di Guido Votano
Quarantanove anni, il colonnello Alexander Sergeiev, capo dell'antidroga in quello che una volta era il potente Ministero degli Interni dell'Unione Sovietica, e'disperato: "Sara' un vero disastro, con lo smantellamento dell'Unione Sovietica il nostro lavoro sta diventando impossibile." Con la moltiplicazione delle leggi e dei confini tra le nuove repubbliche della CSI l'attivita' antidroga diviene proibitiva. Nell'ufficio di Sergeiev e' appesa una mappa delle repubbliche piu' a rischio: sono il grande Kazachstan, il piccolo Tagikistan, l'Uzbekistan, il Turkmenistan, la Kirghizia. Quest'ultima repubblica, alla disperata ricerca di denaro, ha annunciato poche settimane fa l'intenzione di legalizzare la produzione dell'oppio. Ma dappertutto in Asia Centrale il "papaver somniferum" e' sempre stato coltivato e la preziosa resina raccolta ed acquistata all'inizio di ogni estate da organizzazioni di trafficanti che producevano in proprio, mescolandola col latte, l'"opiuchka", e la rivendevano sui mercati clandestin
i delle grandi citta', soprattutto Mosca e Leningrado. Nelle citta' dell'ex Urss di droghe ne sono sempre circolate in quantita', e solo dopo il 1975 la burocrazia sovietica ha iniziato a controllarne e perseguirne il commercio con una qualche efficacia. Spesso la compravendita di droghe entrava a far parte di quel grande mercato informale di ogni genere di merci che e' sempre stata l'Unione Sovietica. I dentisti arrotondavano le proprie magre entrate rivendendo efedrina, novocaina, morfina, ed altre sostanze di cui potevano disporre liberamente. Dall'esercito arrivavano sui mercati illegali altre sostanze: l'LSD 3, un agente chimico sviluppato dai laboratori militari, prodotto in quantita' ma mai utilizzato, lasciava i magazzini dell'Armata Rossa per prendere le strade del traffico illegale come potente allucinogeno. Dalle vaste piantagioni dell'Ucraina non arrivava solo il grano, ma anche la canapa indiana, venduta ai circoli giovanili di Mosca a sacchi di 50 chili. Alcuni anni fa dai negozi "Priroda" (Na
tura) sparirono tutte le confezioni di mangime per pappagalli: erano composte per il 50% da cannabis. E ancora i soldati dell'Armata Rossa, negli anni della guerra d'Afghanistan, contribuirono ad inondare il mercato sovietico di hashish di prima qualita' e di "khanka", una eroina molto rustica prodotta artigianalmente e consumata per endovena.
Ma il mercato illegale delle droghe negli ultimi anni si e' fatto sempre piu' vasto e ramificato, e i giovani consumatori e piccoli commercianti che si sottoponevano a lunghi viaggi verso sud per far rifornimento di sostanze proibite sono stati a poco a poco sostituiti da trafficanti professionisti, perlopiu' legati ai circoli della mafia delle repubbliche asiatiche. Nel 1984, per la prima volta, i giornali sovietici pubblicarono una stima sul numero di consumatori di droghe illegali: 2.500. Una cifra ridicola, chiaramente intesa a minimizzare un fenomeno che si voleva nascondere agli occhi del paese e del mondo. Ma gia' negli anni successivi le stime si sono fatte via via piu' realistiche: su un paese di quasi 300 milioni di abitanti i tossicomani sarebbero stati 46.000 nell'87, 131.000 nell'88, 150.000 nell'89. Una stima questa che prende in considerazione tanto i fumatori d'erba quanto i consumatori regolari di derivati dell'oppio. Mentre questi ultimi, secondo uno studio della polizia francese, sarebber
o in tutta l'ex-Urss circa 60.000. Nel solo Uzbekistan, tradizionale zona di produzione d'oppio, i consumatori sarebbero 11.000 (la maggior parte di essi lo fuma con la pipa o lo beve in infusione), mentre uno studio piu' recente del governo ex-sovietico riconosce che un milione e mezzo di persone nel territorio dell'ex Unione abusano di droghe. Di queste solo l'1% sarebbero tossicodipendenti da eroina. Cifre diverse dunque, spesso contraddittorie, che testimoniano pero' di un problema crescente, del quale hanno iniziato ad occuparsi fattivamente anche le autorita' antidroga occidentali. Se infatti fino ad alcuni anni fa l'Unione Sovietica era in qualche modo "sigillata", sia per le restrizioni al movimento delle persone che per quelle al movimento di capitali, oggi non e' piu' cosi'. La lenta integrazione delle repubbliche ex-sovietiche nel sistema economico internazionale sta portando inevitabilmente anche i trafficanti di sostanze illegali a guardare ad est, e viceversa. Alla meta' degli anni 80, secondo
i dati del colonnello Sergeiev, l'ex Unione produceva da 120 a 130 tonnellate l'anno di droghe illegali, e solo il 20% di questa produzione veniva scoperto e sequestrato dalle autorita'. La maggior parte di queste droghe veniva comunque consumato all'interno dei confini dell'Urss. Oggi, con una autorita' centrale sempre piu' debole, con i confini internazionali sempre piu' aperti, con la crisi economica che l'anno scorso ha costretto alla chiusura di 39 uffici antidroga in altrettante citta', e con le nuove repubbliche asiatiche che sicuramente traggono dalla produzione di oppio vantaggi economici, tutti concordano nel sostenere che, assieme alla corruzione, sia la produzione che l'esportazione di droghe illegali aumenteranno. Tra il governo russo e quelli dell'Asia Centrale e' gia' in atto una disputa attorno al monitoraggio via satellite delle coltivazioni di oppio: chi paghera' il servizio? Gli asiatici non hanno soldi (e probabilmente neanche voglia), i russi hanno i soldi ma non coltivano oppio sui pro
pri territori. Le preoccupazioni crescono, anche perche' negli anni 60, quando in Kirghizia coltivare oppio era legale, piu' del 40% della produzione finiva nelle mani di gangs criminali.
E' possibile che l'ex Unione Sovietica diventi un grosso esportatore di droghe illegali o e' piu' probabile che le repubbliche della CSI diventino un mercato di espansione per i trafficanti occidentali? Gli esperti sono divisi a riguardo, ma intanto le autorita' antidroga occidentali da un anno a questa parte spingono decisamente in direzione di una maggiore cooperazione con i propri omologhi della CSI. Anche se, paradossalmente, proprio la cronica inefficienza dei trasporti e delle operazioni di import-export in Russia rende difficile movimentare merci illegali. La corruzione poi e' divenuta per i contrabbbandieri quasi un deterrente. Ogni singolo funzionario ritiene di poter essere corrotto, tanto che un diplomatico occidentale a Mosca ha dichiarato ad un quotidiano Usa: "Qui e' gia' difficile importare ed esportare merci non illegali e non capisco dove sia la convenienza ad esportare droghe: c'e' troppa gente da corrompere". Ciononostante la DEA, l'ente federale antidroga Usa, che ha sempre evitato di apr
ire uffici a Mosca per non aver contatti con il KGB, sembra ci stia seriamente pensando. E intanto ha organizzato nella capitale russa un seminario di due settimane destinato ad agenti antidroga di medio livello di 11 repubbliche ex sovietiche. Molti di loro hanno anche frequentato periodici corsi di aggiornamento negli Stati Uniti. Tra le materie di insegnamento: la sorveglianza aerea, l'uso dei defolianti, l'infiltrazione nelle gangs di trafficanti, l'analisi chimica delle droghe. Il governo russo, da parte sua, ha creato una speciale unita' anticrimine col compito esplicito di combattere la corruzione ed il racket fin nei corridoi del potere. Nei primi mesi di vita l'unita' speciale, composta da 1660 ufficiali, ha investigato sull'attivita' di 3.700 impiegati o dirigenti di imprese governative, di joint ventures e di associazioni. Secondo i dati diffusi 350 degli indagati sono risultati colpevoli, sono state impedite operazioni di contrabbando per 72 milioni di rubli, arrestati 10 contrabbandieri e seques
trate 7 tonnellate di hashish provenienti dall'Afghanistan dirette verso l'Europa occidentale ed il Nord America. Di strada da fare sembra essercene molta, ma intanto un altro aspetto preoccupante, anche se meno appariscente, riguarda le possibilita' di riciclaggio di denaro sporco offerte dalla CSI. Secondo l'Interpol esponenti della mafia e della camorra italiane sarebbero gia' in contatto con elementi criminali est europei e russi. Nelle riunioni internazionali, tra Varsavia e Mosca, si sarebbero delineate le strategie di questa nuova cooperazione criminale est-ovest: gli italiani riciclerebbero all'est grosse somme di denaro sporco proveniente dal traffico di droga, esattamente quella valuta pregiata della quale le loro controparti orientali hanno bisogno per acquistare interi settori dell'economia e consolidare le proprie posizioni all'interno del mondo criminale. Alla fine ci guadagnano tutti: i trafficanti italiani riciclano il proprio denaro, si garantiscono contatti all'est, e i trafficanti russi s
embrano diventare molto piu' ricchi del loro governo. Secondo Georgij Mathjukin, presidente della Bank of Russia, 200 milioni di rubli sarebbero stati esportati illegalmente dalla Russia da parte di gruppi criminali occidentali. Il prefetto Pietro Soggiu, che dopo una carriera nella Guardia di Finanza e' ora a capo dei servizi antidroga italiani, ha dichiarato al quotidiano britannico "The Guardian": "Gli investigatori sovietici erano molto efficienti, ma ora le polizie di questi paesi sono troppo caute nell'andare a fondo nelle indagini. Devono imparare a prendere misure contro chi e' dietro ai traffici, contro l'inquinamento delle loro economie e delle loro societa', prima che sia troppo tardi".
Guido Votano