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Pannella Marco - 26 novembre 1993
DROGA: Le posizioni repressive e proibizioniste: ridicole e tragiche

Intervento di Marco Pannella al PE del 14 febbraio 1980

SOMMARIO: Non dobbiamo volere che la politica divorzi dalla scienza per seguire questa o quella demonologia: chiediamoci dunque cosa vuol dire "droga". Quella di cui ci occupiamo è quella "che toglie libertà, non quella che toglie salute..." E allora non ci sono droghe "dolci" e droghe "dure", non ha senso distinguere tra droga-alcool e le altre. Ed è inutile anche mettere in guardia contro i rischi del passare dalla droga leggera alla pesante. Insomma, il Parlamento europeo non deve inseguire fantasmi e "demoni interiori": deve solo agire sulle leggi economiche che creano "il dilagare della droga dura", eliminando il "profitto" che è il suo vero incentivo. La penalizzazione ottiene di "inserire la legge economica del profitto come movente dell'industria della morte". Le posizioni proibizioniste sono "ridicole e tragiche", esprimono una cultura di classe e "razzista", "eurocentrica". Occorre ormai indagare "sulle possibilità e i pericoli dell'antiproibizionismo", e c'è da augurarsi che la Commissione voglia

"promuovere lo studio critico dell'intero tema".

(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, Speciale Parlamento europeo, 26 novembre 1993)

Volevo semplicemente dire, signora Presidente, che quando la politica divorzia dalla scienza per seguire la demonologia di questo o di quell'altro, dalla politica non ci si può aspettare che disastri.

Che cosa vuol dire droga, signora Presidente, secondo la scienza? Secondo la farmacologia e la farmacopea sono da considerarsi droghe certamente l'alcool, il tè, la caffeina, ma soprattutto tutti i tranquillanti o gli eccitanti che sforna l'immensa industria della droga internazionale. Di che cosa dobbiamo occuparci noi? Del drogato: cioè di colui che, in quanto tale, è pericoloso a sé e agli altri. Per il politico, per il diritto positivo, per la società quel che fa paura è, appunto, la condizione di irresponsabilità atroce e di pericolo - per sé e per gli altri - del drogato.

E allora, signora Presidente, che significa questo? Che la droga della quale ci occupiamo è la droga che toglie libertà, non quella che toglie salute - perché anche la stricnina, perché mille altre cose tolgono la salute. Droga è quel che toglie libertà e responsabilità e che diventa pericolo sociale.

E allora non ci sono le droghe dolci e le droghe dure. Sarebbe forse dolce la "droga alcool"? Noi stiamo dibattendo continuamente della produzione del vino, per produrne e consumarne sempre di più. Ebbene, la "droga alcool" è responsabile del 50% di morti per incidenti stradali. La droga dura, eroina, è responsabile in Europa di mille morti. E' atroce e pericoloso, certo. Ma siete un pò in contraddizione con voi stessi: il tabacco e il vino creano dipendenza e assuefazione, creano anche situazioni di carenza fisica e quindi sono droga. Mentre invece i derivati della canapa indiana, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità e novanta anni di studi scientifici sempre confermati, creeranno tutti i danni che si vuole, ma non la dipendenza fisica e non l'assuefazione, non la crisi di carenza, di pericolosità per sé e gli altri. Si dice che c'è il rischio di passare dall'una all'altra droga. Ma, signora Presidente, c'è lo stesso passaggio che c'era negli anni '30 negli Stati Uniti fra il consumo dell'alcool i

n periodo proibizionistico e la scommessa clandestina nello stesso periodo. Siccome gli allibratori, siccome il commercio clandestino proibizionistico, con la legge del profitto legata sia all'alcool sia alla scommessa clandestina, facilitavano queste trasgressioni della legge, spesso chi consumava alcool passava anche a fare le scommesse clandestine. E' la legge che crea il rapporto. L'hascisc, la marjiuana sono una non-droga, il tabacco, l'alcool delle vostre imprese di profitto capitalistico, il whisky, sono assassini e creano dipendenza, oltre ad altre cose. Quindi, signora Presidente, qual è il problema che un Parlamento serio si pone? Non quello di inseguire i propri demoni interiori, tentando appunto di evocare il demonio, i filtri pericolosi; esso deve semplicemente fare in modo di agire sulle leggi economiche e sociali che creano appunto il dilagare della droga dura, che sia essa l'alcool o sia essa l'eroina.

E qual è signori tenutari del libero mercato e della legge del profitto, tenutari della legge del profitto di quest'Assemblea, qual è l'incentivo alla droga dura se non il profitto che si installa con il proibizionismo? Negli anni '30, col proibizionismo, in America, c'erano gli alcolizzati e nasceva la mafia del profitto. Voi, con la penalizzazione, non fate altro che inserire la legge economica del profitto come movente dell'industria della morte, e non è un caso se a Bruxelles il grande tutore dello stato contro la droga era il primo trafficante di droga. Non è un caso se nella Francia di De Gaulle, madame Chouraqui e monsieur Debré, la DST è stata presa con le mani nel sacco quando favoriva e finanziava le proprie attività a livello internazionale proteggendo a livello internazionale la mafia dell'eroina. E nella Marsiglia socialista, tutti sappiamo che cosa accadeva quando i fratelli Guerini, rispettabili, erano quelli che appunto proteggevano questi commerci.

Dunque, innanzitutto io accuso di irresponsabile demagogia tutti quelli che continuano a dire contro le affermazioni scientifiche, che l'hascisc è una droga dolce: è una non-droga. Se davvero non siete degli ipocriti e dei criminali, proponete allora delle leggi penali contro quell'alcool del quale invece volete diffondere la produzione, che sostenete a tutti i livelli, e che provoca disastri sociali nella Francia, nell'Italia e nella Germania (...)

Signora Presidente, non è vero che il ridicolo uccide: non uccide certo coloro che ne sono responsabili! Le posizioni proibizioniste sono ridicole e tragiche. Ne conosciamo i risultati. Coloro che chiedono sempre più repressione non fanno probabilmente che proiettare verso altri i propri demoni interni perché siano gli altri a difendere la purezza e la bontà.

La differenza essenziale fra il regime proibizionista ed il regime antiproibizionista è che nel primo caso l'eroina va alla ricerca dei bambini mentre nel secondo caso sono i bambini che vanno alla ricerca dell'eroina.

Si fa giornalmente della demagogia sui misfatti del risultato delle leggi e non della droga stessa. Non ci si può attaccare all'alcool per non inimicarsi i produttori di whisky che invece possono permettersi di fare la pubblicità come e dove vogliono.

Queste leggi e questa cultura sono alla radice di questa tragedia che viviamo e si attribuiscono, come all'epoca dell'Inquisizione, poteri demoniaci alla foglia di coca o al prodotto del papavero, l'oppio. E' la stessa procedura. Le foglie di coca sono una droga alla stregua dell'uva che serve per il vino e che è la nostra droga: intere popolazioni sono state distrutte per togliere loro la propria droga tradizionale. La nostra è una cultura di classe, una cultura razzista, una cultura eurocentrica che si manifesta soprattutto in sede di diritto positivo.

Quando in sede di commissione parlamentare chiesi ad un rappresentante dell'Interpol cosa avremmo preferito se fossimo stati una cosca della mafia, una campagna proibizionistica o una campagna antiproibizionistica, quale fu la sua risposta? Egli ci disse che se fosse stato il rappresentante di una cosca mafiosa avrebbe votato a favore di una campagna proibizionistica.

Ma cosa chiediamo? Di abbandonare il demone dell'intolleranza che vive in noi. Noi chiediamo che il Parlamento e la Commissione facciano quanto va facendo la stampa internazionale: indagare sulle possibilità e i pericoli dell'antiproibizionismo ed indagare sull'interazione fra il diritto e questo flagello.

E' necessaria una conferenza. Regna la paura come all'epoca in cui non si poteva utilizzare lo zolfo nella farmacopea. Regna la paura ma noi chiediamo solo uno studio. Persino lo studio fa paura, si vogliono distruggere i libri antiproibizionisti. E' il demone dell'intolleranza che parla, ripeto, e non si può imporre questo demone, questa politica che sfocerebbe nella morte e nella tragedia.

Per questo motivo, noi ci auguriamo che la Commissione accetti di promuovere lo studio critico dell'intero tema e non solo le politiche di morte oggi vigenti

 
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