Il bollettino di guerra arriva inesorabile ogni tre mesi. L'ultimo rilasciato dall'Istituto Superiore di Sanità, è di poche settimane fa: in tre mesi sono stati rilevati 1145 nuovi casi di AIDS, che fanno salire a 12754 il totale dei malati.Ancora una volta, la maggior parte dei contagi è avvenuta per via endovenosa, segno che in Italia ad incrementare il numero dei malati sono soprattutto i tossicodipendenti.
Negli ultimi mesi sono però anche aumentati in maniera preoccupante i casi di AIDS pediatrico: i bambini che al 31 marzo manifestavano l'infezione in forma conclamata erano ben 273. questo aumento sembra del resto rispecchiare il trend generale. Secondo l'OMS, entro la fine del secolo l'AIDS, sarà la prima causa di morte in età pediatrica. Naturalmente questa stima così drammatica risente fortemente della diffusione della malattia nelle regioni africane e sud americane, dove la popolazione adulta fertile ne è massicciamente colpita e dove l'indice di natalità è particolarmente elevato.
Ma non bisogno comunque trascurare la diffusione della malattia tra i bambini che vivono nei paesi dell'emisfero Nord, dove le donne sono sempre più vittime del contagio. Negli Stati Uniti i casi di AIDS in soggetti di sesso femminile rappresentano il 9% di tutti i casi; in Europa la percentuale sale al 13% mentre in Italia è ancora più elevata, attestandosi sul 19%. Si rende dunque necessario predisporre qualche piano di intervento mirato per questi gruppi a rischio.
Ma in che modo ? Di questo ed altri problemi si è discusso a Brescia nel corso del congresso "AIDS: una sfida possibile ?" organizzato dalla Clinica di Malattie Infettive e Tropicali, diretta dal Professor Giampiero Carosi.
Per quanto riguarda l'AIDS pediatrico, il professor Francesco Chiodi dell'Università di Bologna ha ribadito che esiste la "necessità di sviluppare strategie di profilassi, fondate sulla capillare conoscenza dei fattori di rischio, sulla offerta allargata e anonima della sierologia specifica già in epoca preconcezionale e/o associata ai primi accertamenti in gravidanza".
Questa necessità non deve, però, sfociare nella obbligatorietà del test. Questo concetto è stato più volte ribadito, anche per quanto riguarda la somministrazione del test sui lavoratori.
ùMentre in alcuni paesi europei si discute l'ipotesi dello screening sui lavoratori, in Italia tale ipotesi è esclusa a gran voce da tutti. Del resto abbiamo una legge, che esplicitamente fa divieto di sottoporre al test i dipendenti. Certo, rimane il fatto che oggi è stata accertata l'esistenza di numerose sostanze immunotossiche, che in misura diversa potrebbero danneggiare il lavoratore sieropositivo.
Esiste, quindi, il problema di non ledere la dignità del lavoratore imponendogli il test ne, al contempo, di ledere il suo diritto alla salute, che potrebbe essere compromessa con un'attività professionale a rischio. Per uscire dall'impasse, i professori Stefano Poddu e Lorenzo Alessio di Brescia suggeriscono "una stretta collaborazione tra il medico del lavoro e l'infettivologo, allo scopo di formulare il più corretto e sereno giudizio di idoneità al lavoro", un giudizio che dovrebbe essere negativo solo "nelle condizioni di compravata, rilevante esposizione a fattori di rischio con note potenzialità immunotossiche, in presenza di una marcata compromissione delle difese immunitarie".