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Conferenza droga
Radio Radicale Roberto - 7 maggio 1992
UNO SPINELLO DA PROIBIRE ANCHE PER I MALATI DI AIDS
La marijuana fa male anche quando è usata per lenire gli effetti dell'Azt. Parola di Governo federale.

di John Blutarsky - Il Manifesto, 30 aprile 1992

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Consentire agli ammalati di Aids di farsi tranquillamente una canna di marijuana, per placare le nausee provocate dal farmaco Azt? Non scherziamo nemmeno. Secondo James Mason, capo del 'Public health service' americano, sarebbe pericoloso. Sotto gli influssi della cannabis sativa, infatti, potrebbero dedicarsi a forme di "sesso non sicuro", propagando il contagio. Il signor Mason probabilmente ha poca dimestichezza con la marijuana (e con il sesso), ma in quella sua frase c'è un'intera filosofia.

E' stata pronunciata a commento della recente decisione della Dea, la 'Drug enforcement administration', di respingere l'invito di due tribunali americani a proposito della classificazione della marijuana.

I giudici - sollecitati da un'istanza di persone ammalate o di loro familiari - avevano chiesto che essa venisse tolta dall'elenco delle droghe comunque proibite, come l'Lsd, e passata alla categoria in cui già stanno eroina e morfina: droghe sì, ma comunque prescrivibili dal medico in particolari condizioni.

La marijuana viene consumata per placare vomito e malesseri da molti ammalati di cancro, di Aids, di morbo di Parkinson e di epilessia. La 'National Association of People with Aids' ha condotto delle campagne perché l'uso terapeutico venga riconosciuto, ma, come si vede, con scarso successo. Resta finora la politica del caso per caso, all'insegna della "pietà".

Fece clamore, l'anno scorso, la vicenda di Kenneth Jenks, un giovane di 29 anni, malato di emofilia. Grazie ad una trasfusione maligna Jenks aveva contratto l'Aids, si curava con l'Azt e nel giardino di casa coltivava un po' di pianticelle per terapia personale.

La polizia della Florida aveva arrestato lui e la moglie Barbara, ma in seguito un tribunale gli aveva dato ragione. Ora riceve regolarmente dallo stato le sue dosi, già arrotolate in forma di sigaretta. Vengono prodotte in una piantagione federale, a Oxford, nello stato del Mississippi.

Esistono altri 12 casi di fumo legalizzato, ognuno frutto di una sentenza personalizzata. Molto altri usano il Marinol, un farmaco che contiene il principio attivo della cannabis, il Delta-9-Thc. Ma, fanno notare gli specialisti, una sigaretta è meglio, più rilassante e più normale di una pillola.

Anzi è più facile graduarne l'uso rispetto ai flaconi. Del resto, un'inchiesta condotta nei mesi scorsi dalla Harvard university conferma che anche l'opinione medica è lungi dalla demonizzazione: circa la metà dei 1035 medici intervistati hanno detto di essere pronti a prescrivere la marijuana, e il 44 per cento ammette di averlo già fatto.

La risposta negativa della Dea, emessa il 18 marzo scorso, si nasconde dietro un parere fornito dal Nih, l'istituto nazionale della sanità: le proprietà terapeutiche della marijuana non sono sufficientemente provate, a differenza di altre sostanze. Quindi, non ci sono abbastanza studi sperimentali, condotti con tutti i crismi della scienza farmacologica, per documentarne l'effettiva utilità. Il che è probabilmente vero: uno degli effetti del proibizionismo è proprio quello di disincentivare simili ricerche. Così il gatto si mangia la coda.

Continua, comunque, la campagna di raccolta e distruzione delle coltivazioni illegali. Il 90,per cento della produzione statunitense è concentrato in California, Missouri, Hawaii, Tennessee, ma specialmente nel Kentucky, nella regione dei monti Appalachi.

Questa zona è notoriamente sottosviluppata e di recente è stata colpita da una gravissima crisi economica dopo la chiusura di molte miniere di carbone. Qui, periodicamente, la guardia nazionale e la polizia di stato tagliano e bruciano le piante e denunciano i coltivatori.

Ma il fenomeno non è affatto scomparso. Più semplicemente le campagne di distruzione hanno fatto salire i costi e spinto i coltivatori a rifugiarsi in zone più isolate, con appezzamenti più piccoli, anche di poche centinaia di piante. Non sono mancate anche le rappresaglie, come l'incendio doloso appiccato a un parco naturale, la Daniel Boone National Forest.

 
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