- All'ideologia proibizionista, che persegue, ad ogni costo, l'obiettivo di sradicare il male assoluto della droga dalla faccia della terra o - come alternativa pratica - di incutere paura e comminare pene a chi questo male accetta o promuove, gli antiproibizionisti vogliono opporre non un'altra ideologia ma una diversa formulazione del problema, e nuove norme, prescrizioni, servizi. Il nostro punto di vista non è quello della morale di Stato né quello della piccola minoranza dei consumatori di droghe proibite. E' il punto di vista della cittadina e del cittadino, vale a dire di una comunità formata a stragrande maggioranza da non consumatori e non tossicodipendenti e che non vuole più subire passivamente i misfatti del proibizionismo. Tutti i modelli finora proposti sono fatti per funzionare, e per rimediare ai guasti storicamente prodotti dall'ideologia e dalla pratica delle leggi proibizioniste. Molti sostenitori della legalizzazione non avrebbero messo in discussione le leggi in vigore se avessero
dato buona prova, e trovano ragionevole che il valore e l'opportunità di una legge siano misurati alla luce dei suoi costi e benefici. Una legge 'buona' deve essere anche una buona legge.
Naturalmente non c'è una sola strategia antiproibizionista. Se è vero che gran parte dei paesi occidentali ha legalizzato il divorzio, è difficile trovare due sistemi giuridici che non differiscano su questioni cruciali come il periodo di tempo che deve intercorrere tra la separazione e il divorzio, il carattere consensuale o meno del divorzio, il regime degli assegni per il coniuge più debole e così via. La stessa cosa vale per le leggi sull'aborto: entro quale mese?, soltanto negli ospedali pubblici o anche nelle cliniche private?, col consenso del coniuge o no?, soltanto nel caso in cui sia in pericolo la vita del nascituro o anche in relazione alla salute psichica della gestante? Le leggi dei singoli Stati offrono risposte diverse a queste domande. Lo stesso potrà valere anche per le leggi di regolamentazione legale delle droghe, dal momento che l'arco delle proposte è già oggi molto ampio.
In primo luogo esiste un'alternativa riguardo allo statuto del consumatore, ovvero alle modalità di accesso legale: l'acquirente deve essere fornito di prescrizione medica oppure no? E se sì, saranno soggette a medicalizzazione tutte le droghe oggi proibite o soltanto alcune? La medicalizzazione è generalmente presentata come una fase di passaggio dal sistema proibizionista a quello di legalizzazione, un momento di informazione e prevenzione la cui durata può essere rapportata al grado di consapevolezza acquisita dalla società sui rischi delle nuove droghe ad accesso legale.
L'alternativa è ancora più drastica relativamente allo statuto del commercio: deve essere affidato al mercato e alla sua capacità autoregolativa oppure soggetto a una forma restrittiva di controllo statale, con o senza monopolio? Ad un estremo c'è la risposta libertaria che accomuna i sostenitori del libero mercato e coloro che vedono nella libertà individuale l'unica fonte di diritto per i comportamenti che non provocano danni ad altri. Per questi vale quanto scrive John Stuart Mill nel suo 'Saggio sulla libertà': »Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano . All'altro estremo c'è il controllo totale dello Stato sulla produzione e la vendita di tutte le droghe, accompagnato da criteri selettivi circa la messa in circolazione di questa o quella sostanza.
E' fra questi punti estremi che va trovata la soluzione legislativa migliore per ridurre i danni personali provocati dall'uso o abuso di droghe e per scongiurare le conseguenze sociali della proibizione, rendendo legalmente disponibili per tutti (con l'eccezione dei minorenni) la maggior parte o tutte le sostanze oggi proibite. Qualsiasi soluzione di legalizzazione del mercato avrebbe probabilmente lo stesso effetto sul fronte dell'offerta, facendo cadere drasticamente il prezzo delle droghe, con l'immediata messa fuori gioco delle organizzazioni criminali e la scomparsa della delinquenza indotta. La qualità dei prodotti migliorerebbe largamente, grazie - a seconda delle tesi- ai controlli dello Stato oppure ai meccanismi della concorrenza. Molto più marcate potrebbero essere invece le ripercussioni di una scelta o dell'altra sulla diffusione delle droghe nella società e sulla qualità della vita (in primo luogo la salute) dei consumatori.
LA TESI DEL LIBERO MERCATO
- Il primo e principale teorico di questa soluzione viene considerato l'economista premio Nobel Milton Friedman, che ha iniziato la sua lunga campagna per la legalizzazione del commercio delle droghe illecite in un articolo comparso su Newsweek il 1· maggio 1972, scritto contro la 'drug war' lanciata dal presidente Richard Nixon. Friedman vi è tornato nel libro, scritto con la moglie Rose, 'La dittatura dello status quo' del 1975, ed è venuto aggiornando la sua teoria mano a mano che il fallimento pratico, e non solo teorico, del proibizionismo confermava il suo ragionamento. In un articolo pubblicato sul Wall Street Journal quando la 'war on drugs' di George Bush e del suo Zar antidroga William Bennet era al culmine, Friedman riassumeva così la sua impostazione:
»La via che proponete - più polizia, più anni di carcere, azioni militari in Paesi esteri, reclusione per i consumatori di droga e tutta una panoplia di misure repressive - può solo peggiorare una situazione già deteriorata. E' impossibile vincere la guerra alla droga con questo tipo di tattiche senza mettere in pericolo quella libertà umana e individuale che voi ed io amiamo. Non vi sbagliate credendo che le droghe siano un flagello che sta devastando la nostra società. Non vi sbagliate credendo che le droghe stiano dilaniando il nostro tessuto sociale, rovinando la vita di tanti giovani e facendo pagare un alto prezzo ad alcuni dei più diseredati fra noi. Non vi sbagliate credendo che la maggioranza della gente condivida le vostre preoccupazioni. In breve, non vi sbagliate nel fine che vi proponete di raggiungere. Il vostro sbaglio sta nel non riconoscere che le misure da voi proposte sono la causa principale dei mali che deplorate .
Quasi tutti gli scritti di Friedman possono tranquillamente entrare nello zaino di qualsiasi sostenitore della legalizzazione, anche del più convinto statalista. Friedman non è mai entrato nei particolari di una legge, anche perché propone semplicemente di applicare ad eroina, cocaina, marijuana e alle altre droghe illecite i criteri regolatori che valgono oggi per gli alcolici. L'unico sviluppo un po' dettagliato della sua proposta lo si trova in un articolo pubblicato dalla rivista americana "Reason" nel 1989:
»Una volta legalizzate, le droghe potrebbero essere messe in vendita attraverso i normali circuiti di vendita al dettaglio. Ad esempio, nei drugstore. Non ci dovrebbe essere nessuna tassa o altri controlli sulle droghe. Però dovrebbero esistere delle restrizioni per la vendita ai minori. Quanto alla limitazione sulla pubblicità, mi trovo in imbarazzo su entrambe le posizioni. Rabbrividisco al pensiero di una TV dove una graziosa fanciulla mi dice: "La mia roba ti darà un'ebbrezza come mai hai sperimentato", ma d'altra parte sono sempre stato molto incerto sulle restrizioni della libertà pubblicitaria per ragioni generali di libertà d'espressione. Ma, al di là delle mie esitazioni, non ho dubbi che la legalizzazione non sarà possibile senza sostanziali restrizioni alla pubblicità .
Di recente un economista britannico di scuola friedmaniana, Richard Stevenson, ha formulato la proposta free-market fino ad oggi più elaborata:
»In un mercato libero, il commercio delle droghe dovrebbe essere privo di restrizioni speciali, e le droghe dovrebbero essere liberamente acquistabili. A livello di distribuzione le droghe dovrebbero essere vendute nei supermercati, nelle farmacie, in negozi specializzati, oppure in ogni altro normale punto di vendita. Sarebbe il profitto a determinare il modo dominante di commercializzazione. Una gamma di prodotti diversi per qualità e potenza sarebbe offerta in vendita, e i consumatori di droghe farebbero la loro scelta alla stessa maniera in cui i bevitori scelgono fra la birra, il vino o i vari distillati .
Stevenson è convinto che all'interno di un mercato dalle regole ridotte al minimo (ad esempio il divieto di vendita ai minori, e un avviso sui danni alla salute in ogni confezione) sarebbe nell'interesse sia dei consumatori che dei produttori minimizzare le conseguenze indesiderabili dell'uso di droghe; ed è persuaso che si svilupperebbero forme autonome di controllo attraverso "un mercato parallelo dell'informazione". Questo favorirebbe la messa in commercio di nuove droghe, proprio come avviene oggi nel mercato illegale, ma nella direzione esattamente opposta a quella corrente: al posto di droghe sempre più nocive e remunerative, che consentono guadagni rapidi ma delimitano il numero degli acquirenti (come il crack), si svilupperebbe la ricerca su nuovi prodotti che possano garantire i risultati richiesti dagli acquirenti ma in forme di maggior sicurezza. Infatti: »Le aziende non potrebbero restare sul mercato, e tanto meno arricchirsi, se danneggiassero seriamente la salute dei loro clienti .
I sostenitori della tesi del 'libero mercato' - vale a dire: regole ridotte al minimo - non sono contrari all'educazione e alla prevenzione, al contrario: le risorse oggi sottratte dalla repressione potrebbero essere utilizzate a questo fine. Stevenson ha una larga fiducia nell'efficacia dei meccanismi autoregolatori del mercato, anche in un settore così delicato, perché si svilupperebbe un maggiore senso di responsabilità negli individui. Ne ha assai meno nella capacità dei governanti di resistere alle pressioni di chi reclamasse restrizioni e controlli statali sulle dosi e la purezza dei prodotti. Seppure a malincuore ammette che forme più o meno incisive di controlli statali sono inevitabili, almeno analoghe a quelle sugli alcolici e il tabacco. E mette in guardia:
»Il pericolo è che burocrati e politici infarciscano il mercato delle droghe di tali e tante restrizioni da renderlo diseconomico per le aziende rispettose della legge. A meno che non ci sia un autolimitazione dei limiti, gli obiettivi della legalizzazione potrebbero essere messi a rischio. Nell'ipotesi migliore le aziende finirebbero per non avere incentivo all'innovazione, nella peggiore il mercato criminale potrebbe riemergere . E' un ammonimento di cui deve tener conto anche chi, come noi, è favorevole ad una legalizzazione accompagnata da un raggio ampio di interventi dello stato.
IL SISTEMA 'TASSE E CONTROLLI'.
- Tutti i sostenitori della legalizzazione credono che la prevenzione e la deterrenza si attuino meglio attraverso l'educazione che la repressione. Il libero mercato è visto come un mezzo per eliminare innanzitutto la violenza e il crimine connessi al proibizionismo, e in secondo luogo per liberare risorse da destinare ai programmi di educazione. Uno dei vantaggi di questa prospettiva è di non asservire la società ad una determinata strategia, che si può rivelare poco efficace, e alla burocrazia che immediatamente vi si legherebbe. Tuttavia il modello cui i sostenitori del libero mercato fanno riferimento, quello dell'industria del vino e degli alcolici, non è molto attraente. E' vero che al posto di Al Capone abbiamo gli innocui signor Gancia o Folonari, e che nessuna forma di criminalità è oggi ricollegabile ai prodotti alcolici. Ma il consumo in sé produce costi per la società e gli individui che forse potrebbero essere ridotti se il profitto non agisse come principale criterio regolatore di questo c
ommercio. Anche nel campo degli psicofarmaci, e delle medicine in generale, le regole di mercato non sono in grado, di per sé, di promuoverne un uso consapevole e di frenarne l'abuso.
Versione prudente del libero mercato, lo schema 'tasse e controlli' si propone di creare progressivamente un mercato legale con cui il mercato nero non possa competere, affidando contemporaneamente allo stato il compito preminente di scoraggiare il consumo delle droghe più "dure" e di garantire assistenza sanitaria ai tossicomani problematici (alcolisti e tabagisti compresi), senza far pagare un costo economico eccessivo all'intera società. I criteri della proposta si possono riassumere così: legalizzare e tassare le sostanze oggi proibite in funzione della loro nocività e/o del loro mercato, applicare gli stessi criteri alle droghe oggi legali, usare le tasse per l'educazione contro le droghe e per sopperire ai costi sociali e medici dell'abuso di droga. Questo comporterebbe una revisione del sistema fiscale in vigore per alcol e tabacco, l'introduzione di una tassa sulla caffeina e su altre sostanze oggi non controllate, e, di fatto, un riesame dell'intera politica sanitaria: ciò al fine di sostituire
alla discriminazione giuridica fra droghe legali e illegali una distinzione fiscale imperniata sul danno personale provocato da un uso eccessivo o sbagliato delle varie sostanze.
Oggi gli unici profitti economici prodotti dalla repressione derivano dalla confisca di beni ai trafficanti. Anche la legge 162/90 dispone, adeguandosi al modello dominante sul piano internazionale, che questi beni vengano riutilizzati nella repressione oppure destinati alle comunità terapeutiche. Il meccanismo 'tasse e controlli' crea un ciclo diverso di entrate, nel quale la società può pagare i costi dell'abuso di droga prendendo i fondi dai consumatori in proporzione all'ammontare del loro contributo al problema.
Naturalmente è molto difficile riuscire a calcolare l'ammontare della tassa che dovrebbe colpire ciascuna sostanza per ottenere il duplice risultato di ridurre il consumo senza favorire la nascita di un mercato nero e coprire almeno in parte il suo costo sociale. L'esperienza dimostra che in regime di illegalità ad ogni aumento del prezzo dell'eroina non ha corrisposto un calo significativo del consumo: i tossicodipendenti adeguano le proprie abitudini (delinquenza, prostituzione o spaccio) al prezzo di mercato nero e pagano senza protestare la loro "tariffa del crimine". Al contrario, studi condotti negli Usa hanno rilevato che per ogni aumento del prezzo delle sigarette del 10% c'è stata una diminuzione del consumo del 4%, in particolare per il mancato ingresso nel mercato del tabacco di nuovi consumatori, visto che la nicotina è una delle sostanze che danno maggiore assuefazione. Come ammettono gli stessi autori della proposta può darsi che il problema sia praticamente insolubile, se l'obiettivo è qu
ello di far pagare ai consumatori l'intero ammontare dei costi sociali e medici dell'uso di droghe. Sarebbe d'altra parte illogico ripresentare sotto forma antiproibizionista l'approccio assolutista dei proibizionisti. Quello che è certo è che questo sistema, come ogni altro progetto di legalizzazione, consentirebbe di risparmiare su tutte le spese legate alla repressione e all'amministrazione della giustizia, alla corruzione, al numero elevatissimo di morti per overdose e per Aids, alle conseguenze economiche della delinquenza. In più offrirebbe ai governanti un meccanismo piuttosto elastico per incidere sui consumi e dirotterebbe a beneficio della parte più sfortunata dei consumatori i profitti legati al mercato delle droghe.
Una proposta di legge radicale, presentata alla Camera dei deputati il 15 dicembre 1988, prevedeva una tassazione più alta per i prodotti più tossici (alcol compreso) anche a scapito di introiti più elevati. Si preferiva così una tassazione disincentivante a un'altra studiata in funzione del ricavo. Con questa proposta, il primo tentativo di tradurre in norme concretamente operative la strategia antiproibizionista, si volevano perseguire »alcuni ben individuati obiettivi: a) stroncare radicalmente il traffico della droga e l'organizzazione criminale che vi prospera; b) creare condizioni tali per cui non devono più verificarsi atti di violenza sulla popolazione a fini di reperimento di denaro; c) ridurre drasticamente le morti per abuso di droghe e fare fronte alle situazioni di marginalizzazione e di degrado dei tossicodipendenti costretti a condurre esistenze illegali sotto il controllo della criminalità; d) affrontare seriamente la diffusione dell'AIDS che riguarda in Italia per i 2/3 soggetti a risch
io tossicomani .
LA TESI DEL COMMERCIO PASSIVO
- E' possibile eliminare dal mercato delle droghe non soltanto i profitti illegali ma anche quelli legali, e di conseguenza avere qualche buona ragione per credere che il consumo, in assenza di incentivi all'offerta, tenda non ad ampliarsi ma a stabilizzarsi se non a diminuire? Lo scenario del 'commercio passivo', delineato dal giurista francese Francis Caballero offre un insieme di soluzioni a questo problema. Il nuovo mercato legale delle droghe non dovrebbe operare sulla base dei principi classici del commercio, che impongono di creare mercato e suscitare la domanda del consumatore per generare sempre nuovi profitti. Anche se ciascuna droga presenta delle caratteristiche particolari che richiedono una regolamentazione specifica, il commercio passivo si basa su alcuni principi comuni: discrezione nell'uso, divieto di propaganda, produzione e distribuzione strettamente controllati.
Ciò implica la soppressione di qualsiasi pubblicità diretta o indiretta per i prodotti e i luoghi di vendita, l'introduzione di tasse secondo il modello 'tasse e controlli' per imputare ai consumatori stessi il costo sociale derivante dall'abuso di droga, un corpo normativo relativo ai controlli di qualità, prezzo e distribuzione, avvertenze chiare sulla pericolosità del prodotto. Il consumo di droghe in luogo pubblico dovrebbe essere punito, come forma indiretta di propaganda, anche se con una semplice contravvenzione pecuniaria. Quanto alla produzione e distribuzione, questa dovrebbe essere gestita in ciascun paese dallo stato in regime di monopolio. Tre le ragioni: perché un regime di concorrenza tende sempre a promuovere il consumo; perché non si vogliono ricreare forme di imperialismo economico fra le multinazionali e i paesi produttori; perché infine soltanto a una agenzia senza fini di lucro si può chiedere di perseguire gli obiettivi del commercio passivo. Vale a dire non incoraggiare, o meglio
scoraggiare, il consumo delle droghe e realizzare una certa forma di controllo sociale sull'abuso di droga.
La teoria del commercio passivo si situa, almeno nelle intenzioni del suo ideatore, sulla frontiera più vicina al proibizionismo: »La teoria non ha la vocazione di applicarsi d'un tratto a tutte le droghe illecite. Essa non si può concepire che nel caso che il sistema proibizionista abbia dato prova del suo fallimento. Il commercio passivo segue la proibizione, non la precede. Bisogna in altri termini che gli effetti perversi delle leggi sulla droga siano socialmente più nocivi di quelli delle droghe in se stesse . Nei due anni trascorsi dalla pubblicazione del libro in Francia, Caballero si è comunque convinto che non c'è altro tempo da perdere. Nella relazione al II convegno di Bruxelles del CORA (15-19 gennaio 1991) ha affermato: »Bisogna riconoscere che tutte le proibizioni morali hanno fatto fallimento, una dopo l'altra. Questo è vero per il gioco come per la pornografia, e tutti i sistemi di legalizzazione del gioco e della pornografia si sono rivelati migliori della proibizione. Il diritto non ha
il compito di far regnare la morale .
Più in generale l'ambizione della teoria del commercio passivo è di sostituire alla guerra armata alla droga una 'lotta civile contro l'abuso delle droghe'. Ciò comporta una regolamentazione speciale per ciascun prodotto e l'applicazione del commercio passivo anche alle droghe lecite, dai prodotti farmaceutici, al tabacco e all'alcol. Un'obiezione che si potrebbe muovere a questa teoria è di essere talmente restrittiva da apparire una variante liberaleggiante del proibizionismo. Ma non esiste un Testo Unico della Legalizzazione, come non esiste una sola politica proibizionista. Anche certe penalizzazioni in cui possono oggi incorrere fumatori incalliti (sorpresi a fumare in luoghi pubblici) appaiono in qualche misura ricalcate sul modello della guerra alla droga, e non sempre, e non ovunque, la denuncia penale scatta come ultima risorsa possibile.
HARM REDUCTION
- Sappiamo che non è sempre facile integrare la protezione dei diritti civili e la promozione della salute pubblica. D'altra parte il ceto politico e i mass-media non hanno dato fino ad oggi un grande contributo alla ricerca, esaltando gli aspetti spettacolari della guerra alla droga, e strumenti come le comunità terapeutiche, accettati da una porzione molto ridotta dei tossicodipendenti. Si tratta ora, visti i risultati di quella strategia, di intraprendere la strada degli interventi pacifici per la promozione della salute nel rispetto dei diritti individuali. Non siamo all'anno zero, fortunamente, come dimostrano le esperienze di 'Harm reduction'.
La strategia di 'Harm reduction' (Riduzione dei danni) appartiene alla politica sanitaria. Non è una forma di legalizzazione né di depenalizzazione, anche se richiede un coordinamento tra i servizi sanitari e le forze di polizia. Nelle aree in cui è stata applicata, l'Olanda e la regione di Liverpool in particolare, le leggi scritte proibiscono il consumo di eroina e cocaina e, sebbene la repressione verso i consumatori non sia una priorità politica, la polizia può cambiare atteggiamento, (e lo fa, specie ad Amsterdam) se la microcriminalità o la pressione dell'opinione pubblica superano il "livello di guardia". Il traffico delle droghe illecite resta nelle mani della criminalità, e il livello di delinquenza urbana - anche se inferiore alla media - resta alto. L'esempio olandese, come quello di Liverpool, non è dunque quello di una politica da copiare, ma di un insieme di concetti, strumenti e pratiche che non potranno non essere parte integrante della politica sanitaria sulle droghe nell'ipotesi della
legalizzazione.
Già alla metà degli anni Settanta era apparso chiaro che la repressione non aveva interrotto la commercializzazione delle droghe leggere e, ancor meno, delle droghe dure. Anno dopo anno le cifre della droga proibita andavano definendo un nuovo mercato internazionale dalle potenzialità economiche e commerciali paragonabili a quello del petrolio e delle armi. La reazione dei governi e delle agenzie internazionali, come l'ONU, alla novità di questa situazione fu e resta una semplice non reazione, la conferma e la riorganizzazione di tutto l'armamentario repressivo in nome dell'utopia che sta alla base del proibizionismo: l'astinenza. L'aspetto sanitario, nonostante le parolone televisive, rimane sullo sfondo: il problema da risolvere è morale, la medicina è ridotta ad ancella della virtù. L'alternativa era e resta secca: o la malattia (la droga) o guarigione (non più droga). Alla fine degli anni Settanta partono però anche alcuni esperimenti che si basano su un presupposto diverso: se non è ancora possibil
e 'curare' un tossicomane (vale a dire sradicare la sua abitudine), si deve almeno tentare di minimizzare il male che reca a se stesso e al suo ambiente. L'espressione 'riduzione del danno' è stata coniata a Liverpool, in Inghilterra, ma il caso internazionalmente più noto di una politica del genere è quello olandese.
- Amsterdam è stata la prima capitale europea ad adottare una strategia sanitaria globale, come necessario complemento della decisione del governo olandese di depenalizzare il consumo di eroina. Secondo questa politica l'obiettivo di un mondo completamente libero dalle droghe è un'illusione: la società deve imparare a far fronte a una certa quantità di consumo di droghe. Lo dimostra la diffusione del tabacco, dei prodotti alcolici e degli psicofarmaci: il loro status di droghe legali non modifica la realtà dei problemi posti da queste sostanze e delle motivazioni che portano ad usarle, così come non la modifica l'illegalità di altri prodotti. Il concetto di 'normalizzazione', sviluppato in Olanda, significa che la società deve accettare il problema droga come un problema normale e non come un fenomeno anormale e da reprimere. Il successo dell'esperienza di Liverpool ha successivamente indotto le autorità sanitarie olandesi a modificare i vari programmi secondo i criteri dell'Harm-reduction che è una str
ategia di intervento sociale più coerente e comprensiva. Gli elementi fondamentali della politica olandese sulla droga furono definiti negli anni fra il 1979 e il 1984 con questi obiettivi:
- acquisire una visione chiara delle ragioni e del carattere del problema eroina, contattando il maggior numero possibile di eroinomani e creando un sistema di registrazione;
- ridurre i rischi dell'uso delle droghe pesanti per tutti i consumatori non (ancora) capaci di o intenzionati a rinunciare alla loro abitudine;
- motivare gli eroinomani a entrare in trattamento senza droga ('drug free') e/o in progetti di risocializzazione;
- trovare forme di cooperazione fra la polizia, il sistema di assistenza e le popolazioni delle zone in cui il problema droga è più grave.
Un gruppo di circa 30 operatori di strada che raggiungono i tossicodipendenti nel loro ambiente, visite regolari di medici e operatori dei centri di trattamento nelle stazioni di polizia (ogni anno circa 2000 tossicodipendenti vi vengono contattati) e un servizio di consegna ambulante del metadone ai tossicomani registrati, realizzato con autobus che si fermano ogni giorno in sei punti diversi della città, fanno oggi parte integrante del progetto.
Nel 1984, quando la diffusione dell'Aids si rivelò come la minaccia più grave alla salute dei tossicodipendenti (con un 30% di sieropositivi) furono inserite nella politica sulla droga nuove misure col duplice scopo di prevenire un ulteriore diffusione del virus HIV fra gli utilizzatori di siringhe e di realizzare un buon sistema di cura per gli ammalati di Aids. Strumenti di questa politica sull'Aids sono:
* disponibilità di preservativi;
* trattamenti di disintossicazione 'drug free' senza lunga lista di attesa per chiunque voglia smettere;
* offerta di metadone a chi voglia ridurre o interrompere l'uso di eroina tramite siringa ma non possa ancora rinunciare alla dipendenza da oppiacei;
* distribuzione di siringhe sterili in cambio di quelle usate (nel 1989 ad Amsterdam sono state diffuse circa 800.000 siringhe in 11 luoghi di consegna, mentre in tutta l'Olanda esistono 125 programmi diversi di scambio siringhe).
Gli obiettivi di base sono stati raggiunti: il numero dei tossicodipendenti si è stabilizzato, mentre in tutti i paesi europei è largamente cresciuto e l'epidemia di Aids è stata franata. Ad Amsterdam, nel 1989 il numero dei tossicodipendenti è stato stimato fra i 5.000 e i 7.000 (di cui 3.500 sono olandesi, 1.500 di origine etnica - Guyana, Antille, Marocco - e 2000 provengono da altri paesi europei) contro i 9.000 del 1984; i contatti coprono il 60% dei tossicodipendenti di Amsterdam, e il 75% dei 22-25.000 a livello nazionale; un quarto degli utenti pratica programmi di disintossicazione e il 75% programmi di mantenimento a base di metadone; il numero di morti per overdose in Olanda è uno dei più bassi in Europa (nel 1989 ad Amsterdam sono morti per overdose 14 cittadini olandesi e 28 stranieri provenienti per lo più dalla Germania) ed il dato è in calo dal 1985; l'età media dei tossicodipendenti registrati è salita da 26.4 del 1981 a 31.6 del 1989; la percentuale dei consumatori sotto i 22 anni è sc
esa nello stesso periodo dal 14.4% al 4.8%; la percentuale di sieropositivi è rimasta stabile al 30% ad Amsterdam e in Olanda la percentuale di tossicodipendenti fra i malati di Aids è appena del 9% (contro il 67,6% in Italia). In particolare gli studi di valutazione dei programmi di distribuzione delle siringhe hanno rilevato che ciò non comportava un aumento nell'uso di eroina e che era diminuita l'abitudine di usare la stessa siringa per più persone.
- Fin dalla metà degli anni Settanta la regione del Mersey è, insieme all'area intorno a Londra (Thames), la parte dell'inghilterra con il maggior numero di tossicodipendenti. Nel 1989 questo era il tasso di tossicodipendenti registrati per milione di abitanti: NE Thames 394, Mersey 375, NW Thames 287, SE Thames 244. A partire dal 1986 l'Autorità sanitaria regionale del Mersey, l'area di cui Liverpool è la città più importante, ha definito e sviluppato, in collaborazione con le forze di polizia e una parte degli enti locali, la strategia di riduzione del danno verso i consumatori di droghe. In questo modo la politica sanitaria si è affiancata, e in larga misura sostituita alla politica criminale. I precedenti sono la pratica olandese di normalizzazione, che abbiamo già visto, ed esperimenti analoghi condotti a San Francisco negli USA. Le motivazioni e le linee guida di questo programma sono:
- La diffusione del virus HIV e dell'Aids è una minaccia più grave alla salute pubblica dell'uso di droga, e deve essere perciò data priorità ai servizi che mirano a minimizzare i comportamenti che possono indurre il virus;
- I servizi devono massimizzare il contatto con coloro che continuano a usare droghe, e aiutarli a modificare il loro comportamento verso pratiche meno rischiose, adottando la seguente gerarchia di obiettivi:
1. la cessazione dello scambio di siringhe e aghi già usati,
2. il passaggio da droghe che si iniettano a droghe che non si iniettano,
3. la diminuzione nell'uso di droga,
4. l'astinenza;
- Devono essere incoraggiati mutamenti nell'attitudine degli operatori e del pubblico in generale verso l'uso di droga, per ridurre la condizione di marginalità dei consumatori, favorendo il loro contatto coi servizi e la modifica delle loro abitudini più rischiose;
- I servizi devono sperimentare tutta una varietà di approcci e soluzioni, e verificare la loro efficacia.
E' su questa impalcatura concettuale che è stato costruito un sistema di consultori che svolgono funzione di consulenza per un uso più sicuro delle droghe e del sesso e per analisi periodiche sulla sieropositività, servizi di trattamento specialistico, programmi di risocializzazione, unità di intervento nelle prigioni, eccetera. Due sono gli strumenti di primo contatto studiati per realizzare un rapporto costante con gli utenti del sistema: 1) la distribuzione gratuita di siringhe sterili in cambio di quelle usate, in collaborazione con le farmacie, e la distribuzione gratuita di preservativi; 2) la prescrizione gratuita delle sostanze stupefacenti, generalmente il metadone per via orale, ma anche, in via sperimentale, il metadone da fumare, l'eroina, la cocaina, le amfetamine. In particolare il mantenimento a base di metadone è usato per "stabilizzare" i tossicodipendenti da oppiacei, vale a dire allontanarli dal mondo degli spacciatori, ridurne l'attività delinquenziale e i rischi di incarcerazione, m
igliorarne lo stato di salute, prevenire l'aumento dei consumi.
Funziona questo complesso meccanismo? Innanzitutto il fenomeno del mercato grigio, che pure esiste, non è rilevante. Rispetto alla prevenzione dell'Aids il successo è andato oltre ogni previsione. Abbiamo visto che l'area di Mersey è la seconda in Inghilterra per numero di tossicodipendenti. La graduatoria relativa alla diffusione della sieropositività è completamente diversa. Se i tre distretti di Londra restano al vertice anche per la diffusione del virus HIV, il Mersey è al tredicesimo posto su quattordici, precedendo il W Midlands, dove il tasso di tossicodipendenti per milione è molto più basso, 54. Il Mersey è largamente primo nella graduatoria sul rapporto fra sieropositivi e tossicodipendenti che è di 1 a 60 nel Mersey, mentre la seconda area in graduatoria, il SW Thames, registra un rapporto di 1 a 17. A Milano il rapporto è di 1 sieropositivo ogni 1,4 tossicodipendenti. Difficile trovare cifre più eloquenti. Inoltre il Mersey è l'unica area del paese che ha visto costantemente decrescere, negli
ultimi quattro anni, il numero dei crimini (furti, scippi e rapine) legati alle leggi sulla droga.