Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
lun 27 apr. 2026
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Conferenza droga
De Andreis Marco - 23 ottobre 1992
3.1 La Birmania

La storia politica contemporanea della Birmania, una ex colonia britannica, può essere divisa grosso modo in due periodi: un primo periodo, durato circa dieci anni a partire dall'indipendenza nel 1948, di democrazia parlamentare e socialismo democratico del governo U Nu; un secondo periodo, dal 1962 al 1988, di "via birmana al socialismo" del governo del generale Ne Win. Questo secondo periodo può essere meglio definito come una dittatura militare ispirata in politica interna ai modelli cinese e sovietico, ma rigorosamente neutrale in politica estera. La nazionalizzazione dell'economia, la chiusura agli scambi con l'estero e la repressione del dissenso imposti dal regime di Ne Win si sono progressivamente tradotti in una sostanziale stagnazione dell'economia e della società birmane, culminata nell'ottenimento dello status ufficiale di paese meno sviluppato (least developed country) da parte delle Nazioni Unite nel 1987.

D'altra parte, le regioni ai confini orientali e nord-occidentali del paese sono sempre rimaste al di fuori del controllo dell'amministrazione centrale. Si tratta di territori effettivamente governati o da minoranze etniche (gli Shan, i Kachin e i Karen sono le tre principali), o dalle formazioni armate del Partito Comunista Burmese, o da "signori della guerra" eredi delle unità militari nazionaliste cinesi cacciate oltre confine nel 1949, oppure infine da alleanze transitorie tra vari di questi gruppi (20).

Questo doppio regime amministrativo ha finito per tradursi in un doppio regime economico. Da una parte l'economia ufficiale pianificata dalla capitale, Rangoon, basata su imprese pubbliche inefficienti, protette con l'isolamento del paese dalla concorrrenza internazionale. (Il non allineamento del regime di Ne Win con i suoi ispiratori ideologici cinesi e sovietici fruttava al paese negli anni ottanta una media annuale di circa 400 milioni di dollari di assistenza estera, sotto gli auspici della Banca Mondiale.)

Dall'altra, un'economia non-ufficiale, basata sul contrabbando (importazione di beni di consumo dalla Cina e dalla Thailandia, esportazione di gemme, legname, oppio ed eroina), e amministrata dalle minoranze etniche, dai vari gruppi ribelli e dai "signori della guerra". Ad esempio, i Karen, una minoranza largamente estranea al traffico di droga ma sul cui territorio passa buona parte del contrabbando con la Thailandia, sostenevano di ricavare alla metà degli anni ottanta circa 65 milioni di dollari l'anno da una tassa del 5% sul valore delle merci in transito - un valore, dunque, di circa 1.250 milioni di dollari, pari al 20% del PNL birmano dell'epoca (21).

Agli inizi del 1988, tuttavia, il regime birmano appariva in piena bancarotta economica e politica. Sul piano economico, "le riserve in valuta estera ammontavano a meri 12 milioni di dollari; un debito estero di 5 miliardi di dollari equivaleva a quasi il 70% del PNL" (22). Sul piano politico, a partire da marzo una serie di manifestazioni di protesta a Rangoon veniva repressa brutalmente dal regime, causando migliaia di morti. Dopo le dimissioni di Ne Win in luglio e il tentativo, durato 17 giorni, di affidare il governo a un civile, il capo di stato maggiore delle forze armate, gen. Saw Maung, assumeva il potere in nome di un Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell'Ordine. Nel programma del Consiglio figuravano elezioni libere e democratiche - elezioni effettivamente tenutesi il 27 maggio del 1990 e vinte con larghissimo margine (392 seggi su 485 all'assemblea nazionale) dall'opposizione democratica, capeggiata da una donna, Aung San Suu Kyi. Subito dopo il risultato del voto, comun

que, il Consiglio di Stato annunciava che il trasferimento del potere agli eletti avrebbe preso da due a tre anni. Risultato: Suu Kyi, cui è stato attribuito il Nobel per la pace del 1991, è agli arresti domiciliari dal 20 luglio del 1989; l'opposizione è stata colpita da arresti in massa, tra cui quelli di 60 parlamentari eletti, e ha ora la sua dirigenza ospitata nel territorio sotto controllo Karen; il Consiglio di Stato è ancora al governo del paese.

Con i ribelli armati la giunta ha invece cercato immediatamente l'accordo, allo scopo di limitare ai Karen l'alleanza con l'opposizione democratica. Il compito è stato facilitato da divisioni interne agli insorti: il Partito Comunista Birmano, ad esempio, si è frantumato in una serie di piccole formazioni armate indipendenti, senza più alcun obiettivo politico. Sia coi comunisti che col grosso delle armate Shan e Kachin, la giunta ha fatto leva su vaghe promesse di autonomia e, soprattutto, su una compartecipazione agli utili del contrabbando e del traffico di droga. Questa manovra le ha consentito sia di aumentare le entrate finanziarie che di concentrarsi nel rafforzamento della propria forza militare e nella repressione dell'opposizione democratica e dei Karen.

In parallelo, il regime di Rangoon ha tentato di migliorare i propri rapporti con il governo cinese e con quello thailandese, allo scopo di controllare meglio i traffici di frontiera e di ottenere, dai thailandesi, mano libera nel perseguire militarmente i ribelli Karen nei santuari oltre confine. Questo accordo tacito con i militari al potere a Bangkok è entrato recentemente in crisi, quando gli sconfinamenti di forze birmane hanno cominciato ad essere respinti dall'esercito e dall'aviazione thailandesi (23). Non è da escludere che dietro questo giro di vite vi siano pressioni internazionali, soprattutto americane: l'amministrazione statunitense continua a negare a Rangoon la certificazione di paese cooperativo nella lotta alla droga (24); all'inizio di aprile del 1992 due democratici (Patrick Moynihan e Paul Simon) e un repubblicano (Jesse Helms) hanno presentato al Senato statunitense una risoluzione che chiede un embargo internazionale di armi contro la Birmania e la cessazione dei rapporti commerci

ali col proprio paese (25); l'Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (Brunei, Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) ha cominciato a considerare l'uso di sanzioni contro il governo birmano, mentre un inviato delle Nazioni Unite si è recato a Rangoon su richiesta del Bangladesh, investito quest'ultimo da un ondata di 210.000 musulmani cacciati dalla Birmania (26).

Tutte queste pressioni sembrano aver sortito qualche effetto: Saw Maung s'è dimesso ed è stato rimpiazzato dal suo vice, il generale Than Shwe; ad Aung San Suu Kyi, sempre agli arresti domiciliari, è stata consentita una visita del marito per la prima volta dal dicembre del 1989; sono stati rilasciati un certo numero di prigionieri politici (27).

Nei primi tre anni in cui la giunta militare di Rangoon ha avuto mano libera, comunque, le riserve in valuta estera sono risalite a circa 900 milioni di dollari, secondo una stima non ufficiale (28). Sembra abbastanza lecito vedere dietro questa ripresa non solo i proventi delle concessioni ufficiali per lo sfruttamento del legname e della pesca, e per le prospezioni petrolifere (29), ma anche le entrate connesse agli accordi con l'economia non-ufficiale basata sul contrabbando e sul traffico di droga. Tutto ciò sarebbe forse bastato, almeno nel breve periodo, a compensare l'interruzione dell'assistenza economica dall'estero. Senonché, gran parte di queste risorse sono state impiegate nel potenziamento delle forze armate, passate da 180 a 280 mila effettivi negli ultimi tre anni e modernizzate con un ordine alla Cina di nuovi armamenti valutato in più di un miliardo di dollari, 400 milioni dei quali pagati in contanti (30).

Valutare il peso del traffico di droga nell'odierna economia birmana è difficile, ma alcune considerazioni possono essere fatte. Che esso abbia avuto un ruolo non indifferente nella veloce risalita delle riserve in valuta, ad esempio, sembra accertato. D'altronde, i dati del Dipartimento di Stato americano (cfr. tabella 1) mostrano che la produzione di oppio in Birmania è triplicata in due anni, passando dalle circa 800 tonnellate del 1987 alle 2.400 del 1989. Questo aumento, facilitato anche da stagioni particolarmente favorevoli, non può che essere dovuto all'estensione delle colture e agli accordi con cui la giunta di Rangoon ha lasciato mano libera ai produttori-trafficanti. L'incremento delle produzione si è puntualmente riflesso nell'incremento dell'offerta. Così, nel 1991 negli Stati Uniti "l'abuso e il traffico di eroina hanno mostrato segni d'incremento, a causa dell'aumento dell'offerta e della purezza e della diminuzione del prezzo, conseguenza dei più alti livelli di produzione nel Sud-Est a

siatico" (31); dello stesso avviso è l'amministrazione americana, secondo cui "indicatori chiave mostrano quantità crescenti di eroina in arrivo negli Stati Uniti...i sequestri sono aumentati, la purezza anche, e il prezzo al minuto continua a scendere" (32). Secondo un'altra fonte, "nel 1984 l'eroina del Sud-Est asiatico costituiva il 24% del mercato di New York, per salire al 35% nel 1985, al 70% nel 1988 all'80% circa di oggi [marzo 1991]" (33).

In parallelo all'aumento è avvenuta una diversificazione della produzione e delle rotte commerciali. Fino a pochi anni fa, praticamente tutti i laboratori di raffinazione dell'oppio in eroina si trovavano al confine meridionale birmano con la Thailandia. L'eroina passava poi dalla Thailandia agli Stati Uniti e all'Europa, spesso via Hong Kong. Più recentemente tali laboratori hanno proliferato a decine nella regione del Kokang, al nord del paese, al confine con la provincia cinese dello Yunnan. Tanto che il 30% della produzione di eroina del triangolo d'oro per l'esportazione in America e in Europa si stima passi ora attraverso la Cina, evitando sempre di più il porto intermedio di Hong Kong (34).

Quantificare in modo ragionevolmente attendibile il fatturato dell'industria birmana dell'oppio è invece quasi impossibile. Occorrerebbe infatti sapere: a) se realmente le colture locali del papavero generano le 2.200-2.400 tonnellate di oppio citate dal Dipartimento di Stato americano, una conclusione verso la quale questa stessa fonte prende ampiamente le distanze; b) quanta parte dell'oppio prodotto viene consumata localmente e quanta viene destinata all'esportazione; c) quanta parte dell'oppio prodotto viene raffinato in eroina localmente e quanta altrove, soprattutto in Thailandia; d) i costi del processo di raffinazione; e) il prezzo di vendita dell'oppio e dell'eroina in uscita dalla Birmania. Quanto a quest'ultimo punto va considerato che: i) sicuramente non esiste un unico prezzo, ma diversi prezzi a secondo delle zone e dei rapporti tra produttori e commercianti; ii) non c'è modo di sapere fino a che punto della catena commerciale si spinga il controllo degli operatori birmani: si può ipotizza

re arrivi molto avanti nel caso della rotta cinese, meno nel caso della rotta thailandese, ma esistono infinite possibilità, comprese joint-ventures tra operatori di diverse nazionalità, con tutte le combinazioni possibili quanto alle quote di partecipazione agli utili. Stabilito tutto ciò, bisognerebbe infine conoscere quanta parte dei capitali generati da questa industria rientra nel paese o non viene piuttosto investita altrove - se quello che interessa, almeno, è il suo peso nel complesso dell'economia birmana. A questo proposito si può soltanto ricordare il dualismo di tale economia, nel senso che l'economia ufficiale incoraggia senz'altro la fuga di capitali, mentre quella non ufficiale offre buone opportunità di impiego nell'adiacente settore del contrabbando di beni di consumo.

Fatta questa premessa, si riportano qui a titolo puramente indicativo i risultati cui si arriva combinando le ipotesi fatte da diverse fonti. Così Bertil Lintner della Far Eastern Economic Review indica in circa 1.500 dollari il prezzo di vendita al chilo dell'eroina n.4 (la più pregiata) nella regione del Kokang, prezzo che aumenta di cinque volte appena passato il confine con la Cina (35). Tenendo conto di quelle che sono state appena chiamate joint-ventures, si può fare una media grezza di 4.000-5.000 dollari al chilo. Secondo un esperto francese, Alaine Labrousse, 4.000 dollari (23.000-27.000 franchi francesi) al chilo è anche il prezzo di vendita dell'eroina al confine thailandese (36). Ancora Lintner, stima che sulle più di 2.000 tonnellate di oppio prodotto in Birmania nel 1991, "1.300 fossero disponibili per la conversione e l'esportazione, dando luogo a circa 90-100 tonnellate di eroina n.4" (37). Cento tonnellate a 4.000 dollari al chilo fanno 400 milioni di dollari, una cifra dello stesso ord

ine di grandezza dell'assistenza economica estera che arrivava in Birmania prima del 1989.

A costo di rischiare la pedanteria, occorre ripetere che nella realtà il giro d'affari potrebbe essere così la metà come il doppio. Ad esempio se a quella sorta di procedimento induttivo se ne sostituisce uno deduttivo, si può osservare che le stime degli introiti del Perù (due terzi della produzione mondiale di foglia di coca, così come la Birmania nel caso dell'oppio) partono da un minimo di 750-800 milioni di dollari l'anno. Per concluderne, in modo forse non del tutto implausibile, che i ricavi birmani siano analoghi.

-------------

(20) E' proprio la presenza di una moltitudine di minoranze etniche che rende, a giudizio di un autore di origine birmana, politicamente inaccettabile il nuovo nome di Myanmar - la denominazione dell'etnia maggioritaria nella lingua locale - dato al paese nel settembre del 1989. Cfr. Mya Maung, "The Burma Road From the Union of Burma to Myanmar", Asian Survey, giugno 1990.

(21) Cfr. David I. Steinberg, "International Rivalries in Burma", Asian Survey, giugno 1990.

(22) Jonathan Friedland e Bertil Lintner, "A policy of pillage", FEER, 8 agosto 1991.

(23) Cfr. "Thailand Ready to Retaliate", IHT, 17 marzo 1992; "A new wolf in South-East Asia", The Economist, 21 marzo 1992.

(24) Senza tale certificazione, un paese non può avere accesso a quasi tutti i tipi di aiuto economico americano. Nel 1992 essa è stata negata, oltre che alla Birmania, anche ad Afghanistan, Iran e Siria. E' stata concessa invece a tutti gli altri produttori di droghe. Anche al Libano, malgrado non abbia affatto cooperato con Washington, sulla base dell'"interesse vitale della nazione" americana. Cfr. Louise Fenner, "Coca Cultivation Down, Opium Poppy Up, Report Says", United States Information Agency - Wireless File, 3 febbraio 1992.

(25) Cfr. "Senators Press For Action on Burmese Junta", IHT, 7 aprile 1992.

(26) Cfr. Michael Richardson, "ASEAN Weighs Moves Against Abuses in Burma", IHT, 31 marzo 1992.

(27) Cfr. "Confused signals from Burma", The Independent, 4 maggio 1992.

(28) Cfr. "A policy of pillage", cit.

(29) Su quest'ultimo punto cfr. Jonathan Friedland e Bertil Lintner, "Licensed to drill", FEER, 8 agosto 1991.

(30) Cfr. Bertil Lintner, "Army of occupation" e "Hidden reserves", FEER, 23 maggio 1991 e 6 giugno 1991.

(31) INCB 1991 Report, p. 35.

(32) National Drug Control Strategy, cit.

(33) Bertil Lintner, "Triangular Ties", FEER, 28 marzo 1991.

(34) Ibidem.

(35) Ibidem.

(36) Cfr. Alaine Labrousse, La drogue, l'argent et les armes, Fayard, Parigi, 1991, p. 237.

(37) "Triangular ties", cit.

 
Argomenti correlati:
stampa questo documento invia questa pagina per mail