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Conferenza droga
De Andreis Marco - 10 settembre 1992
La droga in America Latina
In America Latina, quanto a droghe, viene coltivato di tutto: cannabis, papavero e coca. Ma è l'industria della coca a rimanere di gran lunga la più importante, per il numero di persone che occupa e per i profitti che genera.

Secondo il Dipartimento di Stato statunitense, sono ben 21 i paesi latino-americani coinvolti a vario titolo - produzione, raffinazione, transito delle sostanze e dei precursori chimici, riciclaggio del denaro sporco - nel narcotraffico. I paesi chiave, tuttavia, sono solo tre: Bolivia, Perù e Colombia, grandi produttori di foglia di coca i primi due, principale centro di raffinazione e commercializzazione il terzo.

Secondo le statistiche ufficiali del governo della Bolivia, nel 1988 erano piantati a coca 61.000 ettari, pari al 4,3% delle terre coltivate del paese. Tra il 1980 e il 1988, la produzione agricola boliviana è cresciuta del 24,6%, contro il 253% della produzione di foglia di coca. I boliviani legati direttamente all'industria della coca sarebbero circa mezzo milione, cioè il 20% circa della forza lavoro di questo paese di 7 milioni di abitanti. Le stime sul valore annuo risultante da questa attività variano da un minimo di 600 milioni di dollari a un massimo di 2 miliardi - pari a tre quarti delle esportazioni legali quelle più prudenti, alla metà del PNL quelle meno.

Che l'economia della coca abbia salvato la Bolivia dalla bancarotta sembra piuttosto assodato: il ritorno dei civili al governo nel 1982, con il presidente Siles Suazo, era praticamente coinciso con l'esplosione della crisi del debito; tra il 1980 e il 1984, il reddito procapite s'era contratto del 30%; tra il 1984 e il 1986, il valore dell'export s'era ridotto di un quarto, riflettendo rispettivamente il crollo e la caduta nel prezzo di due delle maggiori esportazioni legali, stagno e gas naturale.

A partire dal 1985 i governi dei presidenti Paz Estenssoro prima, e Paz Zamora poi si sono attenuti alle prescrizioni del piano di stabilizzazione concordato col Fondo Monetario: ne sono risultate una crescita modesta del PNL e la riduzione dell'inflazione dal 24.000% del 1985 al 18% del 1990. Anche il debito estero è sceso: del 12% tra il 1987 e il 1990. Per far ciò c'è stato bisogno non solo della riduzione della spesa e dei sussidi pubblici, ma anche dell'assorbimento nel sistema bancario nazionale dei profitti generati dal narcotraffico. Dal 1985 in poi è stata promulgata un'amnestia sul reato di evasione fiscale sui capitali esportati e sono state proibite le inchieste sulla provenienza della ricchezza introdotta nel paese. Stante questa situazione, non meraviglia che gli sforzi per sradicare le piantagioni di coca siano per lo più cosmetici, così come quelli per reprimere il traffico: nel 1990, solo l'1% della pasta di coca prodotta in Bolivia è stata intercettata.

Recentemente, il governo boliviano sta tentando di persuadere l'opinione pubblica internazionale che alcuni impieghi della coca andrebbero legalizzati: nel maggio di quest'anno, Paz Zamora è intervenuto all'assemblea dell'OMS, chiedendo a questa agenzia di investigare i possibili usi medici e nutritivi della sostanza. L'idea principale è quella di produrre e commercializzare una tisana alla coca, già largamente consumata in Perù: secondo il governo ciò farebbe crescere le entrate dei contadini produttori rispetto ai ricavi ora ottenuti dai trafficanti di cocaina.

La situazione economica peruviana è precipitata più tardi di quella boliviana ma, se possibile, più velocemente e con effetti ancor più drammatici. Tra il 1988 e il 1991, il prodotto del paese s'è contratto di circa il 30%. Un mese dopo la propria elezione, nell'agosto del 1990, il presidente Alberto Fujimori ha varato un programma di stabilizzazione, concordato col Fondo Monetario, il cui impatto sui prezzi, i salari e l'occupazione è stato durissimo e immediato.

Ciò è almeno servito al Perù per far scendere il tasso annuo d'inflazione al 140% (dal 7.000% dell'anno precedente), per avere di nuovo accesso al credito internazionale e per ristrutturare il proprio debito estero. Senonché la sospensione del Parlamento e delle garanzie costituzionali, decretata da Fujimori l'8 aprile del 1992 coll'appoggio dell'esercito, ha avuto l'effetto di congelare parte dei nuovi crediti. Inoltre, in meno di un mese dall'autogolpe del presidente, 200 milioni di dollari erano già stati portati all'estero, secondo stime di fonte governativa.

Come se non bastasse questo disastro economico, il paese deve anche fare i conti con una guerra civile, quella tra il governo e i guerriglieri di Sendero Luminoso. Il conflitto ha causato in dodici anni più di 20.000 morti e 200.000 rifugiati interni. Già prima del colpo di mano di Fujimori, il 40% del territorio nazionale era in stato d'assedio.

L'industria della coca peruviana ha profondi effetti sia sulla situazione politica che su quella economica. La forza politico-militare di Sendero Luminoso si basa sulla sua intermediazione violenta tra i contadini produttori e i trafficanti colombiani acquirenti della pasta di coca, e sulla sua difesa dei contadini stessi dai tentativi di repressione e sradicazione delle colture fatti, sporadicamente e con poca convinzione, dalle autorità. Sicché i guerriglieri ne traggono una base politica e una fonte di reddito - quest'ultima tramite la raccolta di una sorta di imposta di protezione.

Le stime sul valore annuo della produzione di coca variano da un minimo di 1 miliardo di dollari a un massimo di 2 miliardi e ottocento milioni. La più conservatrice equivale a due terzi del valore di tutte le altre esportazioni peruviane combinate. Circa il 15% della forza lavoro dipenderebbe da questa attività. Come quella della Bolivia, la banca centrale peruviana fa il possibile per assorbire i dollari generati dal narcotraffico, attraverso proprie agenzie nella valle dell'alto fiume Huallaga - la zona dove si concentra gran parte dell'industria della coca - e persino inviando propri dipendenti a comprare sul mercato nero valutario di Lima. Il risultato prevedibile è che gran parte del servizio del debito estero viene pagato con le entrate del traffico di droga.

Rispetto alla situazione della Bolivia e a quella del Perù, la Colombia si può definire un paese fortunato, soprattutto dal punto di vista economico. Caso unico in tutta l'America Latina, questo paese ha visto il proprio prodotto crescere costantemente per tutti gli anni ottanta e ha rispettato le scadenze di pagamento del proprio debito estero con perfetta puntualità. Anche se l'economia della droga ha avuto il suo peso in questo successo, non vanno dimenticate le numerose altre risorse del paese: petrolio, carbone, pietre preziose, caffè e altri prodotti dell'agricoltura per l'esportazione, come i fiori.

La situazione politica, tuttavia, è assai meno positiva. A dispetto del fatto che il paese possa formalmente vantare una delle più lunghe democrazie della regione, il regime vigente può essere meglio definito come un'oligarchia bipartitica che convive con livelli di violenza sconosciuti quasi ovunque.

I trafficanti di droga del cosiddetto cartello di Medellin sono stati responsabili, nel corso degli anni ottanta, dell'assassinio di centinaia di militari e poliziotti, di decine di giudici e giornalisti, di un ministro della giustizia e di un candidato presidenziale - senza contare gli innumerevoli rapimenti con i medesimi mandanti. La droga, tuttavia, non è la sola responsabile della violenza in Colombia. Esistono, tra la destra, i cosiddetti squadroni della morte e, tra la sinistra, movimenti di guerriglia con 12-15.000 combattenti (nel 1988).

Dopo l'elezione di César Gaviria Trujillo a presidente, nell'estate del 1990, il governo colombiano sembra aver imboccato con decisione la strada del negoziato - aperta, verso i guerriglieri, dal suo predecessore Virgilio Barco Vargas. Uno dei gruppi di opposizione armata, l'M-19, s'è pacificamente inserito nella vita politica del paese. Quanto ai narcotrafficanti, il ripudio del trattato di estradizione con gli Stati Uniti ha portato alla resa dei maggiori esponenti del cartello di Medellin - una resa più simbolica che sostanziale visto che, dalla prigione, essi hanno continuato a dirigere il traffico di droga.

Morbida o dura che sia la linea adottata dal governo, la pratica impossibilità di interrompere i flussi di esportazione di droga dalla Colombia sembra ormai dimostrata: malgrado i sequestri di cocaina proveniente dall'America del Sud siano stimati da Washington nel 30% circa dell'intera produzione, ciò non ha avuto alcun impatto sul prezzo e sul consumo negli Stati Uniti. La spiegazione è tutta da ricercarsi nella forza economica dei trafficanti: le stime sul valore delle esportazioni di cocaina e marjiuana - dunque senza contare l'eroina, aggiuntasi recentemente - variano da 1,5 a 15 miliardi di dollari l'anno. Come termine di paragone, le esportazioni legali valevano, nel 1989, 5,7 miliardi di dollari, il PNL 39,4.

Con una tale massa di denaro esentasse a propria disposizione, i narcotrafficanti sono chiaramente in grado di corrompere chiunque. Inoltre, così come accade in Bolivia e Perù, la banca centrale facilita in ogni modo il rientro dei capitali generati dal traffico di droga. Non è escluso che i narcodollari abbiano una parte importante anche nel boom della borsa colombiana, il cui indice in dollari è aumentato di sei volte tra il 1987 e il 1992.

Esistono delle tesi secondo le quali i benefici economici derivanti dal commercio di droga sarebbero aleatori. E' vero, ad esempio, che in Colombia gli introiti del traffico di droga si concentrano nelle mani di pochi capi-cartello. Costoro alimentano il consumo vistoso, la speculazione sugli immobili e, vista la quantità di denaro in gioco, l'inflazione - quest'ultima, tuttavia, non ha mai superato il 30% annuo nell'ultimo decennio, un tasso modesto per la media della regione. Vanno poi considerati i costi per la Colombia della lotta al traffico di droga, stimati in 2 miliardi di dollari l'anno. Nonché i costi politici della destabilizzazione e della violenza legate a questa attività.

Alla luce d'un calcolo costi-benefici, tuttavia, le scelte del governo di trattare con i trafficanti e di facilitare in ogni modo il rimpatrio dei capitali rimangono pienamente comprensibili. La trattativa, infatti, permette alla Colombia di minimizzare sia i costi economici che quelli politici della lotta ai narcotrafficanti. Il rimpatrio della valuta pregiata acquisita col commercio di droga, pur scontando le distorsioni appena ricordate, facilita la stabilità del cambio e il servizio del debito.

 
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