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Taradash Marco - 16 marzo 1993
San Vittore - Nella galera di Tangentopoli
Diario di un deputato in visita al carcere milanese

di Marco Taradash

SOMMARIO: Il socialista che uccide un topo con le mani. I manager Fiat tra i tunisini. Enzo Carra, portavoce di Forlani, che legge Dostojevski. Ma anche altri 2.300 detenuti "qualsiasi" dove c'è posto per 700. Un parlamentare ha visitato questa prigione infernale e ha scritto il resoconto del viaggio. Girone per girone.

(EPOCA, 16 marzo 1993)

Detenuti che dormono sdraiati a terra in mezzo ai topi, 16 uomini stipati in una cella, servizi igienici inadeguati, umidità, sporcizia, disperazione. Questo è oggi il carcere in Italia. E' così da molti anni ma soltanto ora è balzato agli occhi di tutti. Grazie alle proteste dei detenuti eccellenti di Tangentopoli che hanno portato sotto i riflettori dei mass-media i dati di un'emergenza che non può più essere rimossa: nelle 230 carceri italiane, che potrebbero ospitare al massimo 30 mila detenuti, sono rinchiuse 49 mila persone. Di queste 15 mila sono tossicodipendenti e 4 mila affette da Aids. Tutte in condizioni spaventose: per le carceri il governo italiano spende solo lo 0,35 per cento del suo bilancio.

Dagli agenti di custodia a Nicolò Amato, Direttore generale degli istituti di pena, tutti denunciano da tempo: "La situazione è esplosiva". Lo conferma Marco Taradash, deputato antiproibizionista, che giorni fa ha visitato la prigione di San Vittore e ora ne racconta in esclusiva per "Epoca" gli orrori. Ma anche gli sforzi del personale, direttore Luigi Pagano in testa, per fronteggiare una situazione quasi medievale.

"Sei arrivato primo a Pianosa, reparto cupola mafiosa, e primo a San Vittore, reparto VIP di Tangentopoli. Cosa vuoi, il guinnes delle supercarceri?". Alla Camera, il giorno dopo la mia visita ai "politici prigionieri" custoditi nel sesto raggio di San Vittore, molto pubblicizzata dai giornali e dalla RAI, c'è chi mi prende in giro; ma c'è anche chi - come Jas Gavronski, giornalista e deputato europeo del PRI - scopre per la prima volta questa prerogativa parlamentare di entrare nelle carceri senza permesso, per verificare le condizioni dei detenuti. Pochi lo fanno, a dire il vero: invece sarebbe bene che gli eletti del popolo circolassero un pò più spesso nelle carceri, e non soltanto da detenuti. Alle soglie del Duemila resta vero quello che Voltaire gridava tre secoli fa, che la civiltà di un popolo si misura dalle sue carceri. Purtroppo negli ultimi anni le carceri italiane sono ridiventate una vergogna nazionale. O forse una immensa polveriera, che aspetta soltanto un cerino per scoppiare. In quest

o i magistrati di Mani pulite, c'entrano poco.

A San Vittore ci sono stato tante volte, negli ultimi tre o quattro anni, e ho seguito passo passo la trasformazione di un carcere difficile in un carcere impossibile, di un carcere tenebroso in un carcere orrido. San Vittore è una fortezza premoderna, pensata per il carcere duro, e non lo si può modificare: ogni funzione sociale, non dico costituzionale, di recupero e reinserimento gli è strutturalmente estranea. In più, dovrebbe ospitare 700 persone, 800 al massimo, e invece sta per raggiungere il record delle 2300 presenze. Gli uomini di tangentopoli sono una ventina tra cui una donna, Enza Tomaselli, la segretaria di Bettino Craxi (pochi giorni dopo la visita di Taradash ha ottenuto gli arresti domiciliari, ndr), gli extracomunitari sono 500, i tossicodipendenti registrati 600, ma il loro numero reale supera i 1200. La babele delle lingue, la promiscuità dei corpi, la "scimmia" delle crisi di astinenza, questo è San Vittore nella vita dei suoi ospiti e degli 850 agenti di custodia Il cui numero è de

l tutto insufficiente rispetto alle necessità di sorveglianza, visto che un buon 40% dell'organico è destinato a compiti di piantonamento e di amministrazione.

Se uno pensa che in alcuni piani vi è un custode ogni 140 detenuti, si capisce quale straordinario miracolo di autodisciplina si rinnovi ogni mattina in un carcere come questo. Dove la stragrande maggioranza delle celle è popolata dalla razza dannata dei detenuti in attesa di giudizio.

UN DIRETTORE "INDIO". In questa giungla che ogni giorno divora qualche spazio di umanità e di civiltà, il direttore Pagano, un uomo timido e minuto ma forte come un indio dell'amazzonia, si è fatto largo, giorno dopo giorno e anno dopo anno, col machete del buon senso, di una fede smisurata nel diritto e della pazienza. Ogni volta che l'incontro mi sorprende la sua resistenza. Due anni e mezzo fa, al momento del varo della legge sulla droga, la Jervolino-Vassalli, i detenuti erano 1590, e già il carcere era sull'orlo del tracollo. Il coordinatore sanitario di allora, il dottor Miedico, mi descrisse così la situazione dei tossicodipendenti: "Qui dentro viene venduta droga a prezzi altissimi, ma si spaccia di tutto, miscele di aspirina, raschiatura di muri, tutto. Si iniettano di tutto, con qualsiasi strumento. Rubano le siringhe usate in infermeria, fingendo un malore per distrarre gli infermieri, ricavano un ago dalla punta di una biro".

Già allora Pagano metteva in guardia i legislatori schierati, nella loro maggioranza, a sostegno della nuova legge che del carcere faceva il fulcro della politica contro la droga: "il carcere è diventato un lazzaretto" diceva, ma non vollero ascoltarlo. Da allora l'unica novità è che oggi i detenuti sono molti di più, e che, nel sistema carcerario italiano, San Vittore non è più eccezione, ma regola. Ma non siamo entrati per visitare la giungla dei tossici, oggi cerchiamo il piano nobile, quello che ospita gli inquisiti eccellenti di Mani Pulite, i politici prigionieri, e gli imprenditori sulle cui arroganze o debolezze il sistema dei partiti ha filato la tela del ragno. Finchè il vento non cambierà, oggi sono loro gli intoccabili, i paria della società, quello che erano dieci anni fa i prigionieri politici, quello che dalla fine degli anni ottanta sono diventati i tossicodipendenti, quello che per una estate sono stati i mafiosi. E' per loro che siamo venuti. Dopo le denunce di Roberto Ponzio, uno de

i legali dello studio di Vittorio Chiusano, l'avvocato dell'Avvocato, a proposito della detenzione di Antonio Mosconi, l'amministratore delegato della Toro Assicurazioni, gruppo Fiat. Con me ci sono Tiziana Maiolo, deputata per Rifondazione e consigliere antiproibizionista a Milano e Giorgio Inzani, consigliere antiproibizionista alla Regione Lombardia.

Siamo iscritti al Partito radicale, è giusto che noi, che abbiamo indossato le vesti leggere del garantismo nei climi più rigidi, ci occupiamo di persone che troppi, nel Palazzo, vorrebbero rimuovere alla comune storia, magari per farne - di pochi - il capro espiatorio di questa primavera milanese in cui si scioglie l'inverno della Repubblica.

"Il dottor Mosconi", protestava il suo difensore, "dorme per terra con altri tre disgraziati, in una cella angusta, la 127, assediata dai topi". Il giro comincia dalla cella 127. E' vero, ci sono quattro persone, 2 sui materassi, 2 sulle coperte stese sul pavimento. L'agente che ci accompagna ci spiega. Una capienza di 800 unità significa, in via di principio, una disponibilità di 800 letti e 800 materassi. Se lo spazio si può restringere quasi all'infinito, i mezzi non si possono moltiplicare.

IN 16 IN UNA CELLA. Quando l'emergenza diventa la norma, soccorre l'arte di arrangiarsi, e ci si fa in quattro, magari trovando gli agenti della polizia penitenziaria pronti a rinunciare a qualche lenzuolo pulito. Ma l'emergenza corre sempre un pò più veloce delle istituzioni. E così spesso nelle celle singole si affollano fino a quattro persone, buttate per terra sulle coperte, senza la branda e senza neppure il materasso. Mentre nelle celle più grandi si stipano fino a 16 persone, coi più giovani costretti ad arrampicarsi sui grattacieli dei letti a castello, e con un unico gabinetto per sani e malati.

La sorte peggiore capita in genere ai detenuti in transito verso altri penitenziari. San Vittore è una specie di nave dei folli che naviga sui canali della cattiva coscienza di Milano, e ogni giorno salgono a bordo dalle trenta alle quaranta persone, e altrettanti ne sbarcano. Un "transito" dura anche due mesi, che vogliono dire imputridire nel corpo e nell'anima insieme ai lenzuoli che diventano neri.

GRUPPO FIAT. Antonio Mosconi ha fatto i suoi giorni di "transito", in mezzo a tre extracomunitari del tutto ignari dell'illustre compagno, in attesa di giudizio sulla istanza di scarcerazione. Che proprio ieri è stata respinta. Nella cella 127 infatti Mosconi non c'è più. Lo troviamo solo, perchè il suo ultimo compagno è stato appena scarcerato. Ha l'aria stanca, astratta, ma la nostra visita sembra ridargli subito forza: "All'inizio è stato proprio duro. Mi è un pò dispiaciuto leggere della protesta dell'avvocato, io protestavo soprattutto per gli altri, io almeno un materasso ce l'avevo, ma quei due per terra..". Ora va meglio, ha la televisione, legge il Corriere della Sera, ha scoperto il "sopravvitto", può farsi un caffè. Arrivederci, Mosconi, in bocca al lupo, e, una volta fuori, non si dimentichi dei problemi del carcere.

Un muro largo mezzo metro separa la cella di Mosconi da quella del suo coimputato Francesco Paolo Mattioli, mente finanziaria e numero tre della Fiat, anche lui incriminato per le tangenti Cogefar. Mattioli, mi sembra, ha deciso di vivere questa vicenda come una vacanza intellettuale, un viaggio esotico oltre i confini del mondo civile. Per prima cosa ci mostra il polso, e l'orologino analogico da due lire che indossa: "E' incredibile la solidarietà che ho trovato fra i miei compagni di cella: la prima mattina, al risveglio, mi hanno visto un pò stralunato, e subito uno mi ha portato il caffè a letto. E quando ho detto: che peccato, mi hanno tolto l'orologio, un peruviano ha frugato nella sua borsa e mi ha regalato questo. Non mi dimenticherò di queste persone, è sicuro". Mattioli si difende con l'ironia: "Il peggio è passato, credo, e ho fiducia nella giustizia...". Gli lascio un modulo di iscrizione al Partito Radicale: "Per quando sarà fuori, se vorrà ricordarsi anche di chi non ha conosciuto di persona".

DA PIAZZA DEL GESU' A S. VITTORE. Ed ecco il primo politico prigioniero, Enzo Carrà, portavoce del segretario della DC Arnaldo Forlani fino al cambio della guardia con Martinazzoli. L'ultima volta che l'avevo incontrato eravamo sul palco del Maurizio Costanzo Show, la sera del 6 aprile, a commentare i risultati elettorali. Carra era stato sobrio nella sconfitta della DC, e sobrio mi appare adesso di fronte alla propria: "Che tristezza la sera, quando là fuori si accendono quelle luci gialle il cuore ti si stringe. Mi accusano di reticenza, ma certe cose, certi particolari, io proprio non li ricordo. Del resto li capisco, i magistrati: lavorano come animali braccati, in una lotta feroce contro il tempo, sono come su un'automobile che deve correre per le strade della città a 100 all'ora, qualcuno può venire investito". E' toccato a lui, che ha un aspetto gentile da fraticello, e lui studia lo yoga, ripercorre la Bibbia, ha appena finito il Sosia di Dostojevski ("E' il libro giusto, no?").

Pochi passi più avanti c'è la cella di Claudio Bonfanti, socialista, ex-presidente del Consiglio regionale lombardo. E' accusato di aver ricevuto una tangente per una discarica, aspetta il verdetto del Tribunale della libertà. Ci racconta, senza fierezza, di aver ammazzato un topo con le sue mani, qualche giorno fa: ai tempi di Dante il contrappasso era rinviato all'aldilà. Da Giorgio Casadei, portaborse di Gianni De Michelis, arriviamo proprio mentre gli viene passata la ciotola con la carne e le patate. La sua cella, come tutte le altre qui in isolamento, è chiusa da una porta blindata, e chiuso è anche lo spioncino: "Almeno lo tenessero aperto, mi darebbe una sensazione di libertà". Da Casadei scopriamo che i detenuti fanno ogni giorno soltanto una decina di minuti di "aria - di passeggiata nel cortile - invece delle quattro ore, due al mattino e due al pomeriggio, che gli spetterebbero. L'agente conferma: i detenuti sono troppi, mancano sia i cortile che i custodi. Cambiamo partito: ecco il repubblicano

Giorgio Medri, già capo della segreteria di La Malfa. Lo hanno arrestato poche ore prima del matrimonio di sua figlia, questo non riesce a mandarlo giù. Gli hanno detto: confessa ed esci subito, ma lui aspetta il confronto con chi lo accusa [...]. Torniamo dagli imprenditori. Un caso a parte è quello di Angelo Jacorossi, anche lui coinvolto nel giro delle tangenti Enel. Jacorossi, infatti, una quindicina di anni fa venne sequestrato dalla 'ndrangheta, e rimase 99 giorni segregato in un buco sottoterra "Allora vedevo appena un pezzetto di cielo", ricorda, "ma oggi mi sento peggio. Allora stavi in uno stato di costrizione forzata, oggi pensi che tutto questo poteva essere evitato. Capite che per me non è la cella il problema, e poi mi hanno detto che nel raggio proprio qui sopra ce ne sono 15 in una cella, pensate a loro".

UN MESSAGGIO DI BETTINO. Ultima tappa il femminile, dove è rinchiusa Enza Tomaselli, la segretaria milanese di Bettino Craxi. E' una signora non giovane, dall'aspetto molto familiare. L'opposto del rampatismo socialista, e questo delude il nostro angelo custode: "Ma come, mi aspettavo una segretaria all'altezza di Craxi, una di quelle che si vedono in televisione". Battibecco con Tiziana: "Ah, ma lei è un bel maschilista", e l'angelo, serafico: "Io maschilista? Sarà lei una femminista!". Troviamo la Tomaselli in infermeria e neppure lei sa perchè sta lì: "Mi hanno detto che questa è la cella della segregazione, non so altro". Chi conosce il femminile di San Vittore lo capisce, invece. Qui tutte le detenute sono tossicodipendenti, le crisi di astinenza sono tremende, e la calca, la promiscuità sono ancora peggiori che nel reparto maschile. Le ragazze si arrangiano, accostano i loro letti, dormono in tre su due materassi. Anche Enza Tomaselli ci parla della solidarietà che ha trovato in carcere, fra le detenut

e e fra le vigilatrici, ma ci racconta anche di quella che ha perduto fuori: "Adesso tutti parlano, ma io ricordo quando avevamo l'ufficio pieno di gente che chiedeva, e non si sapeva come fare a mandarli via. Ora gli amici sono scomparsi: ho ricevuto telegrammi di solidarietà soltanto da sconosciuti o da amici che non frequentavo da anni. Craxi mi ha mandato a dire dall'avvocato di avere pazienza. Io ce l'ho, ma non sono certo io la responsabile del sistema". E aggiunge: "Fate sapere che in carcere si sta male. L'altra notte c'erano 10 donne in crisi di astinenza, non potete immaginare cosa sia". Le ricordo quella legge sulla droga fortissimamente voluta da Craxi e le dico: "Racconterà quello che ha visto, vero?". Enza Tomaselli saluta così: "Grazie di essere venuti, non sapete quanto ci faccia bene". E mentre usciamo lo ripete: "Non sapete quanto ci faccia bene".

 
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