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Sofri Adriano - 6 aprile 1993
(3) Un digiuno di solidarietà con le vittime nella ex-Jugoslavia
Lettera di Adriano Sofri ad Emma Bonino, Sergio Stanzani, Roberto Cicciomessere, Angelo Bandinelli e Marco Pannella

SOMMARIO: Replicando alla lettera con cui alcuni esponenti radicali chiarivano le ragioni per cui non avevano aderito al "digiuno di solidarietà con le vittime nella ex-Jugoslavia" [testo n. 5348], Adriano Sofri precisa innanzitutto di essere d'accordo sul fatto che la pace non può essere salvaguardata al di fuori del diritto e sulla necessità di un intervento più efficace dell'Onu a difesa di Sarajevo e della Bosnia. Ma tutto ciò - afferma Sofri - è estraneo al digiuno poiché esplicitamente questa iniziativa ha l'intenzione di mettere insieme forze divise da posizioni contrastanti. Il dissenso è quindi solo sulla possibilità di condurre un'azione comune nonostante le divergenze. Ritenendo che questo sia possibile, Sofri precisa gli obiettivi dell'iniziativa che tende a dare più forza a quanti »personalità pubbliche e civili, gruppi e partiti moderati e favorevoli alla pace e al rispetto etnico e religioso, nella ex jugoslavia costituiscano la trama oggi fragile, domani forse più salda, per la fine della gu

erra e il ritorno alla convivenza . Indica poi nel "Verona Forum" una delle sedi per lo sviluppo di quel processo che deve portare a definire nuovi e più avanzati obiettivi comuni. Esprime infine riserve sulla distinzione, ribadita dai radicali, fra nonviolenza e pacifismo: se è vero che il pacifismo ha mancato le sfide più drammatiche dell'umanità, è anche vero che nel pensiero gandhiano il pacifismo era »l'estensione sulla scala degli stati della non violenza sulla scala degli individui . »Destinato a spogliarsi della sua presunzione ideologica, tanto più quanto più si misura con la realtà, il pacifismo può diventare quello che è giusto e bello che sia, la vocazione di tanta gente a unire la propria forza di interposizione a quella delle Nazioni Unite

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Cari Emma, Sergio, Roberto e Angelo, rispondo per iscritto alla vostra lettera, di cui vi ringrazio. Non avevo pensato che saremmo stati in disaccordo su questa iniziativa, e già questo forse sarebbe un buon argomento di riflessione. Vi prego di crederci: l'altra sera al telefono con Marco gli avevo detto di passaggio che avevo questa intenzione, solo perché vedo bene il daffare che ha. Una cosa, centrale nella vostra lettera, mi pare giusta quanto sconclusionata: che non si salvaguarda la pace fuori dal diritto.

Ne sono convinto, ma non vedo nell'iniziativa che stiamo conducendo il minimo appiglio a questa obiezione. Al contrario. Non posso rispondere dunque a ciò che mi sembra del tutto immotivato.

Voi mi spiegate (cioè mi confermate) le vostre posizioni sulle responsabilità degli aggressori nella ex Jugoslavia, ma il punto non è questo. Discutendo di questo, potremmo trovare argomenti di dissenso particolare: che so, una diversa considerazione della scala di responsabilità, senza però alcun dubbio su quella primaria del governo serbo e delle bande armate da esso coperte e foraggiate; o la preoccupazione per frettolosità verbali - il lapsus "quei porci dei serbi" che scappa a volte a Emma, per esempio quando eravamo insieme da Costanzo, e che immagino che Emma stessa non ripeterebbe. O forse, ma ne dubito, un mio giudizio più pessimistico sul governo croato. Dissensi comunque, periferici. Sulla questione centrale temo che risulterei più drastico di voi: ho scritto da tempo sull'Unità (senza che nessuno rispondesse del resto) di essere favorevole ad un intervento armato delle Nazioni Unite a difesa di Sarajevo e della Bosnia aggredita. Ho scritto, perché non vi fossero dubbi, di essere favorevole a un b

ombardamento delle basi di artiglieria pesante e delle vie di rifornimento militare serbe. Ma credo che più o meno lo sappiate.

Poiché nella mia proposta sul digiuno figura esplicitamente l'intenzione di mettere insieme forze pur divise da opinioni fortemente contrastanti se non opposte (nel mio testo se ne fa un riassunto perfino pedante : sul tema delle responsabilità, come su quello dell'impiego della forza armata da parte delle Nazioni Unite) è chiaro che, scusate il gioco di parole, la divergenza non riguarda le divergenze, ma la possibilità di condurre un'azione comune nonostante le divergenze. Io sono convinto di si, e vi chiedo di considerare le mie ragioni.

Intanto, il mio fine essenziale non è di mediare fra schieramenti, ma di stimolare la partecipazione attiva del maggior numero possibile di persone di buona volontà che agli schieramenti non appartengono. Ho l'impressione che moltissime di queste persone restino passive per effetto della reciproca paralisi di quegli schieramenti. Comunque, il pullulare mirabile di iniziative volontarie di solidarietà concreta e particolare di fronte all'inconsistenza di una mobilitazione più vasta e, si sarebbe detto un tempo, generale, ne è la conferma.

Mi sembra intanto che ci siano cose che si possono fare nonostante ogni divergenza. Né io Né voi rifuggiremmo dal raccogliere denaro o vestiti, che so, con dei pacifisti professionali. Ci sono altre cose che invece esigono chiarezza di posizioni e di delimitazioni: d'accordo. Ma nell'iniziativa che ho promosso non c'è nessun compromesso qualunquista. Ho proposto che, ciascuno battendosi come crede in ogni altra occasione, si uniscano le forze per la testimonianza di solidarietà più risonante; e si sottoscriva questa forza in favore di quanti, personalità pubbliche e civili, gruppi e partiti moderati e favorevoli alla pace e al rispetto etnico e religioso, nella ex jugoslavia costituiscano la trama oggi fragile, domani forse più salda, per la fine della guerra e il ritorno alla convivenza. Sostenere la crescita di questa prospettiva è già uno scopo degno, e non occorre che lo dica a voi, dato che mi pare coincidere con la rete di adesioni transnazionali che avete cercato e ospitato - abbiamo, mi correggerebbe

Marco a questo punto: ma io dico avete solo per non somigliare alla mosca cocchiera. Di più, sottoscrivere un digiuno e altre iniziative solidali a questa prospettiva vuol dire anche, come si cerca di spiegare nell'appello che ho scritto, disporsi a far propri gli obiettivi che man mano questo rinnovato incontro pacifico e multietnico riesce - faticosamente, com'è inevitabile - a riconoscere come comuni. Ho indicato l'incontro del Verona Forum come una delle sedi di questo processo; ci sono stato, da spettatore, e mi sono confermato sia nella convinzione che sarà un processo molto difficile, sia nella convinzione della sua necessità e fecondità. Ho fiducia cioè che, messe di fronte a condizioni tragicamente stringenti, persone di buona volontà debbano, e comunque possano subire meno il peso delle appartenenze, dei pregiudizi nazionali, confessionali, ideologici, e accettino il richiamo comune dell'umanità, del rispetto, della legittima difesa di ogni minacciato. In quella sede ho sentito ribadire senza rise

rve obiettivi che condivido e che voi propugnate - la creazione del tribunale internazionale contro i crimini di guerra, il riconoscimento della Macedonia ecc. - e ho sentito, quanto ai temi più spinosi, la rivendicazione di "un più forte e più diretto impegno della Comunità internazionale: sia per far cessare assedi e attacchi, impedire bombardamenti aerei, la fornitura di armi e l'impiego di armamenti pesanti, sia per far arrivare effettivamente a destinazione gli aiuti umanitari, che non devono essere spartiti fra assedianti e assediati, sia per scoraggiare e impedire ogni "bonifica etnica". A questo scopo si chiede di appoggiare il massimo impiego di tutti i mezzi civili (monitoraggio, mediazione, pressioni politico-diplomatiche, uso dell'embargo, ecc.) ma anche una credibile minaccia ed eventuale uso della forza militare internazionale. Non per appoggiare una parte in guerra, ma per ristabilire condizioni minime di legalità... Tale forte impegno internazionale è richiesto anche in chiave preventiva, sop

rattutto per scoraggiare ogni estensione della guerra alla Macedonia (di cui si ribadisce la richiesta di immediato riconoscimento internazionale) al Kossovo e alla Vojvodina. Non è significativa, pur nei suoi limiti, questa esperienza? Non è significativo che questi risultati emergano dall'incontro fra forze diverse, molte delle quali rientrano senz'altro nella definizione di pacifiste?

Ecco l'ultimo punto - per questa volta. Ne ho parlato più volte con Marco e mi sembrava che facessimo qualche passo avanti. La distinzione che voi tenete ferma fra non violenza e pacifismo non riesce a persuadermi, se non in un'accezione storica. E' vero che il pacifismo ha mancato le sfide più drammatiche all'umanità, e ha contribuito a disarmare l'opinione pubblica e la comunità internazionale di fronte ad aggressioni e sterminii. Ma è anche vero, mi pare, che in Gandhi, soprattutto da una data in poi, non violenza e pacifismo sono strettamente intrecciati e perfino coincidenti, e che - con tutte le infinite complicazioni e le vitali contraddizioni del pensiero e dell'azione gandhiana - il pacifismo era per Gandhi l'estensione sulla scala degli stati della non violenza sulla scala degli individui. Quanto a me, in questo complicatissimo problema, mi tengo ad alcune convinzioni piccole: che il pacifismo come estensione di un atteggiamento non aggressivo nei confronti della natura - l'"ecopacifismo" - è una d

ottrina ingannevole; e che probabilmente il pacifismo come ideale religioso confessato assolutamente non può essere attribuito a un movimento, ma solo a creature singole, ed eccezionali - creature la cui santità sia tale da riscattare anche la follia e la prontezza al sacrificio, oltre che di sé, anche degli altri. Ma quanto al pacifismo come ideologia "di sinistra", epigono della demonizzazione superstiziosa dell'Occidente e della complicità devota col comunismo, a me pare evidente che sia destinato a estinguersi col crollo del comunismo. Dico a estinguersi, e non a crollare, perché ci sono abitudini psicologiche e schemi mentali che durano ben oltre la condizione da cui derivano: e possono sempre cercarsi nuovo alimento in surrogati delle bandiere perdute (compreso un terzomondismo di ritorno, se non un filoislamismo: eccessi che, paragonati alla cecità con cui l'Europa ostenta il suo disinteresse per i turchi domestici e mussulmani bosniaci, sembreranno bazzecole). Mi pare dunque che il filoserbismo "di s

inistra" e stalinista, dove resta, non abbia respiro lungo, e si debba infrangere oltre che sulle malefatte serbe, su un volontariato russo che mescola nostalgie sovietiche con panslavismi razzisti: roba indigesta. Destinato a spogliarsi della sua presunzione ideologica, tanto più quanto più si misura con la realtà, il pacifismo può diventare quello che è giusto e bello che sia, la vocazione di tanta gente a unire la propria forza di interposizione a quella delle Nazioni Unite: più semplicemente, come si diceva nell'Assisi di San Francesco, a "fare le paci". Può diventarlo, no? Può anche fare l'opposto, tenersi cari i suoi pregiudizi e i suoi interessi di parrocchia - ma questo è un rischio che corriamo tutti. Certo io sono sgomento quando vedo persone che in nome del pacifismo credono di doversi mobilitare per impedire l'impiego di una forza armata internazionale in Bosnia, dopo un anno e passa che la comunità internazionale lascia massacrare la Bosnia. Sono sgomento quando sento ripetere la canzone dell'in

tangibilità della sovranità nazionale e scandalizzarsi quando il papa parla del diritto di ingerenza umanitaria, dopo anni che gli organismi internazionali hanno consacrato il dovere dell'ingerenza, e in un mondo in cui le sovranità nazionali non salvano Né i bambini Né le balene Né il mondo. Ma a maggior ragione mi sembra giusta trovare vie per misurarsi insieme coi problemi comuni, con interlocutori comuni. Voi vi siete adoperati molto e molto vi adoperate; molto più di me per esempio. Questo potrebbe forse indurvi a una involontaria chiusura, una specie di gelosia di partito: che è il più naturale dei sentimenti, ma fuori luogo in un partito come il radicale, e molto più nel partito radicale come dev'essere diventato dopo la mutazione appena guadagnata. Ma forse la gelosia di partito non c'entra niente, e allora mi scuserete. Vedo nelle pagliuzze altrui le travi sotto le quali soccombetti un dì.

Possiamo rendere pubblica questa nostra discussione, se siete d'accordo, e continuarla e approfondirla con altri. Se questo avvenisse mentre procede e si rafforza, anche col vostro contributo, il digiuno di solidarietà, ne sarei molto contento.

Intanto vi saluto affettuosamente, Adriano Sofri.

 
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