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Conferenza droga
Radio Radicale Roberto - 13 maggio 1992
"7" incontra Luigi Manconi

LA DROGA NELLE FARMACIE, I DROGATI NELLA SOCIETA'

Distribuzione controllata di eroina e siringhe sterili. Iniziative per sottrarre i tossicodipendenti alla clandestinità e alla marginalità. Allentamento del regime repressivo instaurato dalla legge Vassalli-Jervolino. Il sociologo che ha recentemente pubblicato un libro sull'antiproibizionismo riaccende l'aspro dibattito.

di Carlo Formenti - "7" del Corriere della Sera, 25 aprile 1992

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Non sarà solo la frammentazione del dato elettorale a rendere problematici gli equilibri politici nel nuovo Parlamento: contribuiranno anche quei partiti trasversali che sono nati su obiettivi specifici, e minacciano di operare in autonomia dalle tradizionali discipline di partito. I media hanno dato grande rilievo al patto per le riforme istituzionali promosso da Mario Segni. Ma esiste almeno un altro partito trasversale pronto a condurre una energica battaglia senza vincoli ideologici: gli antiproibizionisti. Uno schieramento che sembra destinato a superare ampiamente i limiti del movimento antiproibizionista "Doc" guidato da Marco Taradash. Esso infatti godeva già di larghe adesioni nell'area della sinistra (Verdi, Pds, Rifondazione comunista), ma recentemente ha fatto breccia anche in altre direzioni, in particolare fra le file della Lega, del Pli e del Pri (nel corso della recente campagna elettorale La Malfa ha rivolto dure critiche alla legge Vassalli-Jervolino. A sinistra e a destra cresce il dubbio

che il regime proibizionista che la Dc e il Psi hanno instaurato nel nostro Paese rischi di aggravare, invece di risolvere, i gravi problemi sociali legati al consumo di droghe. Per capire meglio i termini dello scontro politico che si prepara attorno all'ipotesi di riformare la legge 162/90, "7" ha intervistato il sociologo Luigi Manconi che ha curato il volume "Legalizzare la droga. Una ragionevole proposta di sperimentazione" (pubblicato nell'autunno scorso dall'editore Feltrinelli).

A quasi due anni dall'entrata in vigore della legge 162/90, più nota come legge Vassalli-Jervolino, cresce la polemica sui suoi effetti deterrenti nei confronti del consumo di droga. I dati sui morti per eroina nel primo trimestre del '92 sembrano segnare un punto a suo favore: la mortalità è scesa del 17% rispetto allo stesso periodo del '91. Ma il movimento antiproibizionista ritiene che si tratti di un "bluff", perché?

"Questa rissa su cifre comunque crudeli e mortificante per tutti. Ma non è lecito manipolare i numeri. Non è affatto serio comparare il dato del '92 con quello del '91: nel primo trimestre dell'anno scorso, infatti, c'è stato un incremento record del 33% dei decessi, ed è del tutto evidente l'impossibilita di dedurre una tendenza generale dai dati del primo trimestre del '92, che riducono la mortalità per eroina alla "normalità" di cifre comunque spaventose (232 morti), e di incrementi annui che rimangono costanti. Ma i difensori della legge sono abituati a giostrare disinvoltamente con i numeri. Per esempio danno grande rilievo ad alcuni dati che dimostrerebbero l'"invecchiamento" della popolazione tossicodipendente e l'innalzamento dell'età dei morti per droga, e ne trascurano altri: i controlli sull'uso di stupefacenti fra i giovani di leva indicano un aumento dei consumatori di oltre il 20%. D'altra parte l'invecchiamento dei tossicomani riguarda assai più il Nord che il Sud, una frattura che rispecchia

la differente qualità dei servizi di assistenza. Un altro esempio: si ammette che la quota dei tossicodipendenti sul totale della popolazione carceraria ha ormai raggiunto il 36%, ma, sulla base del fatto che fra di essi gli arresti per reati comuni superano quelli effettuati in applicazione alla 162, si respinge ogni accusa sugli effetti "criminogeni" della legge. Proprio questi dati confermano invece la nostra tesi: aumenta il numero dei tossicodipendenti che finiscono in carcere e, nella maggior parte dei casi, ciò avviene in relazione a piccoli reati commessi per acquisire la droga in regime di illegalità e, dunque, a prezzi elevatissimi. Nel '91 ci sono stati più di 22.000 arresti che non hanno minimamente contribuito a ridimensionare il mercato delle droghe. Anzi".

Gli antiproibizionisti hanno spesso denunciato l'arbitrarietà del criterio in base al quale viene vietato il consumo di eroina e cocaina e legalizzato quello di sostanze come l'alcol e il tabacco, che provocano a loro volta la morte di decine di migliaia di persone. Non le sembra, tuttavia, che sia molto difficile convincere la gente che la pericolosità di quelle che chiamiamo "droghe" sia la stessa di una sigaretta o di un bicchiere di grappa?

Per chiedere la legalizzazione delle droghe, non occorre affatto dimostrare che la loro pericolosità è uguale o minore di altre sostanze che godono di un regime di legalizzazione. Trovo del tutto sensati gli argomenti di chi motiva la diversità di atteggiamento nei confronti di alcol e droghe riferendosi al fatto che nel nostro Paese esiste una cultura alcolica diffusa, con i suoi riti e le sue tradizioni sociali. Ma sono proprio simili argomenti che dovrebbero indurci a tener conto di come anche le droghe abbiano un loro ambiente sociale, una loro tradizione culturale: per alcune aree generazionali e sociali il rapporto con le sostanze stupefacenti può essere considerato analogo alla relazione che aree sociali più vaste hanno con l'alcol. In entrambi i casi siamo di fronte a un consumo radicato in un determinato ambiente culturale, che non può essere sradicato con i soli strumenti della repressione. Per concludere su questo punto: noi pensiamo che la decisione di collocare una certa sostanza in un regime di

proibizionismo o di legalizzazione non può dipendere dalla sua pericolosità, per il semplice motivo che gli indicatori di questa pericolosità non sono definibili in assoluto ma solo comparativamente. Ogni anno, in Italia, più di 20.000 persone muoiono per conseguenze variamente attribuibili all'alcol; è un dato che non diviene meno impressionante per il fatto che si riferisce a un universo di consumatori molto ampio. Anzi, proprio perché esiste una tradizione favorevole all'alcol una sorta di complicità sociale -, il nostro Paese detiene il primato europeo del consumo di questa sostanza negli adolescenti fra gli 11 e i 15 anni".

Eppure neanche per voi sembra irrilevante il problema di distinguere la diversa pericolosità delle singole sostanze: una delle vostre critiche alla 162 non è forse quella di aver mandato in galera soprattutto i consumatori di droghe leggere?

"Questo è vero, ma si tratta di un punto su cui tengo a fare alcune precisazioni. La gente ragiona così: - Questa sostanza non è pericolosa, legalizziamola; quest'altra e un po' pericolosa, legalizziamola meno; quest'ultima è molto pericolosa, non legalizziamola affatto -. E' vero il contrario. Ciò che è più pericoloso esige con più fondamenti scientifici, sanitari, giuridici e sociali un regime di legalizzazione: appunto per limitare i danni per tenerne sotto controllo gli effetti e ridurne la nocività, cosa più facile da ottenere in un regime di legalizzazione. Naturalmente questo ragionamento vale per chi non pensa che la legge attribuisca valore e legittimi ideologicamente e moralmente un comportamento per il solo fatto di non proibirlo. Io penso invece che la legge debba ridurre gli effetti dirompenti di certe azioni: la legge deve intervenire laddove, in sua assenza, determinati atti producono conseguenze sociali laceranti. Questa, per tornare alla sua domanda, è la ragione per cui non ci concentriamo

particolarmente sull'obiettivo della depenalizzazione delle droghe leggere. Non abbiamo dubbi sul fatto che l'hascisc sia meno nocivo del tabacco e dell'alcol, e che sia giusto legalizzarlo, ma non vorremmo che ciò avvenisse in base al principio che ho contestato poco fa: legalizziamo l'hascisc che è innocuo e proibiamo l'eroina che è pericolosa".

Può chiarire ulteriormente le sue idee sulla funzione e il ruolo della legge?

"Darei la seguente definizione: il compito della legge non è combattere il male, ma limitarne le conseguenze sociali e tutelarne le vittime. C'e chi opera per bandire il male, chi crede di poterlo tenere fuori dai confini della società; io penso che il male sia interno alla comunità e che occorra, quindi, riconoscerne la pervasività e controllarne gli effetti. Se questo è vero, la legge deve elaborare norme capaci di limitare gli esiti distruttivi delle contraddizioni sociali; deve contenere e "regolarizzare" sottrarre alla clandestinità e a esiti illegali situazioni e comportamenti che producono sofferenze individuali e collettive, ma che non sono modificabili per legge".

Poco fa lei ha accennato all'esistenza di una "cultura" della droga. Sappiamo che fino alla fine degli anni '70 questa cultura era inserita nel più ampio contesto delle culture giovanili "alternative". E' ancora così? Chi si droga attribuisce alla sua scelta un valore trasgressivo?

"Ritengo che il consumo di droga come comportamento intenzionalmente rivolto a trasgredire le norme dominanti riguardi ormai esigue minoranze, le motivazioni "ideologiche" del consumo di stupefacenti non hanno quasi più peso. Credo che quasi tutti sottovalutino o addirittura ignorino quella che è oggi la motivazione rappresentata dalla ricerca del piacere. Le ragioni della tossicomania sono tante quanti sono i tossicomani, il tentativo di definire il "tossicomane tipo" è azzardato e privo di attendibilità scientifica. Fatta questa premessa, ribadisco che mi pa

re grave la scarsa attenzione che tanto le analisi scientifiche quanto le strategie terapeutiche e sanitarie rivolgono alla motivazione costituita dalla ricerca del piacere. Si parla di disagio sociale, disadattamento, alienazione, assenza di comunicazione, ricerca di senso. Tutto ciò è giusto, ma non basta: io parlerei di ricerca del piacere da parte di individui in situazione di crisi. Inoltre è importante precisare che qui stiamo parlando di tossicomani. L'altra grande rimozione riguarda infatti l'esistenza di quella quota tutt'altro che trascurabile di consumatori che non diventano tossicomani. E' difficile stabilire quanti siano, ma alcuni indizi ci dicono che sono molti. Così come sono molti coloro che smettono di essere tossicomani senza passare dai servizi di assistenza pubblica e dalle comunità terapeutiche. Esistono molte vie di uscita dalla droga: terapie di appoggio, psicoterapie, percorsi individuali. Parlare genericamente di "drogati", senza distinguere questa varietà di situazioni, mi sembra i

nsensato".

Leggendo il libro da lei curato, mi pare che l'accusa più grave che emerge nei confronti della legge Vassalli-Jervolino sia quella secondo cui essa non è nata per risolvere problemi reali, ma per ragioni ideologiche e propagandistiche, per ottenere cioè il consenso dei cittadini terrorizzati dal diffondersi dell'Aids e dalla criminalità legata al traffico di droghe...

"La vera posta in gioco della 162 era la ridefinizione dell'immagine sociale del drogato. La campagna per la punibilità del tossicodipendente ha trasformato radicalmente questa immagine. Se il consumatore è un individuo fragile, bisognoso di cure, non vi è alcuna ragione per punirlo; se invece lo si rappresenta come una minaccia sociale è ovvio che l'opinione pubblica ne chieda la punizione e la segregazione. Intorno a questa alternativa si è giocato uno scontro ideologico per definire la mentalità collettiva, il "senso comune" a proposito di consumatori di droga. Nel corso di questa lotta la Dc ha svolto «n ruolo "pedagogico autoritario", ma la vera battaglia ideologica era condotta dal Psi: è stato il Psi a condurre una guerra senza quartiere contro una presunta ideologia libertaria, a coniare lo slogan "noi siamo contro la libertà di drogarsi". In realtà lo schieramento di quanti si opponevano alla legge non sosteneva affatto la libertà di drogarsi, ma l'iniquità della punizione del drogato. Craxi ha vint

o perché è riuscito ad alza il livello dello scontro ideologico (che è poi ciò che avviene per la maggior parte dei conflitti sociali che si svolgono oggi in Italia)".

Passiamo alle vostre proposte. Quando parlate di legalizzazione della droga cosa intendete: una liberalizzazione totale, come auspicano Milton Friedman e altri economisti angloamericani, un mercato controllato dallo Stato, oppure avanzate ipotesi di sperimentazione più moderate?

"Il livello di elaborazione comune degli antiproibizionisti italiani è, attualmente, quello della proposta di legge presentata nel 1988 da Massimo Teodori e altri, che rappresenta un'opzione estremamente prudente di regolamentazione legale del consumo di droghe. La prudenza non nasce dalla ricerca di consensi moderati, ma dalla convinzione che, in questo campo, le strategie vanno meticolosamente commisurate alla possibilità e capacità di sperimentazione. In concreto: noi proponiamo che tutte le sostanze "psicoattive" (comprese eroina e cocaina ed esclusi alcol, tabacco e canapa indiana) siano disponibili solo in farmacia dietro prescrizione rilasciata da un medico. Proponiamo che il medico possa prescrivere una dose giornaliera (ovviamente rapportata alle esigenze del singolo consumatore: il concetto di dose media giornaliera stabilito dalla 162 è privo di qualsiasi fondamento scientifico) moltiplicata per tre. Chiediamo inoltre che la distribuzione ai tossicomani sia garantita attraverso una tessera che con

senta la possibilità di acquisto per un periodo rinnovabile di 90 giorni. Siamo disposti a discutere controproposte altrettanto concrete: le farmacie possono essere sostituite da altre strutture sanitarie, si possono trovare soluzioni tecniche diverse da quella della tessera, si può discutere sulle dosi prescrivibili. Questo tipo di sperimentazione potrebbe essere condotto in alcune zone per decidere poi, in base ai risultati, se sospenderla o estenderla a tutto il territorio nazionale. Qualche settimana fa il procuratore della Repubblica di Alessandria ha fatto sua la nostra proposta, suggerendo di sperimentare in quella città la distribuzione controllata di eroina. Attuare simili esperienze è tanto più necessario in quanto mancano test validi, non solo in Italia ma in tutto il mondo".

Non mi pare che simili esperienze manchino del tutto: nel libro che lei ha curato, per esempio, vengono citate in più occasioni le "strategie di riduzione del danno" messe in atto in Olanda e in alcune regioni inglesi...

"Le cose più interessanti si sono fatte nella regione di Liverpool, dove ci si è concentrati sull'obiettivo di contenere la diffusione dell'Aids. E i risultati sono stati buoni: a Liverpool la percentuale dei sieropositivi è irrisoria rispetto a tutte le altre città europee. Si tratta di tentativi che vanno nella direzione che io considero attualmente la più realistica: vale a dire quella di introdurre elementi di legalizzazione nell'ambito di regimi proibizionisti".

Infatti né in Inghilterra né in Olanda, i Paesi dove questo tipo di esperienze ha avuto maggiore sviluppo, esiste un regime di regolamentazione legale del consumo di droghe...

"In quei Paesi esistono regimi proibizionisti che hanno permesso di sperimentare forme di allentamento e riduzione del proibizionismo. Il che dimostra come sia possibile trovare delle convergenze con coloro che, pur non condividendo l'obiettivo della legalizzazione, sono convinti della necessità di far uscire i tossicodipendenti dalle condizioni di marginalità e di clandestinità. Si tratta di due concetti strettamente collegati: il tossicomane è clandestino perché vive in condizioni di illegalità, è marginale perché tale condizione lo spinge ad adottare stili di vita, abitudini e comportamenti che lo espongono a forme accelerate di degrado: riduzione delle relazioni sociali, deresponsabilizzazione, autolesionismo ecc. Riteniamo positiva ogni strategia che si muova nella direzione di ridurre le condizioni di clandestinità per le sostanze stupefacenti, per il loro consumo e per chi le assume".

Può fare qualche esempio di queste strategie?

"Possono essere misure sanitarie, come la distribuzione di siringhe e preservativi, o altre attività di assistenza e di informazione atte a migliorare le condizioni di vita del tossicomane, misure giuridiche e sociali che limitino la clandestinizzazione del tossicomane, e lo sottraggano a un'esistenza a rischio negli interstizi della città, e riducano la "necessità" del consumatore di farsi piccolo spacciatore e piccolo criminale".

Non è quello che hanno provato a fare anche a Zurigo? Perché quella esperienza è fallita?

"Sul caso di Zurigo i media hanno costruito una vera e propria montatura ideologica, presentando quella esperienza come la prova del fallimento delle strategie di legalizzazione. A Zurigo non si trattava affatto di questo: legalizzazione significa in primo luogo sottrarre la droga al mercato clandestino, e in quella città il mercato continuava e continua a stare saldamente nelle mani della criminalità. A Zurigo si è solo cercato di offrire ai tossicomani un livello di assistenza di cui normalmente non possono godere. Malgrado i limiti di quel tentativo, che ne hanno causato il fallimento, dobbiamo riconoscere l'opportunità dei suoi fini: garantire ai tossicomani assistenza sanitaria, siringhe, preservativi, e suggerire comportamenti meno rischiosi".

Restando in tema di assistenza sanitaria: il movimento antiproibizionista ha duramente criticato un decreto emanato nel '90 dal ministro della Sanità De Lorenzo, che ha posto vincoli rigidi all'uso del metadone nel trattamento dei tossicodipendenti presso le strutture pubbliche...

"Non hanno bloccato solo il metadone: si rifiutano di dare ai medici la possibilità di sperimentare sostanze come il tangesic [temgesic, n.d.r.], che pure sembrano offrire buoni risultati terapeutici. In tal modo si tenta di accreditare l'idea secondo cui l'unica via di uscita dalla tossicodipendenza e l'internamento in comunità. Ma in questo modo viene negata ogni libertà terapeutica, si instaura un controllo burocratico politico che attenta all'autonomia e alla fiducia su cui dovrebbe fondarsi il rapporto medico paziente. Queste scelte vengono difese dicendo: "Noni dobbiamo sostituire un drogato di eroina con un drogato di metadone", ma questo ha senso solo se si pensa che l'unica alternativa all'astinenza sia la morte per droga. Invece dobbiamo offrire una terza possibilità a chi, per varie ragioni, al presente non può iniziare ad astenersi dalla droga. E' vero che costoro possono trasformarsi da eroinomani a dipendenti di metadone, ma non è la stessa cosa! Da un lato abbiamo un eroinomane che è costretto

a ricorrere al mercato clandestino, che commette reati per procurarsi la droga, che acquista sostanze di cui non conosce la composizione, che scambia la siringa con altri, che vive nella marginalità; dall'altro c'e un dipendente da metadone che non corre il rischio di morire di overdose o di Aids, che non deve rubare o prostituirsi per procurarsi la dose, che è assistito da strutture pubbliche, che può continuare ad avere relazioni sociali e a lavorare, che può cioè sopravvivere decentemente sino a quando le sue condizioni gli consentiranno di avviare un percorso di emancipazione dalla droga. Un altro esempio delle conseguenze di un atteggiamento rigidamente proibizionista ci viene dalla vicenda delle siringhe. Sono almeno tre anni che molti consigli regionali, provinciali e comunali si pronunciano a favore della distribuzione di siringhe sterili, con i voti degli antiproibizionisti dei Verdi, del Pds, ma anche di esponenti locali del Psi, del Pri, della Lega e della Dc (fra questi ultimi va segnalata una r

ecente presa di posizione del figlio di Arnaldo Forlani, consigliere regionale del Lazio). Eppure, a tutt'oggi esistono solo due distributori automatici di siringhe, a Modena e a San Giuliano Milanese. Niente operatori, assistenti sociali, infermieri, solo due macchinette sull'intero territorio nazionale! Questo succede perché esiste un blocco psicologico e ideologico che coincide con il rifiuto di convivere conflittualmente con la droga".

In effetti, la critica che viene fatta più frequentemente agli antiproibizionisti è quella che, con le loro proposte, essi invitano di fatto la società ad arrendersi alla droga...

"Già, questa è l'accusa che mi sento rivolgere soprattutto da parte degli operatori di comunità terapeutiche di ispirazione cattolica. In realtà la prospettiva di "convivere conflittualmente con la droga" è l'esatto contrario di una resa. Essa nasce dalla consapevolezza tragica, o comunque pessimista, dei fattori distruttivi e alienanti connaturati alla moderna organizzazione sociale, ma non si ferma qui: spiega che, proprio per combatterli, dobbiamo imparare a convivere con essi. Per quanto riguarda in particolare la droga, esistono solo due alternative: convivere nella clandestinità, come avviene oggi, o convivere nella legalità, come proponiamo noi. La nostra proposta non è in alcun modo un invito alla smobilitazione. Legalizzazione non significa che lo Stato si fa spacciatore. Significa quanto segue: preferiamo che il tossicomane che non è in grado di smettere possa vivere; preferiamo che acquisti la dose in farmacia piuttosto che all'angolo della strada; preferiamo che sappia ciò che si inietta; preferi

amo che non sia costretto a farsi rapinatore o spacciatore; preferiamo che non diventi un agente di quella criminalità organizzata che dal mercato della droga riceve ricchezza e potere".

Non tutte le critiche che vi vengono fatte, tuttavia, sono di ordine morale: anche chi non è contrario in linea di principio alle vostre proposte vi rimprovera di trascurare il fatto che la strategia antiproibizionista può funzionare solo ottenendo un vasto consenso internazionale. Non le pare invece che il recente vertice di San Antonio fra Stati Uniti e Paesi latino-americani abbia confermato che stiamo andando nella direzione opposta di una guerra senza quartiere contro la droga?

"Non sono del tutto d'accordo. Nel precedente vertice di Cartagena l'opzione proibizionista appariva effettivamente trionfante, tanto che in quella occasione si giunse a elaborare una strategia bellica che prevedeva operazioni militari nelle zone di produzione. Mi sembra invece che a San Antonio si sia per la prima volta cominciato ad ammettere il fallimento di simili strategie, a riconoscere indirettamente l'impossibilità di risolvere solo con le armi della repressione un problema che ha radici sociali ed economiche tali da rendere illusoria ogni speranza di poterlo "estirpare". Ogni strategia, nazionale o internazionale, che si illuda di rimuovere il problema carcerando i tossicodipendenti e bruciando i campi di coca appare inadeguata di fronte a una situazione che richiede ben altre misure. Come già dicevo, l'obiettivo non è distruggere il male ma contrastarne gli effetti. Detto ciò, resta ovvia la necessità di affrontare il problema a livello internazionale. Solo politiche sovranazionali possono verament

e intervenire sull'offerta, evitando che la chiusura di un mercato coincida con l'apertura di nuovi spazi di diffusione. Queste giuste considerazioni non devono tuttavia far apparire le nostre idee come utopistiche, proiettate in un futuro indefinito. Le cose non stanno affatto così, e lo dimostrano i risultati della prima "Conferenza delle grandi città europee al centro del traffico di droga", tenuta a Francoforte nel novembre del '90. Alla fine di quell'incontro, le municipalità di Francoforte, Amburgo, Amsterdam e Zurigo sottoscrissero una dichiarazione in cui chiedevano di modificare le attuali politiche nazionali e internazionali di lotta contro la droga; in quella dichiarazione si diceva, fra l'altro, che "il tentativo di eliminare le droghe e il consumo di droghe nella nostra civiltà è fallito. Nonostante tutti gli sforzi fatti, la richiesta di droga non è scomparsa, e tutto indica che dovremo continuare a convivere con la droga e i consumatori di droga anche nel futuro". Recentemente si e svolto un s

econdo incontro nel quale questa struttura di coordinamento si è estesa ad altre città (anche Milano e Bologna hanno inviato osservatori). Tutto ciò dimostra che le nostre idee non sono isolate né impraticabili. Al contrario".

 
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