INTERVENTO DI DEL GATTO SU MEDICI E "DROGA"Drugspeak è il termine con il quale Ann Dally, un medico inglese che prescrive eroina ai tossicodipendenti, indica il linguaggio che distorce ogni pensiero circa le droghe tanto da precluderne la possibilità di un discorrere razionale. Lo fa in analogia con il termine Newspeak, usato da George Orwell, per indicare quella massa di informazioni che il Governo fittizio di Oceania riversa sui cittadini per controllarne il consenso.
L'onda del Drugspeak deve aver investito il Ministro della Sanità, che, puntualmente d'estate, si mette a navigare sul surf della retorica delle politiche dei controlli. Apprezzati i controlli, che rappresentano un dovere per il Ministro, non si possono apprezzare le bordate alle quali si lascia andare. In una conferenza stampa, riportata da più giornali, il Ministro avrebbe detto che "Ci sono falsi medici... sono sì iscritti all'albo, ma io non li considero tali. Se avessi i loro nomi, ancora riservati per motivi giudiziari, li renderei noti, perchè devono essere esposti al pubblico ludibrio". Nulla da eccepire quando afferma che "i colpevoli devono essere puniti", un'ovvia tautologia, ma tutto da obiettare sull'atteggiamento informe che assume rispetto a quei medici che, per il solo fatto di prescrivere l'uno o l'altro dei medicinali (come chiamarli ?: "farmaci sostitutivi", "droghe" o, anche, medicinale-stupefacente come il Pleigine) sono tout court degli "spacciatori in camice bianco".
Il Ministro della Sanità ha tutto il diritto di sposare le ragioni proibizioniste, ma non può non sentire la responsabilità di avallare una facile persecuzione di comportamenti marginali, ben lontani da chi rivendica la responsabilità professionale e l'autonomia terapeutica rispetto ai tossicodipendenti; e tanto meno può lasciarsi andare ad invocare un' ulteriore regressione dell'ordinamento legislativo, invitando la Federazione degli Ordini dei Medici a prendere provvedimenti o quant'altro comunque confermi la legge anche nelle sue parti più oscurantiste e in quelle scientificamente errate, come è il caso della dose media giornaliera. Così almeno fino alla scadenza dei tre anni dalla promulgazione, quando la legge dovrebbe essere rivista.
Negli anni passati, più volte ho cercato di coinvolgere sia la Federazione che il Ministero attorno alle tematiche relative all'abuso di droghe o di farmaci, attorno agli aspetti deontologici ed etici oltre che giuridici della responsabilità professionale e le tossicodipendenze; a partire dal Codice Deontologico: "di esercitare la medicina in libertà ed indipendenza di giudizio e di comportamento... di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che NON RISULTANO IN CONTRASTO CON GLI SCOPI DELLA MIA PROFESSIONE", a tutte le dichiarazioni (di Tokyo, di Venezia ecc...) sul rispetto dei diritti umani nel sempre più difficile rapporto tra medico e paziente. Diritti difficili come quelli appunto di usare sostanze psicoattive o quello dell'eutanasia, o dell'embrione ecc. tutti diritti che vanno affrontati, discussi e non solo esorcizzati soprattutto da chi si pone in una prospett
iva laica e di tolleranza.
La semplice nozione di atto terapeutico è tutt'altro che pacifica se solo si pensa che la categoria degli "atti terapeutici" non è né sotto il profilo giuridico né sotto il profilo medico un "numerus clausus"; tanto è vero che si parla di comunità terapeutiche per indicare al meglio un processo di socializzazione.
Molteplici, quindi, sono gli aspetti etici o anche bioetici, per non citare quelli giuridici e scientifici, che coinvolgono la questione droga, per cui sarebbe auspicabile una maggiore ponderatezza politica.
Se si fa fatica a capire l'atteggiamento di semplice ragionevolezza rispetto alle tossicodipendenze, quanti ostacoli si incontreranno nell'affrintare la questione geopolitica del narcotraffico?
Dr. Luigi Del Gatto, MD
della Lega Internazionale Antiproibizionista
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