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Conferenza droga
Porcelli Gaetano - 19 giugno 1992
PWA's VOICE BBS: ARCHIVIO CARCERE

FONTE: CORRIERE MEDICO * 18 Giugno 1992

COME0192.ITA, 19 Giugno 1992, I, Roma

SE L'AIDS E' IN CELLA

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I medici penitenziari, italiani e stranieri, si sono confrontati su

come curare i detenuti affetti dalla malattia ma si sono scontrati

con i vincoli imposti dal legislatore.

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Per la prima volta in Italia, in una assise internazionale, si sono

confrontati i problemi della sanità all'interno degli Istituti di pena

con i problemi scientifici più in generale e si sono analizzate le

difficoltà di gestione delle carceri.

Al recente Congresso internazionale di Medicina penitenziaria, tenutosi

a Pisa, erano presenti, oltre a numerosi medici penitenziari arrivati da

ogni parte d'Italia, anche personalità del mondo scientifico e penitenziario

straniero.

E la problematica inerente questi tre aspetti della questione è stata il nodo

più controverso affrontato dal dibattito congressuale. Il Nobel rita Levi

Montalcini, relatrice più volte calorosamente applaudita al termine del suo

intervento, ha messo l'accento sulla necessità di considerare i detenuti

malati come veri e propri pazienti e dunque attribuire loro gli stessi diritti

sanciti dalla Carta dei diritti dei malati, applicati ai pazienti cosiddetti

"civili". E, ancora, (questo è il passo più applaudito dai medici penitenziari

e il più contestato da Nicolò Amato, direttore generale dell'Amministrazione

penitenziaria) considerare i tossicodipendenti detenuti come malati, contro

di fatto, quanto invece prescrive la Russo Jervolino-Vassalli), che smbra

volere il tossicodipendente trattato come un delinquente a tutti gli effetti.

Rita Levi Montalcini ha dichiarato di voler costituire una "Magna Carta dei

doveri della società" nei confronti dei detenuti malati. E' questa una chiara

iniziativa rivolta a denunciare l'apatia e il disinteresse verso i detenuti

malati da parte degli organi istituzionali preposti alla sanità.

La risposta di Amato è stata inequivocabile: della sanità dei detenuti deve

occuparsene direttamente la medicina penitenziaria su indicazione e controllo

delle strutture preposte del ministero di Grazia e Giustizia e questo, se non

altro, per garantire l'autonomia gestionale degli Istituti penitenziari che è

alla base della loro sicurezza.

I medici penitenziari, attraverso il loro presidente nazionale Francesco

Ceraudo, hanno denunciato la precarietà normativa dei medici dovuta anche al

mancato riconoscimento dell'alta professionalità richiesta e posseduta da chi

opera nei penitenziari e della condizione di estremo rischio sanitario in cui

versa la stragrande maggioranza degli Istituti di pena italiani.

Basti ricordare, ha affermato il professor Ceraudo, alcune cifre che la dicono

lunga più di tante parole sulla situazione degli istituti di pena italiani:

oltre 17 mila detenuti tossicodipendenti, più di 6 mila i sieropositivi da

HIV accertati, 400 i casi di AIDS conclamati diagnosticati. Una situazione

sanitaria esplosiva; difficile da gestire con l'organico a disposizione e con

i mezzi, finanziari e strumentali, esistenti. I medici penitenziari attendono

la soluzione della disputa tra ricercatori e legislatori sulla opportunità,

ampiamente illustrata nel suo intervento, dal professor Mauro Moroni, di

rimettere in libertà il detenuto affetto da AIDS anche allo stadio di ARC in

quanto, per poter stabilire lo stadio di malattia in cui versa il detenuto, è

necessario effettuare uno screening che, stante l'attuale legislazione, non è

obbligatorio e dunque può essere effettuato solo dietro assenso del detenuto.

In ultimo, il presidente dell'Amapi Ceraudo, ha chiesto a Giuseppe Visco, che

oltre ad essere direttore del reparto Malattie infettive dell'Ospedale

Spallanzani di roma è anche membro della commissione nazionale della lotta

contro l'AIDS e relatore al congresso, di far partecipare ai lavori della

commissione una rappresentanza dei medici penitenziari, che potrebbero dare

il loro contributo non tanto sulle condizioni di sviluppo e di evoluzione

della malattia in condizioni "normali", ma sulle modalità di sviluppo ed

evoluzione in condizione di segregazione.

 
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