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Conferenza droga
De Andreis Marco - 23 ottobre 1992
3.5 L'America Latina

Come già accennato, quanto a droghe in questa regione viene ormai coltivato di tutto: cannabis, papavero e coca. Ma è l'industria della coca a rimanere di gran lunga la più importante, per il numero di persone che occupa e per i profitti che genera. Stabilizzatosi, dopo il panico del 1982, il problema del debito e scomparsa la competizione Est-Ovest, la droga sembra essere diventata la questione dominante nell'agenda dei rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del continente: i nemici principali della guerra alla droga in cui Washington si dice impegnata sono appunto i trafficanti di cocaina latino-americani.

Secondo il Dipartimento di Stato statunitense, sono ben 21 i paesi della regione coinvolti a vario titolo - produzione, raffinazione, transito delle sostanze e dei precursori chimici, riciclaggio del denaro sporco - nel narcotraffico: Argentina, Bahamas, Belize, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Giamaica, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Venezuela (55). Praticamente tutto il continente.

I paesi chiave, tuttavia, sono solo tre: Bolivia, Perù e Colombia, grandi produttori di foglia di coca i primi due, principale centro di rafffinazione e commercializzazione il terzo.

Secondo le statistiche ufficiali del governo della Bolivia, nel 1988 erano piantati a coca 61.000 ettari, pari al 4,3% delle terre coltivate del paese. Tra il 1980 e il 1988, la produzione agricola boliviana è cresciuta del 24,6%, contro il 253% della produzione di foglia di coca (56). I boliviani legati direttamente all'industria della coca sarebbero circa mezzo milione, cioè il 20% circa della forza lavoro di questo paese di 7 milioni di abitanti (57). Le stime sul valore annuo risultante da questa attività variano da un minimo di 600 milioni di dollari a un massimo di 2 miliardi - pari a tre quarti delle esportazioni legali quelle più prudenti, alla metà del PNL quelle meno (58).

Che l'economia della coca abbia salvato la Bolivia dalla bancarotta sembra piuttosto assodato: il ritorno dei civili al governo nel 1982, con il presidente Siles Suazo, era praticamente coinciso con l'esplosione della crisi del debito; tra il 1980 e il 1984, il reddito procapite s'era contratto del 30%; tra il 1984 e il 1986, il valore dell'export s'era ridotto di un quarto, riflettendo rispettivamente il crollo e la caduta nel prezzo di due delle maggiori esportazioni legali, stagno e gas naturale.

A partire dal 1985 i governi dei presidenti Paz Estenssoro prima, e Paz Zamora poi si sono attenuti alle prescrizioni di un piano draconiano di stabilizzazione concordato col Fondo Monetario: ne sono risultate una crescita modesta del PNL e la riduzione dell'inflazione dal 24.000% del 1985 al 18% del 1990. Anche il debito estero è sceso: del 12% tra il 1987 e il 1990. Per far ciò c'è stato bisogno non solo della riduzione della spesa e dei sussidi pubblici - risultanti nella perdita di 80.000 posti di lavoro, evidentemente compensati dalla crescita contemporanea dell'economia della coca - ma anche dell'assorbimento nel sistema bancario nazionale dei profitti generati dal narcotraffico e giacenti sui conti delle bache caraibiche. Dal 1985 in poi è stata promulgata un'amnestia sul reato di evasione fiscale sui capitali esportati e sono state proibite le inchieste sulla provenienza della ricchezza introdotta nel paese. Inoltre la banca centrale ha un proprio sportello - soprannominato ventanilla siniestra

- dove la valuta straniera viene cambiata correntemente e senza domande imbarazzanti.

Vista questa situazione, non meraviglia che gli sforzi per sradicare le piantagioni di coca siano per lo più cosmetici, così come quelli per reprimere il traffico: nel 1990, solo l'1% della pasta di coca prodotta in Bolivia è stata intercettata. L'amministrazione statunitense, pur conoscendo la situazione economico-finanziaria del paese, insiste per un'intensificazione della lotta al narcotraffico e per un coinvolgimento dell'esercito in essa: sui quasi 190 milioni di dollari di aiuti americani alla Bolivia assegnati nel 1991, 2,2 andavano allo sviluppo di colture alternative, contro i 13,5 per la repressione del traffico e i 36 rivolti a un rafforzamento delle forze armate (cfr. tab. 4). Rafforzamento che gran parte della popolazione teme non solo per i suoi potenziali effetti sull'economia della coca, ma anche per quelli sulla democrazia stessa del paese.

Recentemente, il governo boliviano sta tentando di persuadere l'opinione pubblica internazionale che alcuni impieghi della coca andrebbero legalizzati: nel maggio di quest'anno, Paz Zamora è intevenuto all'assemblea dell'OMS, chiedendo a questa agenzia di investigare i possibili usi medici e nutritivi della sostanza. L'idea principale è quella di produrre e commercializzare una tisana alla coca, già largamente consumata in Perù: secondo il governo ciò farebbe crescere le entrate dei contadini produttori rispetto ai ricavi ora ottenuti dai trafficanti di cocaina (59). La Spagna, che pure aveva vietato la degustazione della tisana alla coca all'expo di Siviglia, sembra ora sostenere la proposta boliviana: prima la regina Sofia e poi il primo ministro Felipe Gonzales hanno consumato la bevanda mentre visitavano il paese sudamericano; Gonzales ha anche pubblicamente fatto appello all'OMS perché studi il problema (60).

La situazione economica peruviana è precipitata più tardi di quella boliviana ma, se possibile, più velocemente e con effetti ancor più drammatici. Tra il 1988 e il 1991, il prodotto del paese s'è contratto di circa il 30%. Un mese dopo la propria elezione, nell'agosto del 1990, il presidente Alberto Fujimori ha varato un programma di stabilizzazione, concordato col Fondo Monetario, i cui effetti sui prezzi nel giro di ventiquattro ore sono stati i seguenti: beni alimentari di base più 700%; benzina più 3.000%; acqua potabile più 800%; elettricità più 500%. Nel giro di un mese, i salari nel settore pubblico s'erano contratti di quasi il 60%, quelli del settore privato di circa il 40%. I consumi delle famiglie nella capitale, Lima, che nel periodo 1985-1990 s'erano ridotti del 46%, hanno perso dall'agosto del 1990 un altro 24%. Alla fine del 1991, circa un milione di persone aveva perduto il proprio lavoro a seguito del programma di austerità. Tutto ciò era almeno servito al Perù per far scendere il tass

o annuo d'inflazione al 140% (dal 7.000% dell'anno precedente), per avere di nuovo accesso al credito internazionale (col Giappone e la Banca Inter-Americana di Sviluppo) e per ristrutturare parte del proprio debito (col club di Parigi dei creditori pubblici) (61). Senonché la sospensione del Parlamento e delle garanzie costituzionali, decretata da Fujimori l'8 aprile del 1992 coll'appoggio dell'esercito, ha avuto l'effetto di congelare parte di questi nuovi crediti. Inoltre, in meno di un mese dall'autogolpe del presidente, 200 milioni di dollari erano già stati portati all'estero, secondo stime di fonte governativa. E tutto ciò, malgrado l'opinione pubblica e la comunità imprenditoriale abbiano accolto con favore la svolta autoritaria (62).

Come se non bastasse questo disastro economico, il paese deve anche fare i conti con una vera e propria guerra civile, quella tra il governo e i guerriglieri di Sendero Luminoso. Il conflitto ha causato in dodici anni più di 20.000 morti e 200.000 rifugiati interni. Già prima del colpo di mano di Fujimori, il 40% del territorio nazionale era in stato d'assedio.

L'industria della coca peruviana ha profondi effetti sia sulla situazione politica che su quella economica. La forza politico-militare di Sendero Luminoso si basa sulla sua intermediazione violenta tra i contadini produttori e i trafficanti colombiani acquirenti della pasta di coca, e sulla sua difesa dei contadini stessi dai tentativi di repressione e sradicazione delle colture fatti, sporadicamente e con poca convinzione, dalle autorità. Sicché i guerriglieri ne traggono una base politica e una fonte di reddito - quest'ultima tramite la raccolta di una sorta di imposta di protezione.

Le stime sul valore annuo della produzione di coca variano da un minimo di 1 miliardo di dollari a un massimo di 2 miliardi e 800 milioni (63). La più conservatrice equivale a due terzi del valore di tutte le altre esportazioni peruviane combinate. Circa il 15% della forza lavoro dipenderebbe da questa attività. Come quella della Bolivia, la banca centrale peruviana fa il possibile per assorbire i dollari generati dal narcotraffico, attraverso proprie agenzie nella valle dell'alto fiume Huallaga - la zona dove si concentra gran parte dell'industria della coca - e persino inviando propri dipendenti a comprare sul mercato nero valutario di Lima. Il risultato prevedibile è che parte del servizio del debito estero viene pagato con le entrate del traffico di droga.

Sebbene sarebbe palesemente suicida per il Perù impegnarsi in una lotta senza quartiere contro la coca, è proprio questo che l'amministrazione americana continua a chiedergli - almeno ufficialmente. Sui 200 milioni di dollari di aiuti americani a Lima del 1991, quasi 18 finanziano l'interdizione del traffico di droga e lo sradicamento delle piantagioni di coca, 1 milione va allo sviluppo di colture alternative e 24 sono di aiuti alle forze armate (cfr. tab. 4). I militari peruviani, che pure hanno una una storia di abusi e di pesante interferenza nella vita politica del proprio paese, sono tuttavia molto riluttanti a impegnarsi a fondo nella repressione del traffico di droga. Sono convinti, infatti, che si tratterebbe del miglior modo di aumentare il sostegno politico ai guerriglieri. Tale convinzione è certamente rafforzata dalla facilità con cui risulta essi si facciano corrompere dai narcotrafficanti.

Rispetto alla situazione della Bolivia e a quella del Perù, la Colombia si può definire un paese fortunato, soprattutto dal punto di vista economico. Caso unico in tutta l'America Latina, questo paese ha visto il proprio prodotto crescere costantemente per tutti gli anni ottanta e ha rispettato le scadenze di pagamento del proprio debito estero con perfetta puntualità. Anche se l'economia della droga ha avuto il suo peso in questo successo, come si vedrà presto, non vanno dimenticate le numerose altre risorse del paese: petrolio, carbone, pietre preziose, caffè e altri prodotti dell'agricoltura per l'esportazione, come i fiori.

In comune con i problemi economici del resto della regione la Colombia sembra avere soltanto la pessima distribuzione del reddito, aggravata da una spesa pubblica fortemente limitata dall'evasione fiscale: lo stato colombiano raccoglie e spende non più del 15% del PNL (64). Malgrado la caduta del prezzo del caffè e le inefficienze nelle reti elettriche stiano creando, in tempi recenti, ulteriori difficoltà, il quadro generale rimane uno dei più rosei dell'America Latina.

La situazione politica, tuttavia, è assai meno positiva. A dispetto del fatto che il paese possa formalmente vantare una delle più lunghe democrazie della regione, il regime vigente può essere meglio definito come un'oligarchia bipartitica che convive con livelli di violenza sconosciuti quasi ovunque. Escludendo i paesi in guerra, la Colombia ha il più alto tasso d'omicidi del mondo, tanto che è questa la prima causa di morte per i cittadini maschi tra i 15 e i 45 anni (65). I trafficanti di droga del cosiddetto cartello di Medellin sono stati responsabili, nel corso degli anni ottanta, dell'assassinio di centinaia di militari e poliziotti, di decine di giudici e giornalisti, di un ministro della giustizia (un ex ministro della giustizia venne ferito gravemente in un attentato a Budapest, mentre era ambasciatore in Ungheria) e di un candidato presidenziale - senza contare gli innumerevoli rapimenti con i medesimi mandanti. Sarebbe sbagliato concludere, tuttavia, che la droga è la sola responsabile dell

a violenza in Colombia. Primo, per i precedenti storici: la guerra civile non dichiarata del 1948-58 tra i due maggiori partiti, il Liberale e il Conservatore, ha causato tra i 200 e i 300 mila morti, meritandosi l'appellativo chiaro e semplice di la violencia. Tracce di questo periodo persistono nella presenza, tra la destra, dei cosiddetti squadroni della morte e, tra la sinistra, di movimenti di guerriglia con 12-15.000 combattenti (nel 1988) (66). Esiste, in secondo luogo, una molteplicità di polizie private armate in quasi tutti i settori della vita economica e politica. Polizie in lotta tra loro e contro l'autorità dello Stato: si calcola che le rivalità associate al commercio di pietre preziose abbiano causato 3.000 morti in cinque anni (67).

Rispetto ai trafficanti di droga, i governi colombiani hanno oscillato tra l'intransigenza e la trattativa, dovendo in ogni caso tener conto delle pressioni statunitensi da un parte, e della forza intimidatoria dei narcotrafficanti dall'altra. Più volte nell'ultimo decennio si è assistito a un ciclo di eventi apertosi con una campagna di repressione governativa, seguita da un'ondata di terrore dei trafficanti, seguita a sua volta da tentativi di arrivare a un accomodamento. Al centro del contenzioso c'è stato quasi sempre il trattato di estradizione con gli Stati Uniti, la cui applicazione veniva combattuta dai trafficanti con tutti i mezzi.

Nel 1984, il cartello di Medellin offrì di ritirarsi dagli affari, smantellare l'organizzazione e rimpatriare i propri capitali (stimati in 15 miliardi di dollari, cioè l'intero debito estero del paese). In cambio vennero richiesto garanzie sulla non-estradizione negli Stati Uniti e un'amnestia che consentisse il reinserimento nella società colombiana. L'accordo fallì, sia per l'opposizione di Washington, sia per la convinzione del governo di essere vicino a una vittoria - dopo l'assassinio del ministro della giustizia Lara Bonilla, una forte azione repressiva aveva costretto i maggiori trafficanti a rifugiarsi a Panama. Si perse così "un'occasione d'oro per chiudere un accordo vantaggioso per la Colombia" (68). Progressivamente, infatti, il cartello riuscì a ricostituire la propria organizzazione e i propri canali commerciali. Anche i capi riuscirono a rientrare in patria.

La storia si ripeté quasi identica nel 1987, quando l'estradizione negli Stati Uniti di uno dei maggiori trafficanti, Carlos Ledher, dette di nuovo la stura a un'ondata di violenza - il tutto lasciando comunque immutata la quantità di cocaina diretta all'estero.

Dopo l'elezione di César Gaviria Trujillo a presidente, nell'estate del 1990, il governo colombiano sembra aver imboccato con decisione la strada del negoziato - aperta, verso i guerriglieri, dal suo predecessore Virgilio Barco Vargas. Uno dei gruppi di opposizione armata, l'M-19, si è pacificamente inserito nella vita politica del paese, anche se rimangono attivi l'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Un identico approccio è stato adottato verso i cartelli delle pietre preziose in guerra tra loro e con lo Stato. Quanto ai narcotrafficanti, il ripudio del trattato di estradizione con gli Stati Uniti ha portato alla resa dei maggiori esponenti del cartello di Medellin: i tre fratelli Ochoa, tra il dicembre del 1990 e il febbraio del 1991, e Pablo Escobar Gaviria, nel giugno del 1991.

L'arresto di tutti costoro aveva un'importanza più simbolica che sostanziale. A parte la polemica sulle loro condizioni di detenzione - per Escobar era stata costruita più che una prigione una villa di lusso - il fatto è che essi avevano potuto continuare a dirigere il traffico di droga. Ciò aveva creato inevitabili proteste, soprattutto da parte statunitense, e spinto il governo a muoversi per il trasferimento di Escobar. Quest'ultimo reagiva, nel luglio del 1992, con una fuga spettacolare che metteva fortemente in crisi la credibilità di Gaviria (69).

Morbida o dura che sia la linea adottata dal governo, la pratica impossibilità di interrompere i flussi di esportazione di droga dalla Colombia sembra ormai dimostrata (70). La spiegazione è abbastanza semplice ed è tutta da ricercarsi nella forza economica dei trafficanti: le stime sul valore delle esportazioni di cocaina e marjiuana - dunque senza contare l'eroina, aggiuntasi recentemente - variano da 1,5 a 15 miliardi di dollari l'anno (71). Come termine di paragone, le esportazioni legali valevano, nel 1989, 5,7 miliardi di dollari, il PNL 39,4 (72).

Innanzitutto, con una tale massa di denaro esentasse a propria disposizione, i narcotrafficanti sono chiaramente in grado di corrompere chiunque, tanto più che le retribuzioni dei funzionari pubblici (polizia, magistratura etc.) sono particolarmente basse. Viceversa, essi ricorrono alla violenza quando si trovano di fronte a campagne repressive su larga scala, oppure per scongiurare la minaccia di estradizione negli Stati Uniti dei leader dell'organizzazione. L'azione violenta, inoltre, interessa quasi esclusivamente il cartello di Medellin. L'altro grande circuito di narcotrafficanti della Colombia, il cosiddetto cartello di Calì, ha invece mantenuto costantemente un profilo assai meno eversivo, pur amministrando una quota crescente dell'industria della droga (73).

In secondo luogo, alla corruzione diretta va aggiunta quella indiretta: così come accade in Bolivia e Perù, la bilancia dei pagamenti e il servizio del debito estero sono motivi più che sufficienti per convincere il governo e la banca centrale ad intraprendere tutte le misure necessarie per attirare all'interno i capitali generati dal narcotraffico. Sono le stesse autorità, insomma, a mostrare coi fatti che la lotta all'industria della droga è un'impresa fondamentalmente contraria agli interessi generali del paese.

Esistono delle tesi che puntano in direzione opposta. E' vero, ad esempio, che mentre in Bolivia e in Perù dipendono da questa industria porzioni consistenti della forza lavoro, in Colombia gli introiti del traffico di droga interessano un numero di persone assai più ristretto: gli addetti alla raffinazione e al commercio (74). Dunque, invece di distribuirsi in modo relativamente uniforme, questa forma di reddito andrebbe ad alimentare il consumo vistoso, la speculazione sugli immobili e, per la sua ingente quantità, l'inflazione - quest'ultima, tuttavia, non ha mai superato il 30% annuo nell'ultimo decennio, un tasso modesto per la media della regione (75). Vanno poi considerati i costi per la Colombia della lotta al traffico di droga, stimati in 2 miliardi di dollari l'anno (77). Nonché i costi politici della destabilizzazione e della violenza legate a questa attività.

Alla luce d'un calcolo costi-benefici, tuttavia, le scelte del governo di trattare con i trafficanti e di facilitare in ogni modo il rimpatrio dei capitali rimangono comprensibili. La trattativa, infatti, permette alla Colombia di minimizzare sia i costi economici che quelli politici della lotta ai narcotrafficanti. Il rimpatrio della valuta pregiata acquisita col commercio di droga, pur scontando le distorsioni appena ricordate, facilita la stabilità del cambio e il servizio del debito.

Va detto che in questa sua manovra, il governo colombiano è stato aiutato dall'inasprimento delle misure contro il riciclaggio del denaro sporco, avvenuto nei paesi industrializzati dopo la firma della Convenzione ONU del 1988 contro il Traffico Illecito di Stupefacenti e Sostanze Psicotrope. Non è escluso che i narcodollari abbiano una parte importante anche nel boom della borsa colombiana, il cui indice in dollari è aumentato di sei volte tra il 1987 e il 1992 (77).

Per quanto sia difficile trarre delle conclusioni generali da una rassegna di paesi così diversi tra loro, alcune cose possono forse essere notate.

Primo, anche prendendo con cautela le stime più conservatrici si arriva a concludere che le entrate derivanti dalla produzione e dal commercio di droghe pesano troppo sull'economia di questi paesi perché essi si impegnino seriamente nella lotta al narcotraffico. C'è anzi la possibilità che nuovi produttori, come le repubbliche asiatiche ex sovietiche, si stiano aggiungendo alla lista, o che produttori tradizionali, come l'Afghanistan, incrementino la superficie coltivata - mentre la diversificazione dell'industria della droga colombiana nell'eroina sembra ormai un fatto accertato.

D'altro canto, le cifre che il Nord destina alla conversione delle colture non sono davvero tali da costituire un incentivo realistico - come si può vedere sia dal limitato bilancio dell'UNDCP, sia dalla ripartizione degli aiuti statunitensi ai paesi andini. Come è stato notato, molto giustamente: "La prospettiva di fornire opportunità economiche alternative per convincere i contadini peruviani, colombiani e boliviani ad abbandonare la produzione di coca sembra remota, ove si consideri che la marijuana è diventata in valore il primo raccolto della ricche, fertili e ben irrigate terre della California, dove le possibilità alternative abbondano" (78).

Né è probabile che gli aiuti per la conversione delle colture vengano significativamente aumentati nel prossimo futuro: l'idea, affacciata da un gruppo di paesi in via di sviluppo in sede Nazioni Unite, di ottenere una riduzione del debito estero in cambio della sradicazione delle colture di droga è stata accolta freddamente dai paesi creditori, preoccupati di un possibile effetto-ricatto: "i paesi debitori sarebbero tentati di diminuire il loro impegno anti-droga, così da imporre alla comunità internazionale accordi debiti contro droga" (79).

Secondo, malgrado l'importanza appena sottolineata di questi introiti, le somme che restano nei paesi produttori non sono che una piccola parte del giro d'affari complessivo del narcotraffico - anche se questo, come si vedrà nel prossimo capitolo, è quasi sempre stimato per eccesso. I profitti derivanti dall'industria degli stupefacenti restano in gran parte nel Nord del mondo, sia perché è a questo punto della distribuzione che ha luogo il grosso dell'aumento di prezzo, sia perché è al Nord che viene investita parte dei capitali degli stessi trafficanti del Sud. Non si può escludere, dunque, che se le droghe venissero legalizzate i paesi produttori riuscirebbero a mantenere le entrate attuali, ma con l'ovvio vantaggio di poterle tassare e di toglierle dalle mani di terroristi e criminali. Tutto ciò, naturalmente, a parità di altre condizioni: un eccesso d'offerta provocato dall'ingresso di nuovi produttori cambierebbe tutto lo scenario. Comunque, il fatto che un paese come la Bolivia stia tentando una

soluzione simile alla legalizzazione è forse un indizio della plausibilità di questo ragionamento.

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(55) Cfr. International Narcotics Control Strategy Report, cit., pp. 25-34.

(56) Cfr Alaine Labrousse, "Amérique Latine: l'économie de la drogue", Politique Internationale, estate 1990.

(57) Cfr. "Latin America's killing fields", The Economist, 8 ottobre 1988.

(58) Cfr. Peter R. Andreas e Kenneth E. Sharpe, "Cocaine Politics in the Andes", Current History, febbraio 1992; "The kickback from cocaine", The Economist, 21 luglio 1990.

(59) Cfr. Nathaniel C. Nash, "Bolivians Make Their Case for (Legal) Coca-Leaf Tea", IHT, 18 giugno 1992.

(60) Cfr. Ignacio Cembrero, "Felipe Gonzáles se muestra favorable a la legalización de la hoja de coca", El Pais, 11 giugno 1992.

(61) Cfr. Andreas e Sharpe, cit.

(62) Cfr. Nathaniel C. Nash, "Capital Flight Deepens Peruvian Gloom", IHT, 29 aprile 1992.

(63) Cfr. Andreas e Sharpe, cit.; "The kickback form cocaine", cit.

(64) Cfr. "Colombia's bloodstained peace", The Economist, 6 giugno 1992.

(65) Andreas e Sharpe, cit.

(66) Cfr. Bagley, cit.

(67) Cfr. "Gem wars", The Economist, 21 luglio 1990.

(68) Bagley, cit.

(69) Cfr. Marcel Niedergang, "Une nation à la dérive", Le Monde, 24 luglio 1992.

(70) Malgrado i sequestri di cocaina proveniente dall'America del Sud siano stimati dal governo americano nel 30% circa dell'intera produzione, ciò non ha avuto alcun impatto sul prezzo e sul consumo. Cfr. Melvyn Levitsky (Assistant Secretary for International Narcotics Matters), Statement before the Subcommittee on Terrorism, Narcotics, and International Operations of the Senate Foreign Relations Committee, 20 febbraio 1992.

(71) Cfr. "The kickback from cocaine" e "Latin American killing fields", The Economist, cit.

(72) Cfr. The World Bank, World Development Report 1991, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp.230 e 208.

(73) Si ritiene comunemente che al cartello di Medellin sia andato il mercato della costa orientale degli Stati Uniti, mentre al cartello di Calì spettino la costa occidentale e l'Europa.

(74) Va in ogni caso tenuto presente che il ruolo delle famiglie colombiane si spinge molto avanti nella catena commerciale: da molti anni ormai, dopo aver eliminato i rivali cubano-americani, il cartello di Medellin controllerebbe gran parte del mercato all'ingrosso di Miami. Cfr. Bagley, cit.

(75) Cfr. Paola Vinciguerra, "L'industria della droga in Colombia", Politica Internazionale, gennaio-febbraio 1991.

(76) Cfr. Rensselaer W. Lee, "Colombia's Drug Negotiations", Orbis, primavera 1991.

(77) Cfr. Catherine Burton, "Latin American Stocks Sustain the Pace", IHT, 29-30 agosto 1992.

(78) Theodore H. Moran, "International Economics and National Security", Foreign Affairs, inverno 1990/91.

(79) Ian Hamilton Fazey, "Campaign to swap debt for drugs aid gathers pace", Financial Times, 6 maggio 1992.

 
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