La coltivazione dell'oppio è stata in Afghanistan uno dei principali mezzi di finanziamento degli almeno otto gruppi islamici di resistenza contro l'invasione sovietica del 1979 e i governi afghani sostenuti da Mosca. La fine formale della guerra civile, con la caduta del governo Najibullah nella primavera del 1992, lungi dal ridurre le coltivazioni di papavero, le sta invece intensificando: si tratta ora non solo di reperire le risorse economiche per la ricostruzione, ma anche di finanziare la lotta armata per il potere tra le fazioni vincitrici - fazioni che non possono più contare sugli aiuti americani, interrottisi il 31 dicembre del 1991 (44). Quanto alla ricostruzione, si consideri che tredici anni di guerra civile hanno causato quasi un milione di morti, più di 500.000 veterani invalidi, la distruzione di un terzo dei villaggi, quasi sei milioni di rifugiati (in Pakistan, in Iran e in Occidente) su una popolazione di circa 17 milioni. Diverse fonti, d'altronde, indicano che questo paese sta in realtà producendo quantità di oppio molto maggiori di quanto segnalato dal Dipartimento di Stato americano: 800 tonnellate nel 1990 e addirittura 3.000 nel 1992 - quest'ultima cifra farebbe dell'Afghanistan il primo produttore mondiale della sostanza (45). Le principali zone di coltivazione - le province di Badakshan, Nangarhar, Kandahar e Helmand - sono tutte al confine col Pakistan, dove si trovano pure le numerose raffinerie per la conversione dell'oppio in eroina. Questa viene poi esportata in Occidente attraverso il Pakistan e l'Iran. L'UNDCP ha una missione permanente a Kabul: nel 1990 ha realizzato due progetti di sostituzione di colture nel Nangarhar e un'indagine preliminare nel Badakhsan (46).
In Pakistan, l'oppio viene coltivato e raffinato principalmente a Nord-Ovest del paese, proprio al confine con l'Afghanistan, in zone tribali che godono di larga autonomia politica e dove non tutte le leggi nazionali trovano applicazione. "I tentativi fatti per persuadere i leader tribali a eliminare la produzione d'oppio hanno avuto un successo limitato" (47). Come quelle thailandesi, le autorità pakistane hanno un atteggiamento spesso duplice verso il narcotraffico: da una parte, almeno a leggere il rapporto annuale dell'International Narcotics Control Board, sembrano collaborare con i programmi di sradicazione e conversione delle Nazioni Unite; dall'altra si guardano bene dal disturbare troppo i trafficanti e fanno il possibile per trattenere in patria i capitali generati da questo commercio. Nel marzo del 1992 la banca centrale pakistana aveva lanciato la vendita di certificati quinquennali denominati in dollari, sterline, marchi e yen, a tassi d'interesse molto più alti di quelli offerti dai paesi
d'emissione di queste valute, e richiamando l'attenzione, nella pubblicità sulla stampa internazionale, sul fatto che non sarebbe stata richiesta nessuna informazione sulla provenienza dei fondi e sull'identità dei compratori: l'operazione abortiva rapidamente a seguito del blocco delle vendite sul mercato statunitense deciso dalla Federal Reserve, esplicitamente preoccupata di un possibile uso dei certificati pakistani per il riciclaggio dei cosiddetti narcodollari (48).
Analogamente al ruolo svolto dalla Thailandia nel Sud-Est Asiatico, è in Pakistan che avviene gran parte della raffinazione e della prima commercializzazione dell'eroina prodotta in Asia Sud-Occidentale. Se sono attendibili le notizie circa il drammatico aumento della produzione di oppio in Afghanistan, il giro d'affari dei trafficanti pakistani sarebbe comparabile a quello stimato per i loro omologhi thailandesi: qualche miliardo di dollari. Tuttavia il Pakistan, col doppio degli abitanti, ha un'economia pari a circa la metà di quella della Thailandia.
L'Iran, oltre a produrre centinaia di tonnellate d'oppio all'anno per proprio conto, è un punto di transito tradizionale per l'eroina della regione, che prosegue per la Turchia e i Balcani, diretta in Europa. Le informazioni su quanto avviene all'interno del paese sono estremamente scarse: in generale si ritiene che le autorità intervengano con mano pesante, facendo ampio ricorso alle esecuzioni sommarie, contro consumatori e trafficanti di droga. La vigilanza alla frontiera con l'Afghanistan è stata recentemente rinforzata, mentre un accordo di cooperazione anti-droga del 1989 col governo pakistano ha permesso una serie di operazioni congiunte su entrambi i versanti del confine (49). Malgrado ciò, Washington continua a negare a Theran la certificazione di paese cooperante nella lotta contro la droga - un altro esempio di come il giudizio statunitense in materia abbia ben poco a che vedere col merito del problema.
Viene da chiedersi come possano sopravvivere produttori e trafficanti in Iran, vista la pervasività del controllo sociale in un regime noto per la sua ideologia militante - ideologia che include una profonda avversione per le droghe. Una possibile spiegazione è che questo commercio venga tollerato proprio in quanto diretto a minare la cosiddetta saldezza morale delle società occidentali. Un'altra è l'esistenza di un ambiente propizio: una seconda economia amministrata da grossi commercianti e funzionari governativi che profittano, tra l'altro, della differenza tra il cambio ufficiale e quello del settore privato - un dollaro costa nel secondo caso venti volte di più. Può infine avere il suo peso, la necessità di attirare capitali: solo 7 miliardi di dollari, dei 27 previsti dal piano quinquennale del 1989, erano effettivamente arrivati in Iran nella primavera del 1992 (50).
La vittoria, nelle elezioni legislative dell'aprile del 1992, dei seguaci del presidente Hashemi Rafsanjani, considerato una figura moderata, ha riproposto il problema di una normalizzazione nei rapporti con l'Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti. Nella lista delle condizioni americane, tuttavia, non pare che la lotta al traffico di droga sia considerata una priorità, quanto almeno la proliferazione nucleare, la lotta al terrorismo, i diritti umani e il sostegno iraniano al fondamentalismo islamico (51).
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(44) Cfr. Jawed Naqvi, "Drugs are central to control of city", The Times, 16 aprile 1992.
(45) Cfr. Edward W. Desmond, "Where the Poppies Bloom - and Boom", Time, 16 luglio 1990; Tim McGirk, "Hope that is built on heroin", The Independent, 6 giugno 1992.
(46) Cfr. INCB 1991 Report, p. 27.
(47) Ibidem, p. 28.
(48) Cfr. "Pakistan Halts Sale of Bonds", IHT, 23 marzo 1992. Anche i buoni del tesoro e i certificati di credito italiani sono al portatore e a tassi molto vantaggiosi: l'unica differenza è che sono denominati in lire.
(49) Cfr. INCB 1991 Report, pp.27-8.
(50) Cfr. Elaine Sciolino, "Iran's Investment Pitch: For Most, It's Too Wild", IHT, 2-3 maggio 1992.
(51) Cfr. Elaine Sciolino, "U.S. Weighs Reward for Iran but Can't Decide What or When", IHT, 8 giugno 1992.