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Il quotidiano radicale - 8 dicembre 1993
Occorre... disinnescare la bomba
Alle soglie del 2000, l'esplosione demografica si rovescerà sull'Occidente ponendo problemi non solo economici: andremo incontro a restrizioni anche in termine di libertà?

SOMMARIO: La storia della Cooperazione allo Sviluppo è drammatica, e coinvolge assieme forze di governo e di opposizione. Prendendo spunto dal dossier pubblicato da Mario Signorino nel 1987, si rievocano alcune delle denunce rivolte alla gestione della Cooperazione allo Sviluppo. E tuttavia "il monito dei Nobel degli anni '80 suona sempre di attualità..."

[Segue un ampio stralcio del Manifesto dei Nobel, con l'appello "Occorre...", come richiamo alle urgenze delle cose necessarie e da farsi].

***

Riporta il drammatico giudizio dell'esperto Rafael Moreno sulla "bomba demografica" che sta per esplodere nel mondo. Nonostante l'urgenza di questo e di altri moniti, non c'è ancora chiarezza nell'affrontare i problemi dei "limiti dello sviluppo", mentre sulla questione demografica si trascina una vana disputa tra mondo laico e cattolici. "La disputa è idealmente e moralmente povera", da ambedue le parti. Quel che occorre è invece "rovesciare la credenza secondo la quale si è poveri perché si fanno molti figli": "si fanno molti figli perché si è poveri". la limitazione delle nascite potrà essere "conseguenza culturale" dello sviluppo. La priorità deve dunque tornare "alla lotta contro lo sterminio per fame".

***

Alla Agenzia del "Programma delle N.U. per lo Sviluppo" si denuncia il calo del budget (15% in meno rispetto al 1992). Lo sforzo finanziario del mondo sviluppato viene infatti dirottato "nelle operazioni di peacekeeping":"il mondo sta spendendo, per spegnere i conflitti armati, più di quanto investe nello sviluppo". E' necessario così un aumento della percentuale del Pil devoluto allo sviluppo.

(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE - 8 dicembre 1993)

Non si è voluto affidare la gestione della Cooperazione allo Sviluppo ad un'autorità politicamente responsabile, individuata con chiarezza; al contrario, si è preferita una gestione dell'intervento straordinario del tutto discrezionale, affidata a uomini della partitocrazia. Le conseguenze negative erano prevedibili. Furono previste, infatti, e subito denunciate. La storia della Cooperazione allo Sviluppo è chiara e drammatica, anche se non si vuole né ricostruirla, né colpire le responsabilità, che riguardano le forze politiche di governo ma anche quelle di opposizione, che sacrificarono per una mediocre visione politica un progetto di respiro mondiale.

Il Parlamento varava la legge sulla Cooperazione allo Sviluppo nel 1984. Nel 1987 Mario Signorino, attuale Presidente della sezione italiana degli "Amici della Terra", pubblicava un esplosivo dossier sulla gestione degli aiuti: "Dopo anni di polemiche, l'aiuto pubblico allo sviluppo è in gran parte un oggetto misterioso", scriveva. "Sono stati impegnati più di 460 miliardi di lire, pari al 25% dello stanziamento complessivo di 1.900 miliardi; all'emergenza spetta tuttora il primato delle erogazioni. Quasi metà degli impegni di emergenza è stata assorbita dagli aiuti alimentari..."

L'impatto di questi aiuti sui paesi sottosviluppati è stato negativo. Hanno prodotto effetti distorcenti e controproducenti, hanno alimentato sprechi e corruzione, hanno stimolato consumi e produzioni irrazionali. "Si potrebbe fare un'inquietante rassegna di macchine e impianti abbandonati - proseguiva il documento - della cultura anti-economica, dell'affarismo che cresce attorno alla macchina degli aiuti, soprattutto in Africa. Difficilmente gli aiuti arrivano a chi ne ha effettivamente bisogno; non costituiscono un fattore di sviluppo; fanno da supporto a politiche anti-economiche ed anti-umanitarie". La magistratura ha finito per dar ragione a quel dossier.

Quello che poteva costituire il volano di un progetto di livello internazionale per integrare il Sud del mondo nello "sviluppo" globale, è diventata invece una truffa all'italiana, fonte di disistima per il nostro Paese.

Occorre...Il monito dei Nobel degli anni '80 suona sempre di attualità. Il disastro si aggrava infatti di giorno in giorno. Ne cominciamo ad avvertire i contraccolpi anche nei paesi sviluppati, dove l'afflusso delle miserie terzo e quartomondiste, degli "extracomunitari", dei rifugiati, degli affamati, dei miserabili, dei malati provoca solo riflessi di paura e di egoismi, senza che nessuno statista abbia il coraggio, la lucidità, l'onestà di indicare una politica di respiro, forte, ricca di fantasia e di rigore assieme...

Occorre...

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Dal Manifesto-Appello dei Premi Nobel, giugno 1981

Occorre quindi una nuova volontà politica e un nuovo specifico organizzarsi di questa volontà, che siano direttamente e manifestamente volti - con assoluta priorità - a superare le cause di questa tragedia e a scongiurarne subito gli effetti.

Occorre che un metodo ed una procedura adeguati, fra i tanti esistenti o immaginabili, vengano subito prescelti o elaborati ed attuati; occorre che un sistema di progetti convergenti e corrispondenti alla pluralità delle forze, delle responsabilità, delle coscienze li sostanzi.

Occorre che le massime autorità internazionali, occorre che gli Stati, occorre che i popoli troppo spesso tenuti all'oscuro della realizzabilità piena di una politica di vita e di salvezza così come già chiedono, angosciate, alcune tra le massime autorità spirituali della terra, operino unendosi o uniti nell'operare, con obiettivi puntuali, certi e adeguati perché venga attaccata, colpita e vinta, nelle sue sedi diverse, la morte che incalza, dilaga, condanna ormai una grande parte dell'umanità.

Occorre ribellarsi contro il falso realismo che induce a rassegnarsi come ad una fatalità a quel che invece appartiene alla responsabilità della politica ed al »disordine stabilito .

Occorre realisticamente lottare perché il possibile sia realizzato e non consumato, forse per sempre.

Occorre che si convertano in positivo sia quegli assistenzialismi che danno soprattutto buona coscienza a buon mercato e che non salvano coloro cui si rivolgono, sia quelle crudeli e infeconde utopie che sacrificano gli uomini di oggi in nome di un progetto d'uomo e la società di oggi in nome di un progetto di società.

Occorre che i cittadini e i responsabili politici scelgano e votino, ai rispettivi livelli, elettorali o parlamentari, governativi o internazionali, nuove leggi, nuovi bilanci, nuovi progetti e nuove iniziative che immediatamente siano volti a salvare miliardi di uomini dalla malnutrizione e dal sottosviluppo, e centinaia di milioni, per ogni generazione, dalla morte per fame.

Occorre che tutti e ciascuno diano valore di legge alla salvezza dei vivi, al non uccidere, e al non sterminare, nemmeno per inerzia, nemmeno per omissione, nemmeno per indifferenza. Se i potenti della terra sono responsabili, essi non sono gli unici.

***

"Nel duemila saremo, sul globo, sei miliardi di uomini e donne; è il limite massimo tollerabile che il mondo può sopportare... Le risorse calano, la popolazione cresce". Il drammatico quadro viene da un esperto, Rafael Moreno, già candidato - poi sconfitto, non sappiamo da quanto innocenti avversari - alla direzione della FAO, l'organismo delle Nazioni Unite preposto ai problemi dell'agricoltura (e del cibo). Moreno è l'ultimo di una serie di Cassandre che hanno lanciato documentati avvertimenti sui rischi che il mondo corre, a seguito di quella che viene definita la "bomba demografica": la grande, vera minaccia "ecologica" che minaccia l'umanità e i suoi "ambienti": non solo quelli remoti dell'Africa, ma anche i nostri, casalinghi. Nonostante l'urgenza dei moniti, mai smentiti fin dalle formulazioni di Aurelio Peccei e del "Club di Roma", non c'è ancora né chiarezza né volontà politica per affrontare i problemi dei "limiti dello sviluppo"; mentre sulla questione demografica si trascina una quérelle, tra i

l mondo cattolico timoroso, con qualche ragione, di una cultura malthusiana fatta di eugenetica o, peggio, di bioingegneria incontrollata, e il mondo laico. Il Papa si è scagliato contro l'Unicef e l'Onu, dove sembra possano oggi prevalere dietro spinta americana - una volta venuta meno la necessità dell'alleanza con i cattolici in funzione antisovietica - le sollecitazioni verso un più rigoroso controllo delle nascite. La sua uscita ha fatto rinfocolare negli ambienti laici, anche italiani, una avversione che risale all'epoca della Guerra nel Golfo, quando Papa Wojtila non celò il suo disaccordo per l'intervento americano in Medio Oriente. Ma da questi stessi ambienti laici mai abbiamo sentito levarsi una parola, un progetto per il dramma del sottosviluppo, della fame nel mondo. La disputa è idealmente e moralmente povera. Indurre i miserabili delle favelas del mondo a far meno figli promettendo loro solo pillola e contracettivi è un "messaggio" inadeguato; così come è mediocre cercare di convincerli ad una

castità fuori di ogni loro tradizione culturale e carente di umana tolleranza.

Occorre... Occorre rovesciare la credenza secondo la quale si è poveri perché si fanno molti figli: si fanno molti figli perché si è poveri. E dunque la limitazione volontaria e responsabile delle nascite potrà essere conseguenza culturale dello sviluppo, come ci ha insegnato l'esperienza fatta nel Sud d'Italia. Solo il decollo allo sviluppo produrrà responsabilizzazione, presa di coscienza, riduzione consapevole delle nascite. La priorità deve tornare allora alla lotta contro lo sterminio per fame: una lotta condotta a livello transnazionale. Altrimenti, tra pochi anni, nessuno potrà arrestare l'esodo dei milioni di affamati verso l'irresponsabile, cieco Occidente: né leggi né violenza illiberale.

***

920 milioni di dollari. A tanto ammontano le entrate investite per il 1993 dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Ma all'agenzia dell'Onu non gridano vittoria: il budget raccolto presso i Paesi donatori è diminuito del 15% rispetto al 1992. In pratica, l'Undp deve limitare le attività al 75% dei 174 Paesi destinatari. Ma nessuno sembra raccogliere il grido di allarme lanciato dall'amministratore dell'Undp, James Gustave Speth. Così come nessuno aveva voluto ascoltare il suo predecessore, William Draper, che aveva messo in guardia, prima dell'estate, dal rischio di un progressivo disimpegno sulle questioni dello sviluppo. Perché questo disinteresse? La ragione principale è che ormai lo sforzo finanziario di buona parte degli Stati membri delle Nazioni Unite viene attratto nelle operazioni di peacekeeping, aumentate a dismisura nel corso degli ultimi tre anni. I soldi, insomma, vengono dirottati sui caschi blu piuttosto che sui volontari e sulle NGO che si occupano di portare a livelli ac

cettabili lo sviluppo umano nelle aree depresse del mondo.

Purtroppo "non è ancora ben chiaro a tutti - ha commentato recentemente il direttore esecutivo dell'Unicef, James Grant - che investire nello sviluppo significa un investimento in un mondo più pacifico e stabile".

L'ironia è - dice ancora Grant - "che mentre il mondo sta spendendo, per spegnere i conflitti armati, più di quanto investe nello sviluppo, una maggiore attenzione allo sviluppo e alla povertà aiuterebbe a prevenire lo scoppio di altre guerre, salvando in questo modo milioni di vite e miliardi di dollari". Gli fa eco Mahbub Ul Haq, autore del Rapporto 1993 sullo Sviluppo Umano, commentando amaramente la miope politica della comunità internazionale.

"Se i due miliardi di dollari spesi nell'operazione di peacekeeping in Somalia - dice Haq - fossero stati spesi nei suoi bisogni sociali negli anni Ottanta, non si sarebbe giunti a questa situazione". Anche la diffusione dell'Aids si sarebbe potuta frenare se si fosse speso in cure mediche primarie negli anni Settanta e Ottanta.

Come uscire dall'empasse? Anzitutto occorre evitare che sul problema finanziario chi è più forte tiri dalla sua parte. L'unica via di uscita è invece l'aumento della percentuale del Pil che i Paesi devolvono allo sviluppo umano, sociale e sanitario.

 
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