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Ajello Aldo - 8 dicembre 1993
Mozambico, la pace comincia dal pane
di Aldo Ajello

La missione di pace dell'Onu a Maputo è considerata un successo. La gente non muore di fame e non scorre più il sangue. Ma non fa notizia. L'inviato di Boutros Ghali, Aldo Ajello, racconta la costruzione della pace, il legame fra il suo mantenimento e la soluzione del problema alimentare. La risposta, ora, è nei programmi di sviluppo.

SOMMARIO: Nell'ottobre 1992 Ajello viene nominato Rappresentante speciale dell'ONU per l'operazione di pace in Mozambico. Dopo un difficile inizio la missione comincia a svilupparsi ed oggi viene considerata "un successo". Perché? In primo luogo perché le parti in lotta "vogliono con decisione la pace". Inoltre, ci si è sforzati di mettersi "in armonia con la cultura e le tradizioni locali", non imponendo parametri estranei nell'elaborare il progetto di pace e quello per le elezioni. Infine, si è stabilito un rapporto stretto tra operazione di pace e programma di aiuti. Si descrivono quindi i meccanismi messi in atto per fare funzionare la missione, dando priorità al problema della fame come unica via per disinnescare la spirale della violenza. Grazie a questa formula, in Mozambico non si muore di fame e il cessate il fuoco ha tenuto. Descrive poi i provedimenti messi in atto per il reinserimento dei militari, e i problemi che si presentano in questo settore.

[segue una breve biografia di Aldo Ajello].

(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE - 8 dicembre 1993)

4 ottobre 1992: firma dell'accordo di pace in Mozambico. 10 ottobre: il Segretario Generale delle Nazioni Unite mi nomina suo Rappresentante Speciale per l'operazione di pace in Mozambico. 15 ottobre: arrivo a Maputo con venti osservatori militari e due funzionari civili. L'avventura comincia. Oggi, ad un anno di distanza, l'operazione Mozambico ha un effettivo di settemila unità, 6.500 militari e 500 civili. Italia, Bangladesh, Botswana, Uruguay e Zambia hanno fornito il grosso delle truppe. Dopo un inizio pirotecnico, attacco della Renamo a quattro città e villaggi, la situazione è stata messa sotto controllo e la pace ha tenuto senza ulteriori violazioni significative del cessate il fuoco. La missione procede più lentamente del previsto, ma procede nella direzione giusta ed è considerata a giusto titolo un successo. L'anno prossimo, nel mese di ottobre, essa dovrebbe concludersi con le prime elezioni democratiche.

Che cosa ha funzionato in Mozambico che non ha funzionato altrove? Qual è la specificità che ha fatto del Mozambico un successo, almeno finora, mentre molte altre missioni si dibattono fra mille difficoltà? In primo luogo una diversità oggettiva. In Mozambico entrambe le parti vogliono con decisione la pace e sono pronte a fare i compromessi necessari per ottenerla e consolidarla. La storia recente del dopo guerra fredda ci ha insegnato che le Nazioni Unite possono agevolare il processo di pace ma non possono imporlo.

Ma ci sono anche altre specificità che non vanno sottovalutate. In primo luogo, il processo di pace per essere effettivo deve seguire il suo proprio cammino in armonia con la cultura e le tradizioni locali. Spesso gli accordi di pace sono elaborati con parametri propri della cultura occidentale che non sempre coincide con quella africana. Per esempio, il concetto di opposizione costruttiva, pilastro della democrazia occidentale, ha scarsi riscontri nella tradizione africana dove domina il concetto della unicità e incontestabilità della leadership. Ci sono invece punti di riferimento culturali che consentono di agganciare alla tradizione politica africana le elezioni come strumento di selezione del capo. Il concetto di legittimazione riferito alle qualità del candidato, che si aggiunge a quello di legittimità più propriamente dinastico, fornisce questo aggancio e rende il sistema delle elezioni praticabile senza traumi culturali e quindi senza finzioni. In Mozambico abbiamo tenuto conto di questi fattori e pa

rtendo da un eccellente accordo di pace, frutto di due anni di paziente lavoro, abbiamo cominciato a costruire la pace.

Un'altra specificità di grande rilievo è il rapporto esistente fra operazione di pace, aiuto di emergenza e aiuto allo sviluppo.

Quando sono arrivato in Mozambico mi sono subito reso conto dell'importanza dell'aiuto alimentare per il successo della mia missione. Il paese stava ancora attraversando un lungo periodo di siccità. Il PAM a la Croce Rossa, con il supporto della agenzia mozambicana per gli aiuti di emergenza, distribuivano con grandi difficoltà e rischi l'aiuto alimentare rispettivamente nelle zone controllate dalla Renamo e in quelle controllate dal governo.

Era indispensabile che questo aiuto continuasse a circolare senza rischi e senza restrizioni e che raggiungesse in maniera omogenea i quattro gruppi cui era destinato: soldati smobilitati, rifugiati, profughi e popolazione locale. La carenza di aiuto alimentare, come anche una disparità di trattamento fra questi quattro gruppi, avrebbe automaticamente innescato la spirale della violenza. In un paese dove esistono milioni di armi al di fuori di qualunque controllo, se il cibo fosse venuto a mancare un AK 47, meglio noto come kalashnikov, sarebbe diventato lo strumento più efficace per procurarselo e garantire la sopravvivenza della propria famiglia.

In una situazione come questa ogni tentativo di disarmare i due eserciti, smobilitare i soldati e reinserirli nella vita civile sarebbe stato velleitario. Il legame fra operazione di attuazione e di mantenimento della pace e soluzione del problema della fame mi si è presentato con tutta la sua drammatica evidenza. L'equazione fame-violenza, fame-destabilizzazione, fame-guerra, che avevamo teorizzato al tempo della lotta contro lo sterminio per fame, adesso me la trovavo di fronte e la dovevo risolvere se volevo tentare di condurre in porto con successo la missione.

C'era un solo modo di farlo: fare del problema della fame la priorità numero uno della missione di pace in Mozambico. Primo, assicurare la quantità di cibo necessaria e fare in modo che fosse resa disponibile con tempestività. Secondo, garantire la sua libera circolazione, assicurando con truppe adeguate la sicurezza delle vie di comunicazione. Terzo, fare in modo che esso fosse distribuito con regolarità. C'era bisogno di una struttura di coordinamento che fosse efficace e non comportasse costi addizionali per il bilancio della missione. Così nacque l'UNOHAC, composta da personale fornito dalle stesse Agenzie impegnate nell'aiuto. L'UNOHAC non era una superstruttura burocratica che pretendeva di dare istruzioni alle Agenzie operative. Al contrario essa è stata concepita fin dall'inizio come una struttura di servizio. Sotto il suo ombrello il sistema delle Nazioni Unite ha dimostrato di potere funzionare in maniera armoniosa ed efficace.

Grazie all'efficacia della formula adottata, in Mozambico la gente non muore di fame, il cessate il fuoco ha tenuto, il sangue non scorre nelle strade; dunque il Mozambico non fa notizia, non appare nei mezzi di comunicazione e quindi non esiste. Così nessuno sa che una delle missioni di pace di maggior successo è stata costruita attorno alla sicurezza alimentare come condizione e presupposto primo per il suo mantenimento.

Adesso il problema è di collegare l'aiuto di emergenza con i problemi dello sviluppo, non in astratto, ma in maniera estremamente concreta. La pace in Mozambico passa attraverso la smobilitazione di almeno 75.000 fra ufficiali, sottufficiali e soldati. Per i soldati il problema della reintegrazione nella vita civile è relativamente facile. Con una indennità di reintegrazione pari a sei mesi di salario, sementi e utensili agricoli, questi soldati rientreranno nei loro villaggi di origine e riprenderanno la loro vita di sempre. Abbiamo già reinserito 16.000 soldati e sappiamo che tornare a casa e fare i contadini è la loro massima aspirazione. La difficoltà sarà piuttosto di convincerne 30.000 ad arruolarsi nel nuovo esercito.

Diversa è la condizione degli ufficiali e dei sottufficiali. Ce ne sono non meno di 25.000. Si tratta di personale con un certo livelo di istruzione. Molti hanno frequentato per anni le accademie militari nella ex Unione Sovietica o in altri paesi dell'est. Proletarizzare questa particolare categoria di militari o peggio ancora trasformarli in disoccupati renderebbe l'intero processo di smobilitazione impraticabile e scatenerebbe un'ondata di violenza destabilizzatrice. Già oggi si registra una recrudescenza del banditismo sulle strade, alimentato da militari non pagati. In altri casi truppe si ammutinano, prendono ostaggi e chiedono di ricevere i salari arretrati.

Per il momento la situazione è stata mantenuta sotto controllo grazie anche alla presenza delle truppe dell'ONU. Ma i soldati mozambicani che protestano per non essere stati pagati hanno ragione. La repressione non è una risposta. La sola risposta valida è la messa a punto di programmi di sviluppo che assicurino a questi militari un futuro dignitoso nella vita civile. Altrimenti creeremo le condizioni per conflitti sociali che destabilizzeranno irrimediabilmente il paese. Se vogliamo aiutare il Mozambico a diventare un paese democratico ad economia di mercato dobbiamo favorire la nascita e il consolidamento di una borghesia nazionale. Sarebbe singolare che come primo atto del nostro aiuto cominciassimo a distruggere quel poco o quel tanto di borghesia che esiste nel paese.

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Dalla politica alle missioni Onu

Palermitano, 58 anni, Aldo Ajello riceve l'incarico di rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu per il Mozambico nell'ottobre del 1992, subito dopo la firma degli accordi di Roma tra il governo e i ribelli della Renamo.

Alle Nazioni Unite Ajello approda dopo quasi dieci anni di attività parlamentare. La sua carriera politica inizia infatti nel 1976, quando viene eletto senatore nelle liste del Psi; a Palazzo Madama è membro della Commisssione Esteri. Fino al 1979 presiede la Commissione per la Difesa dell'Ambiente e la Protezione del Consumatore del Parlamento europeo.

Nello stesso anno viene eletto deputato per la Sicilia Orientale nelle liste radicali. A Montecitorio è membro della Commissione Finanza e Tesoro, poi di quella Esteri.

Nel 1984 l'abbandono della vita parlamentare. Ajello va all'Onu come sottosegretario generale, direttore dell'ufficio europeo dell'Undp a Ginevra. Si sposta poi a New York, dove per lo stesso organismo dirige l'ufficio relazioni esterne. Nel 1992, infine, l'incarico per il Mozambico, con la qualifica di segretario generale aggiunto. E' iscritto al Partito radicale.

 
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