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Bonino Emma - 7 luglio 1993
NESSUNO TOCCHI CAINO (7) Il tribunale delle Nazioni Unite
a cura di Francesco Bei

SOMMARIO: Senza pena di morte, senza processi in contumacia. Due proposte accolte dalle Nazioni Unite per i crimini di guerra nella ex- Jugoslavia.

Ne parla Emma Bonino che più di tutti le ha volute e sostenute

(CAMPAGNA PARLAMENTARE MONDIALE PER L'ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE ENTRO IL 2000 - Partito Radicale/Lega Internazionale per l'abolizione della pena di morte entro il 2000)

La costituzione di un Tribunale internazionale per i crimini di guerra in ex-Jugoslavia che - come è previsto nel progetto adottato dal Consiglio di sicurezza - non ricorra alla pena di morte neanche contro i "boia di Serajevo", può produrre una grande evoluzione abolizionista negli ordinamenti interni e nella opinione pubblica. Esso rappresenta un'evoluzione del Diritto umanitario di guerra sancito nella convenzione di Ginevra del '49: questa verticalizzazione del diritto internazionale, coniugata ai contenuti delle convenzioni di Ginevra (ius in bello), per i principi di universalità e uniformità del trattamento giuridico-penale (principio della universalità della giurisdizione penale), può dare luogo a un diritto sostanziale uniforme all'interno dei singoli Stati. Oltre a ciò, non sarebbe più ammissibile la pena di morte negli ordinamenti degli Stati per fatti incomparabilmente meno gravi, se confrontati con il genocidio o i massacri nella ex-Jugoslavia, per i quali verrebbe escluso il ricorso alla pena c

apitale.

Da un anno circa, il Partito radicale ha assunto il Tribunale internazionale sui crimini di guerra come punto centrale della sua politica. Quali ne sono le tappe?

Il Tribunale ad hoc è un'idea che nasce subito dopo il 6 ottobre 1992, data nella quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite approvò la Risoluzione 780, la quale stabilì una Commissione di esperti che indagasse sulle violazione del diritto umanitario ed internazionale nei territori della ex-Jugoslavia. A dicembre, uno dei membri della Commissione, il prof. Cherif Bassiouni -iscritto al Partito radicale- organizzò il convegno di Siracusa, al quale ho partecipato, per studiare il problema del Tribunale permanente, ma anche di quello ad hoc.

Di ritorno da Siracusa ho esteso la proposta sia ai parlamentari italiani sia ai membri del Partito radicale. In particolare, proponemmo la costituzione del Tribunale all'allora presidente del Consiglio dei ministri Giuliano Amato, in un incontro agli inizi di gennaio.

Il 22 gennaio 1993, Amato istituì una Commissione di esperti italiani, presieduta dal ministro di Grazia e giustizia Conso, con il termine di 30 giorni per presentare un progetto di Tribunale ad hoc al Consiglio di sicurezza. I 30 giorni sono stati rispettati, e il 17 febbraio la Commissione Conso ha depositato il progetto alle N.U. Il progetto italiano conteneva due aspetti principali che sono stati mantenuti: no alla pena di morte e no ai processi in contumacia.

Il 22 febbraio 93 il Consiglio di sicurezza istituiva il Tribunale per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia e dava un termine di due mesi al Segretario generale per mettere insieme le proposte francesi, svedesi ed italiane in un unico testo.

Boutros Ghali ha mantenuto l'impegno, e la Risoluzione del maggio scorso ha approvato questo progetto, stabilendo anche le procedure per l'elezione dei giudici. Il governo italiano ha avanzato una candidatura nella persona del prof. Antonio Cassese, presidente del Comitato contro la tortura a Strasburgo, e ora siamo nella fase di scelta dei giudici.

Il Partito radicale transnazionale ha accompagnato questa vicenda con numerose iniziative. Voglio ricordare che la maggioranza assoluta dei parlamentari del Kosovo ha firmato una mozione in questa direzione; così pure i deputati macedoni, bulgari, moldavi. Abbiamo, inoltre, lanciato una raccolta di firme su due appelli: per l'abolizione della pena di morte e l'istituzione del Tribunale permanente. Essi sono stati consegnati a Ibrahima Fall, segretario generale della Conferenza O.N.U. di Vienna, e siamo in attesa di vedere che cosa recepirà il documento finale di Vienna su questi due temi. Le firme raccolte sono circa 60.000, e in questi giorni ne sono arrivate 400 dal Burkina Faso e dalla Costa d'Avorio!

Dopo gli ultimi fallimenti diplomatici nella ex-Jugoslavia credi ancora nella applicabilità del Tribunale internazionale?

Non sono così velleitaria da pensare che le nostre speranze debbano essere la realtà. Penso che tutti noi dobbiamo fare il massimo per avere il Tribunale sulla ex-Jugoslavia, come primo passo per un Tribunale internazionale permanente. Credo che questo sia uno strumento indispensabile nel diritto internazionale, perché tutte le convenzioni -da quella sul genocidio a quelle sui diritti umani- non hanno mai avuto strumenti applicativi e sanzionatori: erano condannate a rimanere degli appelli, o solo manifesti di buone intenzioni. Le Nazioni Unite sono ancora uno strumento inadeguato perché per quarant'anni nessuno ha voluto che funzionassero. Ora si pone il problema della loro democratizzazione e rafforzamento.

Un tema sul quale hai discusso con il Segretario Butros Ghali recentemente...

E' facile constatare questo: dal 1945 al 1987 le operazioni di peace-keeping chieste alle N.U. sono state 13. Dall'87 al 93 ce ne sono state altre 13, di cui 5 solo nel 1992: una progressione impressionante.

Di fronte alle nuove esigenze, le N.U. sono rimaste quelle di sempre, con gli stessi strumenti anche finanziari, e le stesse possibilità d'intervento.

Questo organismo oggi non è in grado di assolvere il compito di corrispondere alle istanze che sempre più numerose gli sono rivolte.

Gli americani hanno inviato in Somalia una task-force di giuristi e avvocati per assicurare il generale Aidid alla giustizia internazionale

e processarlo per crimini di guerra. Un'eventuale successo potrebbe avere degli effetti sulla crisi balcanica?

Probabilmente sì, ma non so bene quale sarebbe l'organo che dovrebbe giudicare Aidid. Non può essere il Tribunale permanente, poiché esso non è istituito, e avrà un primo statuto ad interim solo a settembre-ottobre, quando sarà approvato dall'Assemblea plenaria delle N.U., e sarà pronto fra due-tre anni. Continua a sfuggirmi quale organo si dovrebbe occupare di una tale iniziativa.

Come si risolve il problema dei processi in contumacia?

Per quanto riguarda il tribunale ad hoc, i processi non sono possibili in contumacia. Ne sono molto contenta perché questo significa l'affermazione del Diritto e non un processo politico. Rimane il fatto che i criminali diventano dei paria internazionali, ovvero sono delle persone che non potranno più lasciare il proprio paese, perché appena passano la frontiera sono sottoposti alla giurisdizione dei paesi che avranno aderito al Tribunale internazionale. Mi sembra che questo sia un primo passo di emarginazione e di limitazione. Ammettiamo poi, che venga condannato Seselij e che Milosevic non voglia consegnarlo. In questo caso, credo che si aprirebbero diverse possibilità di campagna di pressione, sia internazionale sia in Serbia, dove la gente è oppressa da simili dittatori.

L'istituzione del Tribunale fornisce delle occasioni d'iniziativa e di campagna, anche se non tutti i problemi sono risolti.

Quale sarà il passaggio per il Tribunale internazionale sulla ex-Jugoslavia e il Tribunale internazionale permanente richiesto dal Partito radicale?

In termini di diritto, nessuno; in termini politici, tutti. Il Tribunale permanente è allo studio del VI Comitato delle N.U. da quasi 10 anni. Il prof. Bassiouni, che è il massimo esperto ed anche l'estensore di una proposta di statuto, sa che sono stati sviscerati tutti i temi possibili, e che le grandi opzioni sono tutte sul tappeto: serve solo la volontà politica di scegliere quale statuto, quale codice, quale composizione. Inoltre, il Tribunale permanente non può essere istituito dal Consiglio di sicurezza sotto i titoli Pace e Sicurezza (capitolo VII), ma necessiterà di un trattato o di una convenzione ad hoc. Le procedure sono diverse, il merito anche. Ma per tornare alla domanda, il passaggio è tutto politico. Il Tribunale permanente ha due grossi limiti in meno rispetto a quello per la ex-Jugoslavia. Il primo, è che può avere una funzione deterrente senza bisogno di attendere 200.000 morti per fare sentire la propria volontà politica. Il secondo è che, essendo un Tribunale permanente, viene meno anch

e il sospetto che siano i vincitori a processare i vinti, come è stato a Norimberga. Questo problema non mi pare si attanagli al caso ex-Jugoslavia, dove semmai il Tribunale viene costituito per i vinti contro gli aggressori.

Molti Stati fra quelli presenti nel Consiglio di sicurezza ammettono la pena di morte nei propri codici. Il processo di Norimberga si concluse con alcune sentenze capitali. Quali pene adesso?

Il Tribunale ad hoc, secondo il progetto presentato dall'Italia, esclude la condanna alla pena di morte. Lo statuto dice che i colpevoli saranno condannati alle pene previste dai loro Codici di provenienza, ma con l'esclusione della pena di morte. Paesi come gli USA -che la mantengono per reati sicuramente orrendi, ma minori, come l'omicidio o lo stupro non sistematico- si trovano oggi in una contraddizione che apre nuove prospettive di iniziativa e di lotta.

 
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