Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
gio 22 feb. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Mangalakova Tania, Bonino Emma - 8 settembre 1993
E' GENERALE L'IPOCRISIA NEI CONFRONTI DELLA NUOVA FEDERAZIONE
Intervista di Tania Mangalakova ad Emma Bonino

SOMMARIO: La segretaria del Pr viene intervistata sul suo viaggio a Sarajevo e sull'iniziativa per consentire al sindaco di quella città di venire in Italia, sulla campagna per il non riconoscimento della nuova federazione Iugoslava, sulla situazione nel Kossovo e sulla "federazione balcanica".

(Intervista pubblicata nel numero 36 dell'8 settembre 1993 del settimanale bulgaro "Makedonia", organo del VMRO - Unione delle associazioni macedoni)

Emma Bonino, 45-enne, è un politico italiano, deputato della lista del Partito radicale. E' entrata nella politica con l'iniziativa contro l'aborto clandestino in Italia ed è co-iniziatore della campagna per l'Italia senza basi nucleari. Fa parte della dirigenza del Partito radicale transnazionale, dedicandosi ai problemi della ex-Jugoslavia ed alla cessazione dei conflitti nei Balcani.

- S.ra Bonino, all'inizio di gennaio ha incontrato il sindaco di Sarajevo. Ci dia più dettagli sulla sua difficile missione.

- Lessi nella stampa che il sindaco di Sarajevo aveva rivolto un appello alla comunità internazionale, richiedendo un aiuto per uscire da Sarajevo per visitare le capitali europee e promuovere una campagna d'informazione sulla situazione esistente in quella città. Egli spiegava che non poteva uscire da Sarajevo come se fosse un prigioniero. Pensai che non si poteva tollerare una situazione di questo genere e che questo sindaco non poteva essere prigioniero di nessuno. Mi pareva una cosa assurda. Perciò decisi di stabilire un contatto diretto con il sindaco e di recarmi a Sarajevo come giornalista. Mi rivolsi all'UNPROFOR, dicendo di essere giornalista. Mi recai a Sarajevo: all'aeroporto faceva molto freddo e non riuscii a raggiungere la città perché era molto pericoloso e non c'erano veicoli dell'UNPROFOR. Dopo alcune ore mi recai alla città, in un albergo senza acqua e luce, dove si trovavano i giornalisti stranieri. Alla reception, vedendo la mia tessera del Partito radicale, una delle signorine mi disse c

he anche lei era iscritta a questo partito. Le spiegai che mi ero recata a Sarajevo per trattenermi con il sindaco e lei mi mise in contatto con lui. Ci incontrammo di notte. Tornata a Roma, mi rivolsi ad un funzionario del governo, dicendogli che la situazione era ormai intollerabile. Alcuni giorni dopo, siccome l'Italia non ha aerei dell'UNPROFOR, il nostro governo decise di mandare un aereo governativo a prendere il sindaco. Cosicché un aereo militare italiano andò a Sarajevo con la missione di prendere il sindaco e di tornare a Roma. E così il sindaco poté spiegare alla stampa internazionale la situazione a Sarajevo. Il nostro governo richiese all'amministrazione americana un aereo dell'UNPROFOR per riportare il sindaco a Sarajevo. Il sindaco è iscritto al nostro partito.

- Come fa il Partito radicale transnazionale per comunicare con i paesi dell'ex-Yugoslavia dove avete iscritti?

- In linea di principio comunichiamo molto difficilmente: alcuni militanti corrono grandi rischi viaggiando in questi paesi. Alcuni compagni vanno a Prishtina, Kossovo e a Belgrado per stabilire contatti. Inoltre a Prishtina abbiamo un ufficio con computer, perciò possiamo comunicare a qualsiasi ora.

- Credete di riscontrare un appoggio alla vosta iniziativa per il non riconoscimento della nuova Yugoslavia?

- Il problema è molto semplice. Formalmente la Yugoslavia non è riconosciuta da nessuno. Non è membro dell'ONU. Ma c'e una ipocrisia generale, visto che non è membro, ma tutti gli stati hanno le loro ambasciate e la situazione non è normale in termini politici, e sta fuori delle norme anche in termini giuridici. Si fa una rottura dei rapporti diplomatici, se la nuova Yugoslavia non è membro dell'ONU, e basta. Perciò i nostri paesi non devono avere ambasciate in una cosa che non esiste. Abbiamo detto che per essere riconosciuta, la Yugoslavia dovrebbe rispettare le regole e riconoscere la Macedonia, la Croazia, la Bosnia e rispettare le minoranze. Finché la Serbia non rispetta tutto questo, non sarà riconosciuta ne de facto, ne de jure.

- Crede che la dislocazione di forze dell'ONU nel Kossovo farà evitare un conflitto armato?

- Certamente il problema adesso è nello statuto dell'ONU e nel fatto che le sue forze non possono essere dislocate dentro il paese, ma al confine tra la Bosnia e la Yugoslavia, per esempio. Ma il Kossovo è una regione della Serbia e farà un precedente. La questione posta al Consiglio di Sicurezza dell'ONU è anche quella del paese in causa, giacché non è riconosciuto. La contraddizione è nel fatto che il Kossovo fa parte di un paese non riconosciuto e se ci fosse una campagna per creare un precedente nel Kossovo, ciò sarà possibile.

- E' sua l'iniziativa per la costituzione di una confederazione balcanica. Non sarà una utopia?

- Può sembrare una utopia, ma è l'unica via di prospettiva che può essere efficace. Oggi tutti si organizzano in confederazioni non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti, Canada e Messico. Da un lato c'è il mercato europeo, dall'altro - il mercato comune tra Canada, Stati Uniti e Messico. A favore degli interessi economici comuni c'è l'idea di una confederazione balcanica - non tra un paese dominante ed altri oppressi, ma tra paesi di uguali diritti che cercano gli interessi comuni in alcuni settori. Mi sembra che sia l'unica via possibile per regolarizzare le tensioni. Dal punto di vista psicologico è comprensibile il timore che i paesi in questa confederazione sarebbero oppressi da Belgrado o Mosca e che l'unico strumento per superare le contraddizioni sarebbe l'autonomia nazionale. Ma lo Stato nazionale non può risolvere tutti i problemi - per esempio in termini economici. L'idea della confederazione tra stati di uguali diritti corrisponde al 2000.

- Ma sulla penisola balcanica ci sono vecchie contraddizioni tra gli stati.

- Sì, ma l'unico modo di risolvere le contraddizioni è cercare di superarle, e non stare solo a contemplarle. Se non c'è l'ambizione di superare le crisi interne, queste esploderanno e continueranno ad esplodere sempre più pericolosamente.

 
Argomenti correlati:
intervista
sarajevo
guerra
unprofor
kossovo
bosnia
stampa questo documento invia questa pagina per mail