzazioni economiche e politiche europee.

Si riscontra una certa sensibilità sulle tematiche antiproibizioniste in materia di droga e sulla »campagna per l'abolizione della pena di morte . Proprio a partire da queste iniziative è immaginabile un'ipotesi di rilancio dell'attività del PR in questo Paese, dove si contano 8 iscritti, fra i quali un solo deputato, esponente della »Coalizione Democratica Slovena (»DEMOS ).

A.2.4.2. La Croazia.

I problemi che la Croazia deve affrontare sono: frenare l'inflazione, attualmente al 30 % mensile; portare i salari al livello del costo della vita; risolvere il problema dei profughi bosniaci e croati, circa 750.000; liberare le zone tuttora occupate e controllate dai serbi.

In tale drammatica situazione, centrale è la questione della democrazia. Il Partito al potere - »Unione Democratica Croata (»HDZ ) - che ha avuto il 40% dei consensi, grazie anche alla retorica nazionalista, mostra ricorrenti tentazioni autoritarie e partitocratiche: controllo pressante dei mass-media, delle aziende di Stato, totale indifferenza alle iniziative delle opposizioni. Ciò nonostante, lo stesso partito, non appare compatto e uniforme al proprio interno: sembra piuttosto un agglomerato di interessi diversi entro il quale confluiscono anche istanze democratiche.

Per quanto concerne le opposizioni, sotto la vernice nazionalista che ciascun Partito ha strumentalmente adottato, vi sono valide proposte di democratizzazione e di modernizzazione della Croazia. Nei colloqui avuti con i rappresentanti di questi Partiti, vi è una grande attenzione per un rinnovato rapporto con le istituzioni europee occidentali: in questa direzione il PR dovrebbe trovare il proprio spazio di intervento e di mediazione.

Anche dopo l'immediato successo di immagine e di adesioni -circa 700 iscrizioni tra il '91 ed il '92 - conseguente all'impegno del PR per il riconoscimento dell'indipendenza di questo Paese, si è continuato a registrare un buon numero di iscrizioni, 385 nel 1992. Meno significativo è stato invece il numero di deputati che hanno aderito al PR - 9 - successivamente al rinnovo delle Camere, avvenuto nel giugno '92. Oltre a questi - esponenti dell'»Unione Democratica Croata (»HDZ ), del »Partito Popolare Serbo (»SNS ), della »Dieta Democratica Istriana (»IDS ), del »Partito Croato del Diritto (»HSP ), del »Partito Social Liberale Croato (»HSLS ), del »Partito delle Riforme Democratiche (»SDP )- è da ricordare l'iscrizione al PR del vice Ministro del Lavoro, Vera Babic.

Un certo numero di iscrizioni, circa 20, è stato conseguito grazie all'iniziativa del gruppo »Gay and lesbian man action (»LIGMA ), costituitosi presso la sede del Partito di Zagabria.

Per quanto concerne l'antiproibizionismo, va segnalata l'adesione della città di Zagabria alla »Risoluzione di Francoforte : è un primo punto dal quale partire per sviluppare un'azione relativa al tema droga. Va ricordata, infine, l'adesione di numerose personalità politiche e intellettuali all'iniziativa del Partito contro la pena di morte.

Il PR è l'unica istanza democratica che sostiene fervidamente un'ipotesi federale ed europeista: in tale direzione occorrerà lavorare, sia per ampliare quella base di iscritti che in tale senso hanno aderito al PR del '92, sia per far uscire allo scoperto nei Partiti e nel Parlamento quelle componenti maggiormente orientate verso il federalismo democratico.

A.2.4.3. La Bosnia-Herzegovina.

Quasi tre quarti del territorio della Bosnia-Herzegovina sono occupati dall'aggressore; le vittime ammontano a duecentomila; un milione e mezzo di bosniaci sono profughi in numerosi Paesi.

Pur esistendo sia gli elementi di diritto (art. 42) che numerosi precedenti per arrivare ad un intervento »peace making dell'ONU contro l'attuale neutralità del »peace keeping , la non volontà politica blocca ogni decisione.

Quel che sta accadendo in Bosnia avrà conseguenze storiche

terribili nell'immediato e nei prossimi decenni e non potrà non

interessare direttamente l'Italia; da questo punto di vista, appare incomprensibile l'assenza del Governo italiano in materia, che si rimette alle decisioni della Comunità europea, senza alcuna propria proposta specifica.

Una prima azione del PR va segnalata nell'intervento a favore della liberazione del deputato bosniaco, membro del CF del PR, Izet Muhamedagic: consigliere comunale nella città di Bosanski Novi, nel maggio '92, veniva tratto agli arresti domiciliari, senza alcuna imputazione; altri suoi colleghi erano stati uccisi o internati nei lager. Nei mesi successivi, il PR interveniva con una serie di lettere e telefonate di »pressione presso gli organi di polizia della città e presso le autorità di Belgrado. Alla fine, dopo quattro mesi, Muhamedagic veniva liberato e condotto in Croazia, con l'unica motivazione verbale »ti vogliono dall'Europa... .

Grazie anche alla sua collaborazione venivano in seguito presi contatti con le autorità di Sarajevo, fino a giungere alla visita nella città occupata di una delegazione del PR. Dopo la quale, il Sindaco, il membro serbo della Presidenza repubblicana e otto deputati si sono iscritti al PR.

Alla fine di dicembre del '92, il PR ha lanciato una »campagna volta al gemellaggio dei comuni italiani con le città della Bosnia-Herzegovina e le loro legittime amministrazioni, ed in particolare di Roma capitale con Sarajevo capitale. La »campagna ha l'obiettivo di riconoscere le condizioni preesistenti alla guerra, quelle stesse che la comunità internazionale ha legittimato e che l'aggressione e la guerra hanno inteso negare.

Gli iscritti al PR in Bosnia-Herzegovina per il 1992 sono 20; tra questi, 9 deputati, dei quali 8 esponenti del »Partito di Azione Democratica (»SDA ) e uno del »Partito delle riforme democratiche (»SDP ).

A.2.4.4. La Macedonia.

A più di un anno del riconoscimento internazionale di Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina, la Macedonia rimane l'ultima repubblica dell'ex-Yugoslavia a non essere stata riconosciuta dai paesi della Comunità Europea e, conseguentemente, dalla stragrande maggioranza dei paesi membri della Comunità internazionale. Il persistere di questa situazione avviene mentre in un rapporto chiesto proprio dalla Comunità Europea (rapporto Badinter) la Macedonia era, fra le repubbliche ex-yugoslave, quella che più adempiva ai criteri fissati per il riconoscimento internazionale.

A questo mancato riconoscimento - che ha significato e significa una impossibilità per questo paese di partecipare a molte delle organizzazioni internazionali che organizzazano i rapporti economici, finanziari, commerciali, di trasporto, ... tra i membri della Comunità internazionale - si sono aggiunte incredibili pressioni da parte di alcuni stati e, in primo luogo, da parte della Grecia (sostenuta, guarda a caso, dalla Francia), come, per esempio, il blocco di ingenti quantità di greggio - regolarmente acquisito dalla Macedonia - per lunghi mesi nel porto di Tessaloniki.

Un isolamento internazionale che non facilita certo la risoluzione dei problemi conseguenti alla separazione dall'ex-Yugoslavia, come la transformazione dell'economia da economia »autogestita a economia di mercato ma, anche, come quelli che riguardano l'organizzazione della convivenza tra la maggioranza e le minoranze (albanese in primo luogo).

La presenza radicale.

La presenza continuativa del PR in Macedonia risale ad un anno fa circa, quando quattro deputati del »Partito della Prosperità Democratica (minoranza albanese) si sono iscritti al PR. A queste prime iscrizioni se ne sono aggiunte rapidamente altre, sempre del PDP. Una presenza »massiccia , quella di questo partito, che ha provocato, per lunghi mesi, una sostanziale diffidenza da parte degli altri partiti, quelli di »etnia macedone. Con la notevole eccezione di alcuni esponenti di primo piano della »Lega per la Democrazia .

Una situazione, questa, che si è superata solo lentamente, grazie, in primo luogo, all'impegno crescente del PR a favore del riconoscimento internazionale. Un impegno che si è concretizzato prima con delle manifestazioni del PR in diverse capitali europee, poi con degli interventi, sempre piu' pressanti, in vari Parlamenti del continente. In particolare, nel Parlamento italiano, dove questa azione dei radicali si è concretizzata, nello scorso dicembre, con l'approvazione di una mozione che impegna il governo italiano a rompere con la politica »comunitaria ed a riconoscere al più presto la Repubblica di Macedonia.

A.2.4.5. La Voivodina.

La Voivodina è una delle regioni dell'ex Jugoslavia che ha avuto lo statuto di regione autonoma con organi legislativi e amministrativi propri, fino a quando il regime di Milosevic non glielo ha tolto - come nel caso del Kossovo - sciogliendo il Parlamento di Novi Sad, capitale della Voivodina, per il quale non sono state fissate elezioni. L'anno scorso, con le elezioni di fine maggio, è stato ricostituito il Parlamento voivodinese, 120 deputati, che non dispone però di nessun potere, essendo completamente sotto il controllo di Belgrado.

Dei due milioni di abitanti della Voivodina, il 54% è serbo. Il resto è composto da ungheresi, croati, rumeni, slovacchi, zingari, ecc, complessivamente da più di 20 nazionalità. Questo fatto, la sua storia e le sue tradizioni hanno fatto sì che mentre in Croazia, Slovenia e nelle altre Repubbliche, così come in Kossova - l'altra regione che ha avuto lo stesso statuto autonomo - si è visto un rafforzamento del sentimento nazionale, in Voivodina questo non si è verificato o, almeno, è sempre stato secondario, con l'eccezione della comunità croata. Abbastanza simile, da questo punto di vista, al caso dei croati, è quello degli ungheresi, la più numerosa minoranza, il 18%. La politica del Partito che li rappresenta, il »VMDK , è infatti concentrata sull'idea di autonomia culturale, che testimonia di un sentimento nazionale che col procedere della guerra è andato sempre più rafforzandosi, anche come reazione al fatto che la percentuale di ungheresi mandati al fronte era doppia rispetto alla quota da loro rappre

sentata nella popolazione complessiva dell'ex Jugoslavia. Ma pur tenendo conto di questa realtà si deve dire che la posizione della Voivodina in questi anni di guerra è molto particolare. L'opposizione nonviolenta contro la guerra e l'obiezione di coscienza promossa dai Partiti, dalle organizzazioni e da singoli cittadini in questa regione hanno di fatto avuto un carattere nonviolento transnazionale molto naturale.

La presenza radicale.

Si comprende, per queste ragioni, il valore della presenza del PR in Voivodina, la necessità e anche le possibilità molto reale del suo sviluppo in questa regione.

Infatti, la politica del PR è sempre stata accolta molto bene -dopo il primo shock dovuto al suo nome simile a quello del Partito estremista di Seselj - non solo dai croati e ungheresi, ma anche dalla maggior parte dei serbi, membri o deputati di diversi partiti (»Partito della Riforma Democratica , »Lega Social Democratica di Voivodina, »Partito del Rinascimento Serbo , ecc.) con i quali sono stati stabiliti contatti. Tra i circa 50 iscritti voivodinesi, invece, con l'eccezione di Vera Vebel Tatic, non ci sono serbi. Il fatto che il giornale »Il Partito Nuovo , fino al sesto numero, arrivasse al Parlamento di Belgrado tradotto solo in croato e il grande numero di croati e specialmente di deputati di Zagabria iscritti al PR, ha costituito un ostacolo che nessuno dei leader serbi, anche se molto attratti dalle idee del PR - come, per esempio, il presidente della »Lega Social Democratica , Nenad Canak - ha osato superare con la sua iscrizione.

I membri del PR sono in grande parte personalità di prestigio della politica voivodinese: dal Presidente dell'»Unione Democratica dei Croati di Voivodina (»DSHV ), Bela Tonkovic, al Sindaco di Subotica, al deputato Jozsef Kasza, insieme ad altri deputati al Parlamento di Belgrado, come Nagy Sandor, Ferenc Csubela, Antun Skenderovic ed al Parlamento voivodinese, come Ivan Poljakovic; da Balla Lajos, organizzatore di un grande movimento di obiezione di coscienza, al famoso scrittore ungherese di Novi Sad, Vegel Laszlo.

A.2.4.6. Il Kosovo.

Decine di migliaia di »impiegati pubblici , privi del loro lavoro per il solo fatto di essere di etnia albanese. Migliaia di giovani albanesi che rischiano l'arruolamento nell'esercito del regime serbo-montenegrino (dove, insieme agli ungheresi della Voivodina, essi sono enormemente »sovra-rappresentati rispetto alla loro proporzione nella popolazione complessiva della cosidetta »piccola Yugoslavia ). Una popolazione costretta, quindi, ad una emigrazione di massa.

Persone ammazzate, arrestate, mass-media in lingua albanese chiusi, leader politici perseguitati, una intera popolazione ascoltata, seguita, controllata, ... questo è il "panorama" politico, questa è la vita quotidiana di quasi due milioni di persone.

Un miracolo, quindi, che in una tale situazione interna, e con un »Occidente attivo e responsabile rispetto a questa situazione come lo è rispetto alle altre tragedie della ex-Yugoslavia - che è tutto dire - i leader kossovari, a cominciare dal Presidente Rugova, sono riusciti a portare avanti la battaglia per il rispetto del Diritto, dei loro diritti, senza mai cadere nelle continue provocazioni violente del regime di Belgrado.

La presenza radicale.

Una esistenza - o anche semplice »sopravvivenza quella del Partito Radicale nel Kossovo - molto difficile, quasi impossibile per via delle pesanti restrizioni in termini di libertà di movimento e di libertà tout court che pesano su tutti i suoi abitanti albanesi, che costituiscono, lo ricordiamo, più del 90 % dell'intera popolazione del Kossovo.

Una situazione, questa, che non facilita di certo l'organizzazione in loco, nè i contatti con il PR all'esterno. Una situazione che ci ha spinto, più ancora che altrove, a privilegiare la qualità sulla quantita. Non senza risultati se si considera che più di un decimo del Parlamento del Kossovo è oggi iscritto al PR, insieme a diversi leader dei vari partiti politici di Pristina.

Le proposte e azioni radicali si sono incentrate per primo sulla pubblicizzazione, in ogni sede possibile, dell'aspetto esemplare di questa resistenza e di questa lotta nonviolente: dal Parlamento europeo ai parlamenti nazionali, nei mass-media, nelle nostre azioni contro il regime fascista e razzista di Belgrado.

La nostra proposta è che la Comunità internazionale attribuisca al Parlamento del Kossovo uno status diplomatico del tipo di quello che fu concesso all'OLP.

A.2.5. La Romania.

In Romania, la partitocrazia sta rapidamente radicandosi sul modello di quelle consolidate della parte occidentale del continente europeo. E' in atto una vera e propria corsa al controllo dell'amministrazione pubblica, dei mass-media. Un fenomeno aggravato dalla mancanza, in molti settori della vita civile, di nuove regole o, addiritura, di regole tout court che tutelino i diritti dei cittadini, a cominciare dalla tutela dell'imagine e dalla debolezza di una giustizia per decenni completamente subordinata al potere politico.

Da parte sua il nuovo Parlamento, con nove partiti, rispecchia di già questa framentazione partitocratica.

Dal punto di vista economico, il paese versa in condizioni particolarmente difficili. Una situazione ancora aggravata dal notevole ritardo rispetto ad altri paesi della regione per quanto riguarda la privatizzazione e, parallelamente, per quanto riguarda l'apertura dell'economia ai capitali stranieri. Una strategia, quella attuale, che ha radici profonde, per l'esatezza nel vecchio regime nazionale-comunista e che condiziona tuttora pesantemente la strategia economica attuale, puntando, in una economia mondializzata, su una via nazionale allo sviluppo economico.

Per quanto riguarda il problema delle minoranze, la situazione rimane ancora molto tesa. In particolare due partiti nazionalisti rumeni non cessano di buttare olio sul fuoco con continue provocazioni. D'altra parte, però, assistiamo a delle prime aperture, anche se ancora molto timide, da parte di diverse forze politiche. Alcune di esse hanno anche espresso una sostanziale disponibilità al dialogo su dei temi e dei termini che, fino a pocchissimo tempo fa, erano ancora completamente tabu, come »federalismo , »auto-amministrazione , »autogoverno , »autonomia .

All'aumento degli iscritti al Partito Radicale dell'ultimo anno, non ha corrisposto un analogo aumento del loro impegno politico diretto ed attivo, sia nel Parlamento, per quanto riguarda gli iscritti parlamentari, sia nel paese, per quanto riguarda gli altri iscritti, sia, per ambedue i gruppi, nell' aggregare nuovi cittadini al PR, nel fare nuove iscrizioni. Una situazione questa che il fenomeno di distacamento generale dei cittadini rumeni nei confronti della politica da solo non può spiegare.

Da notare tra questi iscritti il numero consistente degli iscritti zingari (un decimo quasi rispetto al totale degli iscritti rumeni). Una presenza però che deve ancora trovare una sua articolazione.

A.2.6. L'Albania.

L'Albania, per ragioni conosciute, prima fra le quali, il totale isolamento del paese per più di quarant'anni, è oggi uno dei paesi più poveri d'Europa. A titolo di esempio, lo stipendio medio mensile in questo paese è di appena 10 (dieci) dollari.

A parte una rete telefonica che mantiene - anche bene - il paragone con molti altri paesi dell'Europa Centrale e Balcanica, l'Albania è quasi del tutto priva di infrastrutture. Tutto è da fare, da costruire o da ricostruire. A cominciare dall'insieme delle regole della convivenza civile (codice penale, codice civile, codice stradale, codice commerciale, ...).

A questa difficile situazione si aggiungono anche le difficili relazioni tra la maggioranza (»Partito Democratico in primo luogo) e l'opposizione (»Partito Socialista - ex-comunisti), dove le questioni del "passato" hanno a volte la precendenza sulle scelte politiche concrete.

La presenza radicale.

La presenza continuativa ed un minimo organizzata del PR in Albania risale a pochi mesi fa. Solo negli ultissimi tempi in effetti si sono iscritti i primi deputati e personalità dei principali partiti insieme ad alcune personalità del mondo della cultura.

Parallelamente con inserzioni pubblicitarie su tutti i principali quotidiani di Tirana insieme alla partecipazione di radicali a programmi televisivi e radiofonici di larga audienza, i cittadini albanesi hanno potuto collegare il Partito radicale che conoscevano attraverso i mass-media italiani (in primo luogo televisi) ai quali hanno accesso dall'Albania con il Partito Radicale transnazionale e transpartitico.

Numerose sono state le manifestazioni di interesse presso i punti di riferimento di Tirana e, tramite lettere, presso la sede del Partito, a Roma. Un serbatoio di "potenziali iscritti" si è quindi fortemente allargato. Si tratterà dopo il congresso - se questo ci è consentito - di intensificare un lavoro di informazione e di organizzazione.

Da segnalare l'accordo stipulato tra Radio Radicale e Radio Tirana, e che consentirà dalla prossima primavera a buona parte degli albanes di sentire Radio Radicale, l'unica emittente non albanese, con la BBC, a trasmettere in questo paese.

A.2.7. La Bulgaria.

La Bulgaria ha vissuto una lunga crisi di governo, risoltasi di recente con la formazione di un'inedita maggioranza »trasversale , che facendo perno sul »Movimento per i diritti e le libertà , accomuna le frazioni meno estremiste sia della destra che della sinistra socialista, in un equilibrio delicato, che lascia aperta la possibilità di elezioni anticipate in primavera. Le tensioni etniche, pur presenti - e che riguardano, in specie, le minoranze turca e zingara - non sono esasperate come nei Paesi confinanti.

L'elemento di relativa stabilità politica e tolleranza etnica vale anche sul piano esterno, nel contesto della regione balcanica: la Bulgaria è l'ultimo Paese che i nazionalisti belgradesi si sognerebbero di attaccare militarmente; d'altra parte, il pericolo di un ingresso in guerra della Bulgaria nel caso in cui i serbi attaccassero la Macedonia - oppure la destabilizzassero demograficamente attaccando il Kosovo e quindi provocando la Bulgaria contro gli albanesi e mettendola in una situazione di quasi-alleanza con i serbi stessi - sembra poco probabile a verificarsi, considerando la forte presenza politica degli americani nel Paese, motivata dalla favorevole posizione geografica della Bulgaria verso il medioriente.

La presenza radicale.

Circa un anno fa, il PR decide di garantire una presenza militante continuativa in Bulgaria.

Nel luglio 1992 viene aperta a Sofia una piccola, ma efficiente sede, attrezzata con un computer e un telefax, dove lavorano una segretaria-interprete a tempo pieno ed un'altra part-time. Tra le altre attività, sono stati introdotti nell'archivio migliaia di indirizzi qualificati, portando il totale bulgaro a circa dodicimila unità.

Al PR sono iscritti due membri del Governo: Valentin Karabashev, vice Primo Ministro e anche Ministro del Commercio e Rumen Bikov, Ministro dell'Industria, oltre a 40 parlamentari.

Tra questi, 13 appartenengono al gruppo parlamentare del »Partito Socialista Bulgaro (»BSP ) o indipendenti comunque eletti in questa lista; la gran parte di loro appartengono alla frazione »Alleanza per la social-democrazia , compreso l'intero vertice di questa forza in seno al »BSP : il presidente Chavdar Kiuranov, il vice-presidente Aleksander Tomov, il segretario Rossen Karadimov, i dirigenti Sonia Mladenova, Philip Bokov deputato al Consiglio d'Europa e responsabile delle relazioni, ed Elena Poptodorova, italianofona responsabile delle relazioni pubbliche. Tra gli altri, sono iscritti Yovcho Russev, economista particolarmente interessato al problema dello sviluppo Nord-Sud e Yanaki Stoilov, recentemente candidato ufficiale dei socialisti, ma senza successo, a presidente del Parlamento. Altri 3 appartengono al »Movimento per i diritti e le libertà (»DPS ), la forza politica largamente rappresentativa della minoranza turca e che, occupando una posizione centrale in un contesto di »muro contro muro tra

destra e sinistra, ha sempre avuto buon gioco a costituire l'indispensabile »ago della bilancia per fare maggioranza in Parlamento, fino al ruolo-chiave svolto nella soluzione trasversale della lunga crisi di governo; sono il vice-presidente del Parlamento Kadir Kadir ed i due segretari del gruppo parlamentare, Remzi Osman e Ilhan Mustafa. Altri 23 appartenengono alla »Unione delle forze democratiche (»SDS ), la coalizione di maggioranza relativa formata da 15 partiti e fondata sul comune collante anticomunista; tra loro: l'indipendente Sasho Stoyanov - arrestato nell'estate del 1968, allora diciassettene dirigente della gioventù comunista, quasi contemporaneamente a Pannella e per la stessa ragione; il presidente di uno dei »Partiti Agrari Bulgari , Georgi Petrov; i deputati Emil Kapudaliev e Rumen Urumov del »Partito radical-democratico e diversi deputati del »Partito social-liberale alternativo ; il liberale Krassimir Stefanov, sostenitore del sistema elettorale uninominale-maggioritario di tipo anglo

sassone; alcuni deputati del »Partito socialdemocratico .

Risultano inoltre iscritti al PR due ex ministri e altri tre ex deputati della precedente Assemblea Costituente.

L'età media dei 110 iscritti bulgari è di 38 anni; per il 25 % si tratta di persone di sesso femminile; circa il 16 % sono esperantisti; 4 iscritti su 5 vivono a Sofia e solo 1 su 5 in altre località; oltre il 10 % degli iscritti ha versato una quota di iscrizione pari a quasi il doppio della minima richiesta.

Se la battaglia federalista europea è la principale ragione per la quale i deputati bulgari hanno con entusiasmo aderito al PR, altri importanti motivi di interesse - pur non unanimemente condivisi - sono costituiti dalle posizioni radicali sul sistema elettorale anglosassone e sull'abolizione della pena di morte.

Altri temi che potrebbero suscitare interesse - non solo del ceto politico - sono l'antiproibizionismo in materia di droga e la questione ambientale.

A.2.8. L'area dell'ex Unione Sovietica.

L'ultima grande rivoluzione del secolo è stata una rivoluzione nonviolenta, avvenuta per gradi, nata, coltivata e cresciuta al Cremlino. E, fino a quando il Cremlino ne ha mantenuto le fila, è sembrato che il decorso dal comunismo alla democrazia fosse praticabile senza scosse o incidenti.

L'Occidente del mondo ha fornito per anni l'illusione che da un punto di vista economico fosse possibile colmare la voragine, la bancarotta fraudolenta del sistema comunista. I governi post comunisti - non ancora democratici - dei Paesi dell'Est, si sono illusi a loro volta di poter usare il sistema finanziario mondiale così come avevano usato la »Zecca di Stato: »i conti non tornano? basta stampare carta moneta! .

Il crollo del comunismo rappresenta anche un enorme, incalcolabile, fallimento economico: un enorme debito accumulato, senza alcuna possibilità di solvenza. L'Occidente non ha nessuna intenzione di pagare il costo di questo fallimento. Le nuove democrazie post-comuniste non sono in grado di farlo. Questo è il primo, grande, drammatico problema.

Il secondo problema è che l'Europa dei Dodici ha compiuto il suo fallimento maggiore perdendo il suo valore più alto: quello di essere punto di riferimento, idea forza, obbiettivo credibile per gli Stati Uniti d'Europa. Solo il progetto di una grande Federazione degli Stati Uniti d'Europa avrebbe potuto rappresentare sul piano politico il »Nuovo , al quale i Paesi usciti dal comunismo avvrebbero potuto volgere i loro destini. E' accaduto il contrario. La Comunità europea non ha saputo rendere credibile questo neanche in termini di ipotesi e alla barbarie del comunismo si sta sostituendo la barbarie nazionalista ed irredentista. La Comunità europea ha la responsabilità più piena di quanto sta accadendo nei Balcani e nell'Est dell'Europa. Questa denuncia va gridata, assunta a fondamento di una proposta politica che vada nel senso di assicurare ai Paesi europei un'ipotesi federalista di Unità europea. Questo e solo questo oggi può essere in grado di salvare l'Europa dall'essere coinvolta nel disastro di confli

tti come quelli nell'ex Jugoslavia e nell'ex Unione Sovietica. Solo l'unità politica europea - che vada dall'Islanda a Valdivostok - può frenare la barbarie nazionalista montante; compito del PR è rilanciare l'idea-forza degli Stati Uniti d'Europa, dell'Europa politica.

La presenza radicale.

Al 1989 risalgono i primi nuclei di iscritti dell'area dell'ex URSS, concentrati a Mosca, in una dimensione semi clandestina. Nei tre anni successivi, l'attività radicale si è diffusa in tutto il territorio dell'ex URSS, superando la soglia dei 5.000 iscritti e sapendo imporsi all'attenzione dei Parlamenti, dei Governi, dei Partiti e dell'opinione pubblica con la sua proposta transnazionale e transpartitica. Si può quindi a ragione affermare che il PR sia divenuto un reale soggetto politico della vita istituzionale e civile delle nuove realtà statuali postcomuniste.

Questa crescita non è stata facile. Infatti, in un mondo sull'orlo dell'abisso della barbarie politica, della guerra e della fame, si sono dovute affrontare condizioni pratiche e politiche durissime e, in assoluto, tra le meno favorevoli ai connotati ed all'identità del PR.

Al di là di ogni possibile autocompiacimento, si può affermare che il »nuovo Partito trovi nell'ex URSS il suo primo passo compiuto. Per quanto inadeguata e improbabile in rapporto alle esigenze, l'organizzazione PR esiste, è un fatto reale e va acquisito, con tutti i problemi che questo comporta. Al di là del dato numerico - oltre i 5.000 iscritti, circa 100 deputati - si è aquisito un minimo di identità politica, di riconoscimento politico, almeno sulle iniziative per l'abolizione della pena di morte - abbiamo concrete possibilità di conseguire, nei prossimi 6 mesi, una vittoria su questa battaglia - per l'obiezione di coscienza, sull'antiproibizionismo in materia di droga; su quelle relative ai conflitti nazionali e alle minoranze, siamo gli unici che possono arrivare in 3/4 mesi, sulla base del lavoro in corso, ad una serie di progetti di iniziative politiche. Oggi il PR può contare su iniziative politiche organizzate a Mosca, Kiev, Baku, Vilniuss, San Pietroburgo e in una trentina di altri minori, dov

e singoli o gruppi di radicali fanno informazione continua e raccolta di iscrizioni. Esiste un'attività di tesoreria, tesseramento e mailing di tipo parallelo a quella di Roma. Per il '93 si prevede di conseguire il 20% di autofinanziamento in loco, ma ci vorranno 4/5 anni per arrivare ad un'autonomia finanziaria.

Sono ancora da sottolineare: il lavoro con la »Fondazione Gorbaciov e quello con il Comitato legislativo del Parlamento; il lavoro politico per le prossime elezioni in Azerbaigian; la »Conferenza sui conflitti in Moldavia e in Caucaso ; l'essere l'unico movimento politico occidentale di cultura cristiana ad essere penetrato nel mondo islamico: il 20 % di iscritti, il 30 % di deputati iscritti sono di religione mussulmana.

Quest'ultimo dato è, forse, da sottolineare: cosa rappresenta il PR per le centinaia di azeri, kazachi, turkmeni, uzbeki, kirghizi, tagiki, osseti, ceceni, tatari, circassi, kabardini, baskiri ecc., per coloro che risiedono in Repubbliche e regioni di etnia non slava e di religione musulmana?

Non è facile comprendere come un Partito »sionista possa essere in quest'ampia regione del mondo un punto di riferimento per quei mussulmani che rifiutano il neo integralismo di Gheddafi o degli Ayatollah iraniani. C'è, nel mondo mussulmano, e in ispecie in quest'area, una tendenza contrastante e antitetica all'integralismo, profondamente laica e riformatrice, che non crede più alle »guerre sante , pensa e progetta un »rinascimento mussulmano , dove lo Stato e la fede religiosa procedano in maniera separata. Essendo i mussulmani dell'Asia centrale di etnia turca - con l'eccezione dei tagiki - vedono l'esempio dello Stato moderno e laico della Turchia come alternativa agli Stati confessionali arabi. Ma non basta. C'è anche l'ambizione ad arrivare al sistema democratico come contrapposizione e alterità sostanziale ai clan etnici e alle dittature etniche dei clan. La nonviolenza come metodo, il simbolo di Gandhi, la libertà e il rispetto delle diverse fedi che il PR sostiene, sono le ragioni dichiarate, le mo

tivazioni dell'adesione al PR di centinaia di mussulmani, credenti e no. Il PR è in parte già una piccola risposta, un metodo, un sogno da realizzare che non è in contrasto con l'Islam; che forse , più o meno consapevolmente, ne rappresenta una possibilità di evoluzione verso la democrazia e la priorità dei diritti della persona.

Tre sono le fasi che hanno contraddistinto l'attività politica radicale nell'ex Urss nel '91/'92: la prima fase è stata quella del reperimento di centinaia di migliaia di indirizzi e dell'organizzazione del »Centro di Mosca , iniziata già nel 90; la seconda, nel '91, ha trovato il suo obiettivo nel progetto del giornale »Il Partito Nuovo , e quindi nell'informare dell'esistenza del Partito; nella terza fase, del '92, si è inteso organizzare l'adesione al Partito attraverso l'organizzazione del Partito stesso.

L'obiettivo è stato unico: la costruzione del Partito transnazionale; prima di tutto, l'esistenza del Partito transnazionale. Le persone, in generale, non si sono iscritte al Partito su una battaglia specifica; si sono iscritte ad un Partito, innanzitutto, per affermarne l'esistenza, il diritto alla vita. E, nello stesso tempo, per affermare la necessità della vita del diritto, del Partito della »legge , delle norme, del metodo, contro ogni ipotesi ideologica, integralista, isolazionista, nazionalista.

Nell'ex Unione Sovietica, il giornale »Il Partito Nuovo è stato stampato e diffuso per oltre 500.000 invii, fatto conoscere alla TV, spiegato attraverso gli organi di stampa. E' stato, insomma, strumento di lavoro organizzativo e politico.

Nei 4 anni di presenza attiva nell'ex URSS, il Partito ha organizzato più di 50 Conferenze di presentazione e di organizzazione della propria attività: da Mosca a Baku, da Minsk a Biskek e in decine di altre località.

Ma solo con la Prima Conferenza Generale degli iscritti svoltasi alla fine di gennaio '92 , con la partecipazione della Presidente del PR, Emma Bonino, è iniziato quel salto di qualità che ha dato al Partito una prima progettualità politica locale con l'assunzione da parte degli iscritti dei primi compiti di coordinamento e di promozione delle iniziative. Possiamo dire quindi che da quella data la vita del PR nell'ex URSS è stata regolata da decisioni tradotte in documenti determinati dalle partecipazione di centinaia di iscritti. Alla prima Conferenza sono seguite in luglio la Conferenza di Mosca e in dicembre la Conferenza di Kiev, alle quali ha partecipato il Primo Segretario del Partito, Sergio Stanzani.

La mozione della conferenza di gennaio indicava nel perseguimento dei 1.000 iscritti entro la data della prima sessione del Congresso del Partito, l'obiettivo prioritario; a quella data gli iscritti furono 2.300. Venivano poi indicate le battaglie prioritarie da perseguire nel corso dell'anno, che evochiamo qui di seguito.

Una legge per l'obiezione di coscienza e l'istituzione del servizio civile alternativo.

Il PR iniziò questa battaglia già nel '90, con raccolte di firme a sostegno e con l'informazione sui casi più emblematici e proseguendo con la predisposizione di un testo di legge comune ad altri movimenti ed organizzazioni, in cui si adoperò, in termini organizzativi e di redazione, il deputato radicale Alexander Kalinin, poi presentato al Parlamento della federazione russa dal deputato Zolotuhin e altri. Oltre alle raccolte di firme, nel '91 e '92 è proseguita la lotta per arrivare a discutere la legge in Parlamento e per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla riconversione delle spese militari in spese civili. Da ricordare gli scritti sulla »Komsomolskaja Pravda e su decine di altri giornali, le presenze ai dibattiti televisivi, sul tema, di Kalinin in qualità di rappresentante del PR.

La campagna per l'abolizione della pena di morte.

Subito dopo il tentato »golpe dell'agosto '91, il PR si fece promotore di una campagna per l'abolizione della pena di morte

in URSS. All'appello, lanciato dal Primo Segretario del Partito, Sergio Stanzani, aderirono 80 deputati e decine di personalità dell'URSS e centinaia di altri in tutto il mondo. L'appello, sottoscritto da centinaia di deputati e personalità, fu pubblicato sulla »Komsomolskja Pravda , che all'epoca aveva una tiratura di 20 milioni di copie. Dopo lo smembramento dell'Impero sovietico, la battaglia è proseguita nelle singole Repubbliche. Val la pena di ricordare: il progetto di legge del deputato radicale Konysbaev e altri, presentato al Parlamento del Kazakistan; la lotta in Ucraina con gli appelli a Kravciuk e le risoluzioni presentate dai deputati radicali Moskovka e Zbitnev e approvate dai movimenti politici di »Nuova Ukraina e del »Rukh ; il dibattito nel Parlamento della Rada ucraina; le iniziative radicali in Azerbaigian, che hanno portato alla dicharazione in favore dell'abolizione della pena capitale da parte del Presidente della Repubblica; il lavoro svolto in Russia, che ha portato

il PR a collaborare con la Commissione legislativa del Parlamento russo e in particolare il lavoro comune con il Presidente della Commissione Bezrukov per addivenire alla presentazione di un progetto di legge di abolizione della pena capitale; non marginale, in questo senso, va ritenuto l'appoggio del Presidente della federazione russa, Boris Eltsin.

La campagna antiproibizionista sulla droga.

Iniziata con la manifestazione pubblica del maggio '90 a Mosca e la partecipazione del Presidente della »Drug Policy Foundation , Arnold Trebach, l'iniziativa antiproibizionista in Russia e nelle altre Repubbliche è proseguita sul piano informativo e di dibattito, coinvolgendo operatori sanitari, giuristi, organizzazioni statali di lotta alla droga e perfino i Ministeri della Sanità e degli Interni. A San Pietroburgo, questa battaglia è divenuta, oggi, la priorità dei radicali iscritti e significativa appare la presenza di iscritti radicali negli organi governativi di lotta al mercato della droga nella regione.

Importanti iniziative antiproibizioniste sono state svolte sul piano dell'informazione in Kazakistan e Kirghizistan, due dei Paesi maggiori di produzione della droga nell'ex URSS.

Gli oltre 400 partecipanti alla Seconda Conferenza approvano una mozione che, oltre a ribadire ed estendere gli impegni del documento della Conferenza di gennaio, propone, in sintesi, le seguenti iniziative.

La presenza sempre maggiore di deputati delle Repubbliche fra gli iscritti al Partito, e in particolare l'adesione di parlamentari di Repubbliche in cui i conflitti nazionali ed etnici

sono esplosi in guerra o dove minacciano di diventarlo, pone in concreto il problema di quale metodo adottare per arrivare a costruire un nuovo Diritto Internazionale che possa rispondere

ai conflitti in corso.

Il documento approvato alla Conferenza propone ai parlamentari delle Repubbliche della Georgia, Armenia, Azerbaigian e del territorio del Nagorno Karabach, di organizzare una serie di incontri finalizzati a formare una sorta di Conferenza per la pace e il diritto, ove affrontare i problemi dei conflitti. Vengono previsti una serie di incontri fra il PR e i Presidenti e i Governi delle Repubbliche caucasiche, tra cui il Presidente della Georgia, Shevarnadze, il Presidente dell'Azerbaigian, Elcibey e quello del'Armenia, Ter Petrosian. E' previsto che della delegazione radicale faccia parte anche l'ex vice Primo Ministro e radicale croato Zdravko Tomac. Il sorgere, in ottobre, di nuovi conflitti in Georgia, di un tentato colpo di stato in Azerbaigian, dell'accentuarsi della conflittualità tra Governo e opposizione in Armenia e della momentanea indisponibilità di Tomac, hanno determinato il rinvio di tutto a dopo lo svolgimento del Congresso, ferme restando le sostanziali disponibilità agli incontri. Continua,

anche se con grosse difficoltà, il confronto delle diverse posizioni fra i deputati dei Paesi del Caucaso iscritti al PR.

Lo stesso metodo di lavoro viene proposto per il conflitto

in Moldavia sulla Transnistria. L'incontro organizzato fra i deputati radicali ed esteso anche a rappresentanze di Governo delle Repubbliche di Moldavia, Ucraina, Russia, Romania e dei rappresentanti della Transnistria, viene rinviato all'ultimo momento per difficoltà alla partecipazione dei deputati romeni e alla conseguente indisponibilità dei moldavi.

Il lavoro politico di preparazione di questa Conferenza ha comunque evidenziato da una parte il coinvolgimento di rappresentanze governative sulla proposta radicale, dall'altro l'utilità di iniziative di tipo parlamentare »democratico parallele a quelle ufficiali dei Governi e delle Organizzazioni

Internazionali quali la CE, la CSCE, ecc.

I diritti delle minoranze.

Il crollo del sistema comunista e il conseguente smembramento dell'Unione Sovietica in 15 nuove Repubbliche con connotazione sempre maggiori di Stati nazionali ha innescato il problema grave e pericolosissimo dei diritti delle minoranze. Viene individuato soprattutto il problema delle più che consistenti minoranze russe negli Stati del Baltico. In particolare, si intende promuovere una serie di iniziative aventi come soggetti i deputati iscritti al PR per arrivare ad una legislazione comune fra le tre Repubbliche dell'Estonia, della Lituania e della Lettonia sul problema dei diritti delle minoranze e del diritto di cittadinanza. Più in generale, viene individuato di proporre sui temi dell'energia, dell'ambiente e della sicurezza militare, una legislazione comune attraverso una delega di tipo federativo ad una autorità comune agli Stati baltici su questi problemi.

La terza Conferenza, quella di Kiev, si svolge in un tono più dimesso delle due precedenti. Difficoltà organizzative nella preparazione, assenza dalla preparazione politica di molti deputati e momento non felice dello svolgimento per coincidenze di sessioni parlamentari, costituiscono uno stop a quell'evoluzione politica che nell'estate sembrava raggiungibile. Un brusco ridimensionamento delle possibilità di crescita e quindi delle iniziative e la neccessita' di maggior tempo a disposizione appaiono inevitabili.

Negli interventi appaiono le prime critiche all'inadeguatezza del Partito e alla guida »italiana in loco.

La Conferenza conferma le decisioni delle due conferenze precedenti ma critica la mancanza del raggiungimento degli obbiettivi fissati in luglio e meglio definiti dai lavori delle Commissioni preparatorie riunite in agosto a Mosca.

Vengono approvati due documenti, uno politico ed uno statutario. Contengono, tra l'altro: un giudizio di adeguatezza dello strumento politico PR per affrontare i deficit di democrazia nei Paesi post-totalitari e la condizione di polo di aggregazione del Partito soprattutto nei Paesi di povertà economica e di democrazia politica; un giudizio sul ruolo innovatore che le nuove democrazie postcomuniste potrebbero avere in termini di rinnovamento e di evoluzione per i sistemi democratici, se sapranno vincere la sfida dei nazionalismi, dei conflitti e delle tentazioni partitocratiche; la denuncia che solo il perseguimento di una politica di interdipendenza fra gli Stati, di federalismo europeo e di costruzione di un diritto internazionale, che sia prioritaria agli interessi nazionalistici, potrà disegnare un nuovo volto dell'Europa e della democrazia, al pari della necessità di procedere alla riforma in senso democratico dell'ONU e delle organizzazioni internazionali di rappresentanza governativa, con la proposta

di arrivare per gradi a rappresentanze di tipo parlamentare. (3)

Nelle Repubbliche dell'ex URSS gli iscritti sono così suddivisi, al 6 gennaio 1993: Armenia 53, Azerbaigian 293, Bielorussia 145, Georgia 82, Kazakistan 180, Kirghizistan 310, Moldavia 52, Tadzikistan 6, Turkmenistan 44, Ucraina 902, Uzbekistan 121, Russia 2.472. In totale sono 4.660, tra questi oltre 100 sono i deputati.

A.2.8.1. I Paesi baltici.

L'annessione dei tre Stati del Baltico orientale all'Unione Sovietica in seguito al patto »Molotov-Ribentrop del 1939 non era mai stata ufficialmente riconosciuta dai Paesi occidentali e lo stesso Soviet Supremo russo l'ha dichiarata illegale.

L'indipendenza ottenuta o riconquistata già dal 1918 (Lettonia e Lituania) o dal 1920 (Estonia) non era dunque mai stata persa de jure, ed è stata restaurata anche de facto nell'agosto del 1991, all'indomani del fallito golpe di Mosca.

Nel corso dei secoli le lingue e le culture dei popoli baltici hanno subito naturalmente influenze dai popoli vicini, ed in particolare da tedeschi, finlandesi, russi, polacchi, svedesi e danesi. La Lituania, che fu a lungo uno dei più estesi Stati europei, è stata per alcuni secoli unita alla Polonia, e dalla Polonia Vilnius fu annessa fra le due guerre mondiali. Se, tuttavia, la presenza dei polacchi in Lituania ha antiche origini, quella di russi e in generale di russofoni nei tre Stati, e specialmente in Estonia ed in Lettonia, risale soprattutto agli anni della sovietizzazione: con i piani stalinisti di industrializzazione pesante arrivarono - oltre ad un insostenibile livello di inquinamento - centinaia di migliaia di immigrati, che in gran parte presero il posto di decine di migliaia di deportati, di uccisi o di profughi.

E' su questa base, dunque, ed in seguito al rischio di estinzione culturale e linguistica nel caso dei popoli estone e lettone, che si sono inserite le vicende dell'ultimo anno relative ai rapporti fra le diverse componenti etniche della popolazione di questi Stati.

Il sogno di riguadagnare rapidamente un grado di benessere economico e di sviluppo democratico paragonabile a quello dei Paesi occidentali più progrediti è durato poco, ma Estonia, Lettonia e - in misura forse minore - Lituania, continuano a guardare ad Occidente piuttosto che verso le rovine del sistema sovietico. Così, non fanno parte della CSI (»Comunità di Stati Indipendenti ) e, sebbene la maggior parte delle esportazioni e delle importazioni si svolga tuttora con la Russia e con gli altri Stati dell'ex Unione Sovietica, sono protese da un lato verso il gruppo degli Stati nordici, dall'altro verso la Comunità Europea.

Con la riaffermazione dell'indipendenza, oltre ad avere ottenuto il seggio alle Nazioni Unite, gli Stati baltici hanno aderito alla CSCE (la »Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa ) ed hanno chiesto di entrare nel Consiglio d'Europa.

I legami con i Paesi occidentali e particolarmente con la Scandinavia non sono finora bastati ad assicurare un buon andamento dell'economia. Continua fra l'altro, in assenza di accordi adeguati con la Russia, la grave crisi energetica. E' un dato di fatto che, mentre appare evidente l'interesse su un piano geopolitico e di prestigio da parte di alcuni Stati occidentali ad acquisire od a consolidare una posizione privilegiata sulla sponda orientale del Baltico, è tuttora non remunerativo ed anche rischioso investire concretamente in questi Paesi. Alcuni grossi imprenditori privati sono allettati dalla possibilità di sfruttamento delle risorse, peraltro non ricchissime, del sottosuolo e delle foreste; le industrie in genere non sono competitive sul mercato occidentale. La produzione alimentare è in generale sufficiente al fabbisogno locale. Molto importanti sono però i porti di Tallinn e di Riga: a questo proposito, è gravissimo il rischio che essi vengano usati sempre di più come luogo di transito e di immis

sione in Occidente delle sostanze stupefacenti prodotte nell'Asia centrale.

Favoriti dalla »glasnost e dalla »perestrojka , sul finire degli anni ottanta nei tre Stati baltici movimenti e fronti popolari hanno mirato a riconquistare la memoria e la vitalità delle culture nazionali, ad uscire dal totalitarismo sovietico, a fermare la catastrofe ecologica ed a restaurare pienamente l'indipendenza. Nei soviet di Estonia, Lettonia e Lituania anche molti deputati comunisti si unirono alle richieste nazionaliste volte a sancire la supremazia delle leggi statali su quelle sovietiche, a reintrodurre i simboli statuali, a legalizzare il pluripartitismo. In Lituania gran parte dei deputati comunisti guidati da Brazauskas abbandonarono il legame con il PCUS fin dal 1989, costituendosi l'anno successivo in »Partito Democratico del Lavoro (»PDL ). Se è vero che nel 1990 le elezioni lituane furono vinte dal movimento riformista nazionalista »Sajudis , guidato da Landsbergis e se è vero che fu Sajudis a spingere per la formale restaurazione dell'indipendenza l'11 marzo del 1990, è anche vero ch

e gli ex comunisti furono favorevoli a questo processo. Non deve quindi sorprendere che nelle elezioni - in due turni - dell'ottobre e novembre scorso, in Lituania, il »PDL abbia ottenuto un notevole successo: ciò non ha rappresentato una volontà di ritorno al passato nei suoi due aspetti di legame con Mosca e di sistema politico comunista, ma piuttosto una pragmatica correzione di rotta in senso moderato di fronte all'incapacità di Sajudis di assicurare soddisfacenti risultati in campo economico.

In Estonia, il 20 settembre 1992 si è proceduto alle elezioni per i 101 seggi del nuovo Parlamento in una situazione in cui circa il 38 % della popolazione non aveva la cittadinanza estone e quindi il diritto di voto: ne è emersa una maggioranza che, secondo i criteri occidentali, viene definita di centro-destra.

In Lettonia le prime elezioni dopo la restaurazione dell'indipendenza sono previste per la primavera del 1993.

La legge sulla cittadinanza attualmente in vigore in Estonia fu adottata nel 1938. L'annessione da parte dell'Unione Sovietica nel 1940 ne sospese l'applicazione. L'indipendenza dell'Estonia è stata restaurata il 20 agosto 1991 ed il 26 febbraio 1992 la risoluzione del Soviet Supremo dell'Estonia »sull'applicazione della legge sulla cittadinanza ha posto nuovamente in effetto la legge in questione, con lievi aggiustamenti.

La legge del 1938 stabiliva che la cittadinanza poteva essere acquisita per nascita o per legge, attraverso la naturalizzazione; un cittadino estone non poteva essere cittadino di un altro Stato. Erano riconosciuti cittadini, in particolare, le persone nate da padre estone, i bambini illegittimi nati o trovati in Estonia, le donne sposate con cittadini estoni ed i loro figli se minorenni e residenti in Estonia, i bambini adottati da cittadini estoni, le persone definite cittadini estoni da trattati internazionali. Gli stranieri che desiderano acquisire la cittadinanza estone per naturalizzazione devono essere residenti in Estonia per almeno due anni prima ed un anno dopo l'inoltro della domanda al Ministro degli Interni e devono dare prova di una certa conoscenza della lingua estone. Possono essere fatte eccezioni per persone di origine estone o per persone che hanno reso servigi di particolare valore all'Estonia. Spetta al Governo decidere se riconoscere la cittadinanza, così come, eventualmente, revocarla

su richiesta del cittadino, in caso di acquisizione della cittadinanza di un altro Stato o in caso di servizio nelle forze armate di un altro Stato senza l'autorizzazione del governo estone.

Con la risoluzione del 26 Febbraio 1992 si sono stabilite le seguenti variazioni: i due anni di residenza prima della domanda di naturalizzazione possono decorrere da non prima del 30 marzo 1990; i cittadini estoni per nascita possono avere la doppia cittadinanza; per il periodo di annessione all'Unione Sovietica non viene applicata la norma per cui chi ha acquisito la cittadinanza di un altro Stato o ha prestato servizio militare in un altro Stato perde la cittadinanza estone; fra i requisiti per ottenere la naturalizzazione è stata aggiunta la promessa di lealtà verso l'Estonia; alle persone di cittadinanza estone prima del 16 giugno 1940 ed ai loro discendenti, alle donne sposate con cittadini estoni ed ai loro figli, nonchè alle persone cui la cittadinanza era stata concessa da un provvedimento del Governo è stata riconosciuta la cittadinanza estone automaticamente.

I cittadini di altri Stati immigrati in Estonia durante il periodo dell'annessione non hanno la cittadinanza estone; possono presentare domanda di naturalizzazione secondo le modalità esposte rinunziando ad altra eventuale cittadinanza.

Il 19 ottobre 1991, tre gruppi parlamentari di centro-destra (»Partito dell'Indipendenza Nazionale Estone , »Pro Patria e »Moderati ) hanno sottoscritto un accordo di coalizione che costituisce un programma per il nuovo Governo. Fra gli impegni c'è quello di emendare la legge sulla cittadinanza per armonizzarla alla nuova Costituzione. Gli emendamenti dovrebbero includere, fra l'altro: l'acquisizione della cittadinanza estone per nascita non solo attraverso il padre ma anche attraverso la madre che sia cittadina estone; un pari diritto alla cittadinanza estone per gli uomini e le donne che abbiano sposato cittadini estoni prima del 26 Febbraio 1992; la possibilità per i minori non cittadini nati ed educati in Estonia di presentare la domanda di cittadinanza un anno prima della maggiore età, cosa che permetterebbe loro di acquisire la cittadinanza senza attendere il periodo altrimenti prescritto.

La Costituzione è democratica e recepisce le normali garanzie internazionali per il cittadino e per la persona. La legge sulla cittadinanza, viziata come molte altre dalla sostanziale non eguaglianza fra la capacità di uomo e donna di trasferire la cittadinanza al coniuge, è per il resto sufficientemente rispondente a normali esigenze di legiferazione in materia; non tiene però conto, volutamente, dello straordinario dato di fatto costituito dal 38 % della popolazione priva di cittadinanza. L'esigenza di difendere al massimo l'identità etnica, culturale e linguistica di un popolo in passato minacciato di estinzione, probabilmente unita al timore di un forte voto minoritario favorevole ad un regime politico e sociale inviso alla quasi totalità dei cittadini, spiega il fatto che si sia voluto rendere difficile, anche attraverso la necessità di un esame di conoscenza della lingua estone, l'ottenimento della cittadinanza per naturalizzazione, e addirittura che salvo casi particolari lo si sia reso, attraverso i

l meccanismo dell'anno di attesa dopo la presentazione della domanda, impossibile prima delle elezioni del settembre 1992. L'accordo di coalizione, se verrà rispettato, consentirà di riparare molte delle situazioni di esclusione dalla cittadinanza; occorre però che gli emendamenti previsti vengano apportati al più presto.

E' del tutto comprensibile ed in gran parte condivisibile la protesta di tanti residenti non cittadini nel vedersi esclusi - almeno per il momento - dal voto politico, anche se molti di essi sembrano mossi più dal generico timore di conseguenze economiche derivanti dal non possesso dello status di cittadino che dall'effettiva esigenza di partecipare alla vita democratica di un Paese ritornato all'indipendenza senza, o contro, la loro volontà. I legislatori estoni hanno indubbiamente agito, da un punto di vista giuridico, nei limiti del rispetto delle norme internazionali; da un punto di vista politico, essi hanno commesso probabilmente un grave errore, che la comunità internazionale - anche attraverso il possibile ruolo del PR - dovrebbe aiutare a superare rapidamente. E' stata, cioè, una decisione di per sè non negativa quella di non concedere la cittadinanza automaticamente a tutti i residenti, specialmente in un periodo in cui le truppe di occupazione si trovano ancora sul territorio statale, ma le condi

zioni ed i limiti di tempo prescritti appaiono eccessivi.

Qualsiasi forza politica in Estonia oggi non può ritenere di prescindere, nell'affrontare le necessarie riforme legislative, dalla questione della cittadinanza. Se le ipotesi - sollevate da parte russofona - di scontri armati e di microsecessioni non si sono realizzate nè al momento delle elezioni nè dopo, nè, pare, possano prossimamente verificarsi, pure la garanzia di una pienezza di diritti è condizione da raggiungere nell'interesse di tutti. All'interno del »laboratorio baltico , il caso della cittadinanza in Estonia rappresenta forse il maggiore fulcro di iniziativa politica e la sua soluzione potrebbe costituire un esempio per l'intera Europa centro-orientale.

La presenza radicale.

Fino alla restaurazione dell'indipendenza si erano avute nei tre Stati baltici pochissime iscrizioni al PR, coincise con sporadiche visite di rappresentanti del Partito e per lo più fra attivisti nazionalisti. Gli iscritti russi e lettoni ed in generale il Partito presero parte alle manifestazioni del 23 agosto del 1989, cinquantennale del patto Molotov-Ribentrop, a Mosca, a Riga, a San Pietroburgo, allora Leningrado ed in altre città, sollecitando il riconoscimento dell'illegittimità dell'annessione; si ebbero anche numerosi arresti e pestaggi.

Dopo l'agosto del 1991 diversi fattori hanno contribuito a trasformare sostanzialmente la tipologia degli iscritti nei Paesi baltici, nonchè - come in altre zone dell'Europa centro-orientale - ad accrescere notevolmente il loro numero. Da un lato, infatti, l'invio del giornale »Il Partito Nuovo a partire proprio da quel periodo e la presenza militante, dall'ottobre successivo, hanno consentito di far circolare per la prima volta un consistente materiale di informazione e di raccogliere personalmente adesioni, soprattutto a livello di parlamentari, giornalisti ed altre categorie dotate di una certa influenza sociale; dall'altro, il fatto che l'indipendenza fosse ormai un dato acquisito e rapidamente consolidato, portava al ribaltamento delle posizioni di privilegio fra etnie slave ed autoctone e, nello stesso tempo, fra persone legate all'apparato comunista e persone ad esso estranee od apertamente avverse. I più interessati ad avvicinarsi e ad iscriversi al PR divenivano quindi russofoni ed ex comunisti.

Gli iscritti nei tre Stati baltici per il 1992 sono 121; in Estonia ed in Lettonia, dove più vive sono le preoccupazioni da parte degli immigrati slavi, la maggioranza è nettamente costituita da russi, mentre solo in Lituania sono più numerosi gli iscritti autoctoni.

Tra gli iscritti, vi sono un deputato estone - leader del »Partito Agrario di Centro - uno lettone, indipendente e due lituani - un socialdemocratico e il leader dell'»Unione dei polacchi e dei bielorussi di Lituania .

Nel corso del 1992 sono state tenute numerose riunioni e tre assemblee degli iscritti radicali dei Paesi baltici: in aprile a Riga (Lettonia), in luglio a Tallinn (Estonia), in ottobre a Vilnius (Lituania). Tutte e tre hanno avuto un'ottima copertura da parte di stampa, televisione e radio, sia nelle lingue nazionali che in russo e - nel caso di Vilnius - in polacco.

Da ottobre a Vilnius è stato aperto il primo ufficio del PR nei Paesi baltici; a Tallinn c'è una casella postale, sia a Tallinn che a Riga un recapito telefonico.

A.3. L'AZIONE NEI PAESI OCCIDENTALI.

»L'attenzione per il PR nel mondo ex comunista è segno della grane sfida lì in corso: quella a non lasciarsi rinchiudere nell'alternativa disperata fra la vecchia 'prigione dei popoli' sovietica ed un incontrastato ritorno al primato assoluto del fatto nazionale e dello stato nazionale, ossia al tribalismo nella sfera politica. Questa sfida investe le responsabilità degli europei occidentali: degli Stati, della Comunità europea, delle forze democratiche, di coloro che si dicono federalisti europei. Richiede un loro coinvolgimento. Come, in altro senso, richiede un coinvolgimento dell'Occidente economicamente avanzato lo sforzo per evitare che la crisi economica ad Est vi travolga, insiema, la speranza democratica e quella di assicurare la governabilità del mondo. A questa stregua, la presenza stessa nel PR di cittadini del mondo ex-comunista costituisce una 'provocazione' nei confronti degli europei occidentali: provocazione ad assumere consapevolezza delle responsabilità che su di loro gravano e da cui non

li esime il fingere di ignorarle. Per contro, l'esiguità delle risposte che fino ad ora l'appello radicale ha incontrato in Europa occidentale, è emblematica delle attitudini con cui questa parte del mondo vive il periodo cruciale di trasformazione che stiamo attraversando: la fuga dalle responsabilità .

Abbiamo richiamato questa passo della relazione di aprile, perchè ben spiegava l'atteggiamento di questa parte del mondo - l'Europa, l'Occidente - alla proposta radicale.

Cosa interessa all'Europa, qual è la »leva che muove la classe dirigente europea? Perchè l'Europa non difende il diritto alla vita e la vita del diritto? Perchè l'Europa - se esiste un'Europa politica - non interviene ad affermare il diritto e i diritti laddove sono compromessi, vilipesi, messi in crisi? Perchè vi sono solo alcune decine di iscritti europei al PR? Perchè, anche quando il PR vi ha investito, in risorse umane e finanziarie, la risposta europea è stata modesta, risibile se paragonata a quella di oggi - ancora inadeguata, ma potenzialmente incomparabile - del mondo »povero , di quel mondo che deve costruire il suo modello di democrazia, il suo modello del vivere civile e sociale?

Queste domande possono avere una sola risposta: l'Europa, l'Occidente non comprende che le guerre, la miseria, la fame, il »deficit democratico che tanta parte del mondo vive, è il prodotto, certo, dell'inadeguatezza complessiva della sua politica, del suo coltivare gli interessi, del suo disinteressarsi dei diritti.

Quali sono stati, negli anni trascorsi, i Paesi dell'Occidente europeo, a parte l'Italia, dove il PR ha investito le sue risorse umane e finanziarie?

La Francia é stato il Paese in cui Marco Pannella ha avuto modo di incidere maggiormente, di avere rapporti politici, di »passare a tutti i livelli. L'elezione al Parlamento di Strasburgo nell'anno forse di massima popolarità dei »radicali italiani - il 1979 - il fatto che fosse segretario del Partito un renitente francese, Jean Fabre, e soprattutto il bilinguismo assoluto o quasi, hanno permesso a Pannella di occupare uno spazio politico proprio in Francia sin da quegli anni. E questo senza ricordare gli anni »parigini di Pannella corrispondente del giornale italiano »Il Giorno , i legami intessuti da allora.

Dal 1979 al 1982, per lo meno, Pannella ed il PR sono »anche un Partito francese: Pannella invita quasi ogni mese a Strasburgo i personaggi »alternativi al regime giscardiano; è riferimento per le varie famiglie ecologisate; viene diverse volte ospitato in televisione; fonda con Bernard Henri Levy e Jacques Attali - successivamente consigliere di Mitterrand - l'»Action Internationale contre la faim , prima organizzazione a proclamare quel dovere di ingerenza umanitaria che solo oggi viene applicato e di cui molti rivendicano a sproposito la paternità; svolge campagna attiva per l'elezione di Mitterrand - ad un comizio a Parigi dei »radicali partecipano oltre 2000 persone. E' in Francia, soprattutto, che si sviluppa la grande iniziativa nonviolenta del settembre-novembre 1981 che portò all'adozione della risoluzione del PE per »5 milioni di vivi subito .

Questa forte presenza ha creato le condizioni per una campagna di iscrizioni successiva particolarmente felice in qualità, se non in quantità. Da Marek Halter a Eugène Ionesco, da André Bercoff a Brice Lalonde, da Edgard Morin a Leonid Plioutsch, numerose sono state le personalità, anche di primo piano, iscritte al PR del mondo politico, scientifico, culturale, di quella »intellighenzia così peculiare alla società francese in generale ed al microcosmo parigino in particolare.

Nel 1987/88 questi nomi e molti altri ancora costituivano il PR in Francia, insieme ad un nucleo di militanti »di base concentrato a Parigi e Nantes.

Al PR del 1992 sono iscritti 15 cittadini francesi. Tra questi, il Ministro Baylet, responsabile del »Mouvement des Radicaux des Gauches e l'eurodeputato socialista Leon Schwartzenberg.

L'elezione al PE, favorì l'azione radicale in Belgio. La presenza di Jean Fabre contribuì ad incardinare un nucleo di militanti consolidatosi poi con la campagna contro lo sterminio per fame nel mondo. A Bruxelles venne costituita »Food and Disarmament International . Nel 1981/1982 erano più di 50 gli iscritti al PR in Belgio.

Conquistata la legge belga contro lo sterminio per fame - un anno prima di quella italiana e purtroppo altrettanto mal impiegata - iniziò poi, grazie ed attorno alla battaglia di Olivier Dupuis per l'affermazione di coscienza, un'altra grande aggregazione che portò ad oltre 100 iscritti. Solo il meccanismo elettorale belga impedì l'elezione nelle liste »Ecolo di Olivier Dupuis, che raccolse oltre 2.000 preferenze. Gli otto processi ad Olivier furono l'occasione per una presenza continua del Partito in termini di militanza e di informazione. E lo stesso può dirsi per la fase successiva, quella con la priorità della costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Pannella è stato presente sovente nella stampa belga anche per la sua carica di eurodeputato, ma proprio perché interveniva in quanto europeo, belga quanto italiano.

Tutto questo avveniva nella parte francofona, quella a cui in fondo ci si poteva indirizzare direttamente, molto meno nella parte fiamminga. Nè si è avvicinato al Partito, in tanti anni, un solo fiammingo.

Per il 1992 sono 26 gli iscritti in Belgio.

Non comparabile con Francia e Belgio, l'iniziativa radicale nel Regno Unito. Una certa »breccia si aprì nel 1989 con l'iscrizione di David Steel, ex capo dei liberali e una serie di contatti con i leader di quell'area politica da parte di Pannella. Per il 1992 sono 3 gli iscritti, fra i quali un membro della Camera dei Lords, Spencer Duglas Northampton.

In Germania la parola »radikal qualifica gli »estremisti più...estremisti . Attualmente, poi, si chiamano RadiKahl - letteralmente gli »estremisti calvi - il gruppo leader dei locali...naziskin, il che certo non agevola l'identificazione dei radicali con un movimento innanzitutto nonviolento.

Sono solo 2 gli iscritti tedeschi per il 1992.

La Spagna è stato uno dei primi Paesi nel quale si è sviluppata l'azione radicale. Marco Pannella ha condotto in quel Paese, nel 1976, uno dei suoi scioperi della sete più estremi, riuscendo a sospendere prima, e poi di fatto ad annullare, i processi agli obiettori di coscienza dell'immediato post-franchismo. Questo ha dato a lui ed al Partito molta popolarità.

A questo primo rinnovato contatto con la Spagna, ne è seguito un altro, nel periodo 1985-1988, con la presenza di Marco Pannella, Emma Bonino, Giovanni Negri, con l'invio di alcuni »ambasciatori del Partito. Questo permise di costituire nuclei radicali in alcune città e di creare le condizioni per l'iscrizione di alcune personalità come Fernando Savater, Miguel Bosé ed altri. Non va dimenticata infine, la costituzione, nel 1990, di una »Lista Antiproibizionista per le elezioni amministrative a Madrid, che conseguì però un non felice risultato.

Per il 1992 sono 23 gli iscritti spagnoli; tra i quali un eurodeputato, Raul Morodo Leoncio, del »Centro Democratico e Sociale (»CDS ).

L'azione radicale in Portogallo, più recente nel tempo, è stata forse persino più efficace e importante che in Spagna. Da un primo nucleo di simpatizzanti, con in testa Luis Mendao, gli »inviati del Partito, preceduti da una presenza di Pannella nel 1987, sono riusciti in pochi mesi ad iscrivere un certo munero di persone; una certa presenza vi è stata, almeno fino al 1989, con oltre un centinaio di iscritti.

Sono 7 gli iscritti per il 1992.

Ricordiamo che nei Paesi Bassi vi sono 5 iscritti per il 1992 - tra i quali un eurodeputato, Jans Wilhem Bertens, del »D66 , »Gruppo liberale e democratico riformatore - e che gli iscritti svizzeri sono 4.

Israele va certamente catalogato fra i Paesi nei quali più si è investito. Forse si può far risalire al 1986 la presenza radicale, con un viaggio di Pannella, a cui hanno fatto seguito numerose »missioni di Emma Bonino. Le organizzazioni ebraiche, italiane in primo luogo, contribuivano al successo di quelle visite, conferenze stampa, articoli, comizi, mentre il sodalizio quasi immediato stabilito con il »Ratz di Shulamit Aloni ha permesso sin dall'inizio di collocare i »radicali nel contesto degli »amici critici di Israele, accreditando comunque un ruolo specifico del Partito. La battaglia del Partito in favore dei »refusnik aveva ulteriormente consolidato questa posizione. Occorre inoltre ricordare che uno dei Consigli Federali del Partito si é tenuto a Gerusalemme, nel 1988, in piena zona soggetta all'Intifada, in un clima di partito »israeliano difficilmente eguagliabile.

Sono 2, per il 1992, gli iscritti israeliani. Tra i quali, Shulamit Aloni, Ministro dell'Istruzione e della Cultura, leader della coalizione parlamentare »Meretz-Democratic Israel .

L'esperienza radicale in Turchia ha avuto vita breve. Attraverso le organizzazioni degli omosessuali un contatto si era stabilito con il leader di tale movimento in Turchia e per suo tramite un numero considerevole di iscritti si era realizzato in quel Paese, in special modo ad Istambul ed Ankara, soprattutto negli ambienti »alternativi . Lui stesso aveva praticamente fondato il Partito Radicale turco, ispirandosi al modello del nostro Partito, ma ambendo a vita ed obiettivi propri. Fu così che dopo una missione del segretario Giovanni Negri ci si rese conto dell'equivoco di fondo che presiedeva ai nostri contatti e, dopo una fugace apparizione di alcuni iscritti al Congresso di Bologna, i rapporti con quel Paese si sono persi del tutto.

Resta infine la Grecia, dove un certo sforzo venne fatto nel 1987, durante il »Radical Trophy , allorquando cioè cinque o sei gruppi di militanti andarono a pubblicizzare il Partito e a fare iscrizioni in Francia, Spagna, Portogallo e, appunto, Grecia. Qualche iscritto vi fu, uno o due furono più assidui anche alle riunioni del Consiglio Federale, una certa pubblicità sul PR venne conseguita anche e soprattutto per i contatti di Pannella con un grande quotidiano di Atene, »Avriani , ma furono sparse gesta che non ebbero seguito. Atene ha tuttavia ospitato, nel novembre 1990, il secondo Congresso della »LIA (»Lega Internazionale Antiproibizionista ).

A.4. Il Burkina Faso, i Paesi del Sahel, l'Africa.

L'avvenire della democrazia politica in Africa è seriamente compromesso proprio da quelli che pretendono essere i difensori della democrazia.

I Paesi africani sono attanagliati da una parte dalle dittature militari o dei partiti unici e, dall'altra, da strutture insurrezionali che rifiutano il verdetto delle urne. La corsa al potere con tutti i mezzi, sacrifica i diritti e gli interessi fondamentali delle popolazioni.

La giusta aspirazione ad uno Stato di diritto creato attraverso elezioni libere e trasparenti incontra, nella pratica, diversi ostacoli. Il multipartitismo frammenta la classe politica in centinaia di piccoli Partiti, creati su basi tribali, regionaliste o altre. Persino laddove si sono svolte elezioni democratiche e trasparenti - Ghana, Congo Brazza, Mali, Burkina Faso, Angola - gli sconfitti si rifiutano di rispettare le regole costituzionali e il verdetto delle urne. Le alleanze si creano e si disfano da un giorno all'altro. Le maggioranze di Governo faticano molto a emergere e a resistere in un quadro generale di stabilità molto relativo.

Nel frattempo, la situazione economica e sociale si è deteriorata. Il »Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la »Banca Mondiale impongono i loro »Programmi di Aggiustamento Strutturale a tutti i Paesi africani per farsi rimborsare il debito, »democratizzando la fame, la malattia e l'ignoranza. Il diritto a una vita decente - educazione e salute per le donne e i bambini, in particolare - è quotidianamente disatteso e sbeffeggiato in nome della liberalizzazione e delle »leggi di mercato .

Tutta la parte australe del continente africano - Sud Africa, Zimbahwue, Zambia, Kenya - si trova a doversi confrontare con la siccità e la fame. Non vi sono state piogge, i contadini non hanno potuto seminare e, quindi non c'è niente da raccogliere. Il deficit cerealiero si calcola in milioni di tonnellate di mais e di miglio.

La presenza radicale.

Il primo Congresso dell'»Associazione Radicale per lo Stato di Diritto in Africa (»A.R.E.D.A ) - svoltosi il 23 e 24 ottobre 1992, a Ouagadougou, nel Burkina Faso - ha riunito 300 militanti provenienti dal Senegal, Niger e Costa D'Avorio. E' stata la prima grande manifestazione politica dei radicali africani, ripresa da tutti gli organi di stampa pubblici e privati del Burkina Faso.

Sono 533 gli iscritti del Burkina Faso al PR; 37, in totale, in Costa d'Avorio, Ghana, Isole Maurizio, Mali, Niger, Sudafrica, Togo, Senegal, Seychelles.

Tra gli iscritti, vi sono 18 deputati: il Ministro delegato alla Presidenza della Repubblica e 12 deputati del Burkina Faso, dell'»Organizzazione per la Democrazia Popolare - Movimento del Lavoro (»ODP-MT ), del »Movimento dei Democratici Progressisti (»MDP ), della »Convenzione Nazionale dei Patrioti Progressisti ; due deputati della Costa d'Avorio, del »Fronte Popolare Ivoriano (»FPI ) e del »Partito dei Lavoratori (PTI ); un deputato del Mali, Presidente del gruppo parlamentare »R.D.A. ; un deputato del Senegal, del »Partito Socialista ; un deputato del Sudafrica, del »Partito della Solidarietà .

In Africa è in gioco una straodinaria possibilità di trasformazione democratica, che ha bisogno del sostegno fuori dall'Africa per non venire vanificata: è necessaria sempre più la presenza del PR per vincere l'intolleranza, il settarismo, per affermare nuovi diritti e nuove libertà.

A.5. I PROGETTI.

A.5.1. L'antiproibizionismo in materia di droga.

Il bilancio 1992 della campagna antiproibizionista in Italia deve registrare alcuni eventi importanti, destinati ad avere conseguenze di rilievo: la raccolta di circa 725 mila firme, organizzata dal comitato »i radicali per i referendum , sul referendum contro le parti più repressive della legge sulla droga del 1990; la costituzione, all'interno del Parlamento italiano e fra i deputati italiani al Parlamento europeo - e successivamente in alcuni consigli regionali - di un intergruppo antiproibizionista, formato da circa 150 parlamentari di tutte le parti politiche, con l'eccezione dell'estrema destra; la celebrazione in Italia, su iniziativa del »Coordinamento Radicale Antiproibizionista (»Co.R.A. ), della »III Conferenza delle città europee firmatarie della risoluzione di Francoforte per una nuova politica sulla droga ; l'impegno assunto dal presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, nel quadro del rapporto aperto con il gruppo parlamentare »Federalista europeo che fa capo alla »lista Marco Pannel

la , per una revisione della legge sulla droga del 1990.

Questi fatti sono il frutto di un lavoro costante di informazione e lotta politica antiproibizionista: nel 1992 sono state modificate in larga misura le attitudini dell'opinione pubblica e del mondo politico italiano sulla questione droga. In Italia è possibile oggi porre la questione di una diversa regolamentazione del fenomeno droga, attraverso la legalizzazione di produzione, commercio e vendita delle sostanze oggi illegali.

Diversa è la situazione sul piano internazionale. Bastano ad illustrarla tre vicende che hanno visto protagonisti, nelle ultime settimane dell'anno trascorso, il Governo e il Parlamento francese.

Durante il vertice di Edimburgo del Consiglio europeo, attraverso il Ministro degli Interni Paul Quilés, il Governo francese ha imputato alla politica più tollerante sulla droga dei Paesi Bassi, la ragione del rinvio a data da destinarsi della fase di integrazione fra i »12 , decisa a Maastricht. Che si trattasse di un pretesto è chiaro, poichè da ben prima del vertice di Edimburgo era a tutti noto che le frontiere sarebbero rimaste al loro posto il primo gennaio del 1993. Tuttavia non è senza significato che uno dei principali partners europei abbia voluto giocare in modo clamoroso la carta della polemica contro la politica olandese sulla droga.

Pochi giorni dopo Edimburgo, lo stesso Quilés ha presentato al Parlamento francese una proposta di modifica della legge francese sulla droga, già ora una delle più repressive del mondo, ispirata a criteri di ulteriore restrizione, tali da rendere pressochè identiche la legge francese e quella italiana.

Un'ulteriore conferma in questo senso è venuta dalla relazione, consegnata alla fine dello scorso dicembre, della Commissione antimafia del Senato francese. In questo documento viene sferrato un attacco senza precedenti all'ipotesi della legalizzazione e identificati per nome e cognome i nemici del proibizionismo, indicati anche come i migliori alleati della mafia italiana e internazionale. Questi nemici, contro i quali si invoca una mobilitazione politica - e forse, tra le righe, non soltanto politica - sarebbero la »LIA (»Lega Internazionale Antiproibizionista ), col suo tesoriere Antonio Contardo ed il suo segretario esecutivo Marco Taradash, deputato al PE e membro della »commissione antimafia del Parlamento italiano, il leader del PR, deputato al Parlamento italiano ed europeo, Marco Pannella e il medico francese, deputato al PE, Leon Schwartzenberg. Chissà che cosa avrebbero aggiunto alle conclusioni di questa relazione i suoi estensori se avessero saputo che Leon Schwarzemberg è iscritto al PR!

Quello francese è solo un esempio. Se è vero che il movimento che tende alla depenalizzazione dell'uso delle sostanze proibite e alla rimessa in discussione del sistema proibizionista si va estendendo, in Europa, a livello delle città e delle autonomie locali, non c'è dubbio che le tendenze mondiali continuano a ripercorrere ovunque quel cammino politico proibizionista segnato da disinformazione, affarismo e intenti reazionari, che ha disseminato di violenza, corruzione e arbitrio giuridico la vita degli Stati specialmente negli ultimi 15-20 anni.

Dalla reintroduzione della pena di morte come deterrente contro il grande traffico di droga, alla riduzione delle garanzie processuali per tutti e in particolare, come in Italia, per i sospettati di associazione mafiosa, dal ricorso alla cura coatta nei confronti dei cittadini che rifiutano la terapeutica di Stato, all'obbligo di conformarsi al modello consumistico prevalente e culturalmente oltre che economicamente accettato di uso di sostanze stupefacenti - dall'alcol al tabacco agli psicofarmaci prodotti a tonnellate dall'industria farmaceutica occidentale - emerge un'aggressione, armata di leggi e organismi di controllo internazionale, contro il liberalismo, lo stato di diritto e il garantismo, lo spirito di tolleranza. Dove la politica proibizionista deve scontrarsi con una realtà grave di diffusione delle droghe proibite e di crescita delle organizzazioni criminali del narcotraffico, lo stato di polizia torna a minacciare le libertà civili e a sconvolgere i meccanismi democratici di controllo e ricamb

io del potere politico.

Ne è riprova l'uso strumentale, in funzione di interessi egoistici di politica estera, che della »guerra alla droga hanno fatto in questi anni gli Stati Uniti d'America, e, per »simpatia , l'Europa.

Se prendessimo come termine di paragone le droghe legali come alcol e tabacco, le cifre delle vittime della droga illegale sarebbero irrisorie. Mettiamo comunque da parte questa verità e confrontiamo le due principali droghe pesanti: eroina e cocaina. Negli Usa, come in Europa, i morti per droga sono quasi esclusivamente morti per eroina o per AIDS da iniezione di eroina. La tossicodipendenza in Europa è quasi esclusivamente da eroina. Anche negli Usa - dove la situazione è diversa per la diffusione del crack - l'eroina rappresenta il problema sanitario numero uno, sempre a parte tabacco e alcol.

Eppure la »guerra alla droga , dichiarata da Reagan e Bush, sottoscritta dalla Thatcher e da Mitterrand, non ha come obiettivo militare nè il »triangolo d'oro - Birmania, Laos, Thailandia - nè la »Mezzaluna d'oro - Pakistan, Afghanistan, Iran - vale a dire le regioni e i Paesi asiatici da cui proviene la gran parte dell'eroina diffusa in Occidente. Contro ogni logica, perfino contro la logica militare, le armi belliche, economiche, chimiche, morali, sono puntate, da cinque anni a questa parte, unicamente contro l'America Latina e i tre Paesi produttori della foglia di coca - che non è cocaina - o esportatori di cocaina, Perù, Bolivia e Colombia. Gli Usa hanno esercitato o tentato di esercitare da sempre su questi Paesi uno stretto controllo politico e militare; la »guerra alla droga consente oggi di sviluppare questo controllo, attraverso il cosiddetto aiuto militare e gli aiuti economici vincolati all'obbedienza più stretta agli imperativi del governo USA.

L'Europa - nonostante la relativamente scarsa incidenza dell'uso di cocaina - si è adeguata alla strategia dell'alleato maggiore e così quasi tutti i progetti di riconversione delle coltivazioni finanziati dal Governo italiano sono localizzati in America Centrale, mentre la Francia non ha avuto nessuna remora »morale nè ha posto alcuna condizione in materia di eroina quando ha negoziato col Governo pakistano, all'inizio dello scorso anno, la vendita di 40 aerei e di una centrale nucleare.

Ma l'uso strumentale in chiave realpolitica che rende così attraente per i Governi il sistema proibizionista, non è certamente l'unico problema che l'iniziativa antiproibizionista deve superare. Ad esso si deve aggiungere, come fondamentale elemento di sostegno davanti all'opinione pubblica, l'investitura morale offerta a chiunque dalle politiche proibizioniste. Lo Stato può finalmente dispiegare, grazie alla minaccia di una generale e automatica intossicazione della gioventù, agitata da politici, funzionari, intellettuali ben stipendiati, tutta l'autorità morale che le procedure democratiche gli vietano in ogni altro settore della vita sociale. Fuori dalla droga, lo Stato perde ogni diritto ed autorità morale nella vita privata dei cittadini: l'ingestione della droga da parte di pochi giustifica l'ingerenza dello Stato nella vita di tutti. Il potere perduto nella sfera della famiglia, con la legalizzazione delle separazioni attraverso il divorzio; quello perduto nella sfera della sessualità con l'acquisizi

one di pieni o maggiori diritti di cittadinanza da parte degli omosessuali e con l'affermazione del diritto delle donne ad abortire nella legalità e in condizioni di tutela sanitaria; questo potere etico dello Stato, e quindi clericale, quel potere che lo Stato condivide nell'Islam rispetto all'alcol o al sesso, viene oggi recuperato dallo Stato occidentale o occidentalizzato nella sfera della politica sulla droga.

Sotto l'egida di questa morale di Stato campeggiano fior di reazionari di destra e di sinistra, i clericali della politica o della religione e soprattutto profittano i regimi che affidano alla repressione l'interpretazione del conflitto sociale e trovano nella criminalizzazione dei »drogati la via di fuga rispetto alla risoluzione di questioni di fondo di giustizia sociale. Rispetto a costoro gli antiproibizionisti non sono i fautori di una soluzione pratica rispetto a un dilemma politico e legislativo, e a un dramma umano e sociale, ma gli eversori più pericolosi di un ordine che, contro la modernità giuridica delle leggi che trovano la loro validità nella loro efficacia, si realizza affidando alla legge il compito di imporre la virtù morale ad ogni costo. A costo del disordine, della violenza e della perdita delle virtù civiche di tolleranza e solidarietà.

Le grandi città nordamericane sono spazzate da anni da una violenza senza precedenti, nonostante gli arresti di massa - un milione e mezzo di persone finiscono ogni anno in carcere negli USA per violazione delle leggi sulla droga - e la minaccia della pena di morte per i grandi trafficanti. Senza precedenti o col solo precedente del proibizionismo sugli alcolici, ma con una disponibilità di denaro enormemente superiore e armi della più avanzata tecnologia. Del centro-america si sa. Dei paesi dell'Est europeo si comincia a sapere: i capitali del narcotraffico che gonfiano le economie povere dei Paesi ex comunisti; le coltivazioni di papavero o di cannabis che si diffondono a macchia d'olio; lo sviluppo di organizzazioni mafiose dedite al traffico della droga che ereditano le trame e le relazioni della tradizionale mafia del mercato nero e delle polizie segrete corrette e conniventi; la riqualificazione per meriti antidroga delle odiose polizie segrete e dei loro metodi.

Quanto all'Europa e all'Italia: uso della droga proibita in costante aumento, soprattutto di quella più pesante e nelle modalità più rischiose; altissimo rischio AIDS per i tossicodipendenti e, attraverso i tossicodipendenti, per tutta la società; delinquenza collegata alla droga proibita sopra i livelli di guardia in tutte le grandi e medie città europee; l'estendersi delle reti del narcotraffico, nelle forme sia di organizzazioni criminali di tipo tradizionale che di criminalità economica e politica, la cui crescita è assai meno evidente, ma molto più pericolosa per la legalità, la democrazia, la vita del diritto.

Ed eccoci al terzo grande scoglio contro il quale l'azione antiproibizionista rischia di infrangersi: il potere e l'influenza delle organizzazioni criminali del narcotraffico.

Nel settembre 1982, Leonardo Sciascia, allora deputato radicale, scriveva sul »Corriere della Sera : »Più di vent'anni fa, ho dato della mafia una definizione che credo resti di sintetica esattezza: la mafia è un'associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato. Dopo più di vent'anni - continuava Sciascia - quel che vedo di cambiato è questo: che in fatto di droga la mafia non è più intermediaria, ma produttrice; e che nell'intermediazione fra il cittadino e lo Stato, e nel servirsi lei stessa dello Stato, non gode della stessa sicurezza di cui godeva prima . Aggiungeva profeticamente Sciascia: »Non ci vuole grande perspicacia per capire che quello della droga è un nodo che deve venire al pettine, anche in un Paese come l'Italia in cui pare che il pettine non ci sia .

Dieci anni di proibizionismo dopo, Michele Pantaleone, grande storico e maestro della lotta alla mafia, in un'intervista al quotidiano »Il Manifesto , del dicembre 1992, scrive: »La mafia sapeva e sa di non dover dar conto del suo operato alla giustizia, perchè in ogni tempo ha assolto a compiti del sistema feudale. Oggi la mafia è una forza per la conquista e il mantenimento del potere. La mafia non ha bisogno attualmente del potere politico per accumulare ricchezza. La ricchezza della mafia viene dai traffici di droga .

Immense ricchezze illegali e immensi profitti da una parte, immenso spiegamento di pene, carceri, propaganda, prestigio, e denaro dall'altra. Nel mezzo di questa guerra infinita, la popolazione civile, i diritti di libertà di tutti, consumatori e non, la laicità dello Stato, la tolleranza, la solidarietà, le conoscenze scientifiche, la legittimità delle leggi.

Che fare dunque? Abbiamo già detto dell'Italia, e del grande lavoro svolto da »Co.R.A. . Abbiamo detto anche della »LIA , che ha ripreso a pieno ritmo, grazie al patto di federazione col PR - sancito nella prima sessione di questo Congresso - la sua attività di informazione, di propulsione e di raccordo fra le varie iniziative e associazioni antiproibizioniste o comunque operanti per una politica più umana, più civile, più efficace. (4)

Quale dunque il ruolo del PR, del Partito nonviolento, laico, libertario, liberale e democratico? I due punti estremi dell'azione transnazionale non possono essere che l'Italia da una parte, l'ONU dall'altra.

L'Italia perché è qui che il dibattito è oggi più aperto e più avanzato che in ogni altro Paese del mondo, tanto che il »Co.R.A. , nella mozione approvata nel suo ultimo Congresso, dopo aver ricordato che »la battaglia antiproibizionista o è internazionale e internazionalista, o rischia di creare illusori successi riformistici che non muteranno nella sostanza la realtà di violenza e di scempio del diritto che caratterizza l'attuale politica mondiale sulla droga impegna i suoi organi a »valutare tempi e modalità di una campagna volta a fare dell'Italia il primo Paese capace di rifondare la politica sulle droghe in senso antiproibizionista, a partire dalla legalizzazione della produzione, commercio ed uso della cannabis e dei suoi derivati .

L'impianto dell'iniziativa è chiaro: fermo restando che la legalizzazione deve avere dimensione internazionale per sradicare i guasti del sistema proibizionista, è pur vero che ogni singolo Stato deve, nell'ambito della sua responsabilità, predisporre le condizioni per conseguire tale obiettivo e determinare i tempi e i modi del passaggio dal sistema della proibizione a quello della legalità. Va in questo senso anche l'ordine del giorno presentato dall'intergruppo antiproibizionista e approvato dalla Camera dei Deputati italiana il 4 agosto scorso, in cui si impegna il Governo italiano ad aprire la discussione nelle sedi internazionali sugli esiti del proibizionismo e sulle possibili alternative.

Le Nazioni Unite rappresentano, poi, un punto di riferimento ineliminabile. E' sulla base di convenzioni »ONU - l'ultima, la più repressiva, risale al 1988 ed è ancora in fase di recepimento in molti Paesi del mondo - che il sistema proibizionista si è sviluppato e consolidato. E' dietro la copertura dell'»ONU che i Governi nazionali giustificano la reintroduzione e l'esercizio dell'ergastolo e della pena di morte, le inutili spese per la riconversione delle colture e più in generale il rifiuto di sottoporre a verifica i costi umani, civili, economici, politici e sociali del fallimento del proibizionismo. E' per questo che una »campagna ONU deve essere assolutamente prevista dal Partito transnazionale, con l'obiettivo di far aprire, entro una data determinata, in una pluralità di Paesi, mettendo a confronto le più diverse esperienze, un confronto reale sulla questione proibizionismo-antiproibizionismo.

In previsione delle iniziative antiproibizioniste o di riforma non possiamo d'altra parte sottovalutare la necessità di stringere sempre più stretti rapporti con le organizzazioni che affrontano da angolazioni particolari, ma nell'insieme convergenti, la questione proibizionista. Dalla »Conferenza delle città firmatarie della Risoluzione di Francoforte , alla »Drug Policy Foundation , al movimento di medici e operatori sanitari che operano per la politica sanitaria di riduzione del danno, fino ai movimenti latino-americani di liberazione civile e democratica dalla guerra alla droga, le possibilità di lavoro comune sono enormi.

A.5.2. La campagna parlamentare mondiale per l'abolizione della pena di morte entro il duemila.

Sulla pena di morte, l'obiettivo del PR supera il »sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, va oltre il contrasto tra pena capitale e diritto alla vita. Quel che si intende promuovere è un diritto civile, un nuovo diritto della persona: vedere scritto nei testi fondamentali della comunità internazionale e nelle leggi degli Stati, il diritto a non essere uccisi a seguito di una sentenza o misura giudiziaria, anche se emessa nel rispetto della legge.

L'organizzazione abolizionista che vogliamo creare dev'essere un organismo politico transnazionale e transpartitico, strumento di lotta soprattutto parlamentare e militante con obiettivi da conseguire in un tempo determinato, che conduce una strategia abolizionista, non proibizionistica tout-court, ma di progressiva e rigorosa regolamentazione.

La »Lega Internazionale - che vogliamo costituita da parlamentari, uomini di Governo, Premi Nobel, personalità della scienza e militanti nonviolenti - deve essere in grado di organizzare, »lo stesso giorno, alla stessa ora , in Parlamenti diversi, sostenuta dalla mobilitazione civile davanti a quei Parlamenti e dall'informazione delle opinioni pubbliche, la presentazione di un analogo testo di legge o risoluzione in cui si affermi progressivamente il nuovo diritto della persona. Diciamo che questo deve avvenire entro l'anno duemila proprio per dare credibilità al progetto: occorre calendarizzare gli obiettivi intermedi e finali, rendere conto della nostra azione, misurarne il successo.

Il seminario dell'»Organizzazione per la Pace dei Popoli dell'Europa e del Mediterraneo (»Popem ) che si è svolto a Tunisi nel novembre scorso, ha formato un comitato per l'abolizione della pena di morte nei Paesi del Mediterraneo - che per statuto opera nell'ambito della campagna del PR - che ha due obiettivi: l'organizzazione, fra un anno, di una convenzione del mondo arabo e mediterraneo, con la partecipazione di giuristi, parlamentari, associazioni, partiti; un protocollo di intesa in senso abolizionista fra paesi islamici.

Dalla Tunisia, infatti, Paese tra i più avanzati nel mondo islamico sulla questione dei diritti umani, potrebbe venire un segnale importante per gli altri Paesi di religione mussulmana. Una moratoria, ad esempio, per permettere che maturino i tempi di un progetto parlamentare fortemente marcato in senso abolizionista.

Vi sono poi gli Stati Uniti. Possiamo mettere alla prova l'amministrazione Clinton, concepire azioni per ottenere una moratoria delle esecuzioni della durata di tre-cinque anni e, subito, la ratifica del »Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici , che pone forti limitazioni riguardo alle esecuzioni di minori, donne incinte, malati di mente. La presentazione, in più Parlamenti, di mozioni che impegnino il Governo ad »obiettare alle »riserve che gli Stati Uniti hanno intenzione di porre alla ratifica del Patto Internazionale, può essere il primo confronto tra i paesi abolizionisti e gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono un fronte decisivo della battaglia abolizionista a livello mondiale: per il ruolo e il prestigio internazionali di cui godono, da loro dipende la formazione di una consuetudine internazionale che sancisca l'indisponibilità allo Stato della vita di un cittadino quale base suprema di tutto il sistema internazionale dei diritti umani. Questo tipo di norma, che è il portato della partecipazione ampia e convinta ad accordi internazionali da parte di un altissimo numero di Stati, sarebbe vincolante per tutti gli Stati e prevarrebbe, secondo il diritto internazionale, sul diritto interno contrastante.

Analogamente, nei confronti delle Nazioni Unite concepiamo un'azione che abbia come riferimento e scadenza la »Conferenza mondiale sui Diritti umani organizzata dall'Onu a Vienna, a fine primavera del '93.

Si possono proporre: un appello per una moratoria generalizzata delle esecuzioni capitali; limitazioni all'applicazione della pena di morte; la configurazione in sede Onu di una forma di tribunale internazionale competente a giudicare in ordine a talune materie o presunti colpevoli, con particolare riferimento ai colpi di Stato.

Il Consiglio di sicurezza deve poter intervenire per imporre garanzie processuali nei confronti dei giudicati, una moratoria delle esecuzioni per un periodo di sei mesi-un anno ed esigerne il rispetto, a costo di un negato riconoscimento internazionale e di sanzioni.

Un'»Europa senza pena di morte può essere l'obiettivo intermedio della campagna, da conseguire entro il 1995/96.

A »Lega costituita, è possibile avviare un'azione parlamentare nei confronti degli Stati membri della Comunità Europea che ancora non hanno abolito la pena di morte e un'azione nei confronti delle Repubbliche della ex Unione Sovietica che stanno elaborando i nuovi codici penali e di alcuni Stati che stanno approntando gli strumenti di ratifica delle Convenzioni europee: la Russia e la Bulgaria costituiscono i casi più avanzati in questo senso, in termini di conoscenza del quadro normativo e legislativo e di presenza parlamentare.

Al fine di preparare i testi di legge o di mozione da presentare nei vari Parlamenti, è stato avviato un lavoro di ricerca su tutti i Paesi europei sulla situazione normativa e legislativa in materia.

E' urgente, infine, avviare un'azione di dialogo nei confronti del Vaticano, mentre è uscito il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica con la tesi sulla legittimità della pena di morte. L'appuntamento potrebbe essere una marcia abolizionista che giunga a San Pietro, a Pasqua o a Natale di quest'anno.

Nelle ultime settimane, sono stati prodotti, in italiano, due opuscoli della collana »Millelire di »Stampa Alternativa - »Nessuno tocchi Caino e »Dall'Europa: non uccidere! - che costituiscono i primi anelli di una catena di promozione politica e autofinanziamento della campagna: sono stati inviati a tremila iscritti e sostenitori italiani del PR, a mille parlamentari italiani ed erano presenti sui tavoli fatti a Natale in tutta Italia anche per chiedere contributi per la costituzione della Lega Internazionale. E' stata proposta la formula »un milione di lire per la costituzione della Lega; chi contribuisce entra a far parte del comitato promotore . Al momento in cui scriviamo questa relazione, oltre 20 tra parlamentari, deputati regionali e cittadini, hanno versato almeno un milione di lire per la costituzione della »Lega Internazionale . L'obiettivo è garantire entro il Congresso almeno 100 milioni di lire, necessari per la promozione e le prime attività della »Lega Internazionale .

Altre iniziative sono state avviate. Ad esempio: una mostra storica sulla pena di morte; nel periodo di Pasqua del '93, in una struttura di prestigio internazionale, una mostra di pittura contemporanea, con la pubblicazione di un libro di racconti sulla pena di morte; una campagna di spot televisivi di 30 secondi.

E' credibile tutto questo senza PR? Come per la salvezza del Danubio e l'ecologia, la Bosnia e il federalismo antinazionalista, la Somalia e lo sterminio per fame, la mafia e l'antiproibizionismo, così sulla pena dii morte, la lotta abolizionista o ha i caratteri di transnazionalità e transpartiticità, di contemporaneità e contestualità dell'azione oppure non può esistere lotta abolizionista nel mondo entro il duemila. Solo un soggetto politico, interventista per statuto, parlamentare e militante per costituzione, attento per metodo ai processi legislativi e di progressiva, rigorosa regolamentazione, può conseguire quest'obiettivo in un tempo determinato.

A.5.3. L'iniziativa nonviolenta per la democrazia a Cuba.

Durante la prima sessione del XXXVI Congresso, nasce l'idea di un appello a Fidel Castro per la liberazione di due prigionieri politici nonviolenti e il diritto all'espatrio di un ex-prigioniero.

Il PR si era già occupato di Cuba il 17 gennaio 1992, nell'ambito della »campagna per l'abolizione della pena di morte entro il 2000 , chiedendo a Fidel Castro - anche a nome degli oltre seicento parlamentari di tutto il mondo che hanno dato vita alla »campagna - la commutazione delle condanne a morte di Eduardo Diaz Betancourt e Daniel Santovenia. Si era anche svolta, davanti all'ambasciata cubana di Roma, una manifestazione di protesta per l'avvenuta esecuzione. Era così iniziato un rapporto con gli esuli cubani del »Directorio Revolucionario Democratico di Miami; Orlando Gutierrez e Calixto Navarro hanno quindi partecipato al Congresso e si sono iscritti al Partito.

All'appello - pubblicato sul settimo numero de »Il Partito Nuovo e sul successivo numero di »Lettera Radicale - hanno aderito un Premio Nobel (Tadeus Reichstein, »Fisica e Medicina 1950) e oltre 200 parlamentari (36 dei quali membri del PE) esponenti di 51 partiti politici nazionali, residenti in 23 Paesi (Algeria, Argentina, Armenia, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Cile, Croazia, Estonia, Italia, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Stati Uniti d'America, Sud Africa, Svizzera, Ucraina, Ungheria, Venezuela). Le adesioni - comprese quelle di cittadini di ogni parte del mondo - sono state 800.

Il 28 luglio scorso sono state organizzate manifestazioni a Roma, Bruxelles, Praga, Mosca, Kiev, Sofia, Bucarest, per la consegna della prima tranche di firme agli ambasciatori cubani; gli esuli cubani hanno dimostrato a Miami e New York. Quest'iniziativa, ma soprattutto i caratteri del transpartito transnazionale e le sue attività, hanno indotto altri 18 esuli cubani a Miami ad iscriversi al Partito.

Il Presidente dell'»Associazione di Difesa dei Diritti Politici di Cuba , nelle scorse settimane ha scritto a Marco Pannella, esprimendogli i propri ringraziamenti per il lavoro svolto dal Partito e annunciando l'iscrizione.

Sono diverse le ragioni per cui il regime castrista ha lanciato questa nuova offensiva contro l'opposizione interna. Negli ultimi anni lo schieramento di opposizione è cresciuto a ritmi molto alti, sia per quanto riguarda le attività degli oppositori interni ed esuli, sia per i continui episodi di diserzione da parte di militari e per le richieste di asilo politico effettuate da esponenti politici, dello sport e della cultura. Si sono registrati alcuni momenti di mobilitazione internazionale, quale ad esempio la censura esercitata dall'»ONU per la continua violazione dei diritti umani. Le prossime elezioni indette dal regime castrista inducono lo stesso ad eliminare preventivamente ogni possibilità di organizzazione dell'opposizione. La recente elezione del nuovo presidente degli Usa fa prevedere la possibilità di una rinegoziazione di rapporti politici con questo Paese, anche alla luce delle recenti delibere congressuali di riduzione dell'embargo in atto.

In questo contesto, l' iscrizione al PR del Presidente dell'»Associazione di difesa dei diritti politici (»ADEPO ) dell'Avana ha un particolare valore. Il PR assume ancora una volta la funzione di »luogo della democrazia : un luogo necessario per scardinare, attraverso l'iniziativa politica nonviolenta, un regime dittatoriale altrimenti ben saldo al potere.

A.5.4. Il diritto alla comunicazione e il diritto alla lingua.

Soprattutto nell'ultimo anno e mezzo - anche attraverso l'invio di quattro dei sette numeri del giornale »Il Partito Nuovo ad un indirizzario esperantista composto da 14.000 persone, residenti in circa 50 Paesi - il Partito ha tentato di porre il problema della comunicazione e del diritto alla lingua considerandolo per quel che è: un problema di democrazia.

E' apparsa subito evidente l'esigenza di prendere in considerazione la tesi esperantista - la necessità, quindi, dell'affermazione di una lingua »neutra , sovranazionale - e di rivolgersi innanzitutto a quest'»area , anche culturale.

L'area esperantista mondiale è stimata in circa 10-15 milioni di persone; la maggiore organizzazione esperantista è la »Universala Esperanto-Asocio (»UEA ), organizzazione non governativa dell'»UNESCO , alla quale aderiscono 8.200 soci, residenti in 105 Paesi, con circa 50 federazioni nazionali. Vi sono, inoltre, altre, consistenti, realtà associative locali - in Cina e in Iran, in particolare - oltre a circa 50 associazioni internazionali di categorie professionali.

Verso e in considerazione di questo movimento transnazionale, il PR ha cominciato a svolgere delle iniziative che, nel 1992, hanno prodotto l'adesione al Partito di circa 350 esperantisti. Tra questi, vogliamo ricordare: Andrea Chiti Batelli, già segretario delle delegazioni parlamentari italiane al PE; Hans Erasmus, coordinatore dell'»Europa Esperanto Unio ; Angelo Pennacchietti, vice Presidente dell'»Accademia Internazionale delle Scienze , Presidente dell'»Istituto Italiano di Esperanto ; Emiljia Lapenna, scrittrice, figura storica del »Movimento internazionale esperantista , fondatrice nel 1945 della »Kroatia Esperanto-Ligo .

Sono circa 450, per il 1992, gli iscritti o aderenti all'»ERA , l'associazione esperantista radicale; oltre 300, e provenienti da 60 Paesi, sono i riscontri al settimo numero del giornale; mentre 317 sono le lettere inviate al Partito con riferimento agli altri 3 numeri spediti.

Dopo la prima sessione di questo Congresso - nel corso della quale è stata dedicata una commissione al tema della »Lingua Federale - numerose sono state le iniziative e le attività intraprese: l'invio di una lettera a tutti i capi delegazione degli Stati della CSCE e partecipanti alla riunione di Helsinki del giugno di quest'anno, per inserire negli atti finali dei negoziati un articolo sulla tutela delle identità linguistiche; la presenza, a giugno, a Verona, al primo »Congresso europeo degli esperantisti e, in giugno, a Vienna, al 77· Congresso mondiale degli esperantisti; la proposta di risoluzione al PE, presentata da Marco Pannella, sull'insegnamento della lingua internazionale esperanto propedeutica all'apprendimento delle lingue straniere -nel mese di novembre, la Commissione cultura del PE ha deciso di effettuare uno studio sull'esperanto e le lingue internazionali; la costituzione, al Parlamento italiano, dell'»Intergruppo federalista sulla lingua e per la riforma della politica linguistica , con

l'adesione di parlamentari della Lega, del PDS, della RETE, Verdi, socialisti, democristiani, liberali, della »Lista Pannella , di »Rifondazione Comunista .

Sono recenti la richiesta di federazione al PR della »Albana Esperanto-Ligo (»Lega esperanista albanese ), che potrebbe essere foriera di centinaia di iscritti albanesi, e quella della »Litova Esperanto-Asocio , espressa dal suo vice Presidente a Vilnius, nel dicembre scorso, durante un'assemblea degli esperantisti iscritti al PR e all'»ERA .

La questione di una lingua federale in Europa e della democrazia linguistica nel mondo, interessa sia l'unificazione europea, sia la possibilità per il »diritto alla lingua di essere esercitato e sancito ovunque nel mondo. Se non si interverrà al più presto, politicamente, in tal senso, le nostre lingue, e pertanto le nostre stesse identità, rischiano seriamente di scomparire. Infatti, una lingua etnica nella posizione egemone di lingua franca europea e mondiale, in cui si trova oggi l'inglese, minaccia direttamente, nel giro di poche generazioni, l'esistenza di tutte le altre, come mostrano gli esempi del latino, che distrusse le lingue autoctone dell'Europa antica e delle lingue dei popoli bianchi che colonizzarono il nuovo mondo, lingue che distrussero le parlate indigene delle due Americhe. In quei due casi, il tempo necessario fu maggiore solo perchè la comunicazione internazionale era molto più embrionale e, soprattutto, non esistevano i mass media.

Sulla necessità di adottare una lingua veicolare europea e mondiale come l'esperanto si è pronunciato recentemente, e con sempre maggiore insistenza, Umberto Eco, che ha fortemente criticato l'assenza di una decisione politica in proposito. »Oggi, molte cose nel mondo sono cambiate e nessuno vuole una lingua internazionale dominante - ha scritto Eco - anche se si usa per comodità l'inglese. I recenti avvenimenti ci mostrano che l'Europa non va verso l'unificazione delle lingue, ma verso la loro moltiplicazione. Quindi si potrà pensare ad una lingua veicolare da usare nel PE, negli aeroporti, nei Congressi; mi andrebbe bene che fosse l'esperanto, impedendo che le nazioni si scannino per imporre il proprio idioma .

A.5.5. Una politica di responsabilità ecologista ed ambientale a livello mondiale.

La Conferenza di Rio de Janeiro è stata forse l'ultima occasione possibile per avviare una effettiva politica di responsabilità ecologista ed ambientale a livello mondiale: si cominciava infatti ad intravvedere, magari in forme insufficienti, la nascita di una più ampia e responsabile politica di gestione sia dell'ambiente sia della qualità della vita e delle risorse, tale da valere per il Nord come per il Sud del Mondo; una politica capace di consolidare ed ampliare quel principio di »sussidiarietà che ad esempio nelle strutture comunitarie europee già era embrionalmente formato e si era affermato come normativo per le tematiche e i problemi sociali. Una politica dell'ambiente e delle risorse, dunque, che fosse, oltre che politica dello sviluppo compatibile - secondo una logica che vale soprattutto per il nord sviluppato - anche, ormai, una politica di intervento planetario sui temi della povertà e della fame, della crescita demografica regolata e soprattutto, dello sviluppo delle istituzioni democratiche

.

Una tale politica poteva essere garantita solo nell'ambito e sotto l'egida delle Nazioni Unite.

Temiamo fortemente che questa nuova politica dell'ecologia e dell'ambiente sia destinata a lungo a restare solo una speranza.

Le Nazioni Unite non sono nemmeno riuscite a mettere in opera un minimo »sistema di monitoraggio delle situazioni ambientali e del loro evolversi negativo o positivo, nè a creare alcun meccanismo sanzionatorio delle infrazioni commesse, delle deliberazioni e disposizioni prese a livello sovranazionale. Forse, anche le Nazioni Unite sono entrate in un'allarmante crisi.

Va detto con chiarezza che del modo insufficiente con cui i grandi problemi mondiali dell'ambiente vengono affrontati, una gran parte delle responsabilità ricade proprio sulla cultura, e quindi sulla politica inadeguata delle forze ambientaliste e verdi: in Italia, in Europa e forse nel mondo. Lo abbiamo denunciato da tempo, lo ripetiamo ancora oggi. E' un monito che vuole essere costruttivo, di dialogo e di ricerca di comuni obiettivi e di comuni battaglie ed iniziative: in molte delle sue forme ed espressioni, la politica dei verdi, europei ed italiani, ha mostrato inaccettabili punte - più o meno esplicite - di nazionalismo e di sostanziale neutralismo, che si nutrivano e si nutrono della falsa speranza, dell'illusione o della bugia, di poter curare i guasti dell'ambiente e di poter realizzare un'autentica, moderna, ecologia, guardando solo ed esclusivamente all'orticello di casa. Era, ed è, purtroppo, una cultura buona per i Paesi del nord - quelli del cosiddetto benessere, dello sviluppo industriale de

i consumi - ma insensibile ed indifferente, se non a livello declamatorio, a ciò che avviene nel resto del mondo, nei Paesi del sottosviluppo o del primo sviluppo.

Senza troppi sforzi, senza nemmeno uscire dall'Europa, basta guardarsi intorno per scorgere la meschinità di quell'utopia negativa. In Europa vi sono, assieme a Chernobyl, esempi clamorosi di degrado ambientale e strutturale che richiederebbero un grandioso intervento trans e sovranazionale, di stampo apertamente federalista e fortemente democratico. Uno, e clamoroso, per tutti: dopo secoli di relativa libertà di utilizzazione, una delle grandi vie di commercio, di cultura e di civiltà dell'Europa, il Danubio, si trova ad essere contesa tra piccoli nazionalismi, egoismi, particolarismi, che rischiano di renderla inutilizzabile e persino di degradarne il complesso ecosistema: è un problema che non riguarda solo i Paesi rivieraschi, o i verdi austriaci e slovacchi, se ve ne sono; è un problema che, in termini culturali, ambientali ed economici, tocca e interessa l'intera Europa, se non il mondo. Ma ci sono poi i problemi della produzione e della distribuzione razionale ed equilibrata dell'energia elettrica o

d'altro genere, e così via... Sono infiniti i temi, i problemi ambientali che attendono grandi, complesse soluzioni possibili solo a livello trans e sovranazionale.

Invano, larghi settori dei verdi - europei ed italiani - pensano di potersi disinteressare di tali questioni per privilegiare i loro mediocri interessi localisti. Sbagliano. L'ambientalismo moderno, se vuol essere responsabile ed efficace, richiede riposte esattamente opposte. Richiede il rafforzamento, innanzitutto, dei »valori transnazionali e, in conseguenza, delle pratiche, delle politiche sovranazionali e federali, garantite da istituzioni profondamente democratriche. Queste politiche saranno rispettose dei valori del localismo proprio perchè capaci di inserirli, di armonizzarli e farli crescere all'interno di un discorso più ampio e generale. Solo una capacità progettuale fondata su strutture giuridiche e istituzionali ampiamente sovra e transnazionali, potrà essere valida ed efficace anche in termini di pura e semplice economicità.

I verdi dovrebbero convincersi che non può più essere lecito parlare dello »sviluppo sostenibile senza anche affrontare, subito, in termini operativi e politici, e non solo declamatori, tutti i temi e i problemi aperti nel mondo, nel sud come nel nord. Se non faranno questo, perderanno ben presto ogni credibilità. Purtroppo, allo stato, l'ambientalismo, la cultura cosidetta »verde riesce solo a produrre un movimentismo dai caratteri vistosamente nazionalisti e sostanzialmente neutralisti, che non vuole assumersi responsabilità trans e sovranazionali. Questo rifiuto relega i verdi ad essere, al più, dei »cosmopoliti , con una cultura e con comportamenti effettivi del tutto inadeguati ad affrontare la realtà del mondo odierno e tanto più i temi e le esigenze di una grande, vincente politica dell'ambiente. E' quanto sta accadendo in Italia, ma certo anche altrove, nei Paesi europei e non solo europei. E' grave vedere così mal utilizzato, se non addirittura messo in forse, un patrimonio di presenza e di lotte

al quale il PR ha dato molto e al quale vuole ancora dare molto.

Per quanto potrà, il PR cercherà con tutte le sue forze di impedire questo degrado. Ma con la messa in mora dei valori transnazionali, federativi, del dialogo e della tolleranza, cioè - perchè no? - con la fine, la chiusura del PR transnazionale, come, in quale sede, con quali mezzi, sarà possibile che problemi di questa portata vengano affrontati e discussi nell'ottica che loro è propria e necessaria e non in un'ottica chiusa e fuorviante come quella che inevitabilmente prenderebbe corpo? (5)

A.5.6. La Riforma dell'ONU. Una »Corte Internazionale di Giustizia .

Tutto quello che accade attorno a noi conferma la giustezza della scelta transnazionale, conferma il bisogno di uscire dai limiti angusti delle politiche nazionali. In fondo, le difficoltà che il Partito attraversa sono lo specchio delle difficoltà che ha il mondo a prendere coscienza del fatto che l'unica dimensione politica significativa è oggi quella transnazionale.

Perché diciamo il mondo? Perché sia al Nord che al Sud, le élites di potere rimangono abbarbicate alle loro prerogative, grandi e piccole, e non danno nessun segno di volerne cedere una parte - sia pur piccola - a istituzioni più ampie, più rappresentative, più universali.

Al Nord, l'Unione Europea non può funzionare perchè nessuno vuole realmente trasferire, devolvere potere - al Parlamento europeo, ai cittadini, ai consumatori. I governi del Nord sono affascinati - o, meglio, intossicati - dai loro vertici, dal loro potere di veto, dall'essere membri in permanenza del gruppetto di chi decide per tutti.

Al Sud, le organizzazioni regionali - in Asia, in Africa, in America Latina - non possono funzionare perchè nei Paesi membri il feticcio dello Stato-nazione, le prerogative nazionali, sono le uniche cose concrete sulle quali le élites riescono ad appoggiarsi e a fondare il proprio potere. C'è, anzi, questa tragica relazione diretta tra povertà e nazionalismo, di cui vediamo gli effetti non solo nel Terzo, ma anche nel Secondo mondo, cioè nei Paesi dell'ex socialismo reale. Questa tragedia per cui proprio chi ha più bisogno della dimensione transnazionale è il più abbagliato dal suo contrario: il nazionalismo, il particolarismo, l'intolleranza.

Quello di cui c'è bisogno per il governo del mondo è semplice: si tratta in fondo delle stesse cose che mettono gli Stati in grado di funzionare. C'è bisogno di accompagnare il diritto con il potere sanzionatorio. Di qui la necessità di una »Corte di Giustizia Internazionale e di forze militari sotto il comando delle Nazioni Unite.

Tutti trovano perfettamente logico che, attraverso l'imposizione fiscale, un Stato si doti dei mezzi per il rispetto del diritto nei rapporti tra i cittadini: un sistema giudiziario, delle forze di polizia. Non ci vuol molto a capire che se si vuole che sia il diritto, e non la violenza, a regolare allo stesso modo i rapporti tra Stati, occorrono appunto un sistema giudiziario e forze di polizia internazionali. Dunque, non è davvero una grande intuizione questa del PR: anzi, è semplice come l'»uovo di Colombo .

Si vede allora che le cose semplici sono proprio le più difficili in politica, perchè sia il Partito sia il progetto transnazionale - diventati, dal Congresso di Budapest, la stessa cosa - non riescono a imporsi.

E' vero che, prescindendo dai consensi che il Partito riesce a raccogliere, anche altri pensano secondo queste linee. Ad esempio il segretario attuale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali, sta sostenendo con grande energia l'idea di mettere l'»ONU in grado di risolvere i conflitti e imporre la pace. Siamo, quindi, alla riproposizione al più alto livello di un concetto che andiamo sostenendo da anni: il dovere della Comunità internazionale di ingerirsi negli affari interni degli Stati quando è in gioco il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo.

Tuttavia anche Boutros-Ghali e la sua »Agenda per la Pace rimangono prigionieri di una visione monca, limitata del problema. Difatti non si tratta soltanto - come sembra credere il segretario dell'»ONU - di avere i mezzi militari per imporsi con la forza quando la violazione del diritto è già accaduta. Si tratta, soprattutto, di prevenire l'insorgere dei conflitti attraverso la creazione di una Corte di giustizia internazionale cui gli Stati riconoscano reale potere d'arbitrato. In tutto il documento, Boutros Ghali continua a fare appello all'inviolabilità della sovranità nazionale dei Paesi membri. Il PR crede, invece, che la sovranità nazionale vada violata e volontariamente dagli Stati stessi attraverso la devoluzione di alcune loro prerogative a istituzioni transnazionali - prima tra tutte la Corte di Giustizia (6).

A.5.7. Le istituzioni europee, »Maastricht , la posizione radicale.

Ad Edimburgo si sono gettate le premesse per quell'Europa a geometria variabile così cara agli inglesi, che hanno realizzato il loro piccolo capolavoro diplomatico di far avanzare le ipotesi di allargamento della Comunità a Austria, Svezia, Finlandia e Norvegia, senza nemmeno impegnarsi fermamente nella ratifica del »Trattato di Maastricht . Una grande zona di libero scambio nel rispetto puntiglioso delle sovranità nazionali: questo era ed è il loro obiettivo; stanno riuscendo a far questo anche per la debolezza di Mitterrand, la crisi tedesca e spagnola; di segno difforme, l'assoluto nulla in cui si trova l'Italia dopo il passaggio del »ciclone De Michelis e l'incapacità di riprendere le fila del tandem Amato-Colombo.

La grave crisi della Comunità Europea, almeno nelle forme fin qui elaborate, mette in forse la crescita dei diritti civili e umani. Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi si era venuto sviluppando un processo di costruzione di valori »sovranazionali , che erodevano efficacemente quello che era stato un principio secolare della teoria, della vita stessa, degli Stati: il »principio di sovranità , cui faceva corollario il principio di »non-ingerenza . La tragedia della guerra mondiale aveva mostrato a quali follie questi due principi potevano portare, quando ferreamente interpretati ed applicati. Si avviava così la costruzione lenta e faticosa, ma infine, almeno in apparenza, »ineluttabile , di un embrione di società e di istituzioni sovranazionali che privilegiavano e proteggevano vecchi e nuovi diritti umani e civili. La Comunità europea, alla quale all'inizio di quest'anno si sarebbero dovuti trasferire più ampi poteri economici e politici, era l'esempio più incisivo di questa tendenza.

Quella che la Comunità sta attraversando è dunque la crisi di un processo ideale e civile ancor prima che politico: gli Stati nazionali, ed oggi gli Stati »etnici che si vengono enucleando nell'Europa dell'Est o nel terzo e quarto mondo, tendono ad applicare in forme esasperate quel complesso di »diritti o di prerogative che fanno da corollario alla cosiddetta »sovranità assoluta e a gestirli spregiudicatamente nell'ottica del loro singolo, egoistico interesse: una drammatica conseguenza di questo modo di intendere la sovranità e la nazionalità è quella prassi di »pulizia etnica che imperversa nella ex Jugoslavia e in altri Paesi, e che, figlia dell'intolleranza, genera i mostri del genocidio.

Dinanzi alle nuove forme della ferocia nazionalista il mondo cosidetto »occidentale , custode di una »democrazia reale che ha poco da invidiare al »socialismo reale del totalitarismo di ieri, si comporta »chiudendo gli occhi e le orecchie e scegliendo la via dell'egoismo e della irresponsabilità. Da tempo, dall'inizio della crisi dell'ex Jugoslavia, il PR ha ammonito sui pericoli, i rischi tremendi di un tale atteggiamento, e ha evocato gli spettri del 1936, quando il disimpegno delle democrazie europee faceva della Spagna il terreno di prova della seconda guerra mondiale. Iddio non voglia che anche qui noi abbiamo avuto ragione, come Cassandre inascoltate!

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NOTE E ALLEGATI

(1)

La scelta del mezzo non poteva pertanto che cadere sulla comunicazione scritta: un giornale scritto in italiano, tradotto e stampato in molte lingue, da inviare inizialmente a tutti i parlamentari d'Europa, dell'Est e dell'Ovest.

Ci si proponeva, successivamente, di contattare direttamente i parlamentari democratici di tutto il mondo: qui sta l'unicità e la peculiarietà del progetto del Partito Radicale.

Il conseguimento di quest'obiettivo è stato preceduto da un intenso, paziente e prolungato lavoro - durato alcuni mesi - per l'acquisizione dei nominativi (oltre 40.000), attraverso le ambasciate e il contatto diretto con i Parlamenti. Non esiste - o almeno noi non ne abbiamo nozione - un'organizzazione che si sia posto il problema di costituire una »banca dati simile a quella del PR, nella quale sono state inserite tutte le informazioni utili per l'invio e l'aggiornamento dei nominativi.

Per impostare ed organizzare questo giornale, lo strumento scelto per avviare il contatto e consolidarlo - una vera e propria »impresa editoriale - sono stati necessari i primi sei mesi dell'anno '91. Si sono dovuti acquisire tutti gli elementi tecnici, organizzativi, per realizzare un giornale scritto in italiano, tradotto, videoimpaginato e stampato in altre 14 lingue (albanese, ceco, croato, esperanto, francese, inglese, polacco, portoghese, romeno, russo, serbo, spagnolo, tedesco, ungherese), spedito in 4 continenti, a quasi 300 sedi di destinazione.

Si è dovuto, tra l'altro: reperire gli strumenti tecnici per la videoscrittura, non disponibili tutti in Italia; costituire l'equipe dei traduttori; individuare la tipografia in grado di stampare in tante lingue; rendere compatibili i tempi della realizzazione grafica e tipografica con quelli dell'invio e della ricezione del messaggio; compiere un'accurata indagine nei Parlamenti e nelle altre sedi di destinazione per individuare e verificare i mezzi più idonei per la spedizione e il trasporto; reperire i nominativi e gli indirizzi dei parlamentari destinatari della pubblicazione, computerizzarli, acquisire le notizie e le informazioni utili per l'invio e l'aggiornamento; selezionare i temi e gli argomenti; formare la redazione; scegliere il progetto grafico; predisporre il controllo del sistema di distribuzione; organizzare la struttura e la gestione tecnica e politica dei riscontri e delle risposte.

Alla fine del mese di giugno del 1991 viene pubblicato il primo numero del giornale »Il Partito Nuovo (colore rosso), scritto in italiano e tradotto in altre dieci lingue (polacco, ungherese, tedesco, romeno, spagnolo, serbo-croato, inglese, francese, ceco e russo), inviato ad oltre quarantamila parlamentari e ad altri duecentocinquantamila destinatari, in più di 40 Paesi diversi: 12 pagine formato tabloid, pari a circa 80 cartelle a 25 righe del testo italiano. Per le edizioni in lingua russa e in lingua ceca vengono predisposti due inserti di 4 pagine ciascuno.

Del primo numero vengono stampate 230.700 copie; ne vengono inviate 197.700 in 249 destinazioni di 41 Paesi.

Sin dal primo numero, si è rivelata pesante l'esigenza di dover rispettare una programmazione »rigorosa del processo di produzione del giornale - scrittura e impaginazione in italiano, traduzione, impaginazione delle altre lingue, revisione, stampa, allestimento e confezionamento, invio, il tutto in un arco di tempo di circa 45 giorni - per la difficoltà di rendere compatibili i tempi »tecnici con quelli imposti dalle esigenze e dall'attualità dei tempi »politici .

Fino alla prima sessione del Congresso, svoltasi a Roma dal 30 aprile al 3 maggio 1992, al primo numero del giornale ne sono seguiti altri cinque.

Il secondo numero (verde) viene edito nel mese di luglio del 1991; alle lingue del primo numero, si aggiungono: albanese, portoghese, svolveno.

Delle 302.000 copie stampate, ne vengono inviate 268.000, in 254 destinazioni di 46 Paesi.

Il terzo numero (azzurro) viene spedito in settembre; le lingue diventano quattordici, oltre l'italiano: si aggiunge da questo numero l'esperanto. Viene stampato in 289.000 copie; ne vengono inviate 258.000 in 260 destinazioni di 71 Paesi.

Il quarto numero (arancione), spedito a novembre, a differenza dei precedenti, conta 16 pagine. Delle 242.450 copie stampate, ne vengono inviate 205.574 in 274 destinazioni di 106 Paesi.

Tra il quarto e il quinto numero del giornale, viene spedita una lettera indirizzata personalmente a tutti i parlamentari destinatari del giornale.

Il quinto numero (viola), a 24 pagine, viene spedito nei primi giorni del febbraio del 1992. Le copie stampate sono 270.000; quelle inviate 212.642, in 274 destinazioni di 106 Paesi.

Il sesto numero (verde chiaro) viene inviato in più di 70 Paesi alla fine di marzo. Del sesto numero vengono stampate 238.000 copie; quelle inviate sono 178.478, in 274 destinazioni di 106 Paesi.

In vista della prima sessione del Congresso vengono anche inviati, a più di 70.000 destinatari, 3 numeri di »Lettera Radicale , tradotti dall'italiano in altre 11 lingue, che si sono aggiunti ai 10 numeri ordinari già recapitati nel 1991, tradotti, questi, in 9 lingue ed inviati ad un indirizzario di circa di 25.000 nominativi.

Le traduzioni, l'impaginazione e la stampa del giornale sono state effettuate a Roma, con esclusione di circa 100.000 copie stampate a Mosca. A partire dal terzo numero, sono state stampate a Roma anche le copie che per i due numeri precedenti erano state stampate a Budapest, in quanto il costo è risultato più conveniente.

L'invio del giornale a tutti i parlamentari ed agli altri destinatari, è stato curato da Roma, con l'apporto delle sedi di Bruxelles, Budapest, Mosca, Praga e Zagabria.

Da Bruxelles, oltre che curare il recapito ai parlamentari dei Paesi dell'Europa occidentale, si è provveduto ad inviare ad altri destinatari 3.000 copie in francese, 3.500 in inglese.

Da Budapest, ove si è curato il recapito ai parlamentari bulgari, polacchi, romeni e ungheresi, sono state inviate ad altri destinatari 5.700 copie in ungherese, 1.928 in polacco, 700 in russo, 200 in albanese, 1.900 in ceco, 5.128 in polacco, 4.000 in rumeno.

A Mosca, oltre che del recapito ai parlamentari di tutte le Repubbliche dell'ex Unione Sovietica, si è provveduto all'invio di circa 100.000 copie stampate in loco ad altri destinatari, distribuiti in gran parte del territorio.

Da Praga, infine, si è provveduto al recapito agli eletti nel Parlamento federale e nei due Parlamenti nazionali.

Dopo il Congresso, nel mese di giugno del 1992, è stato realizzato un settimo numero (rosso), con questa tiratura: albanese, 5.000 copie; cecoslovacco, 6.000; croato, 11.000; esperanto, 16.000; francese, 9.000; inglese, 13.000; italiano, 50.000, polacco, 5.000; portoghese, 5.000; romeno, 6.000; russo, 22.000; serbo, 5.200; spagnolo, 7.300; tedesco, 7.500; ungherese, 8.000. Per un totale di 176.000 copie. Ne sono state inviate 128.290, in 276 destinazioni di 107 Paesi.

Rispetto ai numeri precedenti, sono stati eliminati dall'invio i 100.000 destinatari russi. Le copie del giornale sono state spedite dall'Inghilterra, essendo risultato l'invio più rapido e più conveniente dal punto di vista economico.

Il settimo numero del giornale è stato inviato a parlamentari e cittadini residenti nei seguenti Paesi: Albania, Argentina, Australia, Armenia, Austria, Azerbaidzan, Belgio, Bielorussia, Bolivia, Bosnia Herzegovina, Brasile, Bulgaria, Burkina Faso, Canada, Cecoslovacchia, Cile, Colombia, Costa d'Avorio, Costarica, Croazia, Danimarca, Equador, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Georgia, Gibilterra, Gran Bretagna, Grecia, Guatemala, Kazakistan, Kirghistan, Irlanda, Isola di Man, Islanda, Israele, Italia, Lettonia, Libano, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malta, Messico, Moldavia, Montenegro, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Perù, Polonia, Portogallo, Repubblica Domenicana, Russia, Repubblica San Marino, Romania, Salvador, Senegal, Serbia, Slovenia, Spagna, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Tagikistan, Tunisia, Turkmenistan, Ucraina, Ungheria, Uruguay, Usa, Uzbekistan, Venezuela.

A questo elenco si aggiungono altri Paesi dell'»indirizzario esperantista : Algeria, Benin, Camerun, Cina, Congo, Corea del Sud, Cuba, Egitto, Ghana, Giappone, Guinea Bissau, Haiti, Hong Kong, India, Indonesia, Iran, Madagascar, Malesia, Marocco, Mauritania, Mongolia, Nepal, Nigeria, Pakistan, Singapore, Sri Lanka, Taiwan, Tanzania, Thailandia, Togo, Turchia, Vietnam, Zaire.

(2)

I dati sulle iscrizioni, riportati in questo paragrafo e nei successivi, sono relativi alla data del 7 gennaio 1993.

(3)

MOZIONE APPROVATA DALLA I CONFERENZA DEGLI ISCRITTI RADICALI DELL'EX URSS - 25/26 GENNAIO 92.

(Il documento è stato approvato a maggioranza con l'astensione di 5 iscritti).

La conferenza dei radicali provenienti dai Paesi dell'ex URSS tenuta a Mosca il 25 e 26 gennaio 1992:

Conferma la necessità della costituzione del PR transnazionale, unico possibile strumento per affermare nel mondo la vita del diritto e il diritto alla vita, attraverso la nonviolenza, il rispetto dei diritti umani, civili e politici. A tal fine, in preparazione della Prima sessione del Congresso, prevista a Roma, dal 30 aprile al 3 maggio, impegna gli iscritti presenti alla Conferenza a:

a) ottenere il riconoscimento del diritto al rifiuto del servizio militare per obiezione di coscienza, l'introduzione del servizio civile alternativo, la liberazione immediata dei »prigionieri per la pace nell'ambito dell'iniziativa per il disarmo e la conversione delle spese e strutture militari in sociali e civili. Un'attenzione particolare a questo proposito va attribuita ai problemi dei rapporti Nord-Sud;

b) dare un nuovo impulso alla Campagna Internazionale per l'abolizione della pena di morte nel mondo. In un momento in cui la legislazione dell'Unione sovietica ha smesso di esistere, gli ordinamenti legislativi non sono ancora completi, esigiamo che non vengano più comminate condanne a morte e siano sospese le esecuzioni. Riteniamo necessaria l'organizzazione del controllo civile sulle azioni delle autorità in que sto campo. In ogni stato dell'ex Unione Sovietica;

c) continuare a svolgere la campagna antiproibizionista sulla droga, che riteniamo l'unico mezzo efficace per battere il narcotraffico, la corruzione, la tossicodipendenza come problema sociale e l'epidemia di AIDS. A questo proposito, riteniamo importante una libera distribuzione delle siringhe sterili monouso e dei preservativi;

d) ad operare affinchè il prossimo Congresso del PR confermi le iniziative transnazionali per la costituzione degli Stati Uniti d'Europa quale aggregazione dei cittadini. Riteniamo necessario diffondere quest'idea a partire dalla classe dirigente e dagli organi d'informazione;

e) ad avere ben presente che il peso principale delle spese per l'attività del Partito è sostenuto dai radicali dell'Europa occidentale; coscienti con amarezza dell'inevitabilità di tale situazione oggi come oggi, rivolgiamo un appello alle donne e agli uomini di tutti i Paesi ad aderire al PR nella lotta per i suoi generosi obiettivi, perchè le sue iniziative siano completamente realizzate.

Noi partecipanti alla Conferenza rivolgiamo un appello a intensificare la campagna di coinvolgimento di nuovi membri e ci impegnamo, in seguito ad una campagna intensiva di propaganda, a raggiungere la quota di 1000 iscritt nei paesi dell'ex Urss per la scadenza del primo maggio 1992.

f) sapendo urgenti le esigenze organizzative del Partito, la Conferenza elegge un comitato di coordinamento di 20 persone, tenendo conto della necessità di rappresentare le diverse aree geografiche, dalla Siberia al Caucaso, dall'Estonia al Kirghizistan;

g) considera come uno degli obiettivi essenziali del PR la lotta per i diritti umani e in particolare del suo diritto principale, il diritto alla vita nei Paesi dell'ex Unione nel periodo di transizione all'economia di mercato e svolgere una campagna per l'aiuto umanitario sia in natura che monetario, sia tecnologico, informativo e di istruzione per assicurare la transizione pacifica ai fondamenti della società democratica, alla società , che unica, consente la corrispondenza dei bisogni e delle possibilità della na tura biologica dell'uomo e del sistema di proprietà corrispondente al livello di progresso tecnico e del sistema di valori universali, spirituali e morali;

h) considera come necessario l'impegno del PR a promuovere tutte le iniziative possibili presso gli organismi di diritto sovranazionali e le organizzazioni mondiali affinchè vigilino e intervengano per pacificare i Paesi coinvolti in contrasti nazionalistici e in particolare in difesa delle minoranze perseguitate;

i) rivolge un appello ai cittadini e ai partiti politici perché s'impegnino a costruire una politica di pace e di rispetto fra le repubbliche della Russia e dell'Ukraina così come nel martoriato Caucaso al fine di evitare scontri e guerre che metterebbero in crisi il mondo intero.

MOZIONE APPROVATA DALLA SECONDA CONFERENZA DEGLI ISCRITTI AL PR PROVENIENTI DA AZERBADJAN, ARMENIA, BIELORUSSIA, ESTONIA, KAZAKISTAN, KIRGHISTAN MOLDAVIA, LETTONIA, RUSSIA, UCRAINA, UZBECHISTAN, TENUTASI A MOSCA IL 4 E 5 LUGLIO 1992.

La conferenza, che ha riunito oltre 400 partecipanti, consapevoli di poter deliberare solo in proprio nome,

CONFERMA la validità del documento approvato dalla conferenza di Mosca del gennaio scorso, ed in particolare l'invito a rafforzare con nuove iscrizioni il PR;

PRENDE ATTO della necessità di un coordinamento delle nostre attività e ne propone le seguenti forme, auspicando il coinvolgimento anche di quanti non hanno preso parte ai lavori;

INVITA gli iscritti ad organizzarsi anche in associazioni tematiche non aventi carattere territoriale, a cominciare dall'Associazione per la abolizione della pena di morte e per una politica antiproibizionista sulle droghe;

PROPONE ai parlamentari iscritti al PR di Georgia, Azerbaigian, Armenia, Nagorni Karabakh di promuovere insieme al Partito Radicale un incontro sui drammatici problemi della regione caucasica per individuare, su un piano di diritto internazionale, iniziative in favore della pace e della democrazia;

PROPONE ai parlamentari iscritti al P.R. di Moldavia, Ucraina, Russia e Romania di promuovere insieme al P.R. un incontro per individuare iniziative, anche su base internazionale, sul problema del Transdniestr;

PROPONE di costituire un gruppo di lavoro, anche con esperti di diritto internazionale, per promuovere incontri fra i parlamentari degli stati baltici al fine di ottenere una legislazione comune in materia di diritto delle minoranze secondo le convenzioni internazionali;

PROPONE di costituire tre gruppi di lavoro di preparazione alla seconda sessione del congresso del PR sui temi:

1) STATUTO;

2) FEDERALISMO, QUESTIONI NAZIONALI, DIRITTI DELLE MINORANZE, INIZIATIVE NONVIOLENTE;

3) ASSOCIAZIONI, ORGANIZZAZIONE, E INFORMAZIONE DEGLI ISCRITTI RADICALI NEGLI STATI DELL'EX URSS.

PROPONE di costituire un »COMITATO DI COORDINAMENTO DELLE ATTIVITA' DEI RADICALI IN EX URSS , formato dai tre coordinatori dei gruppi di lavoro e da altre sei persone, con il compito di organizzare una terza conferenza del PR, da tenersi a Kiew nella prima metà di ottobre, per presentare agli iscritti le proposte dei tre gruppi di lavoro.

DELIBERA che i tre gruppi di lavoro siano coordinati rispettivamente da Sergej Sheboldaiev, Aleksandr Kalinin e Maria Ivanjan, che, congiuntamente a Ruslan Sadirkanov, Mamuka Tsagareli, Vladimir Ivanov, Dimitry Petrov, Stepan Grigorian e Genik Israelian costituiscono il COMITATO DI COORDINAMENTO DELLE

INIZIATIVE RADICALI IN EX URSS.

SINTESI DEL LAVORO DELLE COMMISSIONI (25/29 AGOSTO 92).

Le Commissioni si sono riunite a Mosca il 26/27/28/29 e 30 agosto presso il Centro Congressi del Parlamento russo.

I lavori sono stati introdotti dalle relazioni dei tre Coordinatori delle Commissioni Sergei Sceboldajev, Sasha Kalinin e Maria Ivanian.

Dal dibattito della Commissione Statuto sono emerse le proposte di creazione di un Transparlamento dei deputati radicali, della conferma del principio della partecipazione diretta dell'iscritto - anche se con proposte di integrazione in termini di delega - della conferma del valore di documento politico essenziale del preambolo con la proposta di integrazione nell'ambito dei 17 aggettivi enunciati nel »Partito Nuovo e, infine, la richiesta del mantenimento del carattere dell'annualità dell'esistenza del Partito e della tenuta del Congresso.

Molto più ampio ed articolato è stato il dibattito della Commissione su Federalismo e nazionalità. I punti centrali del dibattito sono stati i conflitti in ex URSS e la necessità di un Nuovo Ordine di diritto Internazionale. In questo senso si sono formati i primi gruppi di lavoro interparlamentari sui centri di conflitto della Moldavia, del Nagorny Karabach e della Georgia-Abkhazia, si sono cominciate a delineare le prime proposte sulla democratizzazione dell'ONU, su Federalismo europeo e interdipendenze fra le nazioni. In particolare, il dibattito si è acceso sull'esistenza di principi contraddittori di diritto Internazionale e la loro gestione, quali quelli del Diritto alla autodeterminazione dei popoli connessi alla non revisione dei popoli e ai diritti della persona e delle minoranze.

La terza Commissione si è incentrata sulle Associazioni e la politica di autofinanziamento del Partito. Il lavoro si è concentrato sulla creazione di future Associazioni radicali a tema. Nello specifico, un'Associazione antiproibizionista, con sede a S.Pietroburgo, un'Associazione contro la pena di morte, con sede a Kiev e un 'Associazione per il diritto alla vita e per la vita del diritto, con centro organizzativo a Mosca.

Le Commissioni si sono riconvocate per la fine di settembre istruendo nel frattempo tutta una serie di iniziative individuate in questa prima fase dibattimentale.

Kiev,12 e 13 dicembre 1992

DOCUMENTO POLITICO PROPOSTO DALLA CONFERENZA DEGLI ISCRITTI DELL'AREA EX URSS, SVOLTASI A KIEV IL 12 E 13 DICEMBRE 1992, AL CONGRESSO TRANSNAZIONALE DEL PR.

(Approvato a larga maggioranza, con 11 voti contrari e 7 astenuti)

La terza Conferenza degli iscritti al PR dei Nuovi Stati Indipendenti (ex URSS), riunita in Kiev il 12 e 13 dicembre '92, a seguito degli oltre 50 interventi svolti e dei cinque giorni del lavoro di istruzione delle Commissioni tenutesi nell'agosto del 92 a Mosca:

RILEVA l'assoluta eccezionalità dei risultati conseguiti dal lavoro politico e organizzativo svolto dagli iscritti dei Nuovi Stati Indipendenti (ex URSS), risultati resi evidenti sia dall'aquisizione di precise iniziative politiche che determinano un primo, non marginale, passo sulla via della costruzione del Partito transnazionale, sia dal numero degli iscritti - oltre 4500, di cui 100 deputati - che rappresentano piu' del 50% del totale degli iscritti e rendono possibile il raggiungimento dell'obbiettivo di 5000 entro il congresso di febbraio;

INDIVIDUA un limite preciso alla costruzione del partito transnazionale nella oggettiva impossibilità di corrispondere al finanziamento del Partito in maniera adeguata alle necessità;

CONFERMA l'esatezza delle analisi radicali sulla situazione internazionale ed in particolare europea, così come la necessità e la domanda dell'esistenza del PR nell'EST dell'Europa e nell'ex URSS;

RILEVA una precisa indicazione politica nel fatto che, ad un innegabile successo di adesioni nei Paesi del Centro e dell'Est Europa e in Africa, sia corrisposto un sostanziale insuccesso del PR nei »ricchi Paesi dell'Occidente e del Nord del Mondo come anche la precisa individuazione del PR come strumento politico adeguato nel metodo ad affrontare i »deficit di democrazia sopratutto nei Paesi che escono da esperienze postotalitarie;

RIBADISCE che dalle deboli e pericolanti »nuove democrazie sorte dal crollo del sistema comunista potrà arrivare una spinta innovatrice per le »democrazie reali e le partitocrazie dell'Europa occidentale se si saprà sconfiggere il nazionalismo e la conflittualità etnica e costruire una politica di interdipendenza fra gli Stati e le diverse regioni dell'Europa;

DENUNCIA come priorità assoluta la necessità di costruire un nuovo diritto internazionale e di riformare in maniera democratica le organizzazioni internazionali che oggi si trovano in una condizione di criminale ed irresponsabile inadeguatezza in rapporto alla situazione politica internazionale e ai conflitti

in corso nella ex Jugoslavia, nell'ex URSS, in Africa e nel Medio Oriente e nelle altre aree;

PROPONE al Congresso Transnazionale del PR di assumere l'iniziativa per la democratizzazione delle organizzazioni internazionali promuovendo una serie di progetti finalizzati alla

sostituzione della rappresentatività governativa con una parlamentare per ciascuno degli Stati aderenti;

PROPONE al Congresso di assumere l'iniziativa di promuovere il confronto ed il dialogo fra i parlamentari dei Paesi, delle regioni e delle etnie in conflitto, a partire dai deputati iscritti al PR e più in generale l'organizzazione di una Conferenza Internazionale di parlamentari non solo radicali con l'obiettivo di promuovere Associazioni e Comitati di deputati di diversi Paesi su temi specifici e con carattere parallelo alla politica estera delle singole nazioni, con la finalità di coinvolgere diversi Parlamenti su di un medesimo progetto;

PROPONE al Congresso di assumere l'impegno di intensificare con energia le azioni e la presenza attiva nelle situazioni di grave conflitto come in Bosnia e nei Balcani e nelle gravi situazioni

di conflitto nei territori dei Nuovi Stati Indipendenti;

PROPONE al Congresso di assumere come impegno l'organizzazione di iniziative antiproibizioniste sia sul piano dell'informazione che su quello parlamentare nell'ambito europeo mutuando a livello transnazionale l'esperienze e le proposte, per ora di livello nazionale,con in particolare l'urgenza di affrontare anche nei paesi dell'Est l'enorme e velocissimo sviluppo del narcotraffico e del mercato libero della droga gestito dalla mafia multinazionale;

PROPONE al Congresso di assumere l'impegno di investire il massimo possibile di risorse economiche ed umane nell'iniziativa per l'abolizione della pena di morte nella Federazione Russa e negli altri Nuovi Stati Indipendenti, dove esistono le condizioni di collaborazione politica con il Comitato legislativo del Soviet Supremo, per arrivare ad una legge abolizionista entro la fine del 1993.

PROPOSTE DI INTEGRAZIONE E MODIFICHE ALLO STATUTO VOTATE DALLA CONFERENZA DEGLI ISCRITTI EX URSS COME ALLEGATO AL DOCUMENTO POLITICO GENERALE PROPOSTO AL CONGRESSO TRANSNAZIONALE.

La III Conferenza degli iscritti al PR dell'area dell'ex URSS riunita a Kiev nei giorni 11 e 12 dicembre 92, sentite le proposte degli intervenuti e raccolte le indicazioni della Commissione sullo Statuto riunitasi nel mese di agosto a Mosca:

PROPONE al Congresso transnazionale del PR di confermare la sostanziale validità dell'impianto statutario esistente, con alcune integrazioni rese necessarie dalla nuova dimensione transnazionale raggiunta dal Partito;

PROPONE al Congresso di modificare la norma che stabilisce l'annualità del Congresso e di stabilirne la convocazione ogni 2 anni e la conferma della partecipazione diretta degli iscritti al Congresso;

PROPONE al Congresso di stabilire nello Statuto norme per lo svolgimento di Congressi di aree geopolitiche di diversi Paesi che si riuniscano prima del Congresso con una funzione di proposizione

per il Congresso transnazionale e successivamente di definizione delle iniziative;

PROPONE al Congresso di modificare il nome e la composizione del Consiglio Federale in Consiglio Generale Transnazionale e stabilirne la composizione nel seguente modo:

20 membri eletti dal Congresso;

30 membri eletti dall'Assemblea dei Deputati e dai membri eletti dai Congressi di area in misura da stabilire dal Congresso Transnazionale;

PROPONE al Congresso di inserire fra gli organi statutari del Partito l'Assemblea dei Deputati, composta dai Deputati iscritti dei diversi Paesi, con il compito di sviluppare e promuovere iniziative politiche radicali nei diversi Parlamenti; l'Assemblea dovrebbe riunirsi almeno una o due volte all'anno; dovrebbe eleggere al suo interno un Presidente ed un Comitato di coordinamento e una quota di 30 membri del Consiglio Generale del PR;

PROPONE al Congresso di inserire nello Statuto, nell'ambito degli organi esecutivi del Segretario e del Tesoriere, una Segreteria e una Tesoreria esecutiva di non più di 7 membri ciascuna, nelle quali uno dei componenti assume rispettivamente le funzioni di vice segretario e di vice tesoriere con compiti di coordinamento dell'attività transnazionale.

(4)

Il Comitato Esecutivo della »LIA - che ha sede a Bruxelles - è composto da Marie André Bertrand, presidente, Marco Taradash, segretario esecutivo e Antonio Contardo, Tesoriere.

La LIA ha elaborato ed inviato a tutti i soci - oltre 300, di cui 50 nuovi iscritti - un piano strategico per i prossimi anni; ha depositato un nuovo statuto internazionale presso le sedi competenti per essere riconosciuta dalle Nazioni Unite e dalla Comunità europea; ha costituito i suoi organi, un Consiglio Internazionale di quindici membri e tre Consigli Scientifici rispettivamente per i settori medico-sociale, economico e giuridico; ha creato un suo strumento di comunicazione interna, accessibile anche attraverso »Agora .

La »LIA ha lanciato in novembre la versione internazionale del »Corafax , il »Liafax , inviato ad oggi a quasi 200 giornalisti in Europa ed in America del Nord; detiene e produce ogni settimana una rassegna stampa su tutto quanto viene pubblicato in materia di politiche sulla droga ed il narcotraffico.

Obiettivo della »LIA è favorire la costituzione nei vari Paesi di organizzazioni per una politica antiproibizionista, per l'affermazione dell'antiproibizionismo come asse centrale della lotta alle conseguenze della illegalità delle droghe.

Ambizione della »LIA , per la quale già si sta attivamente lavorando alla fase istruttoria, è quello di pubblicare un »World Drug Report , un compendio sui costi del proibizionismo, che possa costituire un referente indiscusso e porsi col tempo a livello delle altre pubblicazione di questo tipo.

(5)

INTER-PARLIAMENTARY CONFERENCE ON ENVIRONMENT AND DEVELOPMENT

BRASILIA, BRAZIL, 23 - 28 NOVEMBER 1992.

DRAFT FINAL DOCUMENT OF INTER-PARLIAMENTARY CONFERENCE ON ENVIRONMENT AND DEVELOPMENT.

The Drafting Committee* set up by the Conference for preparing the Draft Final Document met on 26 November at the Convention Centre Ulysses Guimaraes.

To start with, the Committee elected Mr. S. Holemark (Norway) as Chairman and Mr. F. Feldmann (Brazil) as Rapporteur.

For the elaboration of the Draft Final Document, the Committee took as a basis the preliminary text that had been drafted by the Preparatory Committee and took into account the amendments to the text proposed by several delegations as well as the suggestions made by its members.

At the end of its deliberations, the Committee adopted the enclosed draft text.

* The Committee was composed of Messrs. A. Abbaspour Tehrani Fard (Islamic Republic of Iran), M. A. Baby (India), L. Clark (Canada), H. El Serafy (Egypt), F. Feldmann (Brazil), Mrs. M. Ganseforth (Germany), Messrs. M.A. Gonzalez (Costa Rica), S. Holemark (Norway), R. Legnani (Uruguay), L. H. Makgekgenene (Botswana), T. Praisont (Thailand) and T. Sindikubwabo (Rwanda).

INTRODUCTION

1. The United Nations Conference on Environment and Development (UNCED) was the starting point for action to establish models of social co-existence, guided by the contnuing need for peace, the ethical demands of human dignity and the need to care for the viability and productivity of the earth. The Inter-Parliamentary Conference pays tribute to the world's governments, including particularly the Government of Brazil, the host country, and to the UNCED Secretariat for the historic accomplishments of the United Nations Conference on Environment and Development.

2. UNCED was attempting to do more than simply redirect sectors of economic activity or produce temporary solutions; rather, it was trying to redefine the notion of development - to establish it on a basis of rationality, solidarity and equity, as the way of guaranteeing the sustainability of adequate living conditions for all.

3. It achieved this and now, therefore, is the time to carry the process further, to produce a clear response to the huge resposibilities generated by the Conference for all countries alike. UNCED covered an extremely broad range of subjects; this conference has therefore chosen to focus on those actions which reflected the major elements of the Yaoundé Declaration in which parliamentarians attending the 87th Inter-parliamentary Conference expressed their views on the main directions of UNCED and its prospects (Annex).

4. The products of UNCED emerged without adequate direct contribution from parliaments. But as the results of UNCED are being implemented, action by parliaments is needed, not only as a statutory requirement but also to fill gaps and add the political and practical dimensions of action that parliamentarians are best able to define. Parliamentarians will find themselves involved in two broad categories of follow-up action:

- First, to secure primarily national benefits, to take actions that will contribute to a cumulative global effect and to set useful examples;

- Second, to ensure that the positions put forward and the programmes supported by governments foster sustainable development worldwide.

5. Parliamentarians convey or withhold the political legitimization of social action. Because they are charged with this vital and over-riding responsability they will be the first to be held accountable by present and future generations for success or failure in achieving sustainable development.

6. Th purpose of this Conference was to assess the results of the United Nations Conference on Environment and Development in light of the views expressed in the Yaoundé Declaration; define priority areas for action - particularly at the parliamentary level; and propose mechanisms for follow-up and evaluation. At the end of the Conference, the participants adopted the following "Plan of Action", which appears below and is followed by their views and recommendations concerning the results of UNCED.

- BRASILIA PLAN OF ACTION -

RECOMMENDATIONS FOR PARLIAMENTARY

FOLLOW-UP AND EVALUATION

ACTION BY PARLIAMENTS AND PARLIAMENTARIANS

7. The Conference urges parliaments and parliamentarians to ensure that the process which was initiated with UNCED is strengthened and furthered and, to this effect, recommends that they take the following actions at the NATIONAL LEVEL:

(a) Ensure that the Governments which so far have not yet signed the Convention of Biodiversity and the Convention on Climate Change do so without further delay and as promptly as possible ratify these two instruments;

(b) Ratify or accede to, as appropriate, other regional and global treaties which relate to the protection of the environment and sustainable development, in particular:

(i) The Convention of the Law of the Sea

(ii) The Basel Convention of the Control of Transboundary Movements of Hazardous Wastes and Their Disposal

(iii) The Vienna Convention for the protection of the ozone layer, the Montreal Protocol and the 1990 and subsequent amendements;

(c) Adopt enabling legislation as well as review and amend, as appropriate, existing legislation to ensure that it is compatible with the commitments contained in these instruments and agreed at UNCED and that it facilitates and does not hamper their implementation;

(d) Review and amend, as necessary, existing legislation in the light also of the recommendations contained in this Final Document;

(e) Review and revise, if necessary, national legislation, administrative structures and procedures such as environmental impact assessment in order to establish an effective integrated decision-making process and fiscal and economic policies conducive to sustainable development;

(f) Adopt legislative provisions which ensure the effective involvement of concerned individuals and organizations in the decision-making process;

(g) Work towards the creation of national committees for the definition and promotion of integrated policies and plans of action in the field of environment and development - to be composed of representative of concerned public instutions, Parliaments and, as necessary, non-governmental organizations, business and other interest groups.

(h) Work for further development of the Rio Declaration into a full-fledged "Earth Charter" for adoption by the UN General Assembly in 1995 at the 50th Anniversary of the United Nations.

8. To facilitate the accomplishment of these tasks and render more effective the follow-up action of Parliaments, including through their oversight function, the Conference furthermore recommends that Parliaments:

(a) Review their committee structures with a view to ensuring an integrated treatment of all issues and questions which are relevant to environment and development;

(b) To this effect, also establish a parliamentary Committee on Environment and Development with the mandate of ensuring an integrated approach or review the mandate of existing parliamentary Committees dealing with the environment to ensure that they can effectively carry out this task;

(c) Invite the competent national authorities to submit periodic and comprehensive reports to Parliament on governmental policy and action - both taken and planned - to implement the results of UNCED.

(d) Take the necessary actions to empower women and others generally under-represented in the Parliamentary process to participate fully in the review of legislation to implement sustainable development; and to ensure that the full participation of women is reflected in national legislation, administrative structures and processes, national committees and the preparation of reports.

9. Given the close link between peoples and their elected representatives, the Conference recommends that parliamentarians intensify their efforts to bring the issues of environment and development to the attention of the general public as well as special interest groups. In this context, the Conference recommends that extensive use be made of public hearings so that account can be also taken of the views and needs of local communities.

10. Financial and technical resources are indispensable to the implementation of Agenda 21 and the Conventions. The Conference recommends that parliamentarians commit themselves to use their influence, so that the necessary resources are re-allocated to national projetcs which give priority to sustainable development. In the developed countries, they should ensure the fulfilment of the international agreements reached at the Earth Summit with respect to the transfer of technical and financial resources needed to assist the sustainable development of the whole planet.

11. AT THE INTERNATIONAL LEVEL, the Conference recommends that Parliaments and parliamentarians take the following steps:

(a) Exchange information on action taken to implement the results of UNCED at the national level, including on new or changed legislation;

(b) Where possible, establish a legal requirement that they be involved in formulating positions for international negotiations and meetings and that parliamentarians be included in national delegations;

(c) Encourage co-operation at the regional level between parliamentarians on policies and action for the promotion of sustainable through regional parliamentary assemblies or institutions;

(d) Work for the harmonization of legislation wich touches upon transboundary environmental issues between the countries concerned;

(e) Ensure that the government of their country extend all necessary co-operation to the UN Commission on Sustainable Development and provide information in the form of periodic communications or national reports regarding the activities undertaken to implement Agenda 21.

(f) Ensure that updated information is provided through competent bodies such as UNEP on the implementation of the Conventions on Climate Change and Biodiversity, and that parliaments are kept fully informed on progress toward a forest convention and fisheries conventions.

ACTION BY IPU

12. The Conference recommends that National Groups of the Inter-Parliamentary Union bring this Final Document to the attention of their respective Parliament and its competent committees as well as to the relevant governmental institutions.

13. Moreover, the Conference urges members of the Union to give the greatest possible publicity to these results, notably by disseminating them to the media, social and special interest groups and concerned non-governmental organizations.

14. It also invites all National Groups to inform the IPU of steps taken by Parliament and Government in their respective country in pursuit of the recommendations of this Conference, as well as related developments, so that these can be brought to the attention of the Union's members.

15. The Conference also urges the IPU to take the following measures:

(a) Bring the Final Document to the attention of the United Nations as well as to all interested international and regional organizations including parliamentary assemblies and institutions;

(b) Consider organizing follow-up meetings, particularly at the regional level, for the purpose of exchanging information, evaluating progress and promoting strengthened policies and actions;

(c) Consider making the full integration of women and their concerns and aspiartions in the implementation of the results of UNCED the focus of an up-coming Inter-Parliamentary Conference;

(d) Publish an international directory of parliamentary committees dealing with environment from the point of view of sustainable development, in particular with a view to facilitate contacts and exchanges between these bodies;

(e) Invite its Committee on the Environment to make specific proposals for the consideration of the Union's governing bodies on further concrete steps which can be taken by the IPU to assist the UNCED process, in particular by:

(i) Supporting the Commission on Sustainable Development;

(ii) Serving as a clearing house for information on parliamentary activities;

(iii) Monitoring the ratification and evaluating the implementation of the Conventions on Biodiversity and Climate Change.

(iv) Examining the linkages between environment and trade, especially in preparation for the next round of multilateral trade talks.

16. Finally, the Conference invites the Brazilian National Group to ensure that this Final Document is transmitted on time to the 47th Session of the United Nations General Assembly.

ASSESSMENT OF THE RESULTS OF RIO

THE RIO DECLARATION ON ENVIRONMENT AND DEVELOPMENT

17. Early in the preparatory process it was decided that UNCED shoud signal the common concern and commitment of the participating countries by a comprehensive, inspirational statement of the principles that should govern the relationship between environment and development. The Rio Declarartion can, in fact, be seen as an overview of our common concerns for the future and the principles that must guide our way to overcome them.

18. The Conference recommends that States continue to build on the Rio Declaration by preparing a binding comprehensive charter which would include basic principles for a sustainable planet and would give greater emphasis to the notions of responsibility, equity, interdependance and complexity. In this connection, the Conference draws to the attention of States the Yaoundé Declaration, which contains a comprehensive statement of principles for a sustainable planet, and the work of the Environmental Law Commission of the World Conservation Union (IUCN), which is drafting a document that could provide Governments with elements for further work.

AGENDA 21, THE CONVENTION ON CLIMATE CHANGE AND

BIODIVERSITY AND THE STATEMENT ON FOREST PRINCIPLES

19. The Yaoundé Declaration of the IPU called for certain general characteristics to be reflected in Agenda 21: it should contain concrete provisions specifying measurable objectives, priorities and targets within specified time horizons; it should cover national and regional action as well as coordinated action by international institutions; and it should make clear statements of responsibility for meeting agreed commitments.

20. The Conference recommends that the Commission on Sustainable Development give high priority to regular review of Agenda 21, and the development of measurable objectives and precise targets and schedules. In doing so, it should draw on national, regional and international plans to implement Agenda 21, collaborate with the new Interagency Committee on Sustainable Development, and take account of the requirements of the Conventions on Climate Change and Biodiversity.

21. The Conference recognizes that to achieve a significant reordering of priorities in the management of the world's finite resources, consistent with the Yaoundé Declaration, that the differential effects of decisions, plans, actions, and allocation of resources on women must be fully taken into account. The Conference therefore recommends that all its assessments and recommendations be understood and applied to include the need to define the specific differential impacts on women and to achieve equitable results in the implementation of sustainable development.

ECONOMIC AND SOCIAL DIMENSIONS

Making trade and environment mutually supportive (Agenda 21: Chapter2)

22. Increases in trade flows are needed to support sustainable development and an improvement in living standards in developing countries. But a continuing effort will be required to ensure that international economic institutions, such as GATT, UNCTAD and various regional groupings, consistently recognize the interdependencies between environmental and trade considerations, particularly the fact that increasing trade flows cannot be sustained without maintaining the productivity of natural resources. It is also necessary to ensure that environmental standards are not used as a pretext for protection against imports.

23. The Conference recommends that the economic and environmental implications of ongoing trade negotiations be examined in all countries and that multilateral and bilateral trade agreements take full account of environmental implications.

24. The Conference further recommends that States reformulate economic policies that constrain sustainable development such as those that result in discriminatory trade practices, restricted access to markets, unstable prices for commodities, inappropriate subsidies to agricultural production and restrictive commercial practices.

Providing adequate financial resources to developing countries (Agenda 21: Chapter 2) (see also paragraphs 68 - 72)

25. At UNCED it was recognized that the implementation of Agenda 21 will require substantial new and additional financial resources to developing countries. In addition, relevant technologies must be made more easily available to developing countries. These are the main critical factors on which the success or failure in implementing Agenda 21 in developing countries will depend.

26. The Conference calls on all industrialized countries to meet the 0.7% of GNP target for official development assistance by the year of 2000 and to provide new and additional financial resources to meet the incremental costs of developing countries in addressing global environmental problems. It likewise recommends that the efficiency and effectiveness of current programmes of development assistance be carefully evaluated with a view to increasing their utility per unit of cost, and that both the official and commercial debt of developing countries be reduced by forgiveness or concessions at a more rapid rate. First priority should be given to reducing the debt burden of the least developed countries. Debt reduction should, when possible, be linked to programmes aimed at sustainable development.

Focussing on human development, combating poverty, population dynamics and unsustainable patterns of consumption (Agenda 21: Chapters 3, 4 and 5)

27. Human impact on the earth depends both on the number of people and how much energy and resources each person uses or wastes. Greater awareness of the complexity of issues related to the environment, population growth, resource consumption, and poverty, and new approaches to development are needed to achieve sustainability - to improve the quality of human life in keeping with the physical limits of the earth. Human development, recognizing human physical, mental and spiritual dimensions, must be more widely recognized as a prerequisite to sustainability.

28. The widening gaps between rich and poor, between and within countries are unacceptable. The Conference therefore recommends that all governments consider that policy changes to intensify the fight against poverty must be a main element of the follow-up to UNCED. Technical and financial assistance, job creation, human resource development, improved market access and further debt reduction, as well as ensuring wide public participation in decision-making at all levels, and most importantly the development and articulation of a new ethic, are essential elements. Consumption patterns must be changed to reduce their adverse impact on the environment, and active population policies are called for. The question of population growth must be dealt with through an integrated human development approach, including education and the enhancement of the status of women, improved public health and family planning.

29. To combat poverty, Agenda 21 calls for the development of country-specific programmes with international support. The eradication of poverty and hunger, greater equity in income distribution and human development remain major challenges. Agenda 21 defines the struggle against poverty as essential in the achievement of sustainability and as the shared responsibility of all countries.

30. The Conference therefore recommends that each State develop its own plan to combat all forms of poverty and support human development. As appropriate, such plans should include basic health care, education, housing, cross-sectoral policies and special measures to assist vulnerable groups or populations living in ecologically vulnerable areas. International co-operation will be required, particularly in the financial sphere, to bring such plans to fruition.

31. The status and rights of women are a critical dimension of human development. National programmes and legislation should ensure equal access to property and credit and the availability of job opportunities. They should also guarantee women's reproductive rights including the right to information about family planning and the availability of safe contraceptives. National preparations for future UN Conferences, including the 1993 Conference on Human Rights and the 1994 Conference on Population and Development, should give special attention to the critical steps leading to human development.

32. The Conference further recommends that action to combat poverty and respond to population concerns, taking full account of the rights and aspirations of women, be integrated into national planning, policy and decision-making process and receive adequate support from the international community.

Reducing Health Risks from Environmental Pollution and Hazards (Agenda 21: Chapter 6)

33. In many locations around the world the health of hundreds of millions of people, particularly children, is affected by environmental pollution and degradation. These conditions are often persistent, but, in addition, serious environmental emergencies occur from time to time such as spills of hydrocarbons and toxic chemicals. Consideration should also be given to reducing health risks that result from exposure to banned pesticides, radioactive compounds, toxic wastes, etc.

34. The Conference recommends that the States determine priorities for action in their countries among regions and among the various categories of pollution, having in mind partiuclarly the impacts of pollution on human health. The Conference stresses the need for States to:

(a) Act in accordance with Principles 18 and 19 of the Rio Declaration which relate to international notification of emergencies or activities that may have a significant transboundary effect;

(b) Consider the establishment of national and international environmental emergency response centers and recommend the strengthening of the UN Centre for Urgent Environmental Assistance;

(c) Promote better public awareness of the problems of environmental pollution and the means of combating them;

(d) Ensure more effective enforcement mechanisms.

(e) Act in accordance with Principle 24 of the Rio Declaration by strengthening the international Conventions and legal instruments for the protection of the environment in time of war.

Promoting Sustainable Human Settlements Development (Agenda 21: Chapter 7)

35. Human settlements, particularly major urban centres, are points at which many problems of environment and development converge. Because the process of urbanization is continuing world wide and increasing numbers of people are affected by the problems that occur there, cities are priority areas for working towards sustainable development.

36. The Conference recommends that high priority be given to improving the planning and management of human settlements. Key actions should be included in innovative strategies for cities, towns and rural settlements that integrate decisions on land use and land management, mobilize human and material rsources and public and private investment so as to provide adequate shelter for all inhabitants, support sustainable energy and transport systems, and promote human resource development and capacity building.

37. The Conference also recommends that international assistance to refugees in developing countries be strengthened to minimize any negative impact on the environment.

Integrating Environment and Development in Decision-Making (Agenda 21 : Chapter 8)

38. Sustainable development requires a decision-making process that fully integrates the consideration of environmental and socio-economic issues and allows a broad range of public particpation. The Conference recommends that States:

(a) Review their national legislation and the administrative structures they create, and revise them if need be in order to establish an effective, integrated decision-making process and fiscal and economic policies conducive to sustainable development;

(b) Ensure that there are adequate mechanisms for the involvement of concerned individuals or organizations in decision-making.

(c) Attempt to quantitfy, to the extent possible, adverse environmental impacts and incorporate mitigating measures in project costs as well as implementing them.

39. For the effective integration of environment and development, appropriate laws and institutions need to be complemented by the effective use of economic instruments and incentives. A first step is better measurement of the quantitative relationships between environment and the economy, A practical and equitable principle which could be applied by all States at the national and international level is that of full valuation of natural resources.Full valuation of natural resources within internationa trade would be profitable and equitable for human beings and sustainable in terms of conserving natural capital.

40. The Conference recommends that systems of national accounts go beyond the traditional economic dimensions to take full account of the environmental and social, as well as the economic, costs and benefits of natural resource use. These factors should be integrated into decision making. The current system of national accounts based on Gross National Product should be supplemented by a calculation of net sustainable national income.

CONSERVATION AND MANAGEMENT OF RESOURCES FOR DEVELOPMENT

Protection of the Atmosphere (Agenda 21: Chapter 9; Convention on Climate Change)

41. The deterioration of the stratospheric ozone layer and increasing concentrations of "greenhouse" gases in the atmosphere will have significant, mainly adverse, impacts on all countries. The depletion of the ozone layer is already having an impact on human health and on the biological productivity of marine systems. The build-up of greenhouse gases and the consequent changes in climate and sea level will require profound adaptations in the world's agricultural and natural production systems.

42. The framework Convention on Climate Change and the actions recommended in Agenda 21 offer opportunities for a useful start to protecting the atmosphere. The Convention and the process by which it was developed, which involved close collaboration between scientists and negotiators, can be taken as a model for the development of such instruments. The Climate Change Convention does not establish global targets for the level of emissions and conveys little of the urgency to which it was supposed to respond. but it is a foundation upon which improvements can be built; it recognizes the principle of precautionary measures and the need for equity in dealing with the problem. The need remains to approve a set of precise guidelines and priorities for the sustainable production and consumption of energy as called for by the Yaoundé Declaration.

43. The Conference recommends:

(a) The immediate ratification of the Convention by all states;

(b) Commitment to the principal actions for which it calls;

(c) Review and revision, as necessary, of the full range of national legislation and regulations with a view to implementing the Convention;

(d) Resumption of negotiations to establish targets and a schedule for emission reduction in all countries, especially in industrialized ones.

44. The Conference also calls for the implementation of a long-term, coherent information programme to provide decion-makers with a better understanding of the causes and effects of climate change. The Conference urges, therefore, that the UNEP/WHO Information Unit on Climate Change (IUCC) be asked to develop, in close collaboration with IPU, an information system to keep all parliamentarians fully aware of the dimensions and causes of climate change, of the means of minimizing it and of possible adaptations to it.

45. Meanwhile there is an urgent need for States to follow up the action recommendations of Agenda 21 aimed at:

- More efficient enrgy production, transmission, distribution and use;

- Reducing the adverse environmental effects of the industrial, transport and resource development sectors;

- Realizing the objectives of the Vienna Convention for the protection of the ozone layer, the Montreal Protocol and its 1990, and subsequent, amendments;

- Enhancing efforts to reduce transboundary air pollution;

- Developing strategies to mitigate the adverse effects of ultraviolet radiations reaching the Earth's surface as a consequence of depletion and modification of the stratospheric ozone layer;

- Strengthening effort to introduce renewable energies.

Integrated Approach to the Planning and Management of Land Resources (Agenda 21: Chapter 10)

46. The strong and continuing influence of sectoral interests has had damaging and long lasting impacts on components of the environment (air, soil, water, living resources) and consequent adverse effects on the productivity of the natural and modified ecosystems, without which human life could not endure nor economic development occur. Powerful planning and incentive systems should be developed, which reflect agreed social and economic goals, to ensure that land resources are used sustainably in accordance with their highest inherent capabilities. at different levels, these include land capability inventories, certain indigenous methods of land management, primary environmental care (PEC), and strategies such as strategies for sustainability (caring for the Earth) and national environmental action plans.

47. The Conference recommends that parliamentarians emphasize the importance of adopting land use planning and management systems and strategies. Moreover, in accordance with Rio Declaration Principle No. 23, the Conference also calls for protecting the environment and the natural resources of peoples under oppression, domination and occupation.

Combating Deforestation (Agenda 21: Chapter 11)

48. Policies, methods and mechanisms to support and develop the ecological, socio-economic and cultural roles and values of forests and forest lands are indequate in almost all countries. The consequent costs fall not only upon countries individually but also, as the global scale of forest loss increases, on the world community.

49. Agenda 21 adopts a comprehensive approach calling for, inter alia, stregthening of national institutions, international co-operation for the exchange of knowledge and the enhancement of international research, co-ordination of the programmes of different international organizations dealing with forest matters, reforestation and the creation of reserves, full valuation of the goods and services obtained from forests, recognition of the social, economic and ecological importance of forests and an increase in the scientific and technological means available for forest management. With the Declaration of Principles regarding forests, this represents the first expression of a high level consensus by the international community on the conservation, management and sustainable development of all type of forests. The Declaration of Principles embodied the notion that forests and their ecological functions are an economic resource under the jurisdiction of the State where they are located, the treatment of whic

h must take account of domestic economic factors, with special consideration for the needs of people living in forests, and requires a favourableinternational economic order.

50. The Conference recommends that States review the proposals in Agenda 21 for better forest management and implement them as appropriate. The Conference further recommends that the Statement of Forest Principles be analyzed with a view to improving it and to the reopening of international negotiations on a framework convention.

Combating Desertification (Agenda 21: Chapter 12)

51. Desertification is caused by many factors including climate variation and human activities. It reduces the carrying capacity of land for humans and other animals, causes soil fertility to decline and results in widespread poverty. Desertification can be combated most effectively through the good and timely management of lands that are at risk or only slightly affected. Agenda 21 provides details of desirable programmes on:

- Strengthening the relevant knowledge base;

- Combating land degradation through intensified soil conservation, afforestation and reforestation;

- Eradication of poverty and promotion of alternative livelihood systems;

- Integration of anti-desertification programmes into national development plans and national environmental planning;

- Drought preparedness and drought relief schemes;

- Encouraging and promoting popular partecipation and environmental education.

52. The Conference recommends that States review the proposals in Agenda 21 for combating desertification and land degradation and implement them as appropriate. The Conference further recommends that States promote the establishment under the General Assembly of an inter-governmental negotiating committee for the elaboration of an international convention to combat desertification in countries experiencing serious drought or desertification, particularly in Africa, with a view to finalizing such a convention by June 1994.

Biodiversity and Biotechnology (Agenda 21: Chapters 15 and 16; Convention on Biodiversity)

53. Biodiversity is an irreplaceable capital asset, yet it is being rapidly depleted. Widespread concern about the consequent foreclosure of options for the future stimulated the preparation of the Convention on Biological Diversity. It is a framework convention, i.e., one which leaves it to each government to decide for itself how best to conserve its biodiversity: but has been a major step in creating an international consensus on the principles that must govern effective action. Its implementation will require the transfer of additional financial resources to developing countries, but the exact amounts required have not yet been defined nor have the mechanisms for transferring the funds.

54. Biotechnology is a rapidly emerging field which can enable the development of better health care, enhanced food security, more efficient industrial processes, etc. The further evolution of biotechnology must take account of complex requirements for the safety of human health and the environment, nationally and internationally. it is essential to ensure that countries which supply genetic resources participate fully and fairly in the benefits of biotechnology.

55. Important national actions for the conservation of biological diversity and the management of biotechnology are set out in greater detail in Agenda 21.

56. The Conference recommends that governments carefully review the Convention on Biological Diversity and the detailed recommendations in chapter 15 and 16 of Agenda 21 with a view to identifying actions that they should undertake. They should review and revise the full range of national legislation affecting implementation of the Convention. The Conference further recommends that governments:

(a) Ratify the Convention on biological diversity and, as a matter of urgency, establish a secretariat for the Convention, ensuring adequate financial support and the creation of strong links with relevant international organizations, such as IUCN and with the CITES Secretariat;

(b) Establish and independent International Council on Biodiversity with close working relations with the Secretariat of the Convention;

(c) Establish within a more comprehensive system such as the Global Environmental Monitoring System (GEMS), a cpacity for timely dissemination of information on biodiversity;

(d) Integrate strategies for the conservation of biodiversity with national strategies for sustainability and national development strategies and plans;

(e) Develop national biodiversity conservation plans;

(f) Develop mechanisms and agreements to enable and regulate access to genetic resources on mutually agreed terms;

(g) Transfer skills, technology and knowledge and provide funds for the management of biodiversity and biotechnology on concessional and preferential terms;

(h) Notify the International Council on Biodiversity of the bilateral agreements concluded under (f) and (g) above;

(i) Develop methods for equitable sharing of benefits arising from making use of genetic resources on mutually agreed terms;

(j) Empower individuals and local communities to benefit from biodiversity conservation and biotechnology development and application;

(k) Determine where transboundary ecosystems and migratory species warrant joint action by States and consult to that end.

(l) Support the inception of negotiations to strengthen existing mechanisms for drawing up a list of endangered species which must be protected by States and to define criteria for the identification of areas where biological wealth is of worldwide importance.

Protection and Management of the Oceans and Coastal Zones (Agenda 21: Chapter 17)

57. The marine environment is a vital component of the global life-support system and a capital asset upon which sustainable development can be based. But it is being increasingly degraded by pollution largely from land-based sources, with adverse effects on marine living resources, which are also threatened by over-exploitation. A major reason for the persistence of land-based pollution has been failure to take account of marine pollution in the full range of land and watershed management policies and in the laws governing sources of airborne pollution. Sectoralized legal and administrative structures complicate this effort, which is even more difficult where ships, fish and currents move from one jurisdiction to another and even beyond to areas where there is no territorial jurisdiction.

58. The Conference recommends that States ensure that their conservation and management measures conform to those recommended in Agenda 21. The Conference particularly recommends that each country assess the major causes of marine pollution and coastal and marine habitat degradation. Parliaments should then review and revise national laws so that they will enable a significant reduction of marine pollution and habitat degradation. The Conference further recommends that those countries that have not yet done so ratify without delay the United Nations Convention on the Law of the Sea and other global and regional legal instruments dealing with marine pollution or the conservation of marine living resources.

59. Management of high seas fisheries is inadequate in many areas and some stocks are overutilized with serious socio-economic consequences. There is a need to address inadequacies not only in management but also in biological knowledge and statistics. There is also a need to consider management on a multi-species, i.e. ecosystem, basis.

60. The Conference recommends that States adopt the measures for better management of high seas fisheries set out in Agenda 21, and particularly that they convene as soon as possible an intergovernmental conference under United Nations auspices with a view to assessing problems relating to highly migratory and straddling fish stocks and consider means of improving co-operation for their resolution.

Integrated Approaches to the Development, Management and Use of Freshwater Resources (Agenda 21: Chapter 18)

61. The importance of freshwater is well known, yet supplies are increasingly and often dangerously polluted in many parts of the world, threatening human health and the integrity of vital ecological processes. In many areas the quantities of water available will soon be unable to meet the demands that growing populations will place on them. Failure to integrate the management of freshwater resources with the management of other resources and with industrial and urban development is a major problem. Conservation of aquatic species and ecosystems is inadequate in most countries. International action is needed to manage freshwaters and aquatic resources in shared river basins, but appropriate institutional arrangements are generally lacking or inadequate.

62. The Conference recommends that States pay particular attention to the importance of a dynamic, intersectoral, interdisciplinary approach to planning and management at a national, strategic level when implementing relevant recommendations in Chapter 18 of Agenda 21. For boundary and transboundary waters where appropriate intergovernmental mechanism do not exist, governments should consult with a view to establishing them. It also recommends that Governments start working, without further delay, on drafting a Convention on Drinking Water".

Waste Management (Agenda 21: Chapters 19, 20, 21 and 22)

63. Effective management of hazardous and solid wastes is of paramount importance for human health, protection of the environment, natural resource management and sustainable development. Yet increasing numbers of people, particularly in developed countries, are generating ever greater per capita amounts of wastes, exceeding the management capacity of most countries. Agenda 21 highlights the need to reduce production of wastes as much as desirable, to promote their safe disposal and to restrict severely or prohibit altogether, according to circumstances, any traffic in the substances.

64. The Conference recommends that States:

(a) Review and, if necessary, strengthen national laws and systems of incentives to ensure that they are effective in reducing or eliminating the generation of wastes, and strengthen legislation concerning transboundary movements of hazardous materials, including radioactive wastes;

(b) Institute reuse and recycling in cases when that is possible, and promote the disposal and treatment of unavoidable wastes in an environmentally sound manner;

(c) Adopt a materials management approach to industrial processes as a means of reducing waste and optimizing efficiency.

(d) Develop effective measures to prevent dumping of toxic substances in developing countries such as hospital wastes, banned pesticides, nuclear wastes, etc.

65. It also recommends that States that have not yet signed and ratified the Basel Convention on the Control of Transboundary Movements of Hazardous Wastes should do so without delay and that criteria and guidelines necessary for the implementation of the Convention be developed as soon as possible. The Conference also recommends the signature and ratification of other relevant conventions and strengthening of efforts to promote the environmentally sound management of radioactive wastes as called for in Chpter 22 of Agenda 21.

STRENGTHENING THE ROLE OF MAJOR SOCIAL GROUPS

66. Public and NGO involvement in the UNCED process was unprecedented as compared to any other international negotiation process. This made it a unique learning experience in the handling of complex relationships between environment and development for governments, scientific communities, business associations and NGO's. The active participation of non-governmental organizations, business and industry, labour unions, scientists and groups representing women, youth and indigenous peoples will be of utmost importance for strong follow-up of UNCED at the local, national, regional and global levels.

67. The Conference recommends that States:

(a) Review the comprehensive set of recommendations on this topic contained in Chapters 24-32 of Agenda 21 with a view to ensuring that their legislation and administrative arrangements support the implementation of these recommendations;

(b) Support the participation of women, youth and indigenous people and of interest groups in planning and undertaking programmes for sustainable development at the local, national and international levels. Parliaments should sponsor public hearings and consultations, require public participation and access to relevant documentation by law, and make appopriate budgetary provisions.

MEANS OF IMPLEMENTATION

Financial resources and mechanisms (Agenda 21: Chapter 33)

68. Agenda 21 and the Conventions on Climate Change and Biodiversity clearly recognize the need for new and additional transfers of funds from developed to developing countries to implement the conventions and respond to the recommendations of Agenda 21. The extreme complexity of environmental challenges (global, regional, national, provincial and local) requires a flexible system made up of diversified financing mechanisms (IDA, regional banks, Global Environmental Facility (GEF) and other multilateral funds, UNDP, United Nations Specialized Agencies, technical co-operation institutions, bilateral ODA programmes, debt relief, private funds, new forms of financing, etc.).

69. Agenda 21 include indicative estimates of the costs of the actions that it recommends. These totalled over $ 600 billion annually for the period 1993-2000, including about $125 billion on grant or concessional terms to be made available to developing countries from the international community. Thus, it is clear that financing of the implementation of Agenda 21 to a large extent will have to come from the public and private sectors of each country. The costs of implementing the Biodiversity and Climate Change Conventions are not yet clear, mainly because they are framework conventions awiting further definition of the precise action needed to put them into effect.

70. Several possible sources of the $125 billion per year resource transfer required are noted, but there is no indication of how much might be sought from one source to another. However, some developed countries reaffirmed their commitments to reach the target of 0.7% of GNP for ODA, thus doubling the present flow, some agreeing on the year 2000 as a target date. The extent to which achievement of this target would satisfy the total requirement is not clear. The GEF is presently funded at about $1.3 billion for the period 1990-1993. The GEF should be restructured to expand its scope and should be provided with increased resources. To enable a balanced and equitable representation of interests of both developed and developing countries, it should be democratic and transparent in its decision-making and operations. The GEF will be the source of some of the resources necessary for implementation of the conventions on biodiversity and climate change. Further commitments, at least in respect of the conventions

, presumably in the form of pledges to replenish the GEF, may be tied to more precise definition of the needs.

71. The Conference recommends that governments:

(a) Identify the possibilities for increased concessional aid in support of sustainable development, perhaps by cutting back on objects of expenditure that do not meet agreed tests of sustainability, particularly military expenditure in all countries;

(b) Arrange for more rapid reduction of both the official and commercial debt of developing countries giving priorities to least developed countries and when possible linked to programmes aimed at sustainable development;

(c) Support the further technical network and international political agreement needed to clarify the extent of additional technical assistance required for the implementation of the conventions on climate change and biodiversity.

72. The implementation of technological projects and resource management in each country and region depends on available intellectual and technical capacity. The emigration of trained persons, the "brain drain", diminishes that capacity. The Conference recommends that international consultant agencies help by giving preference to local technicians selecting them by competition and maintaining them in their positions.

Transfer of Environmentally-sound Technology and Capacity Building (Agenda 21: Chapter 34)

73. The achievement of sustainable development is slowed down in many developing countries because they lack access to safe and environmentally sound technologies for application in industry, agriculture etc. There is also a corresponding need for training related not only to the application of technology but also to relevant scientific and professional fields. The long-term benefits of investments in this area are likely to be at least as great as of those in infrastructure.

74. The Conference recommends that governments individually and through the appropriate intergovernmental organizations take whatever steps are needed to:

(a) Ensure access to and transfer of safe and environmentally sound technologies on concessional and preferential terms to developing countries;

(b) Support the development and funding of international networks on technology availability and technology assessments.

75. The Conference further recommends that programmes of development co-operation give greater emphasis to capacity building and to projects of primarily local concern and scale, and less emphasis to megaprojects, which generally yield an unsatisfactory flow and distribution of benefits.

International Institutional Arrangements (Agenda 21: Chapter 38)

76. The Conference encourages and supports the efforts being made towards more effective coordination of activities within the United Nations System. Multilateral co-operation offers important comparative advantages in the form of a multisectoral approach to development. To make optimal use of these opportunities, the UN should be strengthened in the social, economic and environmental field. A stronger and more effcicient UN will provide better support to developing countries in their pursuit of sustainable development objectives.

77. Agenda 21 establishes a framework for promoting the integration of economic, social and environmental factors affecting sustainable development. Its implementation requires new mechanisms to harmonize and coordinate the activities of global and regional organizations within that framework, both conceptually and programmatically.

78. The most visible change in the system of international institutions after Rio will be the creation of the United Nations Commission on Sustainable Development (UNCSD), a high-level body intended to rationalize inter-governmental decision making on environment and development and review progress in the implementation of Agenda 21.

79. While the mandate, structure and precise role within the system of the Commission are still being discussed, the Conference believes that, together with the new Interagency Committee on Sustainable Development (IACSD), it should be charged with:

- Maintaining a strong political commitment to implement and update Agenda 21 and set new goals;

- Ensuring an integrated approach to its updating and implementation;

- Monitoring progress at international, regional and national levels;

- Responding to new issues and problems and identifying priorities;

- Mobilizing financial and policy commitments to advance sustainable development.

80. The Commission should become operational as soon as possible. It should maintain a central role within the economic and social structure of the United Nations as that system is reformed. The Secretariat for the Commission and the IACSD should report directly to the Secretary-General of the United Nations. It should have appropriate and flexible procedures for effective participation by and contributions from inter-governmental and qualified NGOs, including such bodies as the IPU.

81. The Commission on Sustainable Development should also be mandated to monitor the measures taken by donors to honour their financial obligations, thus safeguarding the link established between the implementation of Agenda 21 on the one hand and the provision of financial resources on the other.

Information for Decision-Making

82. Action must be based on accurate information. A great deal of information relevant to pursuit of sustainable development exists now and its volume is continually growing. The most significant problem is the lack of capacity to integrate information relevant to environment and development and to work out useful indicators of sustainability. This has been a particular difficulty in developing countries.

83. Agenda 21 calls, among other things, for the development of a range of indicators of sustainability at the national and global levels and for strengthening UNEP's Earthwatch, the Global Environment Monitoring System (GEMS), and the Global Resource Information Database (GRID), and the Information Unit on Climate Change (IUCC). It also calls for establishing a new Development Watch to collect and interpret economic and social information, linking the two systems through an appropriate UN office. It calls in addition for human resources development and capacity building relevant to the developing countries' needs for information. It also stresses the importance of improving the availability and accessibility of information.

84. The Conference recommends that governments and parliaments identify the needs for improving the supplies and flows of relevant information in their own countries and take action to meet those needs, and that they further support the improvement of international mechanisms for collecting, analyzing and disseminating information and for strengthening national research, monitoring and assessment capabilities.

Promoting Education for Sustainable Development (Agenda 21: chapt. 36)

85. Public awareness and understanding of sustainable development provides the basis for the political action needed to achieve it. There is still a need for a greater awareness and better understanding on a world scale.

86. The Conference therefore recommends that educational programmes in which environment and development concepts are clearly explained be made available in all countries from primary schools to post-secondary institutions and adult education programmes. There should also be extensive programmes for the eradication of iliteracy.

DRAFT RECOMMENDATION

THE ITALIAN DELEGATION ASKS THE INTER-PARLIAMENTARY UNION TO TAKE A SPECIFIC INITIATIVE IN ORDER TO INVITE THE NEW ADMINISTRATION OF UNITED STATES TO SIGN AND RATIFY BOTH THE CONVENTIONS ON CLIMATE CHANGE AND BIODIVERSITY.

(6)

CONCLUSIONS AND RECOMMENDATIONS/WORLD CONFERENCE ON THE ESTABLISHMENT OF AN INTERNATIONAL CRIMINAL TRIBUNAL TO ENFORCE INTERNATIONAL CRIMINAL LAW AND HUMAN RIGHTS.

In Cooperation with the United Nations

A Satellite Conference to the 1993 World Human Rights Conference

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Siracusa, December 2-5, 1992

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Co-Sponsors: »Association Internationale de Droit Penal (»AIDP ); »DePaul University International Human Rights Law Institute (»DPU-IHRLI ); »International Bar Association (»IBA ); »International Centre for the Reform of Criminal Law (»ICRCL ); »International Commission of Jurists (»ICJ ); »International Scientific and Professional Advisory Council of the United Nations Crime Prevention and Criminal Justice Program (»ISPAC ); »Parliamentarians for Global Action (»PGA ).

Under the Auspices of the Italian Minister of Justice.

CONCLUSIONS AND RECOMMENDATIONS.

1. The Time is Ripe.

Nearly half a century after the establishment and work of the first International Criminal Tribunal, specialists in international criminal justice, government officials, and parliamentarians, coming from all continents, assembled at ISISC, at Siracusa, Italy (December 2-5, 1992). The purpose of the meeting was to take stock of developments in international criminal justice, to assess its failures, and to note the persistent, but slow progress toward the establishment of an international criminal justice system, noting particularly the recent progress of the International Law Commission toward formulating the statute for an international criminal court and drafting an international criminal code (of crimes against the peace and security of mankind). However, it had become all too obvious that advances by the academic community had far outstripped the drafting effort of intergovernmental bodies, and the capacity of these bodies to benefit from scholarly progress.

The point had been reached at which academic advances should and could, be put to profitable use at the intergovernmental level. Once regarded as esoteric academic exercises, these advances are now at the diposition of the world community which has become keenly aware of massive and widespread crimes against the peace and security of mankind, on nearly all continents. This international criminality increasingly challenges the international community to set up an international system of criminal justice so as to prevent further commission of international crimes and to bring to justice those responsible. Not since 1945 has there been such a massive, world-wide public call for international criminal justice. Not since then has there been such an opportunity for the world community to institutionalize an effective system of international criminal justice.

2. Past Failures and Future Obstacles.

Several participants emphasized the causes of past failures and, thus, the potential obstacles in the path toward achieving universal criminal justice, and all participants fully shared the concerns of these colleagues. Among these obstacles were:

(a) Continuing conflict among national interests;

(b) The changes inherent in the establishment of yet another international bureaucracy with possibly minimum benefits to the world community;

(c) The reluctance of states to yield any part of their sovereignty;

(d) Chauvinism in regarding one's own national laws as superior;

(e) The difficulty in agreeing on the subject-matter jurisdiction of an international tribunal;

(f) Concerns about the selection of an international judiciary;

(g) The conflict of an international system of criminal justice with national jurisdictions;

(h) The remoteness of an international criminal justice system from the peoples of the world;

(i) The difficulty of agreeing on a general part;

(j) The difficulty of agreeing on procedural rules;

(k) The role which individual states should play in the international criminal justice process;

(l) The problem of invoking (initiating) the international criminal justice process;

(m) The ost to the international community;

(n) The lack of enforcement power of an international criminal tribunal.

3. Current Issues.

Participants recognized that, in the minds of some policy makers, the legacy of past obstacles still lingers. But they noted that some of these problems had been resolved, some were non-existent to begin with and others could be oversome if the political will to impose international criminal justice could be mustered. Thus, by way of examples, the cost issue is insignificant if the administrative apparatus of the international court of justice could be extended to service the international court of criminal justice. As to differences in legal systems, the Nuremburg tribunal had little difficulty in accomodating principles of common law and civil law. As regards the selection of a judiciary, in the case of the ICJ, such problems had long been overcome, (but the system could be improved). Many of the procedural issues had long been proposed for resolution by the Draft Statute -- International Criminal Tribunal, and other documents.

It was agreed that the current obstacles were of a rather different sort, legal and technical issues not being unsurmountable. Foremost among current problems is that of the political will.

4. The Political Will.

Both parliamentarians and academicians were encouraged by the new political support which an international criminal court has attracted from many governments over the past few years, and the recent call in the United Nations for stronger action toward its establishment. Notwithstanding the legal complexities and the difficulties ahead, the question of a court was essentially political. Progress depends upon the political will of governments.

The key to success will lie in intensifying the dialogue amongst academicians, parliamentarians, government officials and diplomats, relying heavily on the support of the mass media. Politicians will respond to public awarenew and pressure, calling upon their governments to act.

In the past, academicians had talked to academicians. This conference afforded one of the first opportunities for academicians to share their views with parliamentarians.

The interest of the public in international criminal justice has been aroused by widespread abuses in the former Yugoslavia, Somalia, Cambodia, Liberia, and elsewhere, even though in some countries media attention is limited. It is necessary, therefore, to increase public awareness of current abuses and the potential role of international criminal justice to provide remedial action. It was noted that no country is in fundamental opposition to the establishment of a system of international criminal justice. Skeptical governments will be moved to intensify their efforts only when the call for international criminal justice had been given a chance to provide its objectivity and effectiveness.

5. The Role of the International Law Commission.

The participants noted with great satisfaction the progress made by the International Law Commission during the past three years, commenting favorably on the ILC's report to the 47th General Assembly. Indeed, this progress is highly encouraging, given the fact that the Commission's efforts during the preceding four decades had been persistently doomed to ineffectiveness. The participants encourage the ILC to continue their work and to, redouble their efforts, in the hope that the work on the creation of the international criminal court and the code can be completed swiftly. There remains the danger that failure to make progress on either the court or the code might affect progress on the other. The assembly therefore strongly endorses the trend to separate these issues, without detriment to progress on either.

6. The Question of Jurisdiction.

There have been three traditional views on the initial jurisdiction of an international criminal court.

(a) Jurisdiction over all international crimes;

(b) Jurisdiction over the most serious international crimes (aggression, war crimes, genocide, etc.);

(c) Jurisdiction over some specified international crimes, such as terrorism and international drug trafficking.

In the case of (b) and (c), it is the general view that, gradually jurisdiction should be increased to cover additional international crimes. But there continues to be a difference of views as to whether to adopt options (b) or (c). It may be necessary and possible to negotiate a pragmatic compromise on the question of initial jurisdiction. There are advantages and disadvantages to both approaches (b) and (c), it being generally agreed that the wholesale international approach (a) might tax a fledgling international criminal court.

7. Universal Jurisdiction.

It was agreed that the ICC should have universal jurisdiction, but not exclusive jurisdiction. Any country with territorial (or other internationally recognized) jurisdiction, could, under the most recent conventions, institute its own proceedings, extradite the defendants to a requesting country with jurisdiction, or to the I.C.C. Under these circumstances the question of consent does not arise. It was left open whether the I.C.C. should have original and exclusive jurisdiction with respect to the most serious international crimes (crimes punishable directly under international law).

8. Applicable Law and Procedure.

The ICC should apply international law and fashion its own rules of procedure, consistent with its statute, international law, and the United Nations standards, norms and guidelines in criminal justice and human rights. There was a preference for the court's applying a truly international law in interpreting the definitions outlined in the conventions and in codifying (fashioning proportions of) the general part, until such time as these may be elaborated by convention. To that extent the court, in fashioning its law, may have to rely on propositions of relevant national laws.

9. Transnational Crimes.

There are a variety of transnational crimes which could be likened to crimes under international law. It may be feasible to invest the I.C.C. with jurisdiction over such crimes on the application of countries with jurisdiction. Such crimes may include transnational economic crimes, environmental crimes, the selling of children for organ transplants, and others.

10. Invoking the Jurisdiction of the Court.

It was agreed that the Jurisdiction of the court could be invoked by any state with jurisdiction, and it was furthermore suggested that international agencies, especially the Security Council, could likewise invoke this jurisdiction.

11. I.C.C. Services.

It was agreed that the I.C.C. needs the personnel for the investigation, accusation and prosecution of international crimes. It also needs an appellate division, in accordance with international law.

12. Enforcement Power.

The I.C.C. must be invested with enforcement power, to be exercised or supervised especially by the Security Council.

13. Execution of Sentences.

There was general agreement that the I.C.C. needs a correctional system for the execution of sentences which cannot be executed in the home state of a defendant.

14. Conciliation Procedures.

It was suggested that the court might be invested with a mechanism to seek conflict resolution and conciliation, or even on ombudsman-type process for the evidence of impending conflict.

15. Regional International Criminal Court.

It was recommended that international criminal justice could be achieved by the establishment of

(a) Regional chambers of the I.C.C., or

(b) Separate regional international criminal courts to be established by regional intergovernmental organizations.

In the case of (a), decisions could then be referred on appeal to the I.C.C., particularly so as to achieve uniformity of law. It was also suggested that the regional tribunals should exercise jurisdiction over all but the most severe international crimes (crimes punishable directly under international law), as to which the I.C.C. should have jurisdiction. It was also suggested that the judges of the I.C.C. could sit on assignment at the various regional chambers, as the need arises. Under no circumstances should support for regional criminal courts or chamber detract from the primary emphasis of achieving the establishment of the international criminal court.

16. No Selective Jurisdiction as to Crimes.

The proposal was made that states should be able to accede to the jurisdiction of the I.C.C. as to only some crimes, but not as to others. There was considerable concern about this proposed approach which could lead to an uncontrollable disregard of recognized crimes which, to begin with, are universal. The idea was rejected.

17. No Discriminating Jurisdiction as to Defendants.

To avoid any semblance of discriminatorily selective enforcement, all countries, rich and poor, strong and weak, shall be subject to the jurisdiction of the I.C.C., even though, in some cases, it may only be possible to indict (and thereby stigmatize) a defendant without the possibility of trying him or her. Any notion of "victor's justice" should be avoided.

18. Standing Committee of States Party.

It was agreed that States Party may wish to constitute a Standing Committee, to deal with purely financial and administrative aspects.

19. The Instant Need for Ad Hoc International Criminal Tribunals.

Regret was expressed about the failure of Member States of the United Nations to constitute, through the Security Council, an international ad hoc criminal tribunal to deal with the question of the Iraqui aggressiona against Kuwait. The hope was expressed that this mistake not be repeated in the case of the alleged war crimes in Croatia and Bosnia-Herzegovina. Unless criminals under international law can foresee that they will be held accountable under international criminal law, they are not likely to desist from offending, nor would other potential offender. Consequently, it is deemed necessary that an international ad hoc criminal tribunal should be constituted as soon as possible, under either of two auspices, as hereinafter described.

20. A United Nations Ad Hoc International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia.

The Security Council has already requested the establishment of a Commission of Inquiry into violations of the Geneva Convention and other international crimes reported to have been committeed in the former Yugoslavia. The Security Council has appointed five experts to constitute the Commission, which has assumed its task. However, note was taken of the fact that the Commission is understaffed and underfunded. Concern was expressed that under these circumstances the Commission might not be able to accomplish its task within a reasonable time. Even if the Commission will be able to complete its assignment and produce evidence of the commission of war crimes, the Security Council would have to establish an ad hoc tribunal for the trial of persons charged. The assembly wishes to urge that the Security Council take all necessary steps in order to accomplish international justice in the case of war crimes and crimes against humanity committed in the former Yugoslavia.

21. A European Ad Hoc International Criminal Tribunal.

Fearful that the United Nations may be unable to urgently take the steps suggested above, the assembly urges the C.S.C.E. to follow up on the appointment of its own commission of inquiry by establishing, in the shortest possible time, an ad hoc system for the judicial determination and disposition of alleged international crimes in the former Yugoslavia, by

(a) creating an expert body for investigating all relevant facts,

(b) providing for electronic access to all evidence (assembled facts) for the purpose of

(c) submitting them to a prosecuting organ, to be established, and an

(d) accusation chamber, which would ready the case before

(e) an ad hoc tribunal for trial, with

(f) an appeal to an appellate tribunal.

22. Converting Ad Hoc Tribunals into Standing International Criminal Courts.

As to either of the above two possible ad hoc tribunals, if their efforts turn out to be successful, the constituting body may wish to consider keeping them in place for possible conversion into permanent international criminal courts.

23. From Vision to Necessity.

The assembly wishes to emphasize that what once was vision has now become a necessity. These recommendations are made with the sober realization that just a few hundred kilometers from here international criminal law, and the human rights of millions, are being violated constantly, systematically, and without fear of consequences on the part of the offenders. The time to act is now. We appeal to the conscience of all those whose political will is necessary for achieving international criminal justice now and for all future.

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SECONDA PARTE

Oltre le frontiere

2. Europa

2.00. La crisi dell'Europa

2.01. La crisi della Comunità europea

2.02. Riforma o Rifondazione

2.03. Approfondimento o Allargamento

2.04. Il partito della Costituente europea

2.05. L'Anti-Maastricht

2.06. Il partito degli Stati Uniti d'Europa

2.07. Oltre le crisi

2.08. Il partito del Piano Marshall per l'Est-europeo

2.09. Il partito della Transbalcanica

2.10. Europa: la piaga della partitocrazia

2.11. Il partito della governabilità anglosassone

2.12. Per la nascita di partiti europei

2.13. L'Europa ed i diritti delle minoranze

2.14. Il partito della sporcizia etnica

2.15. Il partito delle minoranze

2.16. Il partito degli Zingari

2.17. La questione della Comunicazione e del diritto alla

lingua

2.18. Il partito della democrazia linguistica

2.19. Novità nel campo del diritto internazionale

2.20. Il partito della riforma dell'ONU

2.21. Il disastro ambientale

2.22. Il partito dell'Alta Autorità del Danubio

2.23. Il partito degli Stati Uniti d'Africa Occidentale

2.24. Il partito nonviolento

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Da intuizione a idea, da idea a progetto, da progetto a primo abbozzo reale quanto fragile, il Partito Radicale, transnazionale, transpartitico e nonviolento è cresciuto, cresce. Questo processo difficile, sofferto, lungo e tutt'altro che compiuto, rischia, con ogni probabilità, di fermarsi, o, meglio, di essere fermato da una radicale non-corrispondenza tra le sue ambizioni ed i mezzi per concretizzarle, tra le "cose da fare" e la "gente che ci sta".

L'ampiezza, la profondità, la serietà di questa nostra crisi è saputa e risaputa. Solo con un enorme salto di qualità e di quantità, da compiere prima di tutto nei paesi "ricchi", potremmo "farcela". Poco più, tuttora, che una tenue speranza.

Dalla quale siamo partiti per costruire alcune ipotesi prima su ciò che si potrebbe fare, che potremmo fare, SE ...

2. Europa

2.00. La crisi dell'Europa

A quattro anni dalla caduta del muro ... molte delle nostre speranze si sono trasformate in incubi. Da Vukovar ad Osijek, da Bosanski Novi a Sarejevo, dal Sangiaccato al Kossovo, dal Nagorno Karabak all'Ossetia, dalla Somalia al Togo, dall'Irak all'Iran, ovunque imperano guerre o repressioni feroci.

Parallelamente, per molti, la speranza e gli ideali federalisti europei, l'obiettivo degli Stati Uniti Democratici d'Europa, si sono frantumati, dissolti nel nulla. Alla convinzione che il federalismo possa essere una soluzione praticabile per l'Europa e per molte altre aree del mondo, è subentrata la disperazione o, quanto meno, la delusione, la rassegnazione.

Non siamo di questo parere. Anzi, siamo di un parere esattamente contrario. Siamo più che mai convinti che il federalismo costituisca una chiave fondamentale per un futuro di pace e di prosperità, a cominciare dal continente europeo, e non solo per quello.

Con ciò non vogliamo dire che si possa far finta di niente, far come se non fosse successo niente, come se lo spazio dell'impegno federalista non fosse stato moltiplicato per tre, con la caduta del comunismo in Europa centrale ed orientale, come se la via economicistica e burocratica alla costruzione europea di questi ultimi anni non avesse avuto conseguenze terribili sia sull'edificio comunitario, sia sulle opinioni pubbliche europee.

Tutt'altro. Gli effetti di questa contaminazione economicistica, burocratica, verticistica, quindi antifederalista e antidemocratica, sono enormi, profondi. Li dobbiamo, li dovremo affrontare. Radicalmente. Rialzando le nostre bandiere, le bandiere del federalismo europeo, della nonviolenza. Alzando il tiro ... ammesso che potremo ancora permettercelo.

2.01. La crisi della Comunità europea

Che la C.E. stia attraversando una gravissima crisi non è più un mistero per nessuno. Più incerta è invece la consapevolezza della natura di questa crisi. Un certo atteggiamento, fatto di mistificazione e di disinformazione, ad opera dei governi e delle burocrazie nazionali da una parte, e dalla stragrande maggioranza dei mass-media dall'altra, rende oggi molto difficile, se non impossibile, all'opinione pubblica della C.E. e degli altri paesi europei capire la natura e l'ampiezza di questa crisi.

Per di più un succedersi di avvenimenti, dall'unificazione tedesca alla crisi monetaria che ha coinvolto Inghilterra, Spagna e Italia, dal "no" al referendum danese al piccolo "si" al referendum francese per il Trattato di Maastricht, dalla recessione mondiale alla "riforma" dell'agricoltura europea e alla dimissione al GATT, dagli enormi, dolorosi, e spesso sottovalutati, processi di mutazione dei paesi ex-comunisti alla tremenda guerra di aggressione del regime serbo nell'ex-Yugoslavia e la non meno tremenda dimissione dell'Europa, dal rinascere, ovunque nel mondo, delle questioni nazionali al moltiplicarsi, in Occidente, degli atteggiamenti di intolleranza nei confronti dello straniero, del diverso, hanno reso ulteriormente difficile la comprensione della crisi che stava - logicamente però - avvenendo nel processo di costruzione dell'Europa.

Una crisi che non è, quindi, congiunturale, ma che è iscritta nel modello stesso alla base dell'insieme del processo di costruzione "comunitaria", ovvero quello fondato sul postulato del primato dell'economia sulla politica, sul dogma che voleva - e vuole tuttora - che la convergenza delle economie dei paesi occidentali avrebbe portato, quasi naturalmente all'unificazione politica del continente.

Quarant'anni di lavoro in questa direzione non sono stati privi di successi rispetto ad uno degli obiettivi iniziali, quello della convergenza delle varie economie. Oggi, però, vengono alla luce, "grazie" anche ai formidabili fattori esterni di cui abbiamo parlato, i limiti di una tale costruzione. La sua incapacità - appunto - di affrontare con serietà e tempestività le nuove problematiche - o addirittura catastrofi, perfino sullo stesso continente europeo.

Dalla guerra del Golfo a quella nell'ex-Yugoslavia, dalla Somalia al Caucaso, l'Europa si trova, nel migliore dei casi, al rimorchio degli Stati Uniti d'America.

Parallelamente, la prassi - ormai consolidata - da parte delle classi dirigenti dei vari Paesi della Comunità europea di nascondersi dietro direttive o pseudo direttive di Bruxelles per far passare misure di razionalizzazione o di ristrutturazione all'interno del proprio paese, ha progressivamente indotto i cittadini, in particolare quelli di categorie più a rischio come gli agricoltori o i lavoratori dei settori "vecchi" dell'industria a vedere nella Commissione europea il responsabile "de tous les maux".

Da parte loro, le istanze esecutive di Bruxelles, non affatto insensibili al canto delle sirene "tecnocratiche" e "burocratiche" hanno capito con molto - troppo - ritardo i richiami provenienti dal Parlamento europeo e, soprattutto da alcuni gruppi federalisti, non ultimo il Partito radicale, per un drastico cambiamento di strategia, per l'attuazione, quindi, di una riforma che dia alla costruzione comunitaria solide basi democratiche, incluso una architettura chiara, intellegibile a tutti i cittadini europei.

In particolare si proponeva di cominciare a riportare l'edificio comunitario alle regole della democrazia e del federalismo classico, ovvero alla divisione dei poteri, alla trasparenza ed al controllo di questi, nonché al ruolo imprescindibile del cittadino.

Il ritardo della Commissione, la pressione del tutto insufficiente del Parlamento europeo, la mancanza o l'inadeguatezza di partiti e movimenti federalisti europei hanno quindi lasciato spazio libero ai Governi nazionali, ovvero al Consiglio europeo ed alle sue consuete pratiche fondate sui "do ut des" nazionali, lontani se non estranei - per natura oltreché per scelta ed interesse di potere - alla questione della democratizzazione della costruzione europea, a quella del suo deficit democratico.

2.02. Riforma o Rifondazione

Se, come crediamo, questa è la situazione attuale della costruzione europea, non è più rimandabile la scelta di fondo quanto al tipo di Europa che si vuole. Due ci sembrano, anche se qui schematicamente riassunte, le strategie possibili per rilanciare la battaglia per una Europa unita.

La prima, di segno "europeista", punta alla massimalizzazione degli accordi di Maastricht. Ovvero intende lavorare nel quadro esistente, puntando su alcuni appuntamenti istituzionali importanti, ed in particolare su quello delle prossime elezioni europee (giugno 1994) e su quello della prossima Conferenza intergovernativa prevista per il 1996 (dicembre) per migliorare la trasparenza e la democraticità delle istituzioni europee, e più in generale, del suo funzionamento.

La seconda, di segno "federalista europeo", punta (o dovrebbe puntare) ad un chiarimento quasi risolutivo quanto alla natura della costruzione europea. Ovvero tra una cooperazione di segno sostanzialmente intergovernativa, anche se approfondita e istituzionalizzata, ed una vera e propria federazione democratica di Stati europei, sceglie risolutamente la seconda alternativa.

A partire da questa scelta si tratta quindi di rovesciare la logica che è stata alla base, e poi le fondamenta, del processo di integrazione europea per quasi quarant'anni, cioè che l'unione si sarebbe avverata al termine di un processo di progressiva integrazione economica.

Come abbiamo già accennato, le attuali crisi economiche e finanziarie - e non solo esse - dimostrano quanto sia fragile una tale visione. Essa rischia infatti oggi di vedere un lungo e paziente processo, portato avanti in tempi di relativa prosperità, essere definitivamente travolto dalle diverse crisi in atto.

La nuova logica sarebbe quindi incentrata sulla dimensione politica dello "stare insieme", della federazione. Non si tratta affatto di negare che le divergenze tra i vari stati dovrebbero essere affrontate e superate ma, al contrario di quanto previsto dall'attuale logica economicistica nella quale il superamento delle divergenze economiche e finanziarie è condizione di partecipazione ai meccanismi comuni, nella logica politica è l'unione che definisce i criteri ed i tempi di convergenza, investendo anche mezzi e risorse affinché tale paese o regione che non adempie a certi criteri fissati dalle istituzioni della Federazione sia in grado di farlo.

2.03. Approfondimento o Allargamento

Se questo diventa il criterio, è ovvio che cambia radicalmente l'approccio alla questione dell'allargamento e che, in buona parte, viene anche meno il dibattito sulla questione "approfondimento o allargamento".

L'approccio federalista consentirebbe probabilmente una adesione immediata di molti paesi del Centro ed Est europeo e, anche se con qualche riserva in materia di rispetto dei diritti umani di paesi come la Turchia o Israele; impedirebbe invece a paesi come la Gran-Bretagna, la Danimarca, e, probabilmente, anche la Grecia, di imporre unilateralmente la loro visione "cooperativistica", intergovernativa dell'Europa.

E' ovvio che per questi primi paesi - del centro Europa - numerose, ed a volte assai lunghe, sarebbero le procedure di transizione in campo economico e finanziario. Questo anche al fine di evitare quanto più possibile gli effetti, spesso devastanti, di un approccio "tedesco" all'unificazione. Ma del tutto diverso sarebbe la capacità di questi paesi di partecipare, a pieno titolo e sin dall'inizio, alle politiche non strettamente di dominio economico, giust'appunto quelle la cui mancanza è oggi così crudelmente sentita dai cittadini europei.

Quanto a quei paesi oggi membri della Comunità europea, ma che non ne condividono le finalità federali, la soluzione sta - forse - nel garantirgli di poter continuare ad usufruire di una istanza di tipo "cooperativistico" o "intergovernativo", quale si configura oggi il grande mercato, chiamato dopo Maastricht, Unione Europea.

Una tale scelta di fondo costringerebbe infine alcuni paesi - la Francia in primo luogo - ad uscire dall'ambiguità, facendo una scelta di campo chiara a favore dell'una o dell'altra ipotesi.

La questione dell'allargamento ai paesi dell'EFTA, a meno che non si parli dell'allargamento dell'Europa di Maastricht, non assume valenza politica di particolare rilevanza nell'ipotesi che ci interessa, ovvero quella della creazione di un nucleo di stati che danno vita a veri e propri Stati Uniti d'Europa.

Nella prospettiva europeista, però, l'allargamento ai paesi dell'EFTA, per via delle regole esistenti in materia di nuove adesioni ed in particolare per via delle competenze di co-decisione del Parlamento europeo in materia, potrebbe costituire una occasione, particolarmente in relazione al forte interesse britannico a favore dell'allargamento, per introdurre, in cambio dello stesso, alcune riforme di segno democratico delle istituzioni dell'Unione Europea o - anche se questa può apparire fantapolitica - in cambio dell'attribuzione di poteri costituenti al P.E.

Rimane però la questione, al di là delle valutazioni che si possono fare sulle reali capacità del Parlamento europeo, di far valere il suo limitato, ma in questo caso, reale potere, di capire se esistono ancora all'interno delle strutture dell'Unione Europea gli spazi per ottenere in tempi politici le riforme indispensabili affinché l'Europa possa affrontare in modo non velleitario le tragedie in corso e quelle prevedibili che affliggono il continente europeo e il mondo, nonché raccogliere le sfide ambientali, economiche e sociali all'ordine del giorno.

L'utilità in termini di "real-politik" delle istituzioni della C.E. oggi (dell'Unione Europea domani) è tale e così interiorizzata dalle varie classi politiche europee che ci sembra difficile che esse possano rinunciarci senza che vi sia una fortissima spinta esterna: dall'opinione pubblica e dalle istanze della società civile. Dalla politica agricola alla guerra nell'ex-Yugoslavia infatti, dal problema della disoccupazione alla politica nei confronti del Terzo Mondo, l'Europa di Bruxelles è diventata l'alibi per gli stati membri della C.E. dietro il quale nascondere l'evidente assenza di volontà politica.

2.04. Il Partito della Costituente europea

Se, come crediamo, rimane pochissimo spazio per "giocare" all'interno delle istituzioni europee esistenti, nell'intento di ottenere una loro sostanziale riforma in senso democratico e federale, dobbiamo valutare se esistano le condizioni per concepire e, poi, portare avanti dall'esterno delle istituzioni della C.E. una battaglia federalista ex-novo per la creazione da parte di alcuni stati europei dei veri e propri Stati Uniti d'Europa.

Prima di tutto una ipotesi del genere dovrebbe fare i conti con le notevoli ripercussioni dei referendum danese e francese sull'opinione pubblica dell'Europa dell'Ovest, anche quella dei paesi tradizionalmente considerati come più "federalisti europei", ripercussioni per lo più negative che si sono congiunte con le paure di un rovesciamento sull'ovest delle nuove miserie nate a Est dopo la caduta della cortina di ferro, travolgendo il "consensus mou" sulla questione Europa preesistente.

Paure e inquietudini che sono state spesso catalizzate dai nuovi movimenti nazionalistici, grazie anche - e forse soprattutto - all'assenza di risposte credibili e convincenti da parte delle istituzioni europee e delle varie classi dirigenti. Paure e inquietudini che insieme alla percezione del deficit democratico delle istituzioni europee hanno contribuito al rigetto, esplicito o meno, da parte di una parte consistente dell'opinione pubblica del Trattato di Maastricht.

Non bisogna sottovalutare l'aspetto estemporaneo, congiunturale, di questi atteggiamenti e, quindi, la possibilità di un loro eventuale superamento in tempi relativamente brevi, una volta che le riforme contenute nel Trattato di Maastricht - molto modeste come sappiamo - saranno state vissute ed "integrate" direttamente dalla gente. Rimane però il dubbio che la crisi venuta alla luce con i referendum e, soprattutto, con l'emergere ad un livello non più marginale di fenomeni razzisti e di intolleranza, non sia paragonabile ad altre crisi precedentemente vissute; essa invece esprime, insieme ad un malessere sociale e politico più profondo, un'incapacità ormai palese da parte delle classi dirigenti di mobilitare, di federare, di dare speranza oppure solamente di illudere l'opinione pubblica con un progetto "europeo" così riduttivo, il cui carattere non-democratico prima ancora che burocratico e tecnocratico, è ormai evidente a tutti.

Ma più ancora che quella del "contesto politico generale", forse l'unica vera questione che si pone rispetto ad un tale impegno è quella di sapere se saremo in grado, come Partito Radicale, di portarlo avanti, e quindi, ancora prima, se saremo in grado di trovare le risorse umane e finanziarie per sviluppare il partito transnazionale e transpartitico, rafforzandolo nei paesi dell'Europa Centrale ed Orientale, e - soprattutto - gettandone le basi in quegli stati dell'Europa Occidentale dove esistono i presupposti di una volontà popolare a favore della creazione di una vera e propria federazione europea.

Forse però, anche se una tale ipotesi avrebbe o avrà bisogno di molti passaggi intermedi, è proprio a partire da un patto di adesione al PR incentrato su un tale rilancio della costruzione europea, senza per questo accantonare battaglie come quelle per l'esperanto, l'abolizione della pena di morte, l'antiproibizionismo sulle droghe ma, al contrario, integrandole in un certo modo in questo progetto, che potrebbe risiedere una delle chiavi per un rilancio della presenza radicale nell'Europa Occidentale, oltreché, ovviamente, per un suo rafforzamento nei paesi dell'Europa centrale ed orientale.

2.05. L'Anti-Maastricht

In tale senso, andrebbe valutata l'ipotesi della redazione e della diffusione su larga scala, cominciando con tutti i membri dei Parlamenti d'Europa, di una vera e propria COSTITUZIONE dei futuri Stati Uniti d'Europa: un vero e proprio Anti-Maastricht, manuale per una Nuova Europa (un "mille lire"). Un testo chiaro, limpido, accessibile a tutti i cittadini europei, da contrapporre nello stile, come nel contenuto, al libretto sul Trattato di Maastricht diffuso massicciamente in occasione dei referendum danese e francese. Un testo-Manifesto che possa servire da traccia per l'impegno federalista del Partito Radicale nei prossimi 5 anni ma anche come punto di aggancio, come "base contrattuale" per l'adesione al PR da parte dei parlamentari e dei cittadini d'Europa, dell'Ovest in particolare.

Questo progetto di costituzione dovrebbe definire:

- i diritti e doveri fondamentali dei cittadini degli Stati Uniti d'Europa (a cominciare dal diritto alla vita, dal diritto alla lingua, ...);

- l'architettura istituzionale (e quindi anche il sistema elettorale unificato e l'istituto europeo referendario);

- le competenze o i terreni di azione (e quindi il principio di sussidarietà) degli Stati Uniti d'Europa, insieme a quelli di competenza degli Stati e delle regioni. Queste competenze dovrebbero comprendere comunque:

- la politica estera (con il diritto-dovere di ingerenza);

- la politica di sicurezza e di difesa;

- la politica macro-economica;

- una politica fiscale;

- la politica macro-ambientale;

- la politica energetica;

- la politica monetaria (a breve termine per alcuni stati, a medio termine - per le ragioni di cui sopra - per altri stati);

- le condizioni di adesione all'unione federale e di ritiro dalla stessa;

L'aspetto istituzionale, anche se spesso di interesse relativo da parte dell'opinione pubblica, è, e rimane, fondamentale se vogliamo evitare di ricadere negli errori dell'esperienza comunitaria.

In particolare una separazione netta tra legislativo ed esecutivo ci sembra fondamentale, così come lo è una partecipazione degli Stati membri al momento legislativo attraverso la delegazione di una loro rappresentanza diretta, elettiva (delegazione che potrebbe coincidere con le commissioni "Affari europei" dei vari parlamenti nazionali), insieme ad una rappresentanza (paritetica ?) delle loro regioni e/o comunità linguistiche in un Senato europeo. Uno schema che si distanzia molto, logicamente, da quello dell'attuale Comunità Europea dove il Consiglio Europeo che riunisce Capi di Stato e di Governo, non solo mescola le funzioni legislativa ed esecutiva, ma accentra, se non addirittura monopolizza, ogni tipo di potere, a dispetto del principio della divisione, fondamentale in democrazia.

Prefigurando questi Stati Uniti Democratici d'Europa, si può ritenere che lo schema di repubblica parlamentare sia quello più consono all'esigenza di rispettare le diversità ed a garantire l'equilibrio tra i vari poteri, e tra i loro vari livelli (federale, nazionale e regionale).

In questo quadro federale, per ben marcare la profonda esigenza di divisione dei poteri e dei livelli di potere, andrebbe finanche tolta ai capi di Stato e di governo la presidenza della federazione. Invece, con funzioni del tipo di quelle vigenti nelle repubbliche parlamentari, un presidente potrebbe venire eletto dalle due camere europee (Parlamento e Senato).

Infine, questa impostazione, di segno chiaramente federalista non dovrebbe - assolutamente - essere contrapposta a quella che abbiamo chiamato europeista ma bensì essere "complementare" ad essa. Gli Stati Uniti o la federazione dovrebbero svilupparsi PARALLELAMENTE all'UNIONE EUROPEA (oggi ancora CE) risultante del Trattato di Maastricht.

Ad essi aderirebbero quegli Stati e solo quelli, che decidono di aderire IN TOTO alla Costituzione suddetta.

2.06. Il Partito degli Stati Uniti d'Europa

Come abbiamo cercato di chiarire, l'Europa di cui stiamo parlando viene definita dai contenuti e non dalla geografia. E quindi, logicamente, prendiamo le distanze, dopo averlo fatto con la Comunità Europea, con le varie ipotesi di "Unione Paneuropea". Non nel senso che intendiamo escludere "per realismo" da questo processo di federazione europea alcuni paesi piuttosto che alcuni altri, ma perché, in questa nuova logica che vorremmo proporre, l'aspetto essenziale sta nella natura del contratto che verrebbe stipulato tra i vari stati aderenti. Un discorso quindi di qualità e non di quantità che potrebbe coinvolgere, nella sua fase iniziale, solo pochi paesi (dell'Ovest e/o dell'Est), per poi coinvolgerne altri, ma su delle basi sicure, definite: federali e democratiche.

Se questa logica dovesse essere nostra, rimane da capire come renderla operativa, o, in altri termini, come sviluppare lo strumento "Partito Radicale" perché possa diventare a tutti gli effetti battaglia politica.

In questo senso, e senza dimenticare i pesanti limiti per ogni riflessione operativa costituiti dalle ipoteche finanziarie che gravano sul Partito Radicale, ci sembra indispensabile valutare la possibilità di riaprire alcuni fronti radicali nell'Europa Occidentale.

Prima di tutto andrebbe riattivato il potenziale rappresentato dalle strutture di cui disponiamo (fino alle elezioni del 1994) al Parlamento europeo di Bruxelles. Contemporaneamente, restando nell'ottica che è stata quella perseguita in questi ultimi anni nell'Europa centrale ed orientale e che ci ha visto "privilegiare" il lato parlamentare nel nostro impegno per lo sviluppo del PR, andrebbe valutata l'ipotesi di costituire presso alcuni paesi dell'Europa "comunitaria" delle strutture operative minime del PR, in grado di diventare basi di appoggio e di "relais" per lo sviluppo di una presenza radicale nei vari parlamenti.

Oltre al criterio "finanziario", dal quale non possiamo prescindere, va preso anche in considerazione, ovviamente, il "contesto politico", ovvero la possibilità di riscontrare interesse per una tale proposta nella classe politica oltreché nell'opinione pubblica. Se questa è l'ottica, non potremmo prescindere dalla Germania, il paese che, anche se non con la convinzione necessaria, ha più insistito sulla necessità di una riforma in senso democratico dell'edificio comunitario. Oltre a questo paese, e con le dovute riserve, potrebbero essere presi in considerazione Spagna, Francia e Portogallo insieme ai paesi del BENELUX, dove la nostra presenza può essere ripotenziata a partire dal Parlamento europeo.

Parallelamente, ci sarebbe da ragionare su una rivisitazione dell'idea, del Partito Radicale all'origine, degli Stati Generali d'Europa, un'idea poi ripresa dal P.E. e dai parlamenti nazionali della C.E. e attuata, anche se in modo del tutto insoddisfacente, attraverso la Conferenza dei Parlamenti della C.E. Un'idea, questa, che dipende anch'essa dallo sviluppo delle presenze radicali nei parlamenti, dell'Occidente in particolare. Un corpo "parlamentare" che, se venisse a radicarsi in modo non più marginale ad ovest ed a consolidarsi ed arricchirsi ad est, potrebbe diventare centrale nella definizione e nell'attuazione di una ipotesi di "rifondazione" europea di segno federale e democratico. Questo "nucleo", insieme a costituzionalisti di valore, potrebbe, per esempio, lavorare alla definizione di una prima bozza di "costituzione" degli Stati Uniti d'Europa, a partire dai progetti esistenti, cominciando da quello di Altiero Spinelli.

2.07. Oltre le crisi

L'Europa potrà quindi rinascere se sarà capace di affrontare e di gestire alcune crisi maggiori in atto oggi.

Schematicamente queste ci sembrano oggi le crisi da affrontare:

1. la recessione mondiale, e quindi le sue implicazioni economiche e sociali nell'Europa occidentale stessa;

2. la crisi del "post-comunismo" con le sue gigantesche implicazioni interne, in termini economici e sociali ma anche politici, e le sue implicazioni esterne come la pressione sulle frontiere e la comparsa di una concorrenza per alcuni settori economici dell'Europa occidentale;

3. il persistente mancato sviluppo di una buona parte del Terzo Mondo oppure uno sviluppo fondato sul commercio di sostanze proibite in alcuni paesi (droga in primo luogo);

4. lo sviluppo, in particolare in Europa centrale ed orientale, di ideologie nazionaliste o nazionalcomuniste e, in alcuni casi, la loro degenerazione in veri e propri conflitti;

5. il continuo degrado dell'ambiente a livello mondiale;

Si tratterebbe quindi di individuare, a partire da questa analisi generale ed accanto all'impegno sul fronte politico-istituzionale per la nascita degli Stati Uniti d'Europa, alcuni settori di intervento che possano prefigurare una inversione di rotta dell'Europa, ovvero che possano segnare il passaggio da una Europa che subisce ad una Europa che affronta.

Cercheremo di evidenziare alcune proposte politiche tenendo presenti due parametri: da una parte un parametro simbolico, ovvero la capacità della riforma proposta, se dovesse essere acquisita, di provocare altre riforme; d'altra parte un parametro di trasversalità, ovvero la possibilità che la riforma proposta consenta di portare congiuntamente elementi di risposta a diverse delle crisi sopra elencate.

2.08. Il partito del Piano Marshall per l'Est-europeo

In un mondo caratterizzato oggi da enormi over-capacities di produzione solo una politica fondata sulla "spesa" potrebbe costituire una via d'uscita. Una politica della spesa che si potrebbe però concretizzare solo marginalmente in una crescita del consumo delle famiglie ed in una crescita degli investimenti delle imprese visti gli alti tassi d'interesse (per i quali è previsto un ulteriore aumento). In un tale quadro economico complessivo rimane quindi un unico spazio di manovra: le spese per infrastruttura, formazione e ricerca.

La liberalizzazione degli interscambi, la deregolamentazione insieme alla rivoluzione post-industriale - caratterizzata dall'introduzione dell'informatica, dei nuovi mezzi di comunicazione che cancellano le distanze ed il tempo - hanno provocato una vera e propria mondializzazione dell'economia. Questo dato di fatto rende indispensabile un approccio concertato e quanto più mondiale possibile al fine di affrontare l'attuale crisi e per attuare qualsiasi politica di rilancio dell'economia.

Se a questo criterio economico aggiungiamo due criteri politici fondamentali, quello di promuovere, non solo a livello europeo, l'emergere di vere e proprie federazioni democratiche di Stati, e quello dell'ambiente, abbiamo il quadro generale entro il quale definire alcuni obiettivi politici pertinenti con la gravità delle crisi.

Un piano Marshall per l'Est-europeo potrebbe essere un'occasione oltreché uno strumento in questo senso, se accompagnato però da alcune riforme concrete all'interno della Comunità europea, anche per quanto riguarda la Politica Agricola Comune.

Come andrebbe gestito un tale piano ?

La sua realizzazione, di natura politica ancora prima che economica, necessiterebbe di una gestione unica, al livello europeo. In assenza di una vera e propria federazione europea, e quindi in assenza di un vero e proprio governo europeo, sarebbe concepibile affidarne la direzione ad una struttura come l'attuale Commissione europea ?

Quale intervento ?

Un intervento mirato alla realizzazione di nuovi sistemi di comunicazione nei settori a basso consumo di energia, più rispettosi dell'ambiente e ad alto valore tecnologico; un piano incentrato sull'ammodernamento dei networks telefonici, sulla creazione di networks telematici, sul rinnovamento ed il completamento delle reti ferroviarie, con l'introduzione di collegamenti ad alta velocità tra le maggiori città dell'Ovest e dell'Est e tra quelle dell'Est (contribuendo quindi ad evitare una riproposizione nei paesi ex-comunisti del tragico "tutto macchina" dello sviluppo occidentale dal dopo guerra ad oggi); tutto ciò fornirebbe anche alle imprese specializzate nelle tecnologie avanzate dell'Europa Occidentale una formidabile occasione di rilancio e di ulteriore sviluppo.

Parallelamente andrebbe operata una apertura dei mercati dell'Europa Occidentale ai prodotti dell'Est. Una misura questa che dovrebbe essere accompagnata da una nuova riforma della PAC, per molti versi opposta a quella appena realizzata. Il criterio vigente di attribuzione di aiuti comunitari per supplire al congelamento di terre, calcolato in funzione del livello di produzione antecedente alla riforma (una misura che privilegia enormemente le zone agricole più ricche e, all'interno di esse, ancora di più i grandi produttori), andrebbe sostituito con un criterio di remunerazione per il ruolo ambientale, ovvero per le attività a favore della difesa dell'ambiente svolte dagli agricoltori. Una tale impostazione consentirebbe inoltre di fermare il processo di desertificazione delle campagne dell'Europa Occidentale e, conseguentemente, di bloccare una ulteriore concentrazione di popolazioni nelle megalopoli.

Una proposta che meglio si concilierebbe con una deregolamentazione dell'agricoltura comunitaria, in primo luogo perché restituirebbe al mercato la sua funzione regolatrice in materia di prezzi. Altri effetti derivanti dal ristabilimento delle regole di mercato sarebbero altrettanto importanti. Così il ristabilimento delle regole di mercato, con il conseguente equilibrio non fittizio dell'equazione domanda-offerta, consentirebbe ai produttori di riorientare le loro produzioni verso alcuni settori oggi distrutti dagli accordi di importazione ma anche verso produzioni di qualità, meno utilizzatrici di energia, di fertilizzanti e di fitofarmaci. Last, but not least, una tale politica toglierebbe agli americani molti dei loro attuali argomenti nell'Uruguay Round, consentendo agli europei di uscire dalla loro attuale psicosi della resa.

2.09. Il partito della Transbalcanica

Un tale piano Marshall non sarebbe soltanto una iniziativa "macro-politica", ovvero una iniziativa di stabilizzazione politica risultante dallo sviluppo economico conseguente. In effetti la realizzazione di infrastrutture di comunicazione può acquisire un forte valore politico favorendo, per esempio, la crescita del tasso di interdipendenza tra paesi vicini, e quindi di capacità di dialogo. Può anche impedire l'utilizzazione di posizioni di rendita da parte di alcuni paesi nei confronti di altri. In questo senso la costruzione di un'asse di comunicazione ferroviaria Durazzo-Tirana-Skopje-Sofia (con possibile estensione verso Bucarest, Chisinau, Kiev ed Istanbul), oltre a favorire lo sviluppo di un'intera regione ed i suoi collegamenti con altre zone d'Europa (Sud-Italia in testa), toglierebbe all'asse di comunicazione Nord-Sud (Atene-Tessaloniki-Skopje-Belgrado) il predominio nei collegamenti balcanici e vanificherebbe l'attuale potere di ricatto della Serbia e della Grecia nei confronti della Macedonia.

Oltre a questa "trasversale balcanica", molti sono gli altri collegamenti da sviluppare. A titolo solo indicativo, possiamo menzionare i collegamenti Ovest-Est come quelli tra Berlino, Varsavia e Mosca, tra Parigi, Vienna, Budapest e Kiev, tra Monaco, Praga, Bratislava e Budapest, e quelli Est-Est come quelli tra Kiev, Chisinau e Odessa e tra Bucarest, Budapest e Varsavia.

Questo piano sarebbe di un ordine di grandezza del tutto diverso rispetto ai progetti oggi studiati dalla C.E. Un piano concreto, teso a facilitare la transizione all'economia di mercato dei paesi ex-comunisti, a favorire la progressiva compatibilità di queste economie con quelle occidentali e a rendere possibile, in tempi politici, una loro piena integrazione in una economia europea integrata.

2.10. Europa: la piaga della partitocrazia

Da Varsavia a Roma, da Parigi a Bucarest, da Praga a Berlino, da Bruxelles a Budapest, da Bratislava a Madrid, dovunque, o quasi, sul continente europeo, dilaga la piaga degli effetti di una concezione della democrazia fondata sulla rappresentanza. Ad Est, dove questo sistema è stato recentemente reintrodotto, i suoi effetti disastrosi sono ancora "limitati" alla capacità dell'esecutivo di governare efficacemente, alla capacità del Parlamento di legiferare e di controllare effettivamente.

Ad Occidente, dove IL sistema vige da "sempre", ci sono, oltre a queste conseguenze disastrose, specialmente in tempi così difficili e spesso drammatici come quelli che viviamo oggi, quelle ormai evidenti a tutti e dovute al dilagare della corruzione eretta a sistema. Da "Tangentopoli" in Italia, che coinvolge quasi tutti i partiti (DC, PSI, PDS-ex-PCI, PRI, PSDI, PLI, ...), ai molteplici "affari" regolarmente insabbiati che hanno contrassegnato la vita politica del Belgio da vent'anni a questa parte; dagli scandali sul finanziamento dei partiti in Francia alle varie "Affaires" che hanno coinvolto personaggi politici di primissimo piano, non ultima quella sul sangue contaminato; dalle "dimissioni ministeriali" che hanno intaccato i vari governi della Germania al misero tramonto del cosiddetto "modernismo" socialista spagnolo, travolto anche esso dagli usi ed abusi di potere a fini personali o di partito; quasi tutti gli stati del continente europeo sono stati caratterizzati dalla corruzione e, anche se in mi

sura variabile a seconda dei paesi, dalla ingovernabilità e dalla mancanza di reali condizioni di alternanza al governo.

2.11. Il Partito della governabilità anglosassone

Per il Partito Radicale la diagnosi non è affatto nuova. Da più di dieci anni, in Italia, in altri paesi occidentali successivamente, da prima del crollo del muro di Berlino nei paesi dell'Europa Centrale ed Orientale, stiamo cercando di contrapporre al mito del proporzionalismo e della cosiddetta rappresentanza, il modello della democrazia anglosassone, del governo che governa, dell'opposizione che controlla e si prepara a governare. In Italia, dopo anni di censura, la proposta radicale è oggi fatta propria da settori consistenti dei principali partiti. All'Est, e malgrado il convincimento dichiarato, prima ancora della caduta del muro, di numerose personalità dell'opposizione a favore della democrazia anglosassone, quasi nessuna delle nuove democrazie ha scelto il sistema elettorale uninominale all'inglese. Col risultato che sappiamo: 18 partiti in Polonia, 11 partiti in Romania, 7 partiti in Ungheria, 9 partiti in Boemia-Moravia, 6 partiti in Slovacchia, 9 in Macedonia, ecc. Altri paesi, come la Bulgaria,

che avevano optato per un sistema elettorale prevalentemente maggioritario, l'hanno addirittura modificato successivamente. Una sola eccezione: l'Albania, dove vige un sistema maggioritario, uninominale secco all'inglese, con una correzione proporzionale per l'attribuzione di un venti per cento dei seggi.

In questi paesi, come da tempo in quelli occidentali, possiamo quindi oggi assistere alle stesse trattazioni a tempo indeterminato per la formazione dei governi, alle stesse crisi degli esecutivi, agli stessi mercanteggiamenti, alle prime compromissioni, alle lotte sfrenate per il controllo dell'amministrazione pubblica, dei mass-media, alcune volte in modo caricaturale, in puro stile "continentale", come in Ungheria.

Di fronte ad una tale situazione, la proposta anglosassone del Partito Radicale si propone e si ripropone con grande forza a tutti i paesi del continente europeo, e non solo europeo. Anche molti paesi dell'Africa, in corso di democratizzazione dopo molti anni di partito unico, si confronteranno o si sono già confrontati con questo aspetto fondamentale della democrazia.

Ma la scelta anglosassone non riguarda soltanto il momento del "buon" e dell'"effettivo" governo. Riguarda anche una questione cruciale del nostro tempo: quella delle nazionalità, delle minoranze e delle maggioranze "nazionali", della loro convivenza. Anche in questo contesto, questa scelta può consentire o, comunque, favorire la contrapposizione su concrete proposte di governo, invece di incitare alle divisioni fondate sull'appartenenza "etnica", "comunitaria", tese alla difesa di interessi particolari. Se tale scelta può apparire sufficiente anche per quanto riguarda la effettiva possibilità che vengano presi in considerazione gli interessi delle minoranze, nel senso che i consensi elettorali della o delle minoranze andrebbero naturalmente al partito che più si impegna a difenderli (come avviene in qualche modo negli Stati Uniti d'America), potrebbe essere opportuno però coniugarlo con il federalismo. Un sistema federale (o regionalizzato) consentirebbe in effetti, oltre ad avvicinare il potere ai cittadin

i (qualsiasi sia la loro "etnia" di appartenenza), di dare alle minoranze la possibilità concreta di autogovernarsi nei settori nei quali si esprime la loro "diversità", ovvero essenzialmente in quelli dell'educazione, della cultura e della comunicazione.

La questione anglosassone riguarda infine un altro tema di nostro interesse, quello europeo. All'interno del lunghissimo capitolo sul deficit democratico della costruzione europea giace anche, vittima della cultura continentale dominante, la questione della riforma e dell'unificazione della procedura per l'elezione del Parlamento europeo. In una prospettiva europeista, di riforma quindi dell'esistente, una nuova procedura elettorale, unificata e anglosassone, potrebbe costituire un elemento prezioso per un riequilibrio dei poteri della C.E. a favore del Parlamento europeo, finora unica istituzione a legittimità democratica. In effetti una tale riforma rafforzerebbe il rapporto tra eletti ed elettori, l'indipendenza dei primi rispetto ai partiti di appartenenza, tuttora partiti di carattere nazionale, favorendo anche la loro autonomia nei confronti degli esecutivi dei loro paesi di origine; conseguentemente ne verrebbe rafforzato il loro "peso" nei confronti del Consiglio europeo e della Commissione europea.

Nella prospettiva, aperta con il Trattato di Maastricht, di un maggiore coinvolgimento delle regioni, ci si potrebbe spingere più oltre, cercando - opera difficile - di fare coincidere - laddove è possibile - questi collegi uninominali con le regioni esistenti nei vari paesi membri. In ogni caso l'elezione "all'anglosassone" favorirebbe l'emergere di solidarietà altre rispetto a quelle nazionali o, in misura minore, a quelle "euro-partitiche": risulterebbero evidenziate, per esempio, le affinità tra le regioni frontaliere.

Non è facile individuare su questo fronte il "Che fare", a maggiore ragione a livello transnazionale. Se, come crediamo e abbiamo tentato brevemente di dimostrare, il dato partitocratico è un elemento comune oltreché rilevante nel degrado generale del continente europeo (e non solo di quello), non per questo risulta immediatamente praticabile una azione comune su questo fronte. I livelli di degenerazione, così come il grado di consapevolezza rispetto alle ragioni di questo degrado, sono diversissimi. La questione - aperta - è quella di capire se siamo arrivati ad un grado sufficiente di maturazione e di convinzione su questo tema, in primo luogo tra i parlamentari iscritti, con l'obiettivo di darci alcuni strumenti transnazionali di lavoro e di impegno, come, ad esempio, una Lega transnazionale per la promozione del sistema anglosassone.

2.12. Per la nascita di partiti europei

Il Partito Radicale, va ribadito, non è un partito europeo. Non per questo non può e non deve, crediamo, impegnarsi laddove è possibile far crescere le interdipendenze, ovvero quei processi di federazione regionale o continentale. Un processo che riguarda anche l'emergere in questi processi federativi di partiti federali.

Una necessità, questa, che viene affermata per la prima volta nel Trattato di Maastricht. Ma che rischia, con ogni probabilità, di essere interpretata - e poi usata - dalle classi politiche dirigenti europei, "coalizzate" (ed assolutamente non federate) negli pseudo-partiti oggi esistenti, come una ulteriore fonte di finanziamento pubblico. Il pericolo non è da poco. Vanno quindi prese da subito delle iniziative affinché venga bloccato sul nascere ogni tentativo di riproposizione a livello europeo di partito parastatale. Vanno invece individuate le possibilità di offrire alcuni servizi a quei partiti che si propongono di agire nell'insieme della C.E.

2.13. La questione delle nazionalità, delle minoranze

Già nel 1979, nel Parlamento europeo, nel Parlamento italiano, negli incontri tra delegazioni del PE e del parlamento yugoslavo, nelle piazze, nei loro giornali, i radicali in generale, Marco Pannella in particolare, ritenevano che "le questioni del Kossovo, del Paese Basco, dell'Irlanda del Nord, ... non potevano essere affrontate e risolte a Belgrado, a Madrid o a Londra, ma lo potevano essere, invece, a Strasburgo o a Bruxelles". Una analisi, purtroppo, drammaticamente confermata dalla storia recente ed attuale. Ma anche una proposta, spesso derisa, sempre bollata come irreale, dalle classi dirigenti della Comunità europea e dei suoi paesi membri.

Oggi, a quasi quattro anni dalla caduta della Cortina di Ferro, alle questioni basca, irlandese, kosovara se ne sono aggiunte decine di altre, che si credevano scomparse dal continente europeo, ma che erano state soltanto represse e negate da cinquant'anni o più di totalitarismo comunista.

Ovunque in Europa, e non solo, ha ricominciato quindi a bollire la pentola del nazionalismo. In alcuni casi, esasperata da classi politiche del vecchio regime in cerca di nuove basi di consenso, questa tremenda ideologia ha già fatto saltare il coperchio. Inutile dilungarci sul risultato della politica di questi signori che da demagoghi che erano all'inizio sono poco a poco diventati dei veri e propri criminali, responsabili di violenze, torture, stupri e stermini di massa: lo spettacolo di quanto sia avvenuto nella Croazia prima, nella Bosnia poi, è risaputo da tutti.

2.14. Il Partito della sporcizia etnica

Purtroppo si aggiunge a queste tremende situazioni ex-yugoslava o caucasica e a quelle cariche di tensione, come in Moldavia, in Macedonia, in Romania, nei Paesi Baltici, in Slovacchia, in Russia, in Ucraina, nelle repubbliche ex-sovietiche dell'Asia Centrale, una totale e non meno tremenda assenza politica dell'Europa, delle sue istituzioni sovranazionali.

In un tale quadro, ovviamente, non ha molto senso parlare di un intervento di questa Europa, né di come bisognerebbe che fosse organizzata per tutelare i diritti delle minoranze e per organizzare la convivenza tra nazionalità diverse.

La questione, invece, è netta, immediata. Che fare ? Che fare per fermare queste pazzie, per fermare la politica razzista e nazista di un regime, quello di Belgrado ? Che fare per creare le possibilità di una rinascita della Bosnia che non si fondi sui risultati della pulizia etnica ?

Una cosa quanto meno è chiara. La nostra battaglia deve essere tesa allo ristabilimento di un assetto politico ed istituzionale che rispecchi proprio ciò che si è voluto cancellare con la politica della pulizia etnica, ovvero la convivenza su uno stesso territorio di diverse comunità etniche. Deve quindi partire proprio dagli antipodi della logica dei negoziati di Ginevra: quella della spartizione (grossolamente nascosta dietro uno pseudo decentramento), che non è altro che l'iscrizione, nella legge, dei risultati di una politica di forza, della politica di pulizia etnica del regime di Belgrado e dei suoi signori della guerra in Bosnia. Bisogna quindi ritornare allo "status antes": allo stato dei cittadini.

Alla base di questo ritorno alla situazione anteriore, c'è la gente: quelle centinaia di migliaia di persone cacciate dalle loro case, profughi in Bosnia stessa, in Croazia, in Slovenia, in Germania e, un po' dappertutto, in Europa. Individuato il nodo della questione, rimane da inventare una strategia, che non può essere che multiforme, ovvero la concretizzazione di una serie di proposte fatte in questi ultimi mesi dal P.R. o da alcuni dei suoi esponenti. I punti fondamentali sono:

1. l'isolamento totale della Federazione Serbo-Montenegrina da parte della Comunità internazionale per la sua fondamentale responsabilità nella tragedia bosniaca oltre che per la guerra in Croazia e Slovenia e per l'oppressione della stragrande maggioranza della popolazione del Kossovo;

2. la costituzione, nel quadro dell'ONU, di un tribunale internazionale per i crimini di guerra;

3. un appoggio deciso e massiccio, politico, amministrativo e tecnico, con le città della Bosnia da parte delle città del resto d'Europa, attraverso una campagna di gemellaggio puntato al salvataggio di tutti i dati anagrafici, storici, ecc. delle città occupate, distrutte, "pulite" da parte dei serbi; al fine di creare le condizioni per un ritorno di tutti i profughi;

4. il riconoscimento immediato della Macedonia;

5. l'elaborazione di un assetto istituzionale agli antipodi di quello oggi discusso a Ginevra, ovvero un assetto istituzionale che si fondi non su una divisione geografica ("decentralizzazione") che faccia corrispondere le regioni con le comunità etniche (perché questo comporta comunque il sancire gli "spostamenti" di popolazione avvenuti) ma tenendo conto delle realtà regionali;

6. riconoscimento al Parlamento del Kossovo di uno status internazionale analogo a quello dell'OLP.

2.15. Il Partito delle diversità

Premesso che qualsiasi politica europea di garanzia delle minoranze non può prescindere, neanche minimamente, dalla risoluzione della tragedia bosniaca, rimane da capire quali meccanismi politici ed istituzionali di garanzia è necessario inventare e concepire, a livello del continente europeo (e non solo), al fine di impedire l'esplosione di altre tragedie di questo tipo.

Qui, come altrove, ci scontriamo, purtroppo e drammaticamente, con l'assenza o la sostanziale inadeguatezza, sia a livello europeo, sia a livello mondiale, delle attuali istituzioni internazionali. Abbiamo già visto i limiti - abissali - del processo "comunitario" di integrazione europea. Limiti che hanno per nome "cooperazione intergovernativa" invece di federalismo, "verticismo tecnocratico" invece di democrazia ma, anche, sostanziale trascuramento delle realtà regionali e delle minoranze, non certo colmato con la creazione, prevista dal Trattato di Maastricht, di un Comitato Consultivo delle Regioni.

Una inadeguatezza anche in questo settore, quella della C.E., non certo colmata dall'opera di altre istituzioni europee: il Consiglio d'Europa, completamente assente dall'inizio della guerra nell'ex-Yugoslavia; la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), anch'essa impotente; l'ONU, di cui viviamo ogni giorno la tragica inadeguatezza.

Di fronte però alla tentazione di individuare nuovi organismi o, meglio, istituzioni europee o mondiali incaricate di "gestire" i problemi delle minoranze (Alta Autorità Europea delle Minoranze, per esempio) ci sembra fondamentale confermare e, semmai, rafforzare, l'elemento centrale costituito dal Diritto, dai diritti di tutti i cittadini. Siamo in effetti, convinti, che solo nell'effettività del Diritto, dei diritti (e cioè anche con una giustizia che funziona, con leggi efficaci e applicate in materia di tutela del diritto all'informazione ed all'immagine), possono nascere le condizioni di un dialogo vero - quindi anche difficile e duro - tra maggioranze e minoranze, per raggiungere nuove articolazioni politico-istituzionali (autonomie, regionalizzazione, federalismo, ...) che consentano a ciascuna comunità di vivere, in convivenza con le altre, la loro propria diversità.

2.16. Il partito degli Zingari

Nel bel mezzo della questione delle minoranze, ce n'è una molto particolare: quella degli zingari. Una questione che è riemersa in tutta la sua drammaticità agli occhi dell'opinione pubblica europea attraverso gli atti di intolleranza di cui è stata vittima questa comunità in Germania, in Ungheria, in Bulgaria, in Romania, e, più generalmente, ovunque risiedono consistenti comunità rom. Più recentemente, è stata decisa in Germania l'espulsione di 80.000 emigrati illegali, provenienti dalla Romania: questa misura tocca particolarmente i rom visto che costituiscono la stragrande maggioranza di questi immigrati.

Con questi avvenimenti è riemerso un vecchio dibattito, quello tra "assimilazione" e "integrazione", mai risolto o chiuso ma solo congelato ad Est dai vari regimi comunisti o, in Occidente, dalla crescita economica che consentiva in qualche modo di "contenerlo", di "accantonarlo", di "nasconderlo".

Manifestamente però né la politica volontaristica (ed è un eufemismo) dell'Est, né i dividendi della politica del Welfare State dell'Ovest, ambedue fondate sull'assimilazione, hanno conseguito il loro obiettivo.

Le comunità zingare hanno mantenuto forte la loro identità, anche se, per alcune di esse, se ne è aggiunta o sovrapposta un'altra, di natura sottoproletaria, originata dalla rivoluzione industriale e dalla scomparsa delle classi artigianali.

Il nodo centrale della questione, a partire dal quale riaffrontare (o meglio affrontare, in ambito europeo) la questione zingara ci sembra quindi essere quello dell'identità. E, come è stato ormai dimostrato, non c'è possibilità di affermazione di identità se la politica - proclamata o meno dai vari stati - è una politica di assimilazione. E' giunto quindi il momento di inventare una politica tendente all'integrazione, fondata sull'affermazione delle peculiarità del popolo zingaro e sulle sue necessarie articolazioni con le varie culture nelle quali si è ambientato.

Si tratta, in altri termini, di creare lo spazio affinché il popolo zingaro possa compiere una vera e propria rivoluzione transnazionale. Una rivoluzione che, sul modello delle rivoluzioni nazionali del secolo scorso, consenta al popolo zingaro di affermare e di vivere la propria identità, le proprie peculiarità linguistiche e culturali. Una rivoluzione che, all'opposto delle rivoluzioni del secolo scorso, fondi questa affermazione sulla interdipendenza del popolo zingaro con i vari popoli europei con cui convive. Una rivoluzione, ancora, che abbia come geografia la democrazia, come referente gli Stati Uniti d'Europa da creare.

In questa direzione si stanno cominciando a muovere alcune organizzazioni internazionali Rom. Di recente, sotto la loro spinta, è stato approvato dal Consiglio d'Europa un documento nel quale viene loro riconosciuto lo status di minoranza europea. Un riconoscimento senz'altro importante ma che rischia di non produrre effetti se non si riescono ad individuare alcuni obiettivi grazie al cui raggiungimento si possa cominciare a rendere questo concetto visibile e comprensibile.

Un compito difficile che necessita di un ulteriore sviluppo della riflessione insieme ad un maggiore coinvolgimento degli zingari iscritti al Partito Radicale. Quanto segue non va quindi considerato come una vera e propria proposta ma come un primo contributo.

Un punto fermo, dal quale dobbiamo partire, è il carattere transnazionale della questione, anche se, di fronte al carattere relativo, in termini politici ed istituzionali, dei referenti europei, i problemi di praticabilità politica non sono da poco. A titolo quindi solo evocativo, al momento, indicheremo due possibili obiettivi che potrebbero essere perseguiti nel quadro delle istituzioni della Comunità europea o di quelle del Consiglio d'Europa:

1. la promozione di una Università Europea Rom dove diplomati dei vari paesi europei possano compiere una formazione complementare di studio e di insegnamento della lingua rom;

2. la creazione di un'Accademia Europea Rom, dove scienziati di questa etnia possano difendere e promuovere la propria lingua e cultura.

2.17. La questione della Comunicazione e del diritto alla lingua

Cominciamo qui con un paradosso: la lingua (di comunicazione) che si va affermando oggi nella Comunità europea e lo farà domani nell'Unione europea è proprio quella del paese che è più lontano dagli ideali federalisti europei: l'inglese.

Continuiamo con una aberrazione: i costi degli attuali sistemi di comunicazione nella CE: nove lingue ufficiali (72 direzioni di traduzione). Un costo annuo complessivo di 700.000.000 di ECU, pari a 800 milioni di dollari circa. Domani, con l'ingresso previsto di alcuni paesi dell'EFTA, le lingue saranno 12. Saranno 16 con l'ingresso dei Paesi di Visegrad (Polonia, Boemia-Moravia, Slovacchia ed Ungheria), all'incirca 25 con l'ingresso degli altri paesi dell'Europa Centrale. Una quarantina se l'allargamento dovesse estendersi ai paesi d'Europa Orientale o più ancora se consideriamo il numero totale del continente europeo: 72 censite.

Un paradosso ed una aberrazione che, con ogni probabilità, faranno venir meno il diritto alla lingua, un diritto fondamentale. Un problema quindi di democrazia che non può più essere accantonato, specialmente nel momento in cui viene individuata la poca democraticità dell'edificio comunitario ed i rischi che sin d'ora questa assenza fa correre alla vita democratica stessa del continente europeo.

Ma la questione della tutela di questo diritto non si limita alla sola prospettiva europea. Basta pensare alla questione dell'ONU e di molti altri processi di integrazione regionale. Diventa però, in questo quadro particolare, un elemento determinante per ogni tentativo di rifondazione in senso democratico e federale del processo di unificazione. A titolo solo esemplificativo possiamo indicare il carattere relativo di un mercato unico europeo del lavoro (libera circolazione delle persone) senza che vengano assicurate le condizioni di comunicazione.

Ma, ancora, la questione della democrazia linguistica è una questione che riguarda anche molti stati dove convivono "etnie" diverse e quindi anche lingue diverse. Dal Belgio con le sue sole tre lingue possiamo arrivare alle 150 dei Paesi dell'ex-Unione Sovietica, passando dalle 16 lingue e circa 500 dialetti dell'India, alla maggiore parte dei paesi africani dove convivono insieme alla lingua ufficiale, quasi sempre ereditata dalla potenza coloniale, decine di lingue, anche se spesso bollate dall'Occidente come dialetti.

Anche nel PR, con lo sviluppo del suo carattere transnazionale, si sono moltiplicati i problemi dovuti alla comunicazione. Ad esempio, nella sessione di questo Congresso, le spese di interpretazione (7 lingue) e di traduzione (4 lingue) rappresentano il 23 % del costo totale.

Quindi, sia nel funzionamento delle organizzazioni internazionali, sia nei processi di integrazione sovranazionale, sia, nella società civile, nei movimenti o, come nel nostro caso, nei partiti internazionali o transnazionali, si pone la questione del diritto alla lingua. Una questione, questa, che si può anche collegare, nei processi di integrazione sovranazionale, con la più vasta questione del "deficit democratico" ma, anche, con quella della necessità di dare un supporto neutro all'emergere di una identità culturale sovranazionale.

2.18. Il partito della democrazia linguistica

Si tratta quindi di riuscire a tutelare questo diritto alla lingua garantendo, nel contempo, la comunicazione internazionale. Nelle condizioni storiche che sono le nostre, l'esperanto ci sembra il mezzo maggiormente in grado di farlo perché, se assunto come mezzo di comunicazione dai vari stati membri della CE o del Consiglio d'Europa, consentirebbe di garantire una effettiva uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla questione comunicazione.

Quali iniziative ?

La battaglia per la democrazia linguistica non è nuova nel PR. Da alcuni anni ormai, alcuni compagni prima, Marco Pannella poi, altri compagni ed amici appartenenti a sempre più numerosi paesi si sono adoperati, con l'ERA (Associazione Radicale Esperantista) in particolare, prima per far conoscere questo problema, e poi per avanzare proposte. Alcune iniziative sono in corso. Al Parlamento europeo è stata chiesta la redazione di uno studio sui vantaggi che potrebbe rivestire l'adozione dell'esperanto come lingua di comunicazione nella C.E.

Altri obiettivi potrebbero essere definiti come:

1. l'adozione dell'esperanto come lingua-ponte nelle istituzioni europee, usandolo nei sistemi di traduzione e di interpretariato comunitari. Una tale richiesta potrebbe essere estesa ad altre organizzazioni internazionali come l'ONU, la CSCE, il Consiglio d'Europa.

2. l'adozione nella C.E. (ed anche in altre istituzioni internazionali) dell'esperanto come lingua di riferimento giuridico per tutti i documenti ufficiali.

3. l'introduzione nelle varie convenzioni internazionali del diritto alla lingua;

4. l'adozione nel Consiglio d'Europa, insieme all'inglese e al francese, e nell'ONU, insieme all'inglese, al francese, al russo, al cinese e allo spagnolo, dell'esperanto come "lingua di garanzia" (del diritto alla lingua) e, in quanto tale, come ulteriore lingua ufficiale di queste organizzazioni.

5. l'inserimento dell'esperanto nell'insegnamento elementare da parte di più paesi, anche come strumento propedeutico.

Un progetto questo che necessita anche di un maggiore sviluppo dell'ERA, in particolare al di fuori dell'Italia ma che si potrebbe anche articolare intorno ad una lega parlamentare "per la democrazia linguistica - promozione dell'esperanto".

2.19. Novità nel campo del diritto internazionale

Nel putiferio generale del dopo "caduta del muro", sono, però, emersi alcuni - pochi - elementi positivi che potrebbero anche rivestire una importanza determinante per il futuro dell'umanità se da "précédents" saremo capaci di trasformarli a tutti gli effetti in fondamenti di un nuovo diritto internazionale da una parte e se, insieme, saremo in grado di riformare le istituzioni internazionali esistenti al fine di renderle in grado di attuare questo nuovo diritto, di farlo applicare.

Si tratta in primo luogo dell'atteggiamento della Comunità internazionale di fronte alla guerra del Golfo dove venne non più solamente teorizzato ma praticato il diritto d'ingerenza contro uno stato che usa la forza contro un altro stato. Ed anche se l'operazione fu condotta sotto la guida degli americani, essa si svolse sotto il diretto mandato dell'ONU. Un ulteriore passo è stato fatto nel caso, più recente, della Somalia, dove questo diritto-dovere d'ingerenza viene attuato per supplire ad un totale dissolvimento di uno stato. Un altro passo in avanti nel caso della Somalia è rappresentato dal diretto coordinamento delle operazioni militari da parte dell'ONU.

2.20. Il partito della riforma dell'ONU

Se il ruolo dell'ONU appare ancora del tutto insufficiente ed inadeguato, soprattutto alla luce della tragedia in corso in Bosnia, appare invece chiaramente che solo a quel livello si potranno individuare gli strumenti in grado di limitare quegli effetti devastanti derivanti dal principio della sovranità nazionale.

Tre ci sembrano i livelli urgentemente bisognosi di intervento riformatore:

- quello del luogo di definizione e di adozione delle decisioni;

- quello della applicazione delle decisioni;

- quello del diritto internazionale e quindi della sua applicazione nei vari stati e, conseguentemente, della possibilità per i singoli cittadini di appellarsi all'ONU per mancato rispetto o violazione di diritti nei loro confronti da parte di uno stato.

Il primo livello di intervento riguarda principalmente l'Assemblea delle Nazioni Unite ed, al suo interno, il Consiglio di Sicurezza e, in modo particolare, lo status dei suoi cinque membri permanenti. Una struttura "inter-governativa" a tutti gli effetti, dove, come nella C.E., vige la più spietata logica del "do ut des" tra i vari stati membri e, in particolare, tra quelli membri del Consiglio di Sicurezza. Una struttura che non conosce meccanismi e luoghi di rappresentanza dei cittadini, nella quale, quindi, più ancora che nella CE, esiste un forte deficit democratico.

Di fronte a una tale situazione non ci sembra proponibile, come invece viene avanzato da molte parti, "riformare" la composizione del Consiglio di Sicurezza, attribuendo a tale paese piuttosto che a tale altro, un seggio "permanente", ma di introdurre invece elementi sostanziali di democraticità, con, in particolare, la creazione di una assemblea dei cittadini, ovvero di un vero e proprio parlamento mondiale.

Il secondo livello riguarda l'esecuzione delle decisioni prese. Un livello, anch'esso, oggi fortemente dipendente dal "buona volontà" degli stati membri in generale, dei cinque "permanenti" in particolare. Due ci sembrano i nodi da affrontare. Il ruolo e la legittimità del segretario generale: una questione questa che difficilmente potrebbe trovare uno sbocco positivo senza la democratizzazione di cui sopra. Il secondo nodo riguarda la reale autonomia del segretario nell'applicare le decisioni prese. Un problema che potrebbe trovare un primo abbozzo di soluzione con il distaccamento permanente all'ONU di contingenti militari da parte degli stati membri in grado di svolgere azioni sia di "peace keeping" sia di "peace making".

Il terzo livello è quello della costituzione di un vero e proprio corpus di diritto internazionale che diventi la base legale sulla quale l'ONU possa fondare le sue decisioni e di una Corte di Giustizia che possa emettere sentenze immediatamente applicabili dagli stati membri ed alla quale i cittadini possano fare direttamente ricorso. Nel quadro di questa Corte di Giustizia andrebbe anche incorporata una "Corte suprema contro i crimini di guerra", una specie di Corte d'Assisi mondiale.

Quali strumenti ?

Una tappa intermedia, ovvero uno strumento per questa grande riforma potrebbe essere costituito da una Lega Mondiale dei Paesi Democratici (gli "allineati sulla democrazia") che potrebbe agire da potente lobby all'interno delle Nazioni Unite per una riforma in senso democratico delle sue regole di funzionamento e per l'ampliamento dei suoi poteri e delle sue competenze a partire dalla limitazione delle sovranità nazionali dei suoi membri.

In questa ottica andrebbe valutata la possibilità di rifondare su queste basi il Consiglio d'Europa, una organizzazione che si è allargata recentemente a molti dei paesi ex-comunisti, senza, però, riuscire finora ad attuare una sua riforma in senso federale. Una organizzazione che ha, d'altra parte, conseguito nei suoi quarant'anni di esistenza, alcuni obiettivi tutt'altro che marginali, nella difesa e nella promozione dei diritti dell'uomo.

Una organizzazione infine che, anche se di integrazione sovranazionale limitata, contiene sin d'ora alcuni elementi di funzionamento - a cominciare dalla sua Assemblea Parlamentare - di indubbia superiorità democratica rispetto all'Assemblea delle Nazioni Unite (che rappresenta gli stati e non i cittadini) e di intervento, in particolare quello dell'applicazione vincolante - e quindi supremazia - delle sentenze del proprio organo di giustizia (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo) negli Ordinamenti giudiziari degli stati membri.

Una trasformazione che consentirebbe anche - e forse soprattutto - di rompere una logica di raggrupamento fondata unicamente su delle basi geografiche o geo-politiche, e quindi, di evitare i rischi di ripiegamento tutt'altro che remoti su una logica che si incentri sull'Europa o sull'Occidente.

Una opzione che potrebbe prendere una ulteriore consistenza se alle ragioni costitutive del Consiglio d'Europa - la difesa dei diritti fondamentali della persona - venissero aggiunti compiti più generali di tutela e di promozione della democrazia. Una opzione che potrebbe anche andare incontro agli interessi -tutt'altro che illegittimi - dei paesi più poveri (in particolare quelli africani di nuova democrazia) abbinando all'impegno ad adempiere ai requisiti in materia di diritti della persona e di democrazia, un "riscontro" materiale concreto del tipo di quello offerto dalla "clausola della nazione più favorita" nell'ordinamento degli Stati Uniti d'America, ovvero una serie di vantaggi in termini economici, finanziari e doganali.

2.21. Il disastro ambientale

Ci pare inutile dilungarci in questa sede sui disastri ambientali che sta vivendo o sta per vivere il nostro pianeta. Individueremo soltanto in questa sede una situazione emblematica, ad Est, indicandone un'altra, a Sud, nel tremendo processo di desertificazione in corso nel Sahel e ricordandone infine una, a Nord, quella della riforma della P.A.C. (politica agricola comune) di cui abbiamo parlato prima.

2.22. Il Partito dell'Alta Autorità Europea del Reno-Danubio

Quanto sta succedendo oggi tra la Slovacchia e l'Ungheria a proposito della questione della diga sul Danubio ha, senza dubbio, una valenza esemplicativa forte - e preoccupante - di quanto i "beni naturali transnazionali" possano essere fonti di tensione e, potenzialmente, di conflitto aperto.

Una constatazione, questa, non di oggi. In effetti, già nel 1856, fu creata una "Commissione europea del Danubio", che raggruppava rappresentanti dei paesi rivieraschi e che era competente per una serie di questioni riguardanti il fiume. Un'istituzione che subì diverse mutazioni nel corso degli anni per essere poi cancellata in seguito alla divisione del mondo in due blocchi, sancita a Yalta.

Nel frattempo, contemporaneamente alla caduta del muro, un gigantesco progetto, rivoluzionario almeno dal punto di vista della comunicazione fluviale europea, è stato portato a compimento con la realizzazione, pochi mesi fa, del collegamento tra il Danubio e il Reno.

Una situazione nuova, quindi, sotto molti punti di vista. Già abbiamo detto delle tensioni tra la Slovacchia e l'Ungheria. Ma c'è anche, molto grave, la questione del rispetto dell'embargo nei confronti della Serbia, che come sappiamo viene aggirato da alcuni paesi proprio - anche se non solo - tramite il Danubio.

C'è, ovviamente, la gigantesca questione ambientale e la quasi impossibilità di affrontarla, per mancanza di risorse finanziarie ed anche tecniche, da parte dei paesi ex-comunisti. Oltre, ben inteso, ai problemi propri alla organizzazione del traffico su una rotta fluviale che attraversa o confina con nove paesi (Francia, Olanda, Germania, Austria, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Romania ed Ucraina).

Una serie, non esaustiva, di problemi seri, gravi, transnazionali per natura, che richiedono soluzioni e luoghi di soluzione internazionali, transnazionali. Una questione che si potrebbe affrontare con la creazione di una Alta Autorità europea del Reno-Danubio, dotata dell'autonomia e degli strumenti necessari per gestire con efficacia i numerosi problemi di questa fondamentale via di comunicazione europea. Una organizzazione che andrebbe, idealmente, collegata o inserita in una altra istituzione europea esistente ... il Consiglio d'Europa ? Una iniziativa che, se dovesse concretizzarsi, potrebbe far da modello per la gestione di tante altre problematiche di interesse europeo.

2.23. Il Partito degli Stati Uniti d'Africa Occidentale

Sul fronte "Sud", l'idea di un piano Marshall non è, ovviamente, nuova. E' la proposta che abbiamo avanzato 13 anni fa quando abbiamo intrapreso la nostra grande campagna contro lo sterminio per fame. Una battaglia che pur segnata da notevoli successi fu una sconfitta dal punto di vista generale perché non portò a quel radicale cambiamento della politica dei paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud. Una sconfitta nella quale abbiamo trovato, noi, il Partito Radicale, le ragioni, la forza anche, per lanciarci in questo folle progetto transnazionale.

Una proposta che ha mantenuto tutta la sua forza e validità, come ce lo dimostrano, purtroppo, tante realtà africane di oggi, a cominciare da quella somala ma che, allo stato, non possiamo rilanciare a tutti gli effetti se non altro perché siamo ancora ben lontani dall'aver portato a termine il nostro processo di trasformazione da partito prevalentemente nazionale a partito transnazionale.

Non per questo non possiamo e non dobbiamo cominciare a costruire alcune premesse per un nostro futuro nuovo impegno: alcuni punti fermi intorno ai quali articolare meglio, appena ne saremo capaci, nuove proposte. Uno di essi, fondamentale secondo noi, dovrebbe essere incentrato sulla promozione nei Paesi del Sud di raggruppamenti regionali di tipo federale.

Un obiettivo da perseguire sia con l'azione politica diretta, in loco, come quella decisa e avviata dalla Prima Assemblea dell'A.R.E.D.A. (Association Radicale pour l'Etat de Droit en Afrique), sia promuovendo l'introduzione nei meccanismi di cooperazione, in particolare in quelli della C.E., di criteri di priorità per quei paesi che decidono di avviarsi sulla strada della costituzione di vere e proprie federazioni.

Per i motivi - ormai storici - della nostra azione passata e della nostra presenza e azione attuale nei Paesi del Sahel, per la particolare gravità delle situazioni economiche e sociali in quei Paesi, per la drammatica situazione ambientale costituita dal gigantesco processo di desertificazione dell'intera regione, perché molti dei paesi di questa zona hanno iniziato recentemente dei processi di democratizzazione, perché, infine, essi hanno già avviato dei tentativi, seppure embrionali, di raggruppamento sovranazionale, il Sahel, ovvero i paesi della CAO (Communauté de l'Afrique Occidentale), potrebbe o dovrebbe costituire questo laboratorio, questo "luogo" dove concentrare le nostre tuttora - e purtroppo - poche energie.

2.24. Il partito nonviolento

Abbiamo "camminato" attraverso l'Europa ed il mondo. Attraverso tragedie e drammi in corso, problemi irrisolti ... cercando di dimostrare quanto sarebbe possibile e necessario fare ... SE ...

Se ci fosse un Partito Radicale, forte della iscrizione, del contributo, dell'impegno di decine di migliaia di iscritti, forte della sua capacità di vivere e di agire con e nella nonviolenza, forte, quindi, di esistere, di esserci ...

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PARTE TERZA

Un'ipotesi di statuto per il partito radicale di oggi.

E' troppo limitata ancora l'esperienza che abbiamo vissuto come partito trasnazionale per giungere fin d'ora ad avere certezze su quello che deve e può essere lo statuto "ideale" di un partito trasnazionale.

E' invece possibile e urgente impostare una riforma dello statuto del PR che tenga conto di quel che il partito è oggi, delle sue esigenze. Fra queste esigenze, naturalmente, sta quella di confermare i principi di organizzazione politica che hanno sinora dato allo statuto del PR il carattere anche di un manifesto di teoria politica della libertà, principi radicalmente alternativi a quelli dei partiti-chiesa, dei partiti caserma, dei partiti-burocrazia e dei partiti corruttori e corrotti.

Si tratta naturalmente di un primo passo; è chiaro che la nuova regola che dobbiamo adottare verrà probabilmente integrata e modificata anche profondamente alla luce dell'esperienza che si farà via via con il prendere effettivamente corpo del "partito nuovo" come soggetto politico organizzato, e sulla base di un dibattito sui temi statutari che oggi è solo agli inizi.

E' in questo spirito e con questo intento che il Segretario ritiene utile fornire al congresso, non come proposta chiusa ma solo come punto di partenza per la discussione, un'ipotesi di riforma dello statuto. Di questa ipotesi qui di seguito si cercherà di esporre linee e criteri.

I caratteri statutari storici del PR da riaffermare.

Può essere utile richiamare preliminarmente quei caratteri fondamentali dello statuto e del modo di essere del PR che si propone di tener saldi.

Un partito senza disciplina di partito.

Il PR è fondato su una regola di libertà, sulla libera assunzione di responsabilità personale. Lo statuto del PR esclude radicalmente il concetto di disciplina di partito; ossia quello che, a ben vedere, rappresenta un principio di militarizzazione del pensiero, che rimane tale anche quando si tratti di una "militarizzazione democratica", decisa a maggioranza. L'iscritto al PR, come tale, cioè quando non abbia incarichi esecutivi, ha due soli obblighi: accettare lo statuto e versare la quota. Non è previsto per lui alcun dovere di applicare le decisioni assunte dal partito, neppure con le maggioranze più ampie; decisioni che invece sono vincolanti per gli organi del partito e per coloro che accettano incarichi di dirigenti. Nel partito radicale ci si associa per perseguire obiettivi politici che liberamente si scelgono; un associarsi finalizzato a esaltare le proprie possibilità di agire, ma tale da non vincolare a sostenere per disciplina posizioni che non si condividano, e che nessuna maggioranza può

intimare di far proprie contro coscienza.

La tessera come il biglietto dell'autobus.

Due sole le condizioni per iscriversi al Partito radicale: versare la quota e impegnarsi a rispettare lo statuto. Non vi sono probiviri nè commissioni che possano accettare o meno l'iscrizione. Nessuno può sindacare sul comportamento dell'iscritto o espellerlo. Questo naturalmente comporta che il partito non garantisce coperture, non si assume responsabilità politiche o morali per i propri membri; i quali sono essi, e solo essi, responsabili dei propri atti e delle posizioni politiche che assumono. Il confronto tra loro non è mai sanzionato "giuridicamente" all'interno del partito; rimane interamente e solo un confronto politico. Così, il PR è un Partito di ``servizio'', aperto a tutti, formato da persone libere e che tali restano al suo interno. Una sorta di autobus dove chi paga il biglietto - la tessera - ha il diritto di compiere fino in fondo, se vuole, il percorso pagato: il diritto, e non l'obbligo.

Il ruolo della mozione congressuale.

E' in armonia con questa impostazione che una decisione diviene vincolante, ossia diviene decisione del partito in senso pieno, solo quando il congresso l'adotti con una maggioranza qualificata molto ampia. Non si tratta infatti di stabilire a maggioranza la "posizione ufficiale del partito" cui vincolare per disciplina tutti gli iscritti; occorre invece verificare su quali iniziative e obiettivi si determini un consenso così ampio e generalizzato degli iscritti perché abbia senso che il partito nel suo insieme - strumento di volontà comuni laddove tali siano - li faccia propri, mentre sui temi su cui tale consenso generalizzato non si realizza il partito come tale non interviene. Di qui il principio per cui il congresso annuale stabilisce alcuni, pochi obiettivi, quelli su cui appunto è maturato il generale consenso degli iscritti.

In questo modo, con il suo Congresso, a cui tutti gli iscritti hanno il diritto di partecipare e di votare, e che si riunisce non ad arbitrio del gruppo dirigente ma a data fissa, di fatto il Pr si costituisce o si ricostituisce ogni volta sulla base delle decisioni adottate a maggioranza dei due terzi dei votanti. Su questa base ogni iscritto decide se rinnovare o meno la sua adesione.

Evidentemente, un partito di questo tipo non intende e non è in alcun modo legittimato a ``rappresentare'' i suoi iscritti, la loro umanità, le loro idee, i loro interessi generali. E' uno strumento, un utensile, non una chiesa, una etnia, un esercito. I suoi dirigenti, in quanto tali, hanno solamente il mandato di realizzare l'obiettivo deciso, di volta in volta, dal Congresso degli iscritti; al di fuori di questi limiti non hanno alcun potere di rappresentarli.

Segretario e tesoriere.

Coerente con questo impianto è la figura del segretario. Eletto direttamente dal congresso, ha la piena responsabilità, e i poteri conseguenti, per l'attuazione della mozione adottata, e ne risponde direttamente al congresso successivo.

Accanto a lui, anch'egli eletto dal congresso e responsabile solo di fronte al congresso, il tesoriere ha la piena responsabilità politica delle finanze del partito; ciò che, in una certa misura, gli conferisce di fatto poteri di veto sulle stesse iniziative del segretario e fa di lui il "numero due" del partito. Questo equilibrio fra i due organi esecutivi del partito sottolinea uno dei caratteri più marcati dello statuto e della tradizione politica radicali: il pieno riconoscimento che si dà alla centralità politica delle questioni finanziarie e di bilancio, alla necessità politica, prima ancora che morale, che tutto quanto riguarda reperimento, gestione e impiego del denaro - aspetto decisivo della vita di ogni organismo politico - sia rigorosamente pubblico e trasparente, e deciso con piena responsabilità politica.

Il partito che costa.

E a questo aspetto si connette il problema dell'autofinanziamento e delle quote di iscrizione. Al PR ci si iscrive per sostenere idee, progetti e battaglie politiche. Si è militanti del Partito radicale per affermare le proprie convinzioni, le proprie speranze. Anche per questo esso è e vuol essere un Partito ``caro'', con una quota d'iscrizione minima che probabilmente è la più cara fra quelle richieste dagli altri partiti del mondo. E' la garanzia della sua autonomia, la ragione della sua forza: solo un Partito che ``vale'' per i propri iscritti almeno quanto sono disposti a spendere, ogni giorno, per un giornale, può pretendere di rappresentare grandi ideali.

Il partito trasnazionale e transpartitico.

Infine, l'aspetto che è divenuto ora centrale e determinante nella vita del partito: non solo, in un organismo politico con questi caratteri, non vi è ovviamente incompatibilità con l'iscrizione ad un altro partito, ma anzi che questo avvenga è fisiologico e quasi necessario. Alla realtà trasnazionale del partito è necessario che corrisponda quella transpartitica; l'appello che si rivolge ai democratici - i quali, è naturale, per l'ambito nazionale si scelgono strumenti e sedi diverse di azione politica - è di essere "anche" radicali, non "solo" radicali.

Il PR in effetti è un Partito non concorrente di nessun altro, soprattutto rispetto a partiti nazionali. I suoi obiettivi sono assolutamente diversi: è un partito di ideali, di progetti e di battaglie, non un partito elettorale e di potere. Ha nel suo emblema il volto di Gandhi perché vuole affermare che la nonviolenza politica è l'attuale incarnazione della tolleranza e della democrazia politica. E' insomma una libera associazione di persone che intende perseguire obiettivi di diritti umani e di democrazia oltre le frontiere, oltre i partiti, oltre i confini della politica tradizionale.

Proprio a questo fine il PR non partecipa, in quanto tale, ad alcuna competizione elettorale. I suoi militanti sono evidentemente liberi di candidarsi in qualsiasi lista elettorale o di costituirla.

A questo corrisponde la volontà del PR di essere fino in fondo partito trasnazionale, e non - come le varie internazionali socialista, liberale e democristiana - luogo di incontro fra partiti nazionali, la cui priorità rimane la dimensione nazionale. Di qui la scelta di non avere al proprio interno alcuna forma di organizzazione su base nazionale o comunque territoriale (sezioni o federazioni nazionali, o simili); giacché lo sviluppo naturale delle cose spingerebbe poi naturalmente a trasformare il PR in una federazione o confederazione di gruppi nazionali.

I nodi della discussione

I quesiti intorno a cui più si è lavorato per definire le innovazioni necessarie possono essere così raggruppati:

1) come far sì che il congresso giunga a esprimere effettivamente le volontà comuni di iscritti così distanti e diversi tra loro?

2) come evitare il formarsi di partiti radicali "nazionali" e nello stesso tempo far sì che gli iscritti possano darsi forme di organizzazione, necessariamente su base in qualche misura locale, o nazionale, tale comunque da consentire l'incontrarsi e il lavorare insieme?

3) come dare adeguato rilievo, nello statuto, alla nuova realtà del partito trasnazionale come partito autorevole, oggi in primo luogo per la presenza in esso di tanti parlamentari di tanti paesi? Tenendo conto che è ormai evidentemente impossibile far entrare automaticamente negli organi dirigenti del partito i parlamentari iscritti.

4) come ovviare alle tanto maggiori difficoltà economiche e logistiche di riunire gli organi del partito (congresso, consiglio)?

La mozione del congresso

Un partito trasnazionale e transpartitico può costituirsi effettivamente solo a condizione di riuscire a realizzare davvero il modello dell'"unione laica della forze", incontro fra diversi su obiettivi comuni e in ragione di quegli obiettivi. Tanto questa necessità è più stringente per il "partito nuovo" di quel che non lo fosse per il Partito radicale "italiano", tanto maggiori sono le difficoltà per giungervi dato che al suo interno sono di tanto più distanti i punti di partenza, le preoccupazioni e le priorità di ciascuno, e dato che vi hanno un peso così determinante i problemi di comunicazione e conoscenza reciproca.

Cruciale diventa a questa stregua il modo in cui si arriva a stabilire gli obiettivi comuni, ad adottare la mozione congressuale. Nel partito "italiano", questa è stata la nostra esperienza, la mozione votata a maggioranza qualificata da un congresso in cui era fisicamente presente una parte così numerosa degli iscritti riusciva a raccogliere effettivamente la "volontà generale" del partito. Come arrivare allo stesso risultato con un congresso come quello del partito trasnazionale, cui ovviamente una percentuale assai più alta degli iscritti non potrebbe prendere parte personalmente? Una mozione uscita solo dal dibattito fra le persone presenti al congresso rischierebbe di non rispecchiare pensieri, sentimenti e volontà di settori molto consistenti del partito, di quei non pochi iscritti cui distanze e costi impedirebbero di prendere parte al congresso; anche al di là di ogni questione di legittimità democratica il pericolo è che poi in una tale mozione troppi non ritrovino le proprie priorità, non la sen

tano come cosa propria e non diano perciò opera per realizzarla. Ciò che dunque potrebbe mettere in forse l'essere stesso del partito come luogo di unità laica di forze trasnazionali e transpartitiche.

Si tratta di individuare un percorso di formazione della volontà congressuale che porti il congresso a essere il momento finale di un processo, il luogo di definizione e sintesi di scelte maturate nel corpo complessivo del partito. Questo salvaguardando, come nelle attuali condizioni del partito appare comunque necessario, la forma del congresso a partecipazione diretta degli iscritti; forma che, rispetto a quella per delegati, ha il vantaggio di consentire una partecipazione più immediata e intensa, pur presentando i limiti appena ricordati. Occorre dunque prevedere un'adeguata preparazione nella fase precongressuale. La soluzione che si è individuata è quella di servirsi per questo di "congressi di area" e di un "comitato di coordinamento".

L'idea dei "congressi di area" nasce dall'esperienza dei "congressi italiani" del PR. Si tratta di congressi ove si incontrino gli iscritti di determinate aree geografiche. (Non li si definisce congressi nazionali per indicare che, ove sia il caso e sia possibile, l'area territoriale può comprendere più stati; ma è evidente che nella maggior parte dei casi si tratterà di congressi nazionali. L'importante è che siano congressi ai quali tutti gli iscritti abbiano la concreta possibilità di partecipare). Un rischio, certo, i congressi di area potrebbero comportarlo: quello che da essi finissero per nascere dei" partiti radicali nazionali", e che quindi si snaturasse il carattere del PR. Ad evitarlo, la proposta è che questi congressi non eleggano organi, eccettuati i rappresentanti nel Consiglio generale e nel Comitato di coordinamento. Nella fase successiva al congresso trasnazionale del partito essi sono luoghi di confronto tra gli iscritti per discutere dell'attuazione della mozione congressuale nell'are

a geografica di competenza e per avanzare proposte agli organi del partito. Nella fase precongressuale, invece, sono chiamati a votare - con maggioranza qualificata - indicazioni di priorità politica e proposte di iniziativa per la mozione del congresso, e a nominare i propri rappresentanti nel comitato di coordinamento. Il comitato di coordinamento ha il compito di elaborare una sintesi politica dei documenti adottati dai congressi di area mettendo in rilievo i punti di maggior convergenza. Tale documento di sintesi viene inviato agli iscritti e costituisce la piattaforma di base per il dibattito congressuale.

In tal modo il congresso trasnazionale si trova a lavorare su un testo base che recepisce gli elementi comuni alla gran parte delle proposte dei congressi d'area, in modo da rappresentare una prima sintesi del sentire comune maturato nel partito.

Per le ragioni sopra esposte, è più essenziale che in passato arrivare a una mozione approvata con la maggioranza qualificata, che si propone sia quella dei 2/3. A questo scopo occorre che il regolamento congressuale preveda modalità di discussione e votazione tali da assicurare che a questo risultato si possa giungere. Ad esempio: tempi e modalità di votazione delle mozioni in congresso per cui se la mozione maggioritaria non raccoglie però la maggioranza richiesta si riapra la possibilità di emendarla per poi arrivare a un nuovo voto; ovvero, in caso di votazione su mozioni contrapposte, ripetizione del voto sulla sola mozione che abbia avuto la maggioranza semplice, come si fa talora alle convenzioni dei partiti americani per dare consenso pieno al candidato designato con maggioranza esigua - fino a che non si sia definita l'adeguata piattaforma minima comune in cui si riconosca la "volontà generale" degli iscritti.

Sempre allo scopo di garantire che la mozione esprima posizioni mature nel corpo del partito, anche al di là di coloro che sono fisicamente presenti al congresso, nel definire le modalità di presentazione delle mozioni il regolamento congressuale stabilisce che per essere ricevibile una mozione deve essere appoggiata almeno da 1/3 dei membri del comitato di coordinamento.

Iscritti e associazioni

Invariata rispetto allo statuto "storico", o anzi dichiarata più esplicitamente, resta la mancanza di obblighi di disciplina per gli iscritti. Cade invece l'impegno per gli iscritti, teoricamente previsto dal vecchio statuto, di costituire associazioni. Quanto meno nella fase attuale, con esperienze ed esigenze così diverse che per la prima volta si ritrovano nel partito, e con l'insufficiente conoscenza che per ora ciascuno di noi ha degli altri, sarebbe velleitario voler dettare regole uniformi secondo le quali debbano costituirsi i momenti associativi degli iscritti; e non potendosi fissare regole, non si possono neppure stabilire obblighi circa le associazioni.

Gli iscritti possono dunque associarsi come credono tra loro; in nessun caso però le associazioni hanno diritto di parlare a nome del partito o di pretendere al monopolio della presenza radicale in un ambito territoriale. Il partito come tale esiste dal livello del congresso trasnazionale "in su"; titolati a rappresentarlo e a parlare in suo nome sono solo gli organi centrali. Momento di confronto fra tutti gli iscritti di un paese e di stimolo alla formazione di associazioni è il congresso di area, che si riunisce su convocazione degli organi del partito. Le associazioni non hanno come tali una propria rappresentanza nel consiglio generale; per contro, come già detto, i congressi di area eleggono una parte del consiglio generale, secondo numeri fissati in proporzione agli iscritti delle rispettive aree, in modo da avere una rappresentanza delle diverse realtà radicali senza che si costituiscano dei partiti nazionali.

Il "partito dei parlamentari".

La soluzione individuata per dare rilievo alla presenza dei parlamentari è quella della costituzione di un'assemblea dei parlamentari radicali con compiti di elaborazione e coordinamento delle iniziative a livello parlamentare. L'assemblea designa 25 dei suoi membri a rappresentare i parlamentari nel consiglio generale del Partito.

Il congresso.

Sia per ragioni economiche che per ragioni politiche (i tempi necessari perché i nuovi organi esecutivi si insedino, impostino e conducano a risultati la loro azione) non si può riproporre la scadenza annuale per il congresso del partito trasnazionale. Si suggerisce una frequenza biennale.

Un ruolo centrale nel congresso è ricoperto dal comitato di coordinamento, rappresentativo degli orientamenti del partito quale esso è alla vigilia del congresso. Il comitato propone il documento di sintesi in vista della formazione della mozione.

Il comitato, formato nei mesi immediatamente precedenti il congresso, esaurisce il proprio mandato e sparisce con la chiusura del congresso stesso.

Quanto alle modalità con cui giungere al voto della mozione si veda quanto detto sopra.

L'ordine del giorno del congresso viene approvato dal consiglio generale su proposta del segretario. La proposta al congresso di ordine dei lavori e di regolamento congressuale viene presentata dal consiglio generale, che l'adotta su iniziativa degli organi esecutivi.

Il consiglio generale.

Il consiglio generale sostituisce l'attuale consiglio federale. Con il congresso non per delegati non è ovviamente possibile farlo eleggere tutto dal congresso. Si propone che i suoi componenti siano: 25 eletti dal congresso, 25 eletti dall'assemblea dei parlamentari, e gli altri eletti dai congressi di area secondo le modalità indicate.

Anche nell'immaginare i compiti del consiglio va tenuta presente la tanto maggiore difficoltà e dispendiosità della sua convocazione rispetto a quella del consiglio federale del partito italiano. La proposta è quella di una riunione all'anno in via ordinaria, salva la possibilità di convocazioni straordinarie.

In primo luogo legata al nuovo ritmo di convocazione del congresso è la proposta - novità significativa rispetto al precedente statuto - di affidare al consiglio generale e non al congresso l'esame e le deliberazioni relative al bilancio. Appare infatti necessario che il bilancio venga approvato anno per anno, ciò che esclude la possibilità di farlo in congresso, e questo anche prescindendo dalla gran difficoltà di realizzare un confronto serio sul bilancio nella sede congressuale.

Altra innovazione cui si è pensato è l'istituzione di un bilancio preventivo, da sottoporre anch'esso al consiglio generale.

Al consiglio generale è affidata, su proposta del segretario, la definizione delle aree geografiche per la convocazione dei relativi congressi. In considerazione della previsione di nuove norme regolamentari che facilitino il conseguimento della maggioranza qualificata in congresso, si propone poi di sopprimere la facoltà per il consiglio di rendere vincolante una mozione approvata con la maggioranza semplice dal congresso; come anche si lascia cadere quella di rovesciare, con voto unanime, un deliberato congressuale.

Per il resto i poteri del consiglio generale rimangono sostanzialmente invariati rispetto a quelli del consiglio federale attuale. Oltre a esprimere pareri sull'attuazione della mozione, cioè, il consiglio può deliberare con poteri congressuali su materie demandategli dal congresso (come le mozioni che il congresso non abbia avuto il tempo di esaminare, o questioni su cui il congresso ritenga necessari ulteriori approfondimenti); così, con poteri congressuali, può deliberare su iniziative non trattate dal congresso, considerata l'evidente necessità in cui il partito si può trovare di prendere decisioni vincolanti in relazione a fatti nuovi che si verifichino fra un congresso e l'altro.

Organi esecutivi

Come già detto, non vi sono mutamenti di sostanza nella configurazione degli organi esecutivi. Quanto al tesoriere, si esplicita che è suo compito promuovere iniziative per l'autofinanziamento e per il reperimento di risorse finanziarie.

IL PRESIDENTE

Si istituisce statutariamente la figura del presidente, cui è affidato il ruolo di garante e di interprete dello statuto. Al presidente spetta presiedere il congresso, il consiglio generale e il comitato di coordinamento.

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BOZZA PER LO STATUTO DEL PARTITO RADICALE

PREAMBOLO ALLO STATUTO

Il Partito Radicale

proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale,

proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni,

proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge.

Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all'attiva difesa di due leggi fondamentali quali:

La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo (auspicando che l'intitolazione venga mutata in "Diritti della Persona") e la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell'obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi.

Dichiara di conferire all'imperativo del "non uccidere" valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.

STATUTO

1. Il Partito

1.1. Le strutture e gli organi

1.1.1. Il Partito Radicale é un organismo politico transnazionale.

Gli organi del Partito Radicale sono il Congresso, l'Assemblea dei Parlamentari, il Consiglio Generale, il Comitato di Coordinamento, i Congressi di area, il Segretario, il Tesoriere, il collegio dei revisori dei conti.

1.1.2. Gli iscritti possono costituirsi in associazioni radicali.

Associazioni e gruppi non radicali che perseguano proprie finalità politiche possono federarsi al Partito Radicale.

1.2. I Finanziamenti

1.2.1. I finanziamenti del partito provengono dalle quote individuali degli iscritti, dai contributi delle associazioni o gruppi non radicali federati al partito ai sensi dell'art.4., da altri contributi - anche di persone o enti che non abbiano vincoli associativi con il partito - e anche in relazione a specifiche attività ed iniziative, dai proventi di particolari attività ed iniziative preventivamente e pubblicamente proposte dal segretario e dal tesoriere, e da contributi di provenienza pubblica (di organismi locali, statali o internazionali), previa approvazione del congresso o del consiglio generale. I bilanci del Partito sono pubblici e vengono predisposti sulla base di scritture contabili redatte secondo le norme di una ordinata contabilità. I criteri di impostazione dei bilanci e delle scritture contabili, nonché il bilancio preventivo, sono predisposti da Tesoriere ed approvati dal Consiglio Generale.

1.2.2. La quota minima di iscrizione al Partito Radicale é stabilita dal Congresso in relazione al prodotto interno lordo (PIL) pro-capite del paese di residenza di ciascun iscritto. Nei paesi in cui l'iscrizione possa essere perseguita dai pubblici poteri, la quota è volontaria.

1.3. Gli iscritti al Partito Radicale

1.3.1. Chiunque può iscriversi al Partito Radicale. L'iscrizione è annuale.

Le condizioni di iscrizione al partito sono l'accettazione del presente Statuto ed il versamento della quota individuale di iscrizione nella misura stabilita dal Congresso.

Le iscrizioni sono raccolte dagli organi esecutivi del Partito.

Gli iscritti non sono tenuti ad alcuna disciplina di partito e, salvo il caso di dimissioni, non possono essere privati della loro qualità di iscritti per tutto il periodo della loro iscrizione.

2. GLI ORGANI

2.1. Il Congresso

2.1.1. E' l'organo deliberativo del Partito, di cui stabilisce gli orientamenti e l'indirizzo politico, fissandone gli specifici obiettivi e precisandone i settori di attività. Il Congresso ordinario ha luogo ogni due anni, ed è obbligatoriamente convocato dal segretario per gli ultimi due mesi del biennio. Il Congresso straordinario può essere convocato dal segretario, dal Consiglio generale con la maggioranza assoluta dei suoi membri, da un terzo degli iscritti da almeno sei mesi al partito.

Il Congresso è costituito dagli iscritti al Partito Radicale. Ad esso partecipano rappresentanti di associazioni e gruppi non radicali aderenti al Partito nella misura e nei modi stabiliti dagli accordi di adesione.

2.1.2. Le mozioni politiche adottate con la maggioranza dei 2/3 dei votanti sono vincolanti per gli organi esecutivi.

Il regolamento del congresso stabilisce modalità di discussione e votazione delle mozioni tali da agevolare la convergenza dei 2/3 dei votanti su una mozione politica a carattere generale. Nel fissare le modalità di presentazione delle mozioni politiche il regolamento stabilisce altresì che esse devono essere appoggiate da almeno 1/3 dei membri del comitato di coordinamento.

2.1.3. Il Congresso:

a) elegge il Presidente del Partito Radicale;

b) elegge il segretario del Partito Radicale, e ratifica la segreteria da lui proposta;

c) elegge il tesoriere del Partito Radicale, e ratifica la giunta di tesoreria da lui proposta;

d) elegge 25 membri del Consiglio Generale;

e) elegge il collegio dei revisori dei conti;

f) fissa le quote di iscrizione.

2.2. L'Assemblea dei Parlamentari

2.2.1. E' l'organo che, in collaborazione con gli altri organi del partito, elabora e coordina l'iniziativa a livello legislativo e parlamentare in attuazione della mozione congressuale.

E' composta dall'insieme dei parlamentari iscritti al PR ed è convocata dal segretario e presieduta dal Presidente del partito.

Si riunisce con la partecipazione del segretario, della segreteria, del tesoriere e della giunta di tesoreria.

In un'apposita riunione in margine al Congresso elegge al proprio interno 25 membri del Consiglio Generale.

2.3. Il Consiglio Generale

2.3.1. E' composto da:

- 25 membri eletti dal Congresso transnazionale

- 25 membri eletti dall'Assemblea dei parlamentari

- i membri eletti dai congressi di area secondo le

seguenti modalità:

aree che comprendono da 11 a 50 iscritti = 1 membro

aree che comprendono da 51 a 200 iscritti = 2 membri

aree che comprendono da 201 a 1000 iscritti = 3 membri

aree che comprendono oltre 1001 iscritti = 4 membri

- i rappresentanti di associazioni e gruppi non radicali aderenti al Partito nella misura stabilita dagli accordi di adesione.

Partecipano ai lavori, senza diritto di voto, il segretario, la segreteria, il tesoriere e la giunta di tesoreria.

Il Consiglio generale è presieduto dal Presidente del Partito e si riunisce in via ordinaria una volta l'anno. Può essere convocato in via straordinaria dal segretario o su richiesta di almeno un terzo dei suoi membri.

2.3.2. Il Consiglio Generale

a) approva il bilancio preventivo sottopostogli dagli organi esecutivi prima della sua prima riunione, nonché i successivi aggiornamenti. Approva il bilancio consuntivo annuale presentatogli dal tesoriere e vistato dai revisori dei conti.

b) delibera, con i poteri congressuali, su materie che gli siano state demandate dal Congresso;

c) esprime parere sulle iniziative per l'attuazione dei deliberati del Congresso;

d) si pronuncia su iniziative non trattate dal Congresso; ove la pronuncia sia espressa a maggioranza dei 2/3 gli organi esecutivi dovranno darle attuazione;

e) esprime parere sulle iniziative di politica finanziaria che gli vengono sottoposte dal tesoriere;

f) sulle materie di cui ai punti precedenti può fare proposte e chiedere notizie all'esecutivo;

g) su proposta del segretario, determina le aree geografiche di cui al successivo art.2.4.1.

h) ratifica a maggioranza semplice, su proposta del segretario, gli accordi di federazione al partito di associazioni e gruppi non radicali;

i) approva, su iniziativa del segretario, l'ordine del giorno e la proposta di presidenza, di regolamento e di ordine dei lavori del congresso; presenta al congresso una relazione.

2.4. I Congressi di area

2.4.1. Ai congressi di area partecipano tutti gli iscritti al Partito Radicale di una determinata area geografica, che può coincidere o meno con un paese. Le aree vengono determinate dal Consiglio generale, su proposta del segretario, prima della convocazione di cui al successivo punto b).

Si riuniscono in via ordinaria ogni anno, secondo le seguenti modalità:

a) entro e non oltre i primi tre mesi successivi al Congresso transnazionale, per discutere dell'attuazione della mozione congressuale nell'area geografica di competenza e per proporre iniziative conseguenti per l'azione degli organi esecutivi del partito nell'area di competenza.

In questa occasione eleggono i membri di loro competenza al Consiglio generale.

b) entro e non oltre il periodo compreso tra il settimo ed il quarto mese precedente il Congresso transnazionale al fine di avanzare indicazioni di priorità politiche e proposte di iniziative per la mozione del Congresso. Tali indicazioni e proposte devono essere adottate con la maggioranza dei 2/3.

In questa occasione, ogni congresso di area elegge un suo rappresentante al Comitato di Coordinamento, affidandogli il compito di illustrare le indicazioni e proposte votate e di sostenere gli orientamenti espressi dal Congresso.

2.4.2. I congressi di area non possono eleggere organi né adottare deliberazioni vincolanti organi del partito e associazioni. Essi costituiscono un forum di discussione fra gli iscritti e favoriscono la costituzione di associazioni fra loro.

2.5. Il Comitato di Coordinamento

2.5.1. E' composto dal Presidente del Partito, che lo presiede, dal segretario, dal tesoriere e da un rappresentante di ogni congresso degli iscritti di area.

Ha il compito di pervenire al coordinamento e ad una sintesi delle diverse proposte di priorità politiche e di iniziative adottate dai congressi di area, in modo da inviare con sufficiente anticipo a tutti gli iscritti e da presentare poi in Congresso una piattaforma di base per l'elaborazione delle mozioni congressuali.

2.6. Il Presidente

2.6.1. Il presidente del Partito è eletto dal Congresso: il suo mandato dura sino al successivo Congresso.

Il Presidente vigila sull'osservanza dello Statuto, dirime i contrasti di interpretazione in merito fra gli altri organi del partito, presiede il Congresso, con l'ausilio della presidenza effettiva proposta dal Consiglio Generale e ratificata dal Congresso, presiede il Consiglio Generale e il Comitato di Coordinamento.

2.7. Il Segretario

2.7.1. Il segretario è eletto dal Congresso ed è responsabile dell'attuazione della politica del partito radicale, conformemente alla mozione generale votata dal Congresso . Il suo mandato dura sino al successivo congresso. Il segretario è coadiuvato da una segreteria composta da un minimo di cinque a un massimo di dieci membri, da lui nominata e ratificata dal Congresso o, con l'autorizzazione del Congresso, dal Consiglio Generale. Ai membri della segreteria il segretario può delegare specifiche competenze.

Il segretario è il rappresentante legale del Partito Radicale, ad eccezione di quanto disposto dall'art.2.8. In particolare, nell'esercizio di tale legale rappresentanza, egli propone tutte le azioni giudiziarie che reputi necessarie per la tutela dei diritti e degli interessi del partito e ne assume la rappresentanza processuale.

Il segretario

a) assume tutte le iniziative che ritiene opportune per il conseguimento degli obiettivi fissati;

b) può chiedere un parere al Consiglio generale sull'attuazione dei deliberati congressuali e sulle pronuncie del Consiglio stesso;

c) propone al Consiglio generale iniziative sulle quali il Congresso non si sia pronunciato;

d) convoca l'Assemblea dei parlamentari, il Consiglio generale, il Congresso del partito e i congressi di area;

e) promuove gli accordi per la federazione al Partito di associazioni e gruppi non radicali da proporre alla ratifica del Consiglio generale.

2.8. Il Tesoriere

2.8.1. Il tesoriere é eletto dal Congresso. Il suo mandato dura sino al successivo Congresso. E' coadiuvato da una tesoreria composta da un minimo di tre a un massimo di sei membri, da lui nominata e ratificata dal Congresso o, con l'autorizzazione del Congresso, dal consiglio Generale, e ai cui membri può delegare specifiche competenze.

Amministra i fondi a disposizione del Partito ed é responsabile della loro gestione. Promuove ogni utile iniziativa per l'autofinanziamento e l'acquisizione di ogni altra risorsa finanziaria; ne riferisce, per averne il parere, al Consiglio generale.

E' il rappresentante legale del Partito in tutte le attività economico-finanziarie. Presenta, di concerto con il segretario, il bilancio preventivo e i suoi successivi aggiornamenti al Consiglio generale e presenta, previo visto dei revisori dei conti, il bilancio consuntivo annuale al Consiglio generale.

2.9. Il Collegio dei Revisori dei Conti

2.9.1. E' composto da tre membri eletti dal Congresso. Ha poteri di revisione ed ispezione contabile; vista il bilancio consuntivo e presenta al Consiglio generale una relazione finanziaria sulla gestione conclusa.

3. LE ASSOCIAZIONI RADICALI

3.1.1. Le associazioni radicali sono costituite dagli iscritti che vi si associano per conseguire determinati obiettivi della mozione congressuale o per finalità politiche o culturali autonomamente determinate.

Si esprimono in nome degli iscritti che vi si organizzano, e non del partito radicale nel suo complesso, né hanno titolo per esercitare il monopolio della presenza organizzata del partito radicale in un ambito territoriale .

Si autofinanziano e si danno i propri ordinamenti interni.

4. LE ASSOCIAZIONI E I GRUPPI NON RADICALI FEDERATI

4.1.1. Associazioni e gruppi non radicali che perseguono proprie finalità politiche, culturali o altro, possono federarsi al Partito Radicale per condurre determinate iniziative politiche su finalità di comune interesse. La federazione di tali associazioni e gruppi non comporta l'iscrizione al Partito Radicale dei loro iscritti o aderenti. Il periodo di federazione può essere anche limitato nel tempo e prefissato.

Si fa luogo alla federazione sulla base di accordi fra gli organi direttivi di associazioni o gruppi non radicali e gli organi del Partito. Per il Partito Radicale gli accordi sono conclusi dal segretario e ratificati dal Consiglio Generale. Gli accordi precisano l'entità e le modalità di versamento del contributo finanziario al partito federale da parte dell'associazione o gruppo che si federa, gli impegni di sostegno reciproco, le forme e la misura della rappresentanza delle associazioni e gruppi federati negli organi del partito.

 
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