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Pannella Marco - 11 aprile 1993
Magistrati e no
di Marco Pannella

SOMMARIO: Affermando che »non può più esservi governo effettivo della realtà italiana se non sarà un governo grande per forza intellettuale, politica, civile, morale, e attrezzato ad aggredire il debito che ha già pressoché distrutto l'azienda Italia , Marco Pannella auspica la nascita di una grande forza politica e sociale che accompagni e sostenga questa opera con la riforma uninominale, anglosassone, bipartitica del sistema elettorale. Per quanto riguarda la giustizia, occorre »abbandonare la stupida utopia dell'obbligatorietà dell'azione penale, della "indipendenza" delle funzioni financo di polizia, sequestrate anche queste in gran parte dall'ordine giudiziario italiano . Dubitando che il Pds »accetti di porre il problema del debito pubblico consolidato, della riforma della giustizia, della riforma uninominale maggioritaria di stampo anglosassone, di una politica federalista europea e federalista "nazionale" al centro di un grande patto storico di riforma e di salvezza del nostro Paese , si chiede se Ma

rtinazzoli, Amato e Bossi siano disponibili a questa strategia politica di governo.

(PANORAMA, 11 aprile 1993)

S'aggravano la bancarotta italiana e la sua fraudolenza. Qualche barlume di intelligenza, di onestà intellettuale, di resipiscenza, era apparso in Amato e nell'area ristretta del governo. Attorno, ovunque, politici, intellettuali, operatori e imprenditori, sindacati e giornalisti sembrano tutti vivere altrove. Due milioni di miliardi di debito pubblico consolidato costituiscono un orrendo tumore che si metastatizza in ogni parte del corpo istituzionale, economico, sociale. E' il prodotto necessario, previsto, del regime partitocratico nel suo insieme. "Occupazione e questione morale" è tutto quel che sa litaniare il Pds della "svolta", mentre cerca di porre sotto la sua guida l'esercito partitocratico in crisi, proponendo nuovi metodi di elezione per i soliti partiti, per dare maggiore potere al sistema quarantennale delle "due coalizioni".

Il nuovo governo, poiché un programma deve fare pur almeno finta di averlo, dovrebbe quindi mentire a sé e agli altri sull'occupazione e sulla questione morale (ridotta a questione democristiana, liberale e socialista). Queste istituzioni, questi partiti-fazioni esprimono una ideologia lottizzatrice della stessa conoscenza, della gente, dei ceti, e producono essi stessi bancarotta, e ora un suo vicinissimo esito mortale. Se v'è una grande "questione nazionale" attorno alla quale formare alleanze e governi come in guerra, essa è questa. La stessa questione della giustizia ha questo aspetto. Ora non può più esservi governo effettivo della realtà italiana se non sarà un governo grande per forza intellettuale, politica, civile, morale, e attrezzato ad aggredire il debito che ha già pressoché distrutto l'azienda Italia.

Occorrono rigore, e anche il rigore della fantasia, lungimiranza, grande ambizione civile, per farcela. Occorre che una grande forza politica e sociale sorga e si affermi perché accompagni e sostenga questa opera con la grande riforma uninominale, anglosassone, bipartitica del sistema elettorale, del sistema parlamentare. Due, tre partiti possono insieme fare fronte a questa necessità, senza strumentalizzarla l'uno contro l'altro. Occorrerà - cioè - convivere con la disoccupazione, che per il momento non potrà non estendersi: renderla, quindi vivibile, scegliendo dove occorra affrontarla, provocarla, anziché subirla uscendo dal meccanismo infernale e bancarottiere delle casse integrazioni. Occorrerà dire e dirsi che le pensioni, da grande conquista umanitaria e umanistica di una società in cui la media di vita era di 55 anni, oggi mutano totalmente di significato e valore. Occorre affrontare l'immenso problema, e l'immenso fallimento dell'intera struttura giudiziaria e giurisdizionale, che ha visto scomparir

e in Italia la giustizia civile facendo di varie nuove forme mafiose l'unico strumento di regolazione dei conflitti di interessi civili, che delega sempre più irresponsabilmente e in modo anticostituzionale la politica criminale non ai governi e ai Parlamenti, ma al potere giudiziario, mentre nessuno pensa ancora di affidare la politica estera al corpo diplomatico, della sanità al mondo medico e altre bestialità così dicendo. Le priorità di politica criminale, di politica del diritto, devono essere responsabilità dell'esecutivo. Occorre di conseguenza abbandonare la stupida utopia dell'obbligatorietà dell'azione penale, della "indipendenza" delle funzioni financo di polizia, sequestrate anche queste in gran parte dall'ordine giudiziario italiano. La questione fiscale, quella ambientale, in Italia, sarebbero di ben altra dimensione se la politica criminale fosse stata - come ovunque - effettiva responsabilità di governi e Parlamenti, e non anche dello strapotere (e dell'impostura, in alcuni casi) giudiziario.

Così come la stessa politica contro la criminalità e le sue varie forme: governi, Parlamenti, infatti, sono stati certo sempre più sequestrati dal potere partitocratico; ma tanto quanto la giurisdizione, interagendo fra loro in modo eguale. Se "questione morale" ha da esserci, si proceda anche a colpire e a spegnere i profitti di regime. E nessuna categoria, tranne quella degli imprenditori elusori ed evasori, ha profittato del regime quanto quella dei magistrati. Per caratteristiche di carriere, di emolumenti, di privilegi. La impunità dei magistrati è di fatto molto più forte della immunità parlamentare, pur prevista dalla Costituzione. All'interno della giurisdizione i dissensi, le onestà e le capacità sono stati ancora più duramente combattuti, se possibile, di quanto non lo si sia stati noi politici non di regime nei nostri posti di lotta. Se occorre rinnovare rapidamente la classe dirigente di regime, questo deve valere sia per politici che per magistrati. So già che sarò accusato di volere anche imba

vagliare così i magistrati di oggi, fra i quali quelli che operano finalmente con onestà e con capacità. Sono accuse che non mi toccano. Ma potrebbe essere opportuno che queste riforme democratiche e da Stato di diritto, decise oggi, abbiano applicazione a partire dal 1997. Per non interferire con l'attuale campagna giudiziaria su Tangentopoli.

E' immaginabile che il Pds, o la maggioranza del Pds, oggi, dopo il 18 aprile, accetti di porre il problema del debito pubblico consolidato, della riforma della giustizia, della riforma uninominale maggioritaria di stampo anglosassone, di una politica federalista europea e federalista "nazionale" al centro di un grande patto storico di riforma e di salvezza del nostro Paese? Francamente non lo credo. Ma si può sperarlo da altri, amico Martinazzoli, amico Amato, amici della mia "famiglia", e, perché no, amico Bossi? Se no temo che "dopo il 18 aprile" disfaremo, e non faremo, un nuovo governo. Altro che "giustizia".

 
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