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Conferenza droga
Cupane Francesco - 8 maggio 1992
CONSIDERAZIONI CRITICHE SULLA STRATEGIA ANDINA

Verso una ragionevole politica internazionale sulla droga

Marzo 1992

Drug Policy Foundation

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Ogni parte di questo documento può essere riprodotta senza esplicita autorizzazione da parte della Drug Policy Foundation (D.P.F), purché le venga attribuito valore appropriato.

La Drug Policy Foundation è un forum indipendente di politiche alternative sulla droga. E' la principale organizzazione dedicata alla ricerca, educazione e informazione pubblica in relazione alla lotta internazionale contro la droga. Non è una organizzazione per la legalizzazione della droga, sebbene alcuni dei suoi membri sostengano questo approccio in alternativa alle politiche correnti.

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The Drug Policy Foundation

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(202) 895-1634 Fax (202) 537-3007

Presidente: Arnold S. Trebach

Vice Presidente: Kevin B. Zeese

Addetti alle relazioni pubbliche: Kennington Wall, Dave Fratello

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Prefazione: tendenze della produzione e del traffico e proposte per una ragionevole politica sulla droga

Introduzione: è tempo di rivedere la politica internazionale sulla droga

Sezione 1: la politica sulla droga degli Stati Uniti punta sulla repressione e militarizzazione.

Sezione 2: lo stato della guerra alla droga in America Latina

- Colombia

- Perù

- Bolivia

- Panama

Sezione 3: la Strategia Andina - Una politica "nuova" che ripete vecchi errori

Sezione 4: conclusioni e proposte

PREFAZIONE

Le tendenze mondiali della produzione e del traffico indicano il fallimento dell'approccio degli Stati Uniti al problema:

- secondo le fonti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dal 1987 l'offerta mondiale di droga ha subito un aumento; la produzione totale di foglie di coca è aumentata da 291.100 a 337.100 tonnellate; la produzione di oppio è passata da 2242 tonnellate per anno a 3249 tonnellate; la produzione di marijuana, al di fuori dagli Stati Uniti, ha avuto un incremento passando da 13.693 a 23.650 tonnellate.

- i paesi sui quali si è concentrata la Drug War continuano ad essere pesantemente coinvolti nella produzione, raffinazione e transito di droga. In Colombia, nuovi gruppi hanno costituito il cartello di Cali, che ha sostituito quello di Medellin dopo la sua spaccatura, e queste organizzazioni, oltre al tradizionale traffico di cocaina, si stanno dedicando anche a quello dell'eroina. Il General Accounting Office (G.A.O.) degli Stati Uniti riferisce che Panama risulta più coinvolta nel commercio di droga di quando era al potere il Generale Manuel Noriega. Le guerre alla droga in Perù e Bolivia sono ferme a causa della resistenza locale e da altre varie difficoltà.

- in America Latina sta aumentando il numero dei paesi interessati ai diversi aspetti del business della droga; risultano attualmente coinvolti anche Brasile, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Argentina e Suriname.

- sebbene gli investimenti degli Stati Uniti per la Drug War siano aumentati, la quantità di droga sequestrata è rimasta stabile, non rispecchiando neppure il livello di espansione della produzione. La disponibilità di droga negli Stati Uniti è altresì aumentata.

Proposte per una politica internazionale alternativa sulla droga :

- demilitarizzare la Drug War nei paesi esteri, iniziando dall'ordine di rientro in patria di tutto il personale del Dipartimento della Difesa e di tutti gli altri agenti paramilitari statunitensi impegnati nella guerra alla droga. La presenza in loco di questi ultimi costituisce una spesa eccessiva, producendo d'altro canto un impatto di scarsa rilevanza e minacciando inoltre di intrappolare gli U.S.A. in conflitti locali, in particolare in Perù.

- non trascurare, nell'ambito degli interventi antidroga, la questione dei diritti umani. Riguardo alle violazioni dei diritti umani da parte degli eserciti peruviani e colombiani, l'Amministrazione Bush ha largamente ignorato la necessità di provvedimenti richiesti dai suoi stessi rapporti. La pratica di fornire aiuti nonostante le continue violazioni dei diritti umani può essere vista esclusivamente come un incoraggiamento ai governi locali e rappresenta una vergogna per gli Stati Uniti.

- ribaltare la priorità degli stanziamenti antidroga per le regioni dell'America Latina. Attualmente gli stanziamenti della politica antidroga vengono principalmente impiegati per il sostegno alla repressione, anche militare, anziché essere utilizzati per lo sviluppo economico. La speranza di una effettiva riduzione del traffico di droga dovrebbe portare a nuove priorità, in particolare a interventi alternativi e ad uno sviluppo responsabile nei paesi produttori.

- eliminare le pressioni statunitensi tendenti a coinvolgere i paesi dell'America Latina a sostegno della guerra alla droga. In particolare, abolire il cosiddetto "certification standard" antidroga - necessario per la concessione di aiuti economici - che richiede, per essere rilasciato, il benestare a tutte le iniziative di guerra alla droga intraprese dagli U.S.A.

Le nazioni andine non devono essere costrette ad usare i propri eserciti sul loro territorio.

Deve cessare immediatamente l'uso di erbicidi impiegati nelle campagne di eradicazioni delle colture.

- aprire un ampio dibattito sulla politica antidroga attuata dagli U.S.A. in Perù. Infatti, mentre in tutta la regione andina sono gravi i rischi a cui conduce l'intervento militare degli Stati Uniti, in Perù la Drug War ha già condotto gli U.S.A. a prendere parte ad una guerra civile che dura da 12 anni. L'intricata situazione locale minaccia di aggravarsi ulteriormente. Alla popolazione americana dovrebbe essere consentito esprimere il suo parere prima che l'impegno degli Stati Uniti diventi irreversibile.

- concentrare gli interventi sulla riduzione della domanda interna anziché cercare di controllare la produzione di droga fuori dagli U.S.A.. Il primo passo di un serio impegno per la riduzione della domanda è scambiare le attuali priorità del bilancio della droga, che privilegiano attualmente, con un rapporto 70/30, la repressione rispetto alla prevenzione e al recupero.

- prendere in considerazione un'ampia gamma di interventi alternativi alla guerra alla droga che ha prodotto magri risultati malgrado sempre maggiori investimenti e rischi. E' giunto il momento di esaminare attentamente altri approcci.

INTRODUZIONE

E' tempo di rivedere la politica internazionale sulla droga

Anche se la guerra fredda è finita, gli U.S.A. non possono considere ancora superata la minaccia di guerra. Infatti sia militari che altro personale non militare U.S.A. è di stanza all'estero a causa di un conflitto che minaccia di esplodere rapidamente: la guerra alla droga. Prima che si verifichi un'escalation, è necessario che tutti gli americani riflettano su ciò che ha portato il paese a questo punto, sui rischi che si stanno correndo e se sia possibile invertire la rotta prima che sia troppo tardi.

Nel febbraio del 1992 la Drug Policy Foundation (D.P.F.) ha pubblicato la National Drug Reform Strategy (Strategia Nazionale di Riforma sulla Droga), un rapporto che punta l'attenzione sulla politica interna in fatto di droga e che sollecita l'Amministrazione Bush a modificare le sue priorità sugli interventi da fare. Il rapporto giunge alla conclusione di concentrarsi sulla prevenzione, cura e riabilitazione invece che sugli arresti, sul carcere e su altre sanzioni.

Il presente rapporto tratta invece gli esiti della politica internazionale sulla droga - principalmente quelli dovuti alle conseguenze della Strategia Andina - e giunge a conclusioni analoghe. Si osserva che la crescente militarizzazione della guerra alla droga, sia sul fronte interno che su quello estero, sta producendo riscontri scarsamente positivi e viene suggerita l'esigenza di rivedere la politica di intervento prima che la situazione si deteriori e si aggravi ulteriormente. Come viene sostenuto dalla National Drug Reform Strategy, è giunto il momento di cambiare per salvaguardare il futuro.

La Drug War del Presidente Bush sta fallendo il raggiungimento degli obiettivi prestabiliti e sta producendo più danni che benefici. Riguardo alle previsioni interne americane per il 2000 e oltre, è indispensabile che l'errato approccio alle droghe che ha predominato negli ultimi decenni venga seriamente rivisto. E' giunto il momento di svoltare l'angolo e mettere a punto metodi incentrati a risolvere l'abuso di droga e i problemi sociali ad essa connessi.

Quanto detto si può riferire altrettanto bene allo scenario internazionale. Compaiono su ogni fronte difficoltà nella politica internazionale antidroga dell'Amministrazione Bush. Mentre da un lato l'Amministrazione riconosce alcuni errori ed è consapevole della inesistenza di progressi, dall'altro non propone alcuna revisione della attuale strategia né soluzioni realmente nuove. Il Governo preferisce mantenere lo statu quo, piuttosto che riconoscere il suo fallimento.

Temiamo che questa politica, perseguita senza alcuna verifica dall'Amministrazione e dai suoi alleati al Congresso, avrà conseguenze profondamente negative nella regione andina e fallirà l'obbiettivo di eliminare la produzione ed il traffico di droga. E' ora che gli Stati Uniti riconsiderino totalmente la loro politica estera antidroga, ciò che comporta, i rischi che determina, quanto sia ragionevole proseguire negli stessi obiettivi antidroga e se gli interventi, invece che essere persistentemente ampliati, debbano piuttosto essere rallentati .

La scontata difesa della propria politica internazionale sulla droga fatta dall'Amministrazione Bush dovrebbe essere presa per quello che è: tutti i tipi di interventi antidroga sono rivendicati quali componenti essenziali di una strategia globale agente su più fronti. In realtà, si tratta di una argomentazione puramente difensiva di aspetti particolari che non giustifica nulla.

In una democrazia, si suppone che politiche come la Strategia Andina - una pericolosa impresa di immense proporzioni che non ha alcuna possibilità di raggiungere i suoi obiettivi - siano aperte al dibattito. Ci si augura che questo rapporto possa contribuire allo sviluppo di un'opposizione che sia informata sui controproducenti interventi antidroga effettuati all'estero dagli Stati Uniti.

SEZIONE 1

La politica sulla droga degli U.S.A. punta sulla repressione e la militarizzazione.

Puntare sull'eradicamento e sulla repressione evita i veri problemi e ne crea di nuovi

La politica internazionale di controllo della droga perseguita dai presidenti Reagan e Bush ha puntato sull'eradicamento e sulla repressione degli approvvigionamenti nei paesi produttori. Tali tentativi assumono sempre più un carattere di militarizzazione. La Strategia Andina, resa nota nella National Drug Control Strategy (Strategia Nazionale di Controllo delle Droghe) del 1989, viene utilizzata dall'Amministrazione Bush per intensificare questa tendenza. I sottostanti problemi economici e politici dei paesi produttori, che spingono alla coltivazione e alla produzione di droghe illegali, ricevono invece scarsa attenzione.

In ultima analisi, i tentativi degli Stati Uniti di lotta alla droga sono basati su errati presupposti circa cosa si può e cosa si potrebbe fare. I pianificatori antidroga sembrano essere fermamente decisi a non capire che la mano invisibile del commercio clandestino di droga non può essere eliminata da una politica fondata sul pugno di ferro. L'incapacità di imparare dalla storia minaccia in ugual misura sia le popolazioni degli Stati Uniti che delle regioni andine.

La "riduzione dell'offerta" è in realtà una "deviazione dell'offerta".

I tentativi di riduzione dell'offerta nei paesi produttori, invece di eliminare le droghe vietate, ottengono l'effetto di deviarne la produzione verso altri paesi e addirittura di crearne di nuovi. I motivi di fondo sono la estrema povertà dei paesi produttori e l'alta redditività delle droghe illegali.

Nella regione andina più di un milione di persone sono direttamente implicate nel commercio di coca grezza e di cocaina già sintetizzata. Inoltre milioni di persone beneficiano indirettamente del business della droga. Le tre nazioni indicate dalla Strategia Andina come più pesantemente coinvolte - Perù, Colombia e Bolivia - sono tra i paesi più poveri dell'America Latina. Nella sola Bolivia si ricavano circa 600 milioni di dollari l'anno dal commercio della coca, metà del prodotto interno lordo.

La guerra contro la droga è una guerra non convenzionale combattuta con elicotteri, erbicidi e soldati di fanteria contro forze economiche. Anche se il Presidente, il Congresso e i governi dei paesi produttori concordassero sui vari progetti per intensificare la repressione e aumentare le spese militari, per migliorare e incrementare le campagne di eradicamento delle colture, non sarà mai possibile ottenere una effettiva riduzione della produzione. Le frustrazioni che derivano da questa semplice realtà stanno determinando, per reazione, pressioni che conducono ad una militarizzazione senza precedenti della guerra alla droga.

Comunque, anche se fossero superati i molteplici ostacoli che si frappongono agli interventi repressivi e di eradicamento, gli effetti desiderati sui prezzi delle droghe e sulla loro disponibilità si realizzerebbero molto difficilmente. Come ha fatto notare il G.A.O. prendendo in esame i tentativi di riduzione della produzione, gran parte dell'aumento del prezzo della cocaina si verifica solo dopo che la sostanza ha raggiunto gli Stati Uniti. Così, intervenire sulla droga a differenti stadi della produzione ha un effetti modesti sul prezzo della cocaina di strada. Andare più in profondità con la militarizzazione ha chiaramente una scarsa efficacia.

Pressioni per trasformare la guerra alla droga in una guerra vera e propria.

Ronald Reagan è stato il primo presidente degli U.S.A. a dichiarare il commercio illegale di droga una minaccia alla "sicurezza nazionale". Da allora - e particolarmente sotto la Presidenza Bush - è diventata sempre più notevole la militarizzazione degli interventi antidroga riuscendo a portare la guerra alla droga ai più alti livelli, col risultato di creare nuovi e tremendi rischi a fronte di risultati altamente improbabili.

L'analogia tra guerra e tentativi di controllare produzione e uso di droga è diventata sempre più precisa. Su entrambi i fronti, quello interno e quello estero, la politica statunitense continua ad accentuare la repressione, anche militare, a scapito di politiche a lungo termine non militari. Dal 1989 al 1990, per esempio, il numero di ore di volo del Dipartimento della Difesa dedicato a operazioni antidroga è quasi triplicato, passando da 18.436 a 48.025 ore. Tale cifra supera di dieci volte la media annuale del periodo 1986-1988. Queste cifre riflettono il crescente impegno del Pentagono nella guerra alla droga.

Da notare che all'interno stesso del Pentagono questa linea è stata contestata in diverse fasi della sua escalation. Recentemente il Dipartimento della Difesa ha posto il suo veto ai progetti dell'Office of National Drug Control Policy di assumere in proprio la responsabilità delle missioni antidroga al posto di altri organismi federali. Il Dipartimento sapeva bene in quale pantano ci si andava a cacciare con le missioni antidroga. Ciò nonostante i politici non hanno ancora cambiato musica.

Sebbene le nazioni andine siano state riluttanti a seguire la strada loro indicata, hanno tuttavia gradualmente ampliato l'uso dell'esercito nel combattere la produzione e il traffico di droga, adeguandosi a seguire gli Stati Uniti nella loro politica del tipo bastone/carota. Mediante il cosiddetto "certification standard" antidroga, avviato col Omnibus Anti-Drug Abuse Act del 1988, qualsiasi aiuto economico a molte delle nazioni dell'America Latina è ora condizionato alla cooperazione con le iniziative antidroga degli U.S.A., specialmente quelle che prevedono l'intensificazione della repressione, anche militare.

I rischi della militarizzazione rischiano di intrappolare gli U.S.A.

Il predominio di strumenti repressivi e militari nella realizzazione degli obiettivi della Strategia Andina ha determinato un contesto nel quale i diritti umani vengono trascurati, i fondamentali problemi sociali dei paesi produttori vengono ignorati e le impreviste conseguenze della politica d'intervento antidroga statunitense minacciano quelle già fragili democrazie. In breve, le campagne di riduzione della produzione stanno avendo ripercussioni in altre ambiti, che devono interessare sia gli Stati Uniti che le nazioni dell'America Latina.

L'estremo rischio degli interventi per la riduzione delle colture è quello di trascinare l'esercito statunitense nelle guerre civili che si combattono nella regione Andina, particolarmente in Perù. Già centinaia di consiglieri statunitensi, unità mobili di squadre speciali di addestramento, personale dell'Amministrazione Antidroga (D.E.A) e rappresentanti della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono coinvolti a diverso livello negli interventi antidroga nella regione delle Ande.

Il 12 gennaio, la morte di tre americani in un incidente in elicottero in Perù - attribuito ai guerriglieri di Sendero Luminoso - ha tragicamente evidenziato i pericoli corsi dagli uomini dell'antidroga. Eventuali future morti di soldati dell'esercito statunitense o di agenti federali potrebbero facilmente far scattare la possibilità di un intervento di grandi proporzioni, come è accaduto a Panama nel 1989.

Molti di questi rischi costituiscono questioni aperte dato che l'Amministrazione Bush non ha ancora stabilito limiti di sorta al coinvolgimento a lungo termine degli U.S.A. nelle operazioni antidroga. Al contrario, ci si sta spingendo avanti aumentando la posta in gioco e militarizzando ancora di più la guerra alla droga, nella speranza che prima o poi si otterranno risultati tangibili. Sfortunatamente, aumentando gli insuccessi aumentano anche le pressioni per trasformare la guerra alla droga in una guerra a tutti gli effetti.

SEZIONE 2

Lo stato della guerra alla droga in America Latina

Da Cartagena a San Antonio: Le Nazioni Andine costrette a seguire la politica degli Stati Uniti

Il 15 febbraio 1990 a Cartagena, in Colombia, il presidente Bush si è incontrato con i presidenti di Bolivia, Columbia e Perù. Il primo summit sulla droga è stato convocato per coordinare i ruoli di ciascuna nazione nella nuova politica internazionale d'intervento contro la droga dell'Amministrazione Bush, la Strategia Andina. In sintesi, i tre obiettivi a breve termine sono: "rafforzare la volontà politica e la capacità delle istituzioni di Columbia, Perù e Bolivia" nella lotta alla droga, "potenziare l'efficacia della repressione e le attività militari dei tre paesi contro il commercio della cocaina", e "infliggere danni significativi alle organizzazioni di trafficanti che operano nei tre paesi".

L'impegno degli U.S.A. verso la militarizzazione della guerra alla droga ha costituito lo sfondo del summit, avvenuto sull'onda dell'invasione di Panama e del programmato dispiegamento delle navi della Marina U.S.A. a largo delle coste della Columbia, temuto dai leaders locali come premessa del "blocco" del paese. La delegazione del Perù ha minacciato di boicottare il summit a causa della posizione militare degli Stati Uniti, ma ha accettato di partecipare quando sono diventate chiare le conseguenze del fallimento del summit, cioè il taglio degli aiuti.

Le delegazioni sudamericane al summit erano piuttosto critiche: c'era chi si preoccupava per il coinvolgimento negli interventi militari mentre gli Stati Uniti evitavano di prendere in sufficiente considerazione la vera soluzione, cioè la riduzione interna della domanda di droga. Preso atto di questa situazione, la relazione conclusiva del summit asseriva che l'obiettivo dell'incontro era "ridurre sia l'offerta che la domanda di droghe illegali". Si ribadiva inoltre l'impegno che tutte le nazioni partecipanti avrebbero "agito secondo il rispetto dei diritti umani" e si riaffermava che "niente può indebolire la guerra alla droga come il mancato rispetto dei diritti umani".

Dopo Cartagena, invece, il principale obiettivo degli Stati Uniti rimaneva l'intensificazione della repressione e della riduzione dell'offerta, in confronto ad un modesto impegno nella riduzione della domanda, mentre il problema dei diritti umani è stato comunque trascurato per perseguire gli obiettivi della Strategia Andina.

A tutt'oggi, la Casa Bianca è andata per la sua strada per realizzare la Strategia Andina, sia nei confronti del Congresso sia rispetto alle Nazioni Andine. In realtà gli obiettivi militari dell'Amministrazione sono stati sostenuti dal Pentagono con fondi del budget relativo alla guerra alla droga non destinati alla Strategia Andina. Eppure i progressi sono minimi.

Il Summit di San Antonio: conferma anziché revisione.

Si è proposto di tenere il secondo summit sulla droga a San Antonio in Texas, il 26 febbraio, poco dopo la pubblicazione di questo rapporto. Sarà senza dubbio incentrato a rinsaldare il sostegno agli accordi originari e le nazioni interessate si scambieranno congratulazioni reciproche per ogni minimo progresso fatto dal primo summit in poi.

L'Amministrazione Bush chiaramente rivendicherà gli straordinari progressi compiuti, ma un'onesta stima dello stato delle nazioni andine a distanza di soli due anni dall'inizio della Strategia Andina dell'Amministrazione Bush evidenzierà che il progresso tarda a venire.

La prevalenza di obiettivi di carattere militare nella politica antidroga nelle nazioni andine ha originato risultati negativi, quali il problema dei diritti umani, il crescente coinvolgimento degli U.S.A. in finanziamenti, strutture, soldati e agenti federali impiegati in operazioni antiguerriglia. Nel frattempo, il traffico di droga è stato scarsamente influenzato. Nell'attesa che l'Amministrazione Bush affronti davvero lo stato della Drug War in America Latina, proponiamo il seguente resoconto degli eventi dall'inizio dell'attuazione della Strategia Andina.

Columbia: Nuovi cartelli e nuove droghe

Anche prima del vertice di Cartagena, la Columbia si era adeguata alla guerra americana alla droga. Il paese è stato un banco di prova dei metodi della Strategia Andina. L'azione coordinata contro i trafficanti di droga ha portato ad alcuni desiderabili effetti a breve termine - il più notevole è la spaccatura del gruppo di Medellin -, ma ha completamente fallito riguardo al controllo della produzione della droga.

Così, l'esempio della Colombia dovrebbe risultare istruttivo circa la effettiva praticabilità della Strategia Andina medesima.

Praticamente, la guerra in Colombia potrebbe essere considerata conclusa. Quando il cartello di Medellin ha dichiarato la guerra totale al governo colombiano come reazione alla sua azione antidroga, sono scoppiati gravi disordini. Ora che la battaglia si è conclusa con iniziative di tregua da entrambe le parti, la popolazione colombiana si ritrova in assetto di guerra ed è improbabile che sia disposta a sostenere interventi antidroga che conducano allo stesso caos verificatosi nel conflitto con il gruppo di Medellin. Il cartello di Cali, che secondo molte fonti ha rimpiazzato quello di Medellin, non ha come metodo la violenza antigovernativa, preferendo lavorare più pacificamente; ma anche nel caso in cui, su pressione degli strateghi antidroga degli Stati Uniti, il gruppo di Cali dovesse essere efficacemente abbattuto entrerebbe sicuramente in campo qualcuno dei circa 150-200 altri gruppi di trafficanti esistenti in Colombia secondo le stime del Dipartimento di Stato.

La Colombia rappresenta senz'altro una grave fonte di insuccessi per i politici degli U.S.A., illusi dai precedenti atteggiamenti anticartello del governo colombiano. Il nuovo governo di Cesar Gaviria ha cercato di ridurre la violenza del traffico della droga con tutti i mezzi possibili, anche tramite accordi con i trafficanti. Il governo ha infatti concentrato gli sforzi su gruppi insurrezionali armati. Secondo il G.A.O., gli aiuti antidroga e i mezzi forniti per combattere la droga sono stati usati in modo "regolare", visto che gli interventi antidroga veri e propri e quelli antiguerriglia sono considerati legati tra loro.

Gli obiettivi antidroga statunitensi sono in pericolo, dato che esiste una comprensibile riluttanza del governo colombiano a dichiarare guerra aperta ai cartelli e grazie al fatto che l'obiettivo è stato rivolto verso la lotta alla guerriglia. L'estradizione dei trafficanti dalla Colombia verso gli U.S.A., uno degli obiettivi primari degli Stati Uniti, non viene attuato dal governo colombiano a seguito dell'accordo stabilito con i cartelli. L'eradicamento della coltura della coca in Colombia - il terzo più grande produttore di questa pianta - è in fase di stallo, colpendo al massimo il 5% del raccolto stimato. Alcune fonti riferiscono che i cartelli della cocaina hanno ora allargato i propri affari al traffico dell'eroina derivata dall'oppio coltivato nelle regioni montuose della Colombia; questo dimostra quanto la situazione della droga, anziché risolversi, stia divenendo sempre più complessa.

Uno degli scopi principali degli interventi in Colombia è stato smantellare il processo di lavorazione della cocaina. Ogni anno centinaia di laboratori sono stati assaliti e distrutti, ma l'unico effetto che si è avuto è stato quello di disperdere e parcellizzare i processi produttivi: nuovi impianti di lavorazione sono state scoperti in Brasile, Bolivia, Ecuador e Perù, mentre la catena distributiva si è spostata a Panama, El Salvador e Guatemala.

Le continue violazioni dei diritti umani chiamano in causa l'oculatezza dell'aiuto degli U.S.A. al governo e all'esercito colombiani. Sebbene il Dipartimento di Stato attribuisca la responsabilità degli episodi di violenza ai trafficanti e alla guerriglia, non può non riconoscere il basso livello dell'esercito e della polizia colombiani. Secondo un resoconto del 1991 del governo U.S.A. sulla situazione dei diritti umani, "membri e unità dell'esercito e della polizia hanno preso parte a uno sconvolgente numero di violazioni dei diritti umani, comprese esecuzioni extragiudiziarie, torture, massacri e [...] all'esercito, nel corso di operazioni antiguerriglia, resta difficile distinguere tra guerriglieri e 'civili' non coinvolti nella guerriglia".

Se ciò fosse successo in altri paesi, tali rapporti avrebbero portato gli U.S.A. a prescrivere sanzioni, non aiuti. Sempre più chiaramente, in Colombia la priorità della Drug War sta oscurando tutte le altre.

L'esperienza della Colombia è consistita in una battaglia sanguinosa e in una pace difficile, nella diversificazione delle fasi del traffico di cocaina e nell'immissione di nuove droghe nel mercato. Invece dell'eliminazione della produzione e del traffico illegali di droga, gli interventi di eradicamento delle colture, la repressione e lo smembramento dei cartelli sono stati negli ultimi due decenni soltanto la ripetizione di frustranti insuccessi nella lotta alla droga. La situazione in Colombia è ritornata virtualmente al punto di partenza, sono cambiati soltanto nomi e facce. Frattanto, nel perseguire i propri obiettivi si sta chiudendo un occhio sulla questione disastrosa dei diritti umani. Questo è quanto ci attende anche in futuro se continuerà ad essere perseguita la Strategia Andina.

Perù: La guerra alla droga si confonde con la guerra civile.

"In Perù stiamo solo agli inizi ... noi e i peruviani non siamo in grado di combattere nell'Alta Valle dell'Huallaga solo mediante mezzi legali, a meno che l'esercito peruviano sia lì a combattere Sendero Luminoso" (testimonianza del deputato Vicesegretario di Stato per il Sud America Michael Skol davanti alla Task Force sul Controllo internazionale dei narcotici, House Committee per gli Affari Esteri, marzo 1990).

Per quanto il perseguimento degli obbiettivi da guerra fredda nel Terzo Mondo abbia reso ciechi i politici statunitensi sui lati negativi di numerosi regimi, la guerra alla droga sta diventando un imperativo politico che porta ad accordi di convenienza con gli ignobili eserciti dell'America Latina. L'attuale politica degli U.S.A. in Perù è un caso di questi.

Il Perù, dove viene prodotta la metà delle foglie di coca del mondo, è indubbiamente l'area più complessa in cui si sta combattendo la guerra contro la produzione di droga. L'economia del paese è passata da una profonda recessione alle recenti misure economiche dovute alla terapia d'urto promossa dal neoeletto presidente Alberto Fujimori. Il governo sta soffrendo una grave crisi di autorità nelle regioni del territorio nazionale sotto il controllo dei due gruppi di insorti, Sendero Luminoso e il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru. La corruzione dilaga sia nell'esercito che nella polizia peruviani, i principali servizi coinvolti nell'azione antidroga. Nell'ottobre 1991 un rapporto del GOA osserva come il controllo del governo civile su questi servizi si stia indebolendo, a differenza di quanto affermato da alcuni rappresentanti degli Stati Uniti.

Poiché in Perù un serio controllo della droga non può avvenire se non attraverso la sconfitta dei movimenti della guerriglia nelle loro roccaforti nelle regioni di coltivazione della coca, gli interventi antidroga degli Stati Uniti fanno notevole affidamento su interventi di controguerriglia. Questo fatto sta facendo sì che gli aiuti americani vengano utilizzati per le campagne militari peruviane contro i ribelli, oltreché per le operazioni di polizia volte a colpire la produzione e il transito di droga. Questa cooperazione militare implica il rischio di un crescente coinvolgimento degli U.S.A., oltre quanto il Congresso e il popolo americano abbiano concordato si debba arrivare per la lotta alla droga.

In nome della guerra antidroga, gli Stati Uniti stanno di fatto partecipando alla sanguinosa guerra civile che infiamma il Perù da 12 anni. Il ruolo attuale degli U.S.A. comporta aiuti economici, assistenza tecnica, addestramento delle truppe da parte di unità speciali degli Stati Uniti, sostegno al servizio informazioni e forniture militari. Piuttosto recentemente è iniziato l'aiuto diretto all'esercito peruviano .

La battaglia, comunque, è appena agli inizi, come dichiara sopra il Vicesegretario di Stato per il Sud America. Il rapporto del 1991 dell'International Narcotics Control Strategy del Dipartimento di Stato elenca molti degli obiettivi a breve termine per la cooperazione tra U.S.A. e Perù che necessariamente coinvolgerebbero nel conflitto Sendero Luminoso e Tupac Amaru: "distruzione delle infrastrutture e dei laboratori clandestini, divieto di atterraggio ai trafficanti, blocco, attraverso il controllo di fiumi e strade, dell'approvvigionamento di prodotti chimici essenziali [...] e instaurazione della repressione nelle aree attualmente sotto il controllo dei narco-guerriglieri". Gli Stati Uniti non hanno ancora stabilito limitazioni al loro crescente coinvolgimento in Perù, sebbene la guerra minacci di accentuarsi nel prossimo futuro.

L'eliminazione della minaccia della guerriglia non contribuirà necessariamente a porre fine al traffico di droga in Perù. Lo zar peruviano della droga, l'economista Hernando de Soto, alla fine di gennaio si è dimesso in segno di protesta contro la corruzione dell'esercito e della polizia nazionali. De Soto ha accusato elementi di entrambi di aver tratto essi stessi profitto dal commercio della droga, un'accusa giunta anche da altre parti. Egli inoltre ha dichiarato che l'assassinio di un capo dei contadini che sosteneva alcuni dei progetti alternativi di sviluppo di De Soto è stato compiuto con" armi di stato". Qualora ciò fosse vero, questa asserzione mostra che la dipendenza economica del Perù dal commercio di droga potrebbe continuare anche dopo una campagna antiguerriglia coronata da successo. Cambierebbe solamente l'identità dei personaggi che traggono profitto dalla protezione del traffico.

Il governo peruviano, sebbene ansioso di ricevere aiuti per combattere i gruppi di guerriglieri, ha ostacolato alcuni degli aspetti della strategia antidroga. I piani U.S.A. hanno dovuto essere ritardati in considerazione del fatto che il Perù non ritiene che le priorità americane della guerra antidroga riflettano le necessità urgenti del Perù. Nel 1990, quando gli aiuti militari furono rifiutati dal presidente Alan Garcia, è stato offerto soltanto aiuto per la repressione legale. Dopo l'elezione di Fujimori, nel 1990, è stata altresì rifiutata dal Perù una proposta di aiuti all'esercito nazionale per l'ammontare di 36 milioni di dollari.

Dopo alcuni mesi, il presidente del Perù ha proposto un suo piano antidroga incentrato maggiormente sulle necessità economiche. Questo progetto dovrebbe essere ora realizzato. Sul totale di 84 milioni di dollari del pacchetto degli aiuti bilaterali approvati dal Congresso, 24 milioni costituiscono aiuti di tipo militare e repressivo. Dei 60 milioni definiti come assistenza allo sviluppo, 50 sono destinati per ripagare i debiti internazionali del Perù.

L'altra pressante e determinante questione del Perù è quella dei diritti umani. Le campagne governative peruviane antiguerriglia sono fondate sulla strategia della brutalità contro brutalità. Secondo il gruppo per i diritti umani America's Watch, l'esercito peruviano ha preso parte a "esecuzioni, scomparse e torture con una frequenza che rivela come queste pratiche criminali siano parte integrante della politica antiguerriglia". Secondo un resoconto del G.A.O., nel febbraio 1991 la fonte del Dipartimento di Stato riferisce che "i militari sono stati responsabili di diffuse ed evidenti violazioni dei diritti umani e che queste hanno subito un aumento dal 1989 al 1990 ", quando la Strategia Andina era in corso di realizzazione. Nel 1991 un ufficiale U.S.A. ha riferito al G.A.O. di aver visto un poliziotto tagliare le orecchie dal cadavere di un presunto guerrigliero. La spiegazione fornita dal Dipartimento di Stato è stata che "la polizia talvolta taglia le orecchie alle vittime come segno dell'avvenuta uccisi

one".

I rappresentanti degli Stati Uniti hanno cercato di sorvolare sul problema dei diritti umani, che, nell'ultima sessione del Congresso, ha rischiato quasi di far eliminare i previsti aiuti militari al Perù. Per esempio il Dipartimento di Stato ed altri servizi governativi hanno insistentemente ripetuto che la situazione dei diritti umani stava migliorando, nonostante le tattiche terroristiche da parte dell'esercito peruviano continuino senza sosta. Affermano che, qualunque sia la situazione, gli aiuti potrebbero ridurre gli abusi nel campo dei diritti umani. I gruppi che difendono i diritti umani e i membri del Congresso si dicono invece preoccupati che il denaro possa essere considerato come un premio per la cooperazione con gli U.S.A. e come un segnale che i diritti umani non giocano un ruolo determinante nelle scelte politiche americane.

L'Amministrazione Bush continua a stimare i progressi antidroga in termini di modesti sequestri di droga e di livelli di cooperazione col Perù. Gli U.S.A. si sono fermamente attestati dalla parte della brutalità dell'esercito peruviano nonostante le violazioni dei diritti umani e i problemi di corruzione. Più gli Stati Uniti offrono aiuti, maggiormente incombono altri rischi da entrambe le parti per il futuro.

Il rapporto tra i movimenti di guerriglia e il traffico di droga è più complesso di quanto vogliano far credere i funzionari statunitensi. Nonostante il Bureau of International Narcotics Matters del Dipartimento di Stato ed altri si riferiscano ai combattenti di Sendero Luminoso definendoli comunemente "narcoguerriglieri", i ribelli non sono di per sé trafficanti nel vero senso della parola. Le loro entrate derivano solo indirettamente dal traffico, sotto forma di protezione economica e attraverso l'imposizione di tasse sulle vendite nelle regioni sotto il loro controllo. Ma i maoisti fanatici di Sendero Luminoso disprezzano l'uso o il traffico di droga. "Narcoguerriglieri" rappresenta quindi un'etichetta fuorviante che nasconde il fatto che ciò che lega la guerriglia al traffico di droga è esclusivamente una questione di convenienza temporanea.

Bolivia: La povertà è il fattore essenziale del traffico di droga e della cooperazione nella guerra alla droga.

La Bolivia, la nazione più povera del Sud America, è stata oggetto di alcuni dei più massicci interventi antidroga degli U.S.A., prima e dopo la realizzazione della Strategia Andina. Sono state perseguite sia strategie militari che economiche. Ogni iniziativa è stata plaudita come un successo, ma la realtà è resa evidente dai fatti: la Bolivia è tuttora il secondo maggior produttore di foglie di coca e recentemente è diventata seconda anche nella classifica dei produttori di cocaina raffinata.

A causa dello stato rovinoso dell'economia, i contadini boliviani si sono visti costretti a convertire i loro terreni alla coltivazione di coca. Economicamente, la Bolivia toccò il punto più basso nel 1980, in parte a causa del crollo della principale attività industriale del paese, la produzione dello stagno. I disoccupati raddoppiarono, il Pil si ridusse a un quinto e i redditi dei lavoratori superstiti diminuirono del 30% ed oltre. La coltivazione della coca divenne la nuova principale attività economica, e attualmete rappresenta un terzo della produzione agricola della Bolivia, metà del suo Pil e metà del suo bilancio estero. Un quinto della popolazione attiva della Bolivia trae sussistenza dalla coca. Purtroppo, la politica antidroga degli U.S.A. non fa i conti in modo realistico con questi problemi fondamentali dell'economia boliviana.

Invece, la strategia degli U.S.A. sfrutta il fatto che il governo boliviano è continuamente alla ricerca di tutto l'aiuto - economico ed altro - che riesce ad ottenere. Il "certification standard" viene usato dagli strateghi antidroga statunitensi per costringere il governo ad accettare una vasta gamma di iniziative; in parte usando la minaccia del taglio degli aiuti, gli Stati Uniti hanno costretto il riluttante governo boliviano a far uso dell'esercito contro i suoi cittadini. La resistenza a questi tentativi è forte a causa del coinvolgimento delle sue truppe nella lotta alla droga sfociato in un sanguinoso golpe militare nel luglio 1980.

Negli Stati Uniti, a causa di numerosi rapporti che concordano nel ritenere notevole il coinvolgimento dei militari nel traffico di droga, si sono diffuse serie preoccupazioni riguardo gli aiuti ai militari boliviani. Il processo - già normalmente difficile - di seguire il percorso degli aiuti militari e assicurarsi che il suo utilizzo rientri nelle iniziative approvate dagli Stati Uniti, viene qui complicato dallo spettro della corruzione.

Sebbene la maggior parte degli esperti boliviani abbia indicato che colture alternative e programmi di sviluppo costituiscono la sola speranza per ridurre la produzione della coca, le iniziative statunitensi premono ancora nella direzione della repressione e dell'eradicamento della coltura. Nel maggio del 1990, la Bolivia ha accolto le pressioni U.S.A. per la realizzazione dei programmi della Strategia Andina ed ha ancora una volta concordato l'utilizzo del loro esercito nella guerra alla droga. In cambio, gli Stati Uniti distribuiscono 33,7 milioni di dollari in aiuti finanziari per gli interventi antidroga.

Se da una parte è ancora troppo presto per giudicare appieno il risultato degli interventi antidroga degli Stati Uniti, dall'altra non sembrano però esserci nemmeno piccoli segnali di successo. Al contrario, ci sono invece quelli del fallimento. Gli obiettivi molto ambiziosi di eradicamenti decisi dagli Stati Uniti non sono stati raggiunti. Il 5 dicembre 1991 per esempio, si è dovuta posticipare la scadenza dell'eradicamento di 2225 ettari di coca richiesto in cambio di un finanziamento di 22 milioni di dollari. Questo è il dilemma degli U.S.A. in Bolivia: ci si chiede se punire il paese per non aver rispettato gli impegni presi porterebbe il governo ad allinearsi con gli obiettivi U.S.A. o se ciò porterebbe a eliminare ogni speranza di futura cooperazione.

I precedenti interventi antidroga hanno provocato la crescita di una notevole opposizione all'influenza statunitense e alle operazioni antidroga. Questo inconsueto fenomeno di ampio appoggio esplicito alla produzione della coca è caratteristico della Bolivia, vista la grande influenza che ha nel paese il commercio clandestino di droga. Il principale arbitro della politica boliviana è, ad esempio, costituito da una federazione di coltivatori di coca. Le operazioni antidroga degli U.S.A. hanno originato proteste popolari con scioperi, blocchi stradali e manifestazioni di massa. I funzionari boliviani temono, a ragion veduta, le rivolte e le violenze politiche che potrebbero seguire ad un grave crollo del commercio della coca.

La Bolivia è stato teatro di un solo attacco in forze dell'esercito americano al commercio di droga, l'operazione Blast Furnace del 1986. Nell'operazione sono stati impiegati direttamente soldati e mezzi militari statunitensi per distruggere laboratori e per far cessare il commercio di droga, effettuando una vera e propria occupazione su piccola scala. Ma l'operazione Blast Furnace si è dovuta interrompere per l'intensa opposizione sia locale che nazionale. Ben presto l'industria della coca si è ricostruita con rinnovata attenzione per rendere le colture e le operazioni di elaborazione meno accessibili a future incursioni. L'esperienza dell'operazione Blast Furnace ha intensificato la resistenza dei boliviani ed ha probabilmente precluso tali opzioni per il futuro.

Un altro progetto degli U.S.A. è consistito nel tentativo di colpire il business della coca pagando ai contadini 2000 dollari per ogni ettaro di terra non coltivato a coca. Nonostante gli ovvi problemi connessi a tale strategia - quali la necessità di verifiche, la corruzione e l'espandersi della coltivazione della coca in altre regioni - sono stati osservati alcuni limitati successi. L'eradicamento volontario da parte dei contadini ha temporaneamente ridotto l'entità della produzione di coca in Bolivia durante il 1989 e il 1990. Ma spesso i pagamenti ai contadini arrivavano in ritardo, e non c'è stato un sufficiente sviluppo di colture alternative nel periodo in cui hanno avuto luogo la maggior parte degli eradicamenti volontari. Le coltivazioni di coca in nuovi territori hanno notevolmente ridotto le speranze di proseguimento del programma di aiuti a pagamento, che ora sono in fase di stallo.

Probabilmente il rischio più grande che presentano gli interventi di riduzione della produzione condotti dagli U.S.A. è l'indebolimento del governo civile. Dall'indipendenza dalla Spagna nel 1825, la Bolivia è stata quasi sempre governata da regimi militari. Solo recentemente hanno iniziato funzionare istituzioni democratiche. La Strategia Andina mina la credibilità del governo civile facendo apparire il suo presidente maggiormente disposto ad accogliere i desideri degli Stati Uniti piuttosto che la volontà del suo popolo. La componente militare della Strategia Andina rafforza i settori antidemocratici dell'esercito, i quali sono con scarsa probabilità disposti ad mettersi seriamente contro i trafficanti di droga nel loro paese.

La Strategia Andina non sta facendo nulla per favorire la crescita della nascente democrazia in Bolivia o per sostenere la sua debole economia. L'opzione antidroga prescelta dagli U.S.A. - l'intervento militare e repressivo - presta scarsa attenzione al ruolo della coca per la sopravvivenza delle masse dei campesinos boliviani. L'industria della coca continuerà a prosperare nonostante qualsiasi attacco frontale finché sussisteranno le condizioni che sono alla base della produzione della coca.

Panama: L'invasione ha prodotto solo una tregua temporanea

Anche se Panama, di per sé, non fa parte della Strategia Andina, questo paese ha rappresentato una delle principali priorità negli interventi antidroga dell'Amministrazione Bush. Nell'invasione di Panama avvenuta nel dicembre 1989, si è dimostrata sia la determinazione dell'Amministrazione Bush a perseguire soluzioni militari alle problematiche correlate alla droga sia la precarietà dei successi nella guerra alla droga.

Quando, poco dopo la dichiarazione del presidente Bush di guerra alla droga, i 24.000 uomini dell'esercito americano hanno invaso Panama l'obiettivo essenziale era la cattura del Generale Manuel Antonio Noriega accusato di essere implicato nel traffico di droga. Ma, da appena dopo l'invasione, le attività connesse alla droga - riciclaggio di denaro e trasporto illecito di droga - sono drammaticamente aumentate: secondo quanto riportato da alcune fonti sono cresciute da cinque a sette volte. Sembra dunque che la cattura del Generale Noriega abbia semplicemente decentrato le attività connesse alla droga.

L'instabilità del successo dell'operatione "Just Cause", riflette le esperienze relative alla maggior parte delle operazioni antidroga condotte dagli U.S.A.. Il traffico di droga è talmente endemico nella regione che anche la presenza di una superpotenza è incapace di domarlo. In parte consapevole di ciò, una recente analisi del Pentagono pone tra sette futuri possibili scenari di guerra l'eventuale presa di Panama da parte dei trafficanti di droga. Il fatto che questa possibilità permanga nonostante l'invasione del 1989 fornisce la prova schiacciante che gli interventi militari possono al massimo offrire soluzioni a breve termine.

SEZIONE 3

La Strategia Andina: Una "nuova" politica ripete vecchi errori

La Strategia Andina escogitata dall'Amministrazione Bush non è un progetto nuovo. Si tratta invece di ripetizioni di interventi di controllo dell'offerta, già sperimentati in passato. Un po' più di spazio viene offerto alle soluzioni davvero efficaci, ma la strategia si impernia inequivocabilmente sulle operazioni militari. Purtroppo, come avviene nella politica sulla droga di troppe regioni, la Strategia Andina non mostra di tener conto delle passate esperienze di controllo della droga che queste nazioni hanno avuto.

Prima che questa strategia sia ulteriormente portata avanti, deve essere avviata un'analisi realistica delle esperienze U.S.A. nella lotta alla droga sul fronte estero. Infatti il Congresso potrebbe ad esempio effettuare facilmente una sospensione dei finanziamenti alla Strategia Andina nell'attesa di serie verifiche e dibattiti in merito ai progetti dell'Amministrazione.

Quella che segue è una breve ricognizione sulla frustrante vicenda storica degli interventi di controllo dell'offerta della droga nel corso degli ultimi due decenni.

L'esperienza dell'eroina

Tutte le esperienze riguardo all'eroina, dal 1960 in poi, hanno dimostrato che il controllo della produzione è destinato a fallire. Abbiamo visto il vanificarsi dei successi a breve termine e l'espandersi dell'industria dell'eroina. Paradossalmente, i "successi" acquisiti dai molti paesi che hanno cooperato nella lotta al traffico di eroina, rappresentano una chiara indicazione a tentare strategie radicalmente diverse per il futuro.

Alla fine degli anni '60, le fonti principali per l'eroina erano la Turchia e la Francia. La Turchia era il centro della coltivazione e la Francia il centro di produzione e distribuzione dell'offerta mondiale. Dal 1972, la politica degli Stati Uniti si focalizzò su questi due paesi riuscendo a chiudere queste due fonti attraverso una combinazione di repressione e diplomazia.

Tuttavia la produzione di eroina non è cessata. Il successo riportato in Turchia portò all'esplosione della produzione di eroina nel mondo. La quota di mercato messicana è balzata dal 38% del 1972 al 77% nel 1974. Con i trafficanti più vicini ai confini statunitensi, le vie del contrabbando sono state facilitate e le importazioni di eroina sono continuate.

I politici non hanno imparato nulla dall'esperienza della Turchia e hanno di nuovo utilizzato la strategia di prendere come obbiettivo le fonti. Dal 1976 gli Stati Uniti hanno iniziato a spargere erbicidi sulle colture di oppio messicane. Questi interventi hanno in parte raggiunto i loro limitati obiettivi, ma lo smantellamento della produzione messicana ha semplicemente determinato per il mercato dell'eroina l'espandersi nella regione del "Triangolo d'Oro", nell'Asia Sud-Orientale. Attualmente, la coltura dell'oppio in quella regione è praticamente intoccabile, e si è gradualmente spostata nelle mani di organizzazioni e in paesi su cui gli Stati Uniti non hanno alcuna influenza, in particolar modo in Myanmar (ex Birmania), Iran ed Afghanistan. L'International Narcotics Control Strategy del Dipartimento di Stato in un rapporto del 1991, osserva che la coltivazione dell'oppio in Myanmar potrebbe soddisfare da sola l'intera domanda mondiale di eroina.

Un altro effetto della limitatezza dei successi nella soppressione del traffico di eroina è stato per gli Stati Uniti quello di veder aumentare la produzione di sostituti notevolmente più potenti dell'eroina. Questi "frutti" dell'eradicamento delle colture nel mondo sono stati prodotti nei laboratori negli stessi Stati Uniti.

Le campagne di eradicamento del passato non hanno intaccato i livelli correnti dell'uso di eroina o la sua disponibilità sul mercato. Al contrario, gli esperti, basandosi sui dati degli ultimi anni, indicano la minaccia di una nuova ondata nel consumo di eroina. Secondo lo stesso Dipartimento di Stato, la produzione di eroina è in crescita in tutto il mondo. Molte fonti riferiscono il coinvolgimento dei cartelli colombiani della cocaina nel mercato dell'eroina. Il Messico è di nuovo uno dei maggiori produttori di oppio.

La politica degli ultimi due decenni di colpire le fonti ha indotto una maggiore dispersione del mercato, nessuna diminuzione nell'uso di eroina e spese di miliardi di dollari che peggiorano ancor più i problemi della droga. La migliore indicazione che questa esperienza potrebbe fornire è l'invito a rivedere la strategia della politica internazionale sulla droga. Alcuni tentativi sono senza dubbio stati sprecati, mentre altri non sono stati sufficientemente perseguiti.

L'esperienza della marijuana

L'esperienza degli U.S.A. riguardo la produzione di marijuana è stata molto simile a quella fatta con l'eroina. Il primo importante programma di repressione della marijuana è stato l'Operation Intercept. Questo programma, perseguito dall'Amministrazione Nixon nel settembre 1969, tentò di fermare la marijuana che entrava attraverso il confine con il Messico. Le relazioni commerciali tra i due paesi subirono un arresto quando l'Amministrazione Nixon militarizzò massicciamente il confine, arrivando a perquisire un automezzo su tre che tentavano di attraversarlo.

L'effetto a breve scadenza fu una riduzione dell'offerta di marijuana. Come risultato, gli assuntori di marijuana si spostarono su qualunque altra droga fosse stata disponibile. Alcuni tra gli esperti ipotizzarono che fu allora che molti giovani passarono all'eroina. In quel periodo ci fu anche un ragguardevole aumento delle prescrizioni di farmaci.

In breve tempo, i contrabbandieri si adeguarono al programma di repressione e trovarono nuove vie di ingresso. Non usarono più in modo massiccio le autostrade, ma presero a utilizzare mezzi aerei e navali per contrabbandare il loro prodotto. Ben presto ci fu una saturazione del mercato. Così l'Operation Intercept sfociò in nuove forme di abuso di droga e nuovi modi di procurarsi la marijuana negli Stati Uniti.

I guerrieri della droga decisero di riprovare. Nella metà degli anni '70 sparsero erbicidi sulla marijuana che cresceva in Messico. L'effetto era prevedibile. Il business della marijuana si allargò a un altro paese, la Colombia, e nel contempo si sviluppò un nuovo mercato della marijuana negli stessi U.S.A., dove si cominciò a produrre marijuana di buon livello.

Ancora una volta i tentativi di eradicare la droga all'origine hanno reso il controllo della droga nei fatti più difficile, disperdendo, piuttosto che eliminando l'offerta.

L'ultimo e più grave effetto della crescita del traffico di marijuana in Colombia è stato il parallelo drammatico aumento del traffico di cocaina che lì aveva già sede. Mano a mano che ai trafficanti di marijuana divennero più familiari le vie del contrabbando e le loro operazioni furono coronate da successo, capirono di poter realizzare profitti ancora più alti contrabbandando la più lucrosa e meno voluminosa cocaina. Una volta in grado di estendere la produzione di droga, i trafficanti colombiani iniziarono a richiedere ai loro importatori americani di marijuana di acquistare anche cocaina. Così si contribuì a creare la base per ulteriori vendite. Ben presto gli alti profitti del traffico della cocaina diventarono lo scopo quasi esclusivo delle organizzazioni colombiane.

Mentre oggi lo State Department's Bureau of International Narcotics Matter loda il governo colombiano e gli interventi statunitensi per aver domato il traffico locale di marijuana, è chiaro che in Colombia la produzione si è semplicemente specializzata avendo i signori della droga spostato i loro interessi verso un prodotto maggiormente redditizio.

Nel frattempo, negli anni 80, il commercio di marijuana messicana si andava estendendo. Il paese è attualmente il più grande fornitore di questa droga per il mercato americano. Dato che i tentativi di eradicamento di marijuana hanno avuto inizio in Messico e oggi questo è arrivato al vertice della lista dei paesi produttori, non potrebbe essere più chiaro che, fino a quando esiste la domanda, successi antidroga non ci saranno.

SEZIONE 4

Conclusioni e proposte

Il successo della Strategia Andina non contribuirebbe alla soluzione del problema della droga negli Stati Uniti

Anche se si riuscisse a superare tutti i fattori di complessità della regione andina, anche se si fosse raggiunta una sostanziale riduzione dell'offerta e potessimo godere del successo della nostra strategia di controllo in quell'area, la storia insegna che questo non risolverebbe né potrebbe ridurre il problema della droga negli Stati Uniti. Le fonti di produzione si sposterebbero, crescerebbero le organizzazioni di nuovi trafficanti, mentre, nel contempo, il business della droga diventerebbe sempre più forte e difficile da colpire. L'Amministrazione Bush mostra di non cogliere questo fondamentale fatto.

Anche se, in teoria, si riuscissero ad eliminare tutti i produttori non americani di droghe illegali, per soddisfare la domanda si potrebbero produrre nuove droghe in laboratori all'interno degli stessi Stati Uniti. Lo si può dedurre dalla esperienza fatta con la marijuana: le precedenti campagne di eradicamento delle colture all'estero hanno originato una rigogliosa industria nazionale. Senza dubbio, nessuna soluzione, neanche parziale, all'abuso di droga deve essere fondata su campagne militari all'estero.

Lo status di superpotenza è inutile nel caso di battaglie economiche

Il raggiungimento da parte degli U.S.A. dello status di "unica potenza egemone nel mondo" - come ha dichiarato il Presidente Bush nel suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione - e la recente vittoria del Desert Storm può determinare una pericolosa fiducia nella capacità degli Stati Uniti di risolvere militarmente i problemi quando gli altri tentativi falliscono il raggiungimento degli scopi desiderati. Se c'è una lezione che il collasso del sistema sovietico dovrebbe offrire agli attuali generali della guerra alla droga, è questa: anche le risorse e il know-how militare di una superpotenza non possono vincere le leggi dell'economia.

La politica internazionale sulla droga del nostro paese sta utilizzando le armi sbagliate in una guerra attinente produzione, domanda e costi.

La "riduzione del danno" dovrebbe essere il presupposto della politica nazionale e internazionale sulla droga

Fintanto che le droghe sono considerate illegali e ne sussiste il traffico, la più ragionevole aspettativa che si può avere consiste nel ridurre del danno causato dall'esistenza di grandi imprese illegali. I principi della "riduzione del danno" dovrebbero rappresentare il fulcro dei tentativi di controllo dell'abuso di droga sia all'interno che all'estero.

Innanzitutto deve essere abbandonata la strada della militarizzazione.

La Drug Policy Foundation ha contestato, sul fronte nazionale, la militarizzazione, avviando un procedimento legale contro il governo degli U.S.A. per aver impiegato soldati di leva nelle campagne di eradicamento della marijuana in California, nel quale abbiamo ottenuto alcuni primi successi. Crediamo che tali interventi minaccino di cancellare la linea di confine tra ruolo civile e militare.

L'invio di aiuti militari statunitensi e la partecipazione dei consiglieri americani alle operazioni antidroga all'estero sono entrambe causa di seria preoccupazione, dato che avvengono a spese degli interventi finalizzati sui problemi economici nelle nazioni produttrici precedentemente sottolineati. Per ridurre l'impatto negativo del traffico di droga, devono essere colpiti i fattori che determinano le sue dimensioni. Si devono concentrare gli sforzi sulla riduzione della domanda all'interno degli Stati Uniti attraverso programmi di educazione e riabilitazione, e, nel frattempo, bisognerebbe inviare ai paesi produttori risorse mirate a programmi di promozione dello sviluppo che rendano possibile la partecipazione dei contadini ad una economia legale anziché alla produzione di droga.

Proposte per una ragionevole politica internazionale sulla droga

Si possono intraprendere diversi cammini per sviluppare una adeguata strategia di controllo della droga. I passi da attuare nel fronte interno sono stati elencati e descritti nel nostro National Drug Reform Strategy del febbraio 1992. Nell'attuazione di questa strategia la Drug Policy Foundation raccomanda i seguenti punti:

- demilitarizzare la Drug War nei paesi esteri, cominciando dall'ordine di rientro in patria di tutto il personale del Dipartimento della Difesa e di tutti gli altri agenti paramilitari statunitensi impegnati nella Drug War. La presenza in loco di questi ultimi costituisce una spesa eccessiva, producendo un impatto di scarsa rilevanza e minacciando inoltre di intrappolare gli U.S.A. in conflitti locali, in particolare in Perù. La militarizzazione ostacola gli interventi economici rendendoli secondari. Molti dei programmi di coltivazioni alternative ed altri interventi di sviluppo non vengono adeguatamente sostenuti, mentre fin dall'inizio della Strategia Andina si è avuta ogni anno una espansione dei progetti militari . Questo è l'inaccettabile risultato di tali errati ordini di priorità.

- non trascurare, nell'ambito degli interventi antidroga, la questione diritti umani. Finché gli aiuti americani giocheranno un ruolo nella lotta contro la droga in America Latina, i diritti umani dovranno essere seriamente presi in considerazione nelle decisioni relative allo stanziamento di fondi. L'Amministrazione Bush ha largamente ignorato le implicazioni dei suoi stessi rapporti sulle violazioni dei diritti umani compiute da parte dei militari Peruviani e Colombiani. La pratica di fornire aiuti nonostante gli episodi di violazione dei diritti può essere vista soltanto come un incoraggiamento ai governi locali e rappresenta una vergogna per gli Stati Uniti.

- ribaltare la priorità degli stanziamenti antidroga per le regioni dell'America Latina. Attualmente gli stanziamenti per la politica antidroga sono impiegati principalmente a favore della repressione, anche militare, anziché essere utilizzati per lo sviluppo economico. Oltre a questi finanziamenti specifici ci sono anche aiuti militari dal bilancio della difesa e da altri servizi. La speranza di una effettiva riduzione del traffico di droga dovrebbe portare a nuove priorità, in particolare a interventi alternativi e ad uno sviluppo responsabile nei paesi produttori.

- eliminare le pressioni statunitensi tendenti a coinvolgere i paesi dell'America Latina a sostegno della Drug War. In particolare, abolire il cosiddetto "certification standard" antidroga - necessario per la concessione di aiuti economici - che richiede, per essere rilasciato, il benestare a tutte le iniziative di guerra alla droga intraprese dagli U.S.A..

Lo standard è stato usato soltanto contro i paesi con i quali gli U.S.A. non hanno rapporti. Tuttora viene regolarmente usato per ricattare i paesi andini mediante la minaccia del taglio degli aiuti, come se questi non fossero essenziali anche per gli obiettivi antidroga. E' tempo di porre fine a questi metodi offensivi ed estendere senz'altro i programmi di promozione dello sviluppo.

I paesi andini non dovrebbero essere costretti ad impiegare i propri eserciti sul loro territorio. Tutti questi paesi sono stati governati, per un certo periodo di tempo, da regimi militari, quindi dovrebbe essere rispettata la loro riluttanza ad usare i loro soldati per missioni repressive.

L'impiego di erbicidi nelle campagne di eradicamento delle coltivazioni dovrebbe cessare immediatamente. Gli erbicidi non soltanto determinano ovviamente rischi ambientali, ma il loro uso è storicamente fallito ed ha accentuato una opposizione diffusa nei confronti delle operazioni antidroga.

- aprire un ampio dibattito sulla politica antidroga attuata dagli U.S.A. in Perù. Infatti, mentre in tutta la regione andina sono gravi i rischi a cui conduce l'intervento militare degli Stati Uniti, in Perù la Drug War ha già condotto gli U.S.A. ad infilarsi in una guerra civile che dura da 12 anni. L'intricata situazione locale minaccia di aggravarsi ulteriormente. Alla popolazione americana dovrebbe essere consentito esprimere il suo parere prima che l'impegno degli Stati Uniti diventi irreversibile.

- concentrare gli interventi sulla riduzione della domanda interna anziché cercare di controllare la produzione di droga fuori dagli U.S.A.. Il primo passo di un serio impegno per la riduzione della domanda è invertire le attuali priorità del bilancio sulla droga, che privilegiano attualmente, con un rapporto 70/30, la repressione rispetto alla prevenzione e al recupero.

Altre osservazioni sulla guerra alla droga all'interno degli U.S.A. si trovano nel National Drug Reform Strategy della Drug Policy Foundation del 1992.

- prendere in considerazione un ampio spettro di alternative alla attuale strategia della guerra alla droga. Negli ultimi anni gli strateghi della Drug War negli U.S.A. non hanno elaborato che una serie di trite idee che, in genere, ignorano le passate esperienze statunitensi. Si ha troppa fiducia nella crescita di finanziamenti e nell'aumento della militarizzazione e si pone troppa poca attenzione agli sprechi e ai vari rischi connessi.

E' tempo di prendere in esaminare nuove alternative al continuo espandersi della guerra della droga. Un primo passo utile potrebbe essere concentrare gli sforzi contro la droga verso misure di sanità pubblica; a questo potrebbero far seguito diversi gradi di depenalizzazione o di legalizzazione. In ogni caso, l'obiettivo della riduzione del danno dovrebbe sostituire il concetto irrealistico della eliminazione totale delle droghe.

Riguardo la politica internazionale sulla droga, dovremmo prendere maggiormente in considerazione le proposte degli paesi. Per esempio, la piattaforma del 1990 proposta in Perù dal partito Cambio 90 (il cui candidato, Alberto Fujimori, è ora presidente), sosteneva che il mercato legale dei prodotti di base della coca avrebbe potuto ridurre le dimensioni del commercio illecito di droga nonché offrire lavoro ai contadini. I prodotti legalizzabili includerebbero quelli farmaceutici - l'idroclorito di cocaina, che viene già usato in medicina negli Stati Uniti - così come il tè di coca, che attualmente viene venduto in alcune zone dell'America Latina e che era legale negli U.S.A. nei primi anni del secolo.

Conclusioni finali

La National Drug Reform Strategy si chiude con proposte che sono adatte anche per una politica internazionale:

- la guerra alla droga è una guerra non convenzionale essendo combattuta contro un nemico che non è convenzionale: noi stessi. E' giunto il momento per tutti gli americani di maturare una maggiore consapevolezza: non possiamo aiutare i nostri vicini combattendoli. Lo Zar della Droga Bob Martinez, il Presidente Bush e il Congresso hanno l'opportunità storica di mettere a frutto l'esperienza degli ultimi due decenni di intensa ma fallimentare guerra della droga. Si potrebbero allora avere i necessari cambiamenti nella politica sulla droga per costruire un'America più sicura e più sana. Oppure l'Amministrazione non farà altro che persistere nel ripetere gli errori del passato.

 
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