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Il quotidiano radicale, Nicolosi Rino - 25 novembre 1993
Storie del transpartito: Rino Nicolosi
Può esistere un avvenire diverso, democratico

SOMMARIO: Si colloca "dalla parte" di Pannella, che ha combattuto il conformismo del "sistema" quando tutti lo condividevano, e ora combatte il conformismo del "nuovo sistema" e il suo "giustizialismo pangiudiziario":Pannella non può essere chiamato, oggi, un "conservatore". Neanche lui comunque si sente tale, ma "lascia perplessi" la condizione di violenza con cui si cerca di portare avanti il "nuovo": con la magistratura che sta diventando un potere "egemonico", con il "mercato" che tende a sopraffare le regole della democrazia, con una distinzione tutta "manichea" tra il bene e il male.

Si sente "travolto" da una logica "implacabile" che sceglie "i sommersi e i salvati", ma continua a difendere la sua esperienza siciliana come "uno dei più seri tentativi di modernizzazione dell'isola". Non pretende più di arrivare a fare le cose "nuove" in prima persona, ma solo di concorrere a determinarle, sperando intervenga il coraggio "radicale". Rievoca la vicenda del suo incontro con Pannella a Catania.

(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, 25 novembre 1993)

"Non cerco protettori e non ho rinunciato alle mie idee. Ma Pannella è stato il solo a combattere il conformismo culturale e politico del vecchio sistema quando ieri tutti lo condividevano; è il solo oggi a combattere il conformismo culturale e politico, ancora più oppressivo e devastante, del nuovo sistema e dei suoi tanti profeti. Nel troppo poco di politica e nel troppo di giustizialismo pangiudiziario che passa il convento, si dà il caso che almeno Pannella ha ancora il coraggio della verità e non ha perso il gusto della ragione. Non le sembra un motivo sufficiente per sentirsi dalla sua parte?"

Così esordisce Rino Nicolosi, deputato democristiano, inquisito, iscritto al Pr anche per il 1994.

Ma non c'è il rischio che queste considerazioni vengano assimilate ad una battaglia di retroguardia?

Sarebbe veramente provocatorio collocare Pannella dalla parte della conservazione.

Né la mia è stata mai una storia politica di resistenza al cambiamento, anzi! Però lascia molto perplessi la condizione di violenza attraverso la quale s'intende portarlo avanti: si capisce bene quello che si vuole distruggere e come lo si vuole distruggere, molto meno quello che si vuole costruire.

Inoltre, la rinuncia sistematica ai princìpi del garantismo, pilastri della civiltà democratica, più che il portato di un processo di generale rinnovamento morale della società italiana, mi sembra la spia di un duro scontro tra vecchi poteri e nuovi poteri, combattuto senza esclusione di colpi.

Anche lei quindi la mette sul terreno delle trame oscure e dei complotti?

La storia del nostro Paese continua a essere un ordito inestricabile di interessi in competizione, e comunque una involuzione democratica non deve essere necessariamente un colpo di Stato. E' sufficiente che alcuni poteri già oggi sovraesposti diventino egemonici sugli altri.

Si riferisce al potere giudiziario?

Certamente, ma non solo.

Penso anche alla preoccupazione - che condivido - di Rossana Rossanda, quando afferma che la nostra è una fase in cui le regole della democrazia sono sacre esclusivamente in quanto procedono con il mercato; se il mercato procede senza di loro, sacro è il mercato e tanto peggio per le regole.

Oggi si enfatizza molto, in maniera mistificatoria, l'assunto che stiamo vivendo nel nostro Paese lo scontro storico fra le forze del bene e quelle del male; sfortuna vuole che vi sia anche bene nelle forze del passato, e anche male in quelle dell'avvenire, né l'avvenire rappresenta di per sè automaticamente il meglio.

Sui rischi che corre il delicato equilibrio della nostra democrazia invece non parlano neanche molti di coloro che, in altri momenti, hanno - a ragione - sostenuto che lo Stato di diritto è irrinunciabile.

Questo silenzio spaventa: troppi testimoni civili degli eccessi di questo tempo rinunciano al dovere morale della denuncia. Pannella no, è uno dei pochi che parla e lo fa con autorevolezza e senso della prospettiva politica.

Lei è colpito da una raffica di autorizzazioni a procedere. Si sente perseguitato?

Non voglio neanche prendere in considerazione l'idea che ci sia in atto una persecuzione personale nei miei confronti. Questo non esclude che mi senta travolto da una logica implacabile che sceglie, senza possibilità di difesa e di scampo, i sommersi e i salvati. E condivido la condizione disumana di molti che vivono già nell'espiazione senza essere passati dal giudizio e dalla sentenza. Perché oggi più che mai padrone della verità è chi è più forte. Oggi più che mai la dignità della persona è diventata merce senza valore.

Come definire diversamente una condizione nella quale con la mia immagine politica sembra dissolversi la mia dimensione di uomo? Ho coltivato l'illusione illuministica di cambiare in meglio le cose. Il sistema mi ha imposto condizionamenti pesanti. Li ho pagati, forse ho commesso degli errori. E' giusto ora che io mi assuma le mie responsabilità, ma di quello che ho fatto e del perché l'ho fatto, non di tutto quello che ingiustamente mi viene attribuito. Perché vorrei fosse chiaro che io nella mia vita politica non ho mai concusso nessuno e mai da nessuno mi sono fatto corrompere.

Ieri prestigioso Presidente della Regione Siciliana, oggi inquisito dall'incerto destino. Cosa prova?

Vergogna, innanzitutto, per la sensazione di vedere ridotta la mia vicenda siciliana, che è stata invece uno dei più seri tentativi di modernizzazione dell'isola, ad una questione di tangenti. Rabbia perchè così non è. Impotenza, perché sembra che ci sia il preconcetto rifiuto di ascoltare e di capire.

In che senso?

E' talmente forte tra la gente l'esigenza di dividere il campo sociale tra "noi" e "loro", che lo schema della bipartizione nuovo-vecchio, buono-cattivo, amico-nemico, è dominante senza appello. E solo su questo presupposto Tangentopoli è riducibile alla separazione manichea tra puri e impuri, e rischia di diventare una tragedia senza fine dalla quale non si capisce come fare emergere una linea di riconciliazione nazionale.

Una prospettiva, allora, senza speranza?

Questo no. Il passato insegna che le crisi di violenza collettiva non sono altro che i brutti quarti d'ora della Storia. Mi sembra che proprio Marco, a fronte di un avvenire che si presenta arrogante e sicuro di sé quanto confuso, indichi un avvenire possibile fondato su un nuovo umanesimo sovranazionale e su riferimenti certi di regole democratiche ancora in germe, del quale abbiamo il dovere di proteggere la crescita.

Individua nell'avvenire uno spazio per il suo futuro?

Non ho più la pretesa di fare le cose nuove in prima persona, ma di concorrere a creare le condizioni perché altri le facciano. E questo sarà più facile se il coraggio "radicale" troverà consenso largo e convergenze politiche importanti.

La condiziona in quest'affermazione la sua amicizia con Marco?

Non credo, anche se l'amicizia con Marco c'è ed è profonda. Il suo fondamento? Le cose che ci dividono almeno quanto le cose che ci uniscono, ed un ricordo rimasto nel cuore: il nostro scontro politico nelle elezioni comunali di Catania del 1989...

Fu alto il tono politico della campagna elettorale. Marco veniva da fuori e giocò la carta dell'antagonista, ma divenne subito protagonista: i catanesi sanno distinguere a naso i veri politici dai quaquaraqua!

 
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