ANTIPROIBIZIONISMO. GIUDICI DICONO "SI'"
di Alessandro Russello - Corriere della sera, 28-4-92
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Treviso - "Questa legge è fallita, l'unica soluzione contro la droga è la liberalizzazione; i tossicodipendenti non morirebbero, i casi di Aids diminuirebbero e il traffico di stupefacenti, che ogni anno rende 500 miliardi di dollari alla malavita organizzata, verrebbe stroncato".
Nulla di clamoroso nella nuova crociata antiproibizionista, se a proporre il libero mercato non fossero, questa volta, i magistrati; la 'provocazione' arriva addirittura dal Palazzo di giustizia di Treviso, dove alcuni giudici, che quotidianamente spendono le loro doti equilibristiche nell'applicazione della contestata legge Jervolino-Vassalli, hanno riaperto un dibattito mai sopito restituendo ai politici, con l'autorità dei loro ruoli, il clima che si respire nei tribunali e nelle carceri, dove armai entrano quasi solo tossicodipendenti "per i quali, purtroppo, la pena non rappresenta più un deterrente".
Il 'caso Treviso' ha un perché: di recente la Corte di Cassazione ha rispedito al Palazzo di giustizia decine di sentenze ritenute troppo morbide, invitando ad applicare la normativa con maggiore rigore; più precisamente, la Suprema Corte ha ordinato che diverse sentenze di assoluzione o legate a condanne per 'lieve entità' siano tradotte, in presenza di quantitativi superiori a tre dosi (pari a tre grammi lordi di eroina oppure di cocaina) in pene che vanno dagli otto ai vent'anni di carcere.
"Si possono dare otto anni di galera a un tossico fradicio? - si chiede Angelo Mascolo, il Gip le cui dichiarazioni hanno convinto anche altri colleghi a denunciare vizi e assurdità della legge -. Prendiamo il caso della tossicodipendente di Marghera che, guidando l'auto sotto l'effetto dell'eroina, ha investito e ucciso due bambini: lei va in comunità da Muccioli, mentre un ragazzo trovato con 6, 5 o 8 dosi, si deve beccare dieci anni di galera? Per carità, io ho profondo rispetto per i pronunciamenti della Suprema Corte, e a questi mi adeguerò, ma non è con pene più rigide che si combatte la droga".
"La legge sugli stupefacenti - gli fa eco il collega Bruno Bruni, sostituto procuratore della Repubblica - è stata fatta per colpire i trafficanti, ma di fatto penalizza i tossicodipendenti; si tratta di una legge fallita: i politici hanno il dovere di intervenire; resta come emblema di una politica di pura facciata".
"La liberalizzazione gioverebbe sia ai tossicodipendenti sia alla società - aggiunge da Castelfranco Veneto, la città di Tina Anselmi, il pretore Giuseppe Alù -: ai primi perché non correrebbero più il rischio dell'Aids né dell'overdose, alla seconda perché si vedrebbe liberata dalla microcriminalità e anche da buona parte della criminalità organizzata".
Più equilibrato il procuratore capo reggente, Domenico La Bozzetta, che parla di 'mercato controllato'; ma il vento antiproibizionista è quello.
"Resta da vedere - commentano ancora La Bozzetta e Mascolo - se il sistema economico reggerebbe l'improvvisa caduta di un mercato che rende migliaia di miliardi di lire".