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Il quotidiano radicale - 25 ottobre 1993
Prima udienza a dicembre
Subito il pubblico ministero per rendere effettiva la Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che crea un Tribunale ad hoc.

SOMMARIO: Editoriale del numero di "1994, Il quotidiano radicale" dedicato al Tribunale ad hoc sulla ex-Jugoslavia. Nessuno - si afferma - si era reso conto dell'importanza della decisione assunta dal Consiglio di Sicurezza delle NU di istituire il Tribunale. Si pensò si trattasse dell'"ennesima risoluzione senza seguito". Invece il tribunale potrà finalmente avviare i suoi lavori: cosa che si teme assai da parte di chi vorrebbe continuare a "negoziare" con quegli stessi uomini che sono "imputati di genocidio", e a "non firmare" la tripartizione della Bosnia. Continuano dunque gli sforzi per fare fallire il Tribunale: "l'interminabile partita a scacchi sulle candidature potrebbe risolversi in una scelta frettolosa...". "Gli obiettivi del PR [...] sono che si elegga, e subito, il pubblico ministero, e che si fornisca il Tribunale ad hoc degli strumenti necessari..."

(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, 25 ottobre 1993)

Quando, il 25 maggio di quest'anno, il Consiglio di Sicurezza decise l'istituzione del Tribunale internazionale ad hoc sui crimini commessi nella ex Jugoslavia, nessuno dei 15 rappresentanti seduti attorno a quel tavolo sembrò rendersi conto della scommessa che era stata lanciata. La maggior parte degli Stati membri pensavano forse di aver solo dato in pasto all'opinione pubblica l'ennesima risoluzione senza seguito. Lo svolgersi del conflitto in Bosnia Erzegovina, il fallimento dei negoziati diplomatici di Ginevra, la pressione dell'opinione pubblica internazionale hanno in questi mesi fatto avanzare di molto la situazione. Il Tribunale ad hoc potrebbe realmente insediarsi all'Aja, nonostante gli ostacoli. Ma perché il tribunale sulla ex Jugoslavia sembra essere così pericoloso per una parte della comunità internazionale? Essenzialmente perché scombina la quella Realpolitik che ha nella conferenza di Ginevra la sua manifestazione ultima. Istruire un processo che porti alla sbarra i Karadzic, i Milosevic, i

Boban costringerebbe a non negoziare più con quegli stessi uomini imputati di genocidio, a non firmare più la tripartizione (etnica) della Bosnia Erzegovina.

Il tentativo in corso da parte di del "fronte anglo-francese" è dunque quello di rallentare la messa in opera del tribunale per riuscire a firmare una pace, qualunque essa sia. Gli strumenti sono vari: anzitutto rallentare l'adempimento degli impegni della risoluzione 827, e poi - una volta insediato il tribunale - rendere difficile il suo lavoro. Qualche esempio? Gli undici giudici che compongono la Corte sono stati eletti dopo forti tensioni e contrasti tra gli Stati occidentali e quelli islamici. E il risultato non è stato dei migliori. La storia della scelta del pubblico ministero è stata, se possibile, ancora più penosa. Prima l'eliminazione grazie al veto anglo-francese di Cherif Bassiouni, candidato non solo di Boutros Ghali, ma di quanti volevano un procuratore generale che, conoscendo già la messe di prove documentarie, potesse istruire in breve tempo il processo. Poi la bocciatura da parte dei Paesi non-allineati del candidato "occidentale", l'indiano Soli Sorabyee. L'interminabile partita a scacch

i sulle candidature potrebbe risolversi in una scelta frettolosa, fatta giusto in tempo per consentire al pubblico ministero di non arrivare del tutto impreparato alla prima riunione degli undici giudici, prevista per il 17 novembre.

Gli obiettivi del Pr, a questo punto, sono che si elegga, e subito, il pubblico ministero, e che si fornisca il Tribunale ad hoc dei necessari strumenti finanziari per lavorare. Perché a dicembre, finalmente, si possano processare i criminali.

 
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