Qui di seguito la lettera di Laura Conti, la risposta del vicedirettore del "Manifesto", Pierluigi Sullo, e un intervento di Vanna Barenghi, vicesegretaria del Coordinamento Radicale Antiproibizionista.Tutti questi testi sono stati pubblicati dal "Manifesto" il 26 agosto.
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VUOTO ANTIPROIBIZIONISMO
Cari compagni, voglio dirvi onestamente che l'atteggiamento del vostro giornale sui problemi della droga e dell'antiproibizionismo (o del proibizionismo) è molto elusivo. Né l'iterazione, sempre più "gridata", gli toglie elusività.
Il vostro argomento è questo: la mafia ricava maggiori profitti dai traffici illegali, ergo il proibizionismo, rendendo illegale il commercio di eroina, rafforza il potere della mafia. Più in là di questo orizzonte angusto non andate.
Non vi viene in mente, per esempio, che se la mafia punta sul commercio illegale ha molte possibilità di scelta: se si legalizza il commercio di eroina, può commerciare in crack; oppure in Lsd; inoltre, c'è una fetta del mercato dell'eroina che rimarrà in ogni caso illegale: ed è quella costituita dai minorenni.
La vostra propaganda si muove nel vuoto, autisticamente. Infatti non avete mai replicato a chi osserva che la mafia è una struttura antica mentre l'eroina è un'invenzione recente; e nemmeno a chi rammenta che, dopo l'abolizione del proibizionismo in Usa, il potere della malavita organizzata mafiosamente a Chicago non diminuì affatto.
"Antiproibizionismo" è una parola, alla quale si possono dare significati diversi; e ognuno di questi apre problemi molto specifici. Ma non avete fatto nulla per uscire da un vacuo varbalismo. Questo comportamento non ha alcuna coerenza con l'immagine di rigore culturale che siete riusciti a dare al "manifesto" con il vostro lavoro impegnato. Vi auguro di ritrovare voi stessi, e vi mando affettuosi saluti.
Laura Conti, Milano
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Risponde PIERLUIGI SULLO
Dispiace che Laura Conti usi toni tanto duri e anche un po' sprezzanti. D'altra parte, se una compagna del suo valore ricava un'impressione tento negativa, vuol dire che qualcosa abbiamo sbagliato, nella nostra "propaganda". Oppure, e nello stesso tempo, che il tema è di quelli che investono certezze fondamentali, vere o false che siano, e che nel caso della "droga" sono assurte al rango di tabù.
Non so con quale assiduità Laura Conti legga il Manifesto, ma tocca ricordare che nei circa quindici anni in cui ci siamo occupati della questione (la prima campagna per la legalizzazione dell'eroina, promossa da noi con Arci, Fgci e, guarda un po', Giovani socialisti, risale al 1978) il tema dominante è stato la condizione dei tossicodipendenti e in generale dei consumatori di sostanze proibite. Un problema sociale, dunque.
Solo più di recente si è imposto, con la prepotenza della reganiana "war on drugs", il problema del grande mercato di eroina, cocaina, ecc. I cui enormi profitti, se è vero quel che Antonino Calderone ha raccontato a Pino Arlacchi, hanno radicalmente mutato un'organizzazione antica come la mafia. Facendone un'altra cosa. Non è per esempio azzardato dire - e Giovanni Falcone lo disse nel suo ultimo intervento pubblico - che sono proprio quei profitti giganteschi, con la conseguente penetrazione nei mercati finanziario, immobiliare, agricolo, ecc. a rendere Cosa nostra pressoché invincibile.
Certo, le organizzazioni criminali sono in grado di aprire nuove attività, di commerciare altre droghe. Ma non è esatto dire che la Mafia americana negli anni trenta non abbia ricevuto un danno con la fine del proibizionismo (e la salute dei bevitori un vantaggio). E. d'altronde, se l'alcol ridivenne legale all'inizio degli anni trenta, la marijuana diventò inspiegabilmente illegale, negli Usa, qualche anno dopo. Così il proibizionismo si morde la coda.
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DROGHE, DISCUTIAMONE PER CAMBIARE
di Vanna Barenghi
Finalmente - ed era tempo - il dibattito sulle droghe si è avviato su binari corretti. Si discute da varie parti di antiproibizionismo e di legalizzazione come unici strumenti per tagliare il terreno sul quale si sono creati imperi criminali-economico-politici.
"Discutiamone", dice Claudio Martelli. "Parliamone", dice Andreotti. Molti altri si dichiarano antiproibizionisti (circa 120 parlamentari lo hanno già fatto). Possibilista è La Malfa, più che possibilisti gli agenti di custodia, i poliziotti del Siulp e i tanti magistrati che ogni giorno si trovano a fare i conti con i disastri della "repressione". E finalmente anche i giornali più restii a occuparsi del problema hanno deciso di informare i loro lettori. Così l'opinione pubblica va cambiando, a tal punto che Giuseppe Di Gennaro, nuovo super procuratore, interpellato qualche sera fa dal Tg3 sull'opportunità di rendere legali le droghe, ha risposto: "Sono ancora assolutamente contrario. E ho il coraggio di dirlo". Effettivamente, caro Di Gennaro, è prova di coraggio dichiararsi "proibizionisti" di fronte a quello che vediamo.
E, mentre la "war on drugs" va riprendendo, buona parte del mondo sta estendendo le coltivazioni di papavero da oppio e di foglie di coca. Se negli anni Settanta gli ettari coltivati a coca erano 18mila, ora sono 300mila. Quanto al papavero bianco da oppio, i paesi asiatici l'hanno moltiplicata (la Birmania l'ha quadruplicata), l'Afghanistan sta "riconvertendo" immensi campi di grano in immensi campi di papavero perché ha bisogno di tanti soldi per comprare tante armi. Anche in America latina si "riconverte": i narcos si sono accorti che il papavero cresce molto bene nei paesi andini e - per la prima volta in quelle zone - decine di migliaia di ettari verranno coltivati a oppio. E diversi stati centro e latino americani, finora rimasti fuori dal circuito del "grande affare", vi stanno entrando, come la Repubblica Dominicana e la Giamaica. Il volume di affari della droga a livello mondiale e di 300 miliardi di dollari l'anno, secondo solo a quello delle armi e superiore al "giro" del petrolio. Il dipartimento
di stato Usa dice che dal 1987 la produzione annuale di oppio è passata dalle 2.242 tonnellate l'anno alle 3.520. Tutto questo significa che mai si riuscirà a stroncare un affare così grandioso con la repressione e la proibizione del consumo. Perché la proibizione è proprio il problema-droga, quello che distrugge i tossicodipendenti e crea tutto ciò che la loro disperata vita comporta. E' quel che minaccia ormai da vicino le nostre democrazie, basta leggere i rapporti dei diversi servizi segreti che non ne fanno mistero: l'Europa è in vendita e i narcos latino-americani, italiani e asiatici se la stanno comprando.
Allora, "discutiamone". Ma, a questo punto, i nostri governanti debbono prendersi le loro responsabilità. Ecco il risultato di decenni di proibizionismo: corruzione, complicità, migliaia di morti per overdose o per Aids, le morti di Falcone, di Borsellino e di tanti latri. E' possibile che ai nostri governanti non si chiedano mai i conti? Io chiedo loro di riparare, almeno in parte: abbiano il coraggio e la forza di prendere iniziative che possono davvero produrre risultati. Decidano, governo e parlamento, di rendere legali le sostanze stupefacenti, cancellando con ciò la mafia della droga. Sarebbe meglio farlo con altri stati, ma non c'è più tempo e se l'Italia facesse un gesto in tal senso, altri seguirebbero. Una parte dell'Europa si sta da tempo muovendo in questa direzione perché non sa più come tamponare il "flagello" del traffico delle droghe.
Per chi vuole davvero "discutere e parlare", un'occasione importante c'è: quell'Europa che si sta muovendo terrà al comune di Bologna - dal 18 al 20 novembre - la terza conferenza delle città europee sul "problema droga" organizzato dalle municipalità di Francoforte, Zurigo, Amburgo e Amsterdam oltre naturalmente a Bologna e al Cora, il Coordinamento radicale antiproibizionista. Questa iniziativa propone di estendere la "risoluzione di Francoforte", un manifesto che le città europee coinvolte nel traffico di droghe sono chiamate a firmare e che parte dal presupposto che il "proibizionismo è fallito, la droga è un problema sociale con il quale bisogna imparare a convivere, cercando nuove strade che possano ridurne i danni". E' questo il punto importante della risoluzione: ridurre i danni attraverso politiche sociali e sanitarie, non penali o repressive.
Se i nostri governanti vogliono davvero vedere e capire, non hanno che da partecipare a questo incontro (al quale saranno invitati). L'occasione c'è. L'Europa sarà lì. Quell'Europa che vuole "parlare e discutere".