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Conferenza droga
De Andreis Marco - 23 ottobre 1992
Conclusioni

Abbandonate le stime sul giro d'affari dell'industria della droga, e con esso le teorie sui complotti internazionali, sembra più utile e realistico orientare l'indagine in due direzioni.

Primo, i costi della lotta alla droga nelle società che la consumano - tralasciando, per semplicità, quelli sopportati dai paesi produttori. E' un dato di fatto, ad esempio, che la proibizione del commercio e del consumo di stupefacenti assorbe una parte considerevole delle risorse di polizia, dogane e sistema giudiziario. In linea di principio, quantità e costi dei procedimenti penali per reati di droga possono essere determinati meglio di qualsiasi stima sul consumo di stupefacenti. Il numero dei reclusi per reati legati alla droga dovrebbe essere anch'esso determinabile con esattezza: la detenzione di tutti costoro implica un costo individuale, che dovrebbe essere noto, e un costo collettivo indiretto sull'efficienza complessiva del sistema carcerario - quasi ovunque, in occidente, in crisi da sovrappopolazione (100). Il numero di addetti e le risorse di bilancio che polizia e dogane devolvono alla lotta alla droga dovrebbero essere conosciuti. Esistono, infine, i costi degli organismi internazionali

che si occupano del fenomeno, anch'essi determinabili (101). Insomma, invece di cercare di conoscere l'inconoscibile - quanto guadagnano dal proibizionismo i trafficanti - sarebbe meglio provare a conoscere il conoscibile: quanto costa il proibizionismo al contribuente. Il che, pur non essendo l'unico elemento di giudizio sull'intero problema, certamente aiuterebbe la formazione di una valutazione equilibrata dei risultati della lotta alla droga in regime proibizionista.

Secondo, il comportamento dei consumatori occasionali. Questa questione meriterebbe senz'altro delle indagini sociologiche serie, perché è probabilmente qui una delle chiavi per comprendere le probabili conseguenze di una eventuale legalizzazione delle droghe. A ben vedere, infatti, la grande maggioranza dei consumatori di stupefacenti non è tossicodipendente. Si tratta dunque di capire quanto c'entri il proibizionismo con questo risultato. Ad esempio: fino a che punto sono i prezzi, spinti in alto dal regime di illegalità, e la minaccia di sanzioni amministrative e penali a limitare i consumi (102)? o quanto gioca, piuttosto, la capacità di autoregolazione dei consumatori? Ancora: l'illegalità è un ostacolo o un incentivo all'uscita dalla tossicodipendenza?

In definitiva, indagare nelle due direzioni indicate sembra a chi scrive la condizione per far uscire la discussione sul narcotraffico e il regime proibizionista dalle allucinazioni dei numeri mitici e dei complotti - e per tornare sul terreno più saldo delle scelte razionali.

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(100) In Italia ci sono stati, nel 1991, quasi 23.000 arresti per reati di droga; il 34% dei detenuti erano tossicodipendenti. Cfr. Marcello D'Angelo, "I giovani si bucano meno", Il Giorno, 12 febbraio 1992. Su 15.000 detenuti nelle prigioni federali statunitensi, circa 13.000 hanno commesso reati di droga. Il sistema carcerario americano (prigioni federali, statali e locali) ospita più di un milione di persone, è al 116% della capacità di accoglimento e costa 18 miliardi di dollari l'anno. Cfr. National Drug Control Strategy, cit., pp. 32-43.

(101) Anche il sistema sanitario nei vari paesi sopporta dei costi derivanti dall'illegalità del consumo. Tuttavia, in questo caso, sono molto meno chiari gli effetti della fine del proibizionismo: la cura dei tossicodipendenti dovrebbe continuare e probabilmente estendersi a un maggior numero di pazienti; regole sulla qualità delle sostanze vendute e controlli igienico-sanitari dovrebbero essere introdotti; e così di seguito.

(102) Entro il limite di non dar luogo alla creazione di un mercato nero, i prezzi degli stupefacenti potrebbero essere mantenuti alti anche in regime di legalità tramite l'imposizione fiscale.

 
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