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Cofrancesco Dino - 9 febbraio 1995
Progressisti contro Radicali?
di Dino Cofrancesco

SOMMARIO: Ironizza sul fatto che ormai in Italia "siamo tutti liberisti, al centro, a destra, a sinistra", tranne Rauti, Tarchi e "Il Manifesto"... Ma anche così, vanno segnalate differenze non lievi tra le varie posizioni. Per alcuni (Pera, Pannella), il libero mercato dovrebbe servire a scardinare il blocco consociativo che ha creato i "mandarinati pubblici" e "zone franche sindacali"; per i Martino e i Previti, il libero mercato è una leva per "portare al potere una nuova classe dirigente". I due liberismi possono convivere finché hanno comuni gli avversari, ma alla lunga le due diverse culture politiche si faranno sentire. E se questo è vero, male fanno quei "progressisti" che si ostinano a "parlare male dei radicali". La loro strategia potrà essere perdente, ma la sua "qualità" è ben diversa. (Dino Confrancesco è il politologo che scrisse, negli anni '60, il primo saggio intelligente e simpatetico sui radicali. N.d.R.)

(CORRIERE DELLA SERA, 9 febbraio 1995)

Se per liberismo s'intende la garanzia offerta agli imprenditori (e a quanti operano sul mercato) che la loro professionalità e i loro investimenti non saranno più condizionati da "lacci e lacciuoli", da privilegi sindacali e da rendite di posizione, da pedaggi politici e dalla cultura del sospetto nei confronti dell'iniziativa privata, in Italia - tranne Rauti, Tarchi e "Il Manifesto" - siamo tutti liberisti al centro, a destra, a sinistra.

Tale quasi-unanimità, però, vien meno quando si tratta di riconoscere che, almeno per un bel po', sicurezza sociale e libertà d'impresa sono valori a somma zero: più se ne concede dell'una, meno ne resta dell'altra. Anche tra coloro che ne sono convinti, però, permangono differenze non lievi. Per esemplificare, a un liberismo di destra, infatti, se ne contrappone uno di sinistra. Per entrambi, il "libero mercato" è un'arma al servizio del mutamento: senonché per gli uni - da Pannella a Pera - si tratta di uno strumento volto a scardinare il blocco di potere consociativo che, in nome della solidarietà sociale, ha creato, in mezzo secolo, mandarinati pubblici e zone franche sindacali, complicità trasversali e oligopoli mass-mediatici; per gli altri - da Martino a Previti - è una leva per recidere le radici della sinistra nella società italiana e portare al potere una nuova classe dirigente, che sostituisca gli Agnelli, i Prodi, gli Scalfari.

Finché gli avversari sono comuni, i due liberismi possono convivere nella stessa area ma le diverse culture politiche, che li animano, alla lunga faranno sentire il loro peso. Un conto, infatti, è proporsi la restituzione dello scettro all'uomo della strada, un altro è il progetto di una nuova "repubblica di notabili", disposti a tutto (anche ad accordi sottobanco con il Vaticano), pur di liquidare i costosi e inefficenti partiti della prima Repubblica; una cosa è pensare "nuove regole" per tutti, un'altra cosa è voler (sotto sotto) azzerare ogni regola.

Se quest'analisi è corretta, commettono un grave errore quei "progressisti" che da qualche tempo non fanno che sparlare dei radicali. Si può ritenere perdente la loro strategia ma non si può ignorare la diversa qualità del loro liberismo "garantistico". Non è solo questione di passati meriti laicistici ma anche delle ben più corpose denunce presenti dei guasti che il consociativismo ha prodotto. A sinistra se ne vuol parlare seriamente?

 
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