ROMA, 22 GIU 92 - Sono stati 177 i casi di Aids
contratti in Italia in seguito a trasfusioni di sangue intero
contati dall'Istituto superiore di sanita' (Iss) negli ultimi
dieci anni mentre 164 emofilici (trattati con un derivato del
plasma) risultano contagiati. Mentre in Francia e' cominciato il
processo sulle trasfusioni infette , l'Italia
ha registrato, prima del 1985, solo tra gli emofilici, 757 casi
di infezione da Hiv, pari al 30 % del totale: secondo
Piermannuccio Mannucci, direttore della scuola di ematologia
dell'Universita' di Milano, si tratta della percentuale piu'
bassa in Europa. I dati, relativi alla malattia conclamata fanno
parte dell'ultimo aggiornamento sui casi di Aids in Italia (al
31 marzo) e mostrano un leggero aumento di casi: il 13 febbraio,
lo stesso Iss, in un comunicato, aveva parlato di 171 trasfusi e
di 147 emofilici, tutti prima del 1985, anno di introduzione su
scala sufficientemente vasta del test per la ricerca degli
anticorpi anti Hiv nelle sacche di sangue e della prima
circolare in materia del ministero della sanita'. Secondo
l'Istituto infatti ''i casi di sieropositivita' dovuti a
trasfusioni dal 1985 a oggi non sono piu' di una ventina'' e
dipendono essenzialmente dall'impossibilita' di verificare
l'infezione durante il cosiddetto ''periodo finestra'', cioe'
nel tempo in cui il contagio e' avvenuto ma l'organismo non ha
sviluppato gli anticorpi per riconoscerlo.
L'Italia - precisa ancora l'Iss - ha
adottato procedure in materia di trasfusioni (''conformi alle
norme Cee e internazionali'') tali da ''garantire un livello di
sicurezza accettabile e compatibile con i piu' recenti progressi
scientifici e tecnologici''. Nel nostro paese - precisa infatti
l'Istituto superiore di sanita' - i donatori di sangue sono
preventivamente sottoposti ad accurate analisi e le stesse
donazioni devono obbligatoriamente essere controllate per quel
che riguarda il virus dell'Aids, l'epatite B e C e il livello
delle transaminasi. Anche l'attivita' dei servizi trasfusionali
e' posta, per legge, sotto controllo ''tramite opportuni
programmi di verifica della qualita' nell'esecuzione dei test''.
''Le conoscenze scientifiche oggi disponibili a livello mondiale
- conclude l'Istituto - non consentono, tuttavia, di poter
considerare il rischio di trasmissione pari a zero, anche se nei
paesi occidentali questo rischio e' molto basso, inferiore a un
caso su centomila''. Per Angelo Magrini, presidente
dell'Associazione italiana dei politrasfusi, sarebbero, invece,
oltre 1.200 i politrasfusi che avrebbero contratto il virus e di
questi 300 sarebbero gia' morti.
** ( SIDAnet Information ) **