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Riva Massimo - 14 gennaio 1994
CHE RAZZA DI REFERENDUM! DEMAGOGHI ALL'ASSALTO
PANNELLA VUOLE ELIMINARE LE RITENUTE FISCALI ALLA FONTE. TOGLIERE LA PUBBLICITA' ALLA RAI. APRIRE DI NOTTE I SUPERMERCATI. A COLPI DI CONSULTAZIONI POPOLARI. E' L'ULTIMA CROCIATA DEL LEADER RADICALE. COMBATTUTA IN NOME DI...

di Massimo Riva

SOMMARIO: Dopo aver ricapitolato la storia dell'istituto referendario, concepito dai "padri fondatori", che erano "gente seria", come correttivo di "eventuali abusi del sistema rappresentativo", attacca l'uso che ne fa "quell'istrione girovago nel nostro teatrino politico che si chiama Marco Pannella". L'idea di proporre tredici referendum è di quelle che "sembrano concepite al precipuo fine di seminare la babele dei linguaggi". Anche l'esame dei singoli quesiti "induce a non meno inquietanti dubbi"; in particolare per quel che riguarda il sostituto d'imposta, l'abolizione della c.d. "tesoreria unica", l'abolizione della pubblicità dalle reti televisive Rai e la liberalizzazione dei vincoli al commercio. Gran parte di questi temi servono solo a favorire Berlusconi.

(L'ESPRESSO, 14 GENNAIO 1994)

I padri fondatori della costituzione repubblicana erano, nella stragrande maggioranza, gente seria. Ecco perchè, quando arrivarono a dibattere il tema dei referendum popolari, decisero di tenersi su una linea di moderazione e di cautela. Avendo scelto per la nuova Repubblica l'impianto tipico della democrazia rappresentativa, socchiusero la porta a qualche correttivo nel senso della democrazia diretta ma non la spalancarono.

L'istituto del referendum entrò così a far parte della nostra carta fondamentale sulla base di rigorose delimitazioni. Punto primo: la consultazione diretta del popolo venne ammessa al fine esclusivo di abrogare, in tutto o in parte, una legge in vigore. In altre parole, fu esclusa la possibilità di referendum propositivi o consultivi, che avrebbero potuto diventare facile strumento per aprire continui conflitti fra rappresentati e rappresentanti azzerando l'autorità del governo. Punto secondo: dalle materie oggetto di possibile referendum abrogativo furono escluse le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, nonchè quelle relative alla ratifica dei trattati internazionali. Il significato di questa duplice limitazione è lampante. I costituenti erano consapevoli del pericolo di manipolazioni emotive e demagogiche implicito nella chiamata del popolo sovrano a pronunciarsi direttamente su una specifica legge: tanto più se questa scelta avesse dovuto riguardare le tasche dei cittadini, atti di cl

emenza penale ovvero la politica estera del paese. Facciamo un caso specifico: è del tutto evidente che, se i cittadini potessero votare sul livello delle loro imposte, gli arruffa-popolo avrebbero buon gioco nel sobillare ogni forma di rivolta fiscale contro lo Stato. Con l'ovvia conseguenza finale dell'affondamento dello Stato medesimo. Insomma, i costituenti concepirono il referendum essenzialmente come uno strumento offerto al popolo per eliminare o, viceversa, confermare scelte del Parlamento particolarmente controverse. Così è stato nel caso dei due referendum sul divorzio e sull'aborto: ritenendo queste leggi in contrasto con la coscienza del paese, i gruppi cattolici sollecitarono una consultazione popolare abrogativa che, invece, ribadì le decisioni assunte dai rappresentanti del popolo. Sempre in linea con questo spirito originario dell'istituto è l'uso del referendum che è stato fatto nell'aprile del 1992 con la proposta abrogativa di alcune norme in materia elettorale: la volontà popolare ha tolt

o di mezzo una vecchia normativa, sanzionando in negativo l'inerzia del Parlamento nel promuovere una riforma dei meccanismi elettorali.

Come si vede, ancorchè all'interno di precisi limiti, l'istituto referendario voluto dai costituenti è tutt'altro che uno strumento imbelle. Anzi, proprio i casi delle leggi sul divorzio e sull'aborto, da un lato, nonchè il caso della legge elettorale, dall'altro, stanno a dimostrare la straordinaria capacità di risoluzione dei conflitti sociali e politici che è insita nella possibilità di chiamare il popolo a pronunciarsi anche soltanto a fini abrogativi di una legge dello Stato. Così concepito e utilizzato questo istituto della democrazia diversa serve a correggere eventuali abusi del sistema rappresentativo, ma impedisce di scivolare verso le degenerazioni della democrazia cosiddetta plebiscitaria, che poi in realtà è solo e sempre la mascheratura di una qualche forma di tirannide.

Nella loro prudenza i costituenti erano guidati allora dalla memoria del vicino passato, dall'eco ancora assordante delle adunate oceaniche di Piazza Venezia che rammentavano fin troppo chiaramente quali perniciosi meccanismi si possano mettere in moto attraverso la manipolazione demagogica delle coscienze. Certo non potevano immaginare quanto la loro cautela sugli strumenti della democrazia diretta si sarebbe rivelata attuale - e forse anche un pò insufficiente - a quasi mezzo secolo di distanza, in un'epoca nella quale la diffusione capillare della televisione ha messo nelle mani dei politicanti più spregiudicati un congegno di minacciosa efficacia per il controllo e il pilotaggio delle inclinazioni popolari. Pur acuti e timorosi dei pericoli, i costituenti non potevano prevedere lo scempio dell'istituto referendario che sta ora tentando di compiere quell'istrione girovago nel nostro teatrino politico che si chiama Marco Pannella.

Già l'idea di proporre tutti insieme ben tredici referendum popolari è di quelle che sembrano concepite al precipuo fine di seminare la babele dei linguaggi e la confusione degli interessi fra la gente. Cioè esattamente l'opposto di quella chiara e distinta identificazione dei torti e delle ragioni che è il sale di una pronuncia referendaria. Ma anche l'esame dei singoli quesiti che si vorrebbero sottoporre a giudizio popolare induce a non meno inquietanti dubbi sulle motivazioni reali del funambolico proponente.

Pazienza per il tentativo di modificare il sistema elettorale in modo da ottenere un sistema uninominale all'inglese. A mio avviso, la soluzione ideale per l'Italia sarebbe l'uninominale a doppio turno: per capirci , alla francese; ma Pannella insiste da tempo sull'ipotesi anglosassone: si interpelli il popolo e si vedrà. Ben più allarmante è la questione che si pone con la proposta di abrogare il cosiddetto sostituto d'imposta, in forza della quale cadrebbe il prelievo fiscale alla fonte sui redditi dei lavoratori dipendenti, i quali poi si regolerebbero automaticamente con l'Erario.

Ora non v'è dubbio che una simile proposta, per quanto assai allettante agli occhi di molti potenziali evasori, intacca direttamente la materia tributaria e perciò finirà cassata come inammissibile in sede di giudizio della Corte sui requisiti referendari. Pannella e i suoi seguaci non possono ignorare un tale, insormontabile ostacolo. Il fatto che facciano finta di nulla induce, quindi, a pensare a un'iniziativa di puro segno demagogico. Da un lato, si vuole sollecitare una facile adesione popolare all'intero pacchetto di proposte referendarie; dall'altro lato, si lancia una furbesca strizzatina d'occhio a quelle forze politiche - come la Lega di Bossi - che pensano di farsi strada verso il governo del paese alimentando e sfruttando le tendenze latenti al ribellismo fiscale.

E' un modo depravato di utilizzare lo strumento referendario. Ma non è finita qui. Pannella propone anche di eliminare la tesoreria unica, cioè quel meccanismo che è stato creato apposta per impedire agli enti decentrati di spesa di speculare col pubblico denaro a danno dell'Erario. Anche in questo caso si tratta di un'iniziativa demagogica che punta a stuzzicare i facili favori degli amministratori periferici. Con queste sue mosse, l'acrobatico Pannella aggiunge la sua voce al coro di tanti irresponsabili i quali vorrebbero cullare il paese nella perniciosa illusione che dall'incubo di un debito pubblico da due milioni di miliardi si possa soavemente fuoriuscire non pagando le tasse e in forza di un miracoloso fai da te.

Non meno significativa di un disegno politico tutto strumentale a fini di bottega è poi la proposta pannelliana di abolire la pubblicità sulle reti televisive della Rai. In effetti, in questa materia un referendum abrogativo potrebbe fare del gran bene: per esempio, spazzando via quel mostro della legge Mammì che ha consolidato nell'etere nazionale un duopolio Rai-Fininvest il quale viola quotidianamente le regole basilari del libero mercato. Ma il "libertario" Pannella se ne frega di questo sconcio. A lui interessa soltanto di togliere la pubblicità alla Rai: il che equivale a rendere un prezioso servizio all'altro corno del duopolio televisivo, la Fininvest del rinomato Silvio Berlusconi.

Del resto, altrettanto ammiccanti verso il cavaliere di Arcore sono altre due proposte referendarie dell'astuto Pannella. In materia commerciale si propone di abolire le norme che impediscono l'apertura festiva e continuata dei negozi, nonchè di liberalizzare le autorizzazioni all'apertura di nuove botteghe o supermercati fuori dai vincoli dei piani comunali. Un vero capolavoro di furbizia: con una mano si alletta il popolo facendogli balenare l'idea di fare acquisti quando più gli comodi, con l'altra mano si usa il consenso popolare per spianare la via alla creazione di grandi centri di vendita in barba a ogni vincolo urbanistico o ambientale. E bravo il nostro "libertario", il nostro "ecologista"!

E allora perchè stupirsi se, in queste ultime settimane, Pannella si è messo a rincorrere pubblicamente sia la Lega di Bossi sia il cavalier Berlusconi, nonchè gli epigoni democristiani del vecchio regime? Questa sua strategia trasformista era già scritta nelle tredici proposte di referendum lanciate tempo fa. Obiettivo dell'infaticabile commediante è quello di ritagliarsi, a qualunque prezzo, una parte nelle repliche del vecchio sistema che alcuni nostalgici stanno cercando di rimettere in scena. Tocca, dunque, anche agli italiani di fare la loro parte: calando il sipario su questa indecorosa farsa dei tredici referendum.

 
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