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Notizie Radicali - 2 agosto 1997
NR: Libertà per Wei, democrazia per la Cina

LIBERTA' PER WEI, DEMOCRAZIA PER LA CINA

SOMMARIO: Per la campagna "Libertà per Wei - democrazia per la Cina" il Pr ha organizzato numerose e diverse iniziative: un'appello per la candidatura di Wei Jingsheng al Premio Nobel per la Pace 1997, firmato da oltre 1000 parlamentari, professori e premi Nobel, l'attribuzione al dissidente cinese del Premio Sacharov per la Pace 1996, walk-around, digiuni, una manifestazione europea a Ginevra cui hanno partecipato molti esponenti della dissidenza cinese. La campagna ha come principale obiettivo sconfiggere il moto che sembra dilagare in occidente: sviluppo senza democrazia. (Notizie Radicali, Nr 6 del 2 Agosto 1997 - Pag 12)

"Se vogliamo mettere la Cina al riparo da quel circolo vizioso che fa sì che, alla violenza da un lato, si risponda con la violenza dall'altro lato, bisogna soprattutto evitare di agire come fece il Partito comunista nella sua ascesa, ovvero con organizzazioni clandestine e l'uso delle armi. Il movimento democratico cinese deve rimanere fedele ai principi della sincerità, della ragione e della nonviolenza"

Wei Jingsheng

La campagna "Libertà per Wei Jingsheng, Democrazia per la Cina", condotta attraverso la raccolta di 1.084 proposte di candidatura al Premio Nobel per la Pace; accompagnata da iniziative nonviolente che hanno visto la partecipazione di oltre 1.500 persone, in decine di paesi di quattro continenti, ad un digiuno di tre giorni per la liberazione di Wei e del giovane Panchen Lama (la seconda autorità religiosa del buddismo tibetano e, con i suoi 7 anni, il più giovane prigioniero politico del mondo), è stata uno straordinario esempio di mobilitazione politica internazionale e ha già segnato un primo importante successo. Nell'ottobre 1996 il Parlamento europeo ha conferito, su iniziativa dei deputati europei radicali e liberali, il Premio Sacharov a Wei Jingsheng.

Ma è a Wei Shanshan, sorella di Jingsheng, che il Presidente del PE ha consegnato nel dicembre scorso il Premio. A Wei Jingsheng, le autorità cinesi non hanno consentito di uscire dal carcere per partecipare alla cerimonia ufficiale. Nel corso della commovente cerimonia, Shanshan ha detto: "In questo momento, mentre il movimento cinese per i Diritti dell'Uomo sopporta una tremenda pressione - da un parte a causa delle rappresaglie del governo cinese, dall'altra per l'atteggiamento indifferente dei grandi paesi di questo mondo -, in un momento nel quale numerosi militanti dei diritti umani, prima molto impegnati, cominciano a dubitare del valore e dell'importanza del movimento, l'incoraggiamento del Parlamento europeo è di valore incomparabile, poiché restituisce alle persone la fiducia e torna a motivarle nel loro impegno."

Ma la campagna non si ferma. Sempre per la liberazione di Wei e del Panchen Lama a dicembre centinaia di persone hanno partecipato ad un Walk Around intorno ai ministeri degli Esteri di una quindicina di Paesi. A fine gennaio 1997 il Pr ha consegnato ad Oslo al Comitato Nobel oltre 1.000 firme di parlamentari, di premi Nobel e di professori universitari in sostegno alla candidatura di Wei al Premio Nobel per la Pace. Il9 ed il 10 Marzo, a Ginevra, una ampia delegazione della Federazione per la Democrazia in Cina partecipa alla Seconda Manifestazione europea per il Tibet. Tra di essi, Wei Shanshan, Lu Yang, Wang Fu Chen, @hao Shan. Una presenza di grande importanza, un segno tangibile della crescente consapevolezza da parte dei democratici cinesi della rilevanza della questione tibetana in sé, ma anche relativamente al problema della democrazia in Cina.

La battaglia deve continuare, anzi deve essere rafforzata. Alcune ragioni sono evidenti. A tutt'oggi, oltre 600.000 persone vivono ancora sulla propria pelle, giorno dopo giorno, l'assenza di democrazia e di libertà: rinchiusi in condizioni atroci nei campi di concentramento, i famigerati laogai. Milioni di altre sono sottoposte quotidianamente a controlli, a persecuzioni da parte di un sistema poliziesco che si è enormemente rafforzato da quando la Cina è passata da un sistema totalitario ad un sistema autoritario-poliziesco, dopo il crollo del collante ideologico comunista. Ad oltre cento milioni di persone non di etnia Han viene negato ogni diritto di vivere la propria cultura, nonché il benché minimo diritto all'autogoverno. In Tibet certo. Ma anche nel Turchestan Orientale, nella Mongolia interna e in altre regioni oggi comprese nella Repubblica Popolare di Cina. Nei Paesi vicini, dal Laos al Vietnam, dalla Birmania alla Cambogia e alla Corea del Nord, centinaia di milioni di persone guardano con appren

sione al successo di un modello che sostituisce al "marxismo" cinese una ideologia nazional-comunista altrettanto ostile verso ogni riforma politica democratica e di diritto.

Ma c'è un'altra ragione che ci spinge a rafforzare il nostro impegno: la tesi pesantemente veicolata dai nostri mass-media, da molti politici, studiosi, imprenditori occidentali, secondo la quale il "modello" cinese, il cosiddetto "sviluppo senza democrazia", risponderebbe meglio di quello "liberale e democratico" all'evoluzione politica ed economica delle società in via di sviluppo. Costoro, dimenticando sempre l'India, la più popolosa democrazia del mondo, tralasciando Taiwan e la Corea del Sud e le loro profonde, seppure ancora incomplete riforme democratiche, stanno eleggendo la Singapore di sentore orwelliano ed oggi la Cina, a modello-panacea per tutti i Paesi in via di sviluppo e, chissà ... anche per gli altri.

 
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