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Conferenza droga
Cupane Francesco - 2 novembre 1992
relazione di Vanna Barenghi alla Terza conferenza delle città europee al centro del traffico illegale di droga, firmatarie della Risoluzione di Francoforte. Bologna 18/21 novembre 1992.

(in corso di pubblicazione: cora-millelire stampalternativa)

INDICE

Presentazione

Introduzione

Droga: il più grande affare del secolo

Ricchezza e povertà della droga

Il papavero rosso: l'ex Urss

Il papavero bianco:l'America Latina

Il papavero nero: la Nigeria

Proibizionismo e democrazia

Un giorno come un altro

I professionisti dell'antidroga

Conclusioni

La Risoluzione di Francoforte

PRESENTAZIONE

"Il tentativo di eliminare le droghe e il consumo di droga dalla nostra civiltà è fallito. Nonostante tutti gli sforzi fatti, la richiesta di droga non è scomparsa, e tutto indica che dovremo continuare a vivere con la droga e i consumatori di droga anche nel futuro".

Così, con queste parole si apre un documento molto importante, sottoscritto dalle municipalità di Francoforte sul Meno, di Zurigo, di Amburgo e di Amsterdam nel novembre 1990 quando, proprio a Francoforte, si tenne la prima conferenza delle città europee coinvolte nel traffico illegale di droghe.

Il documento che prese il titolo di "Risoluzione di Francoforte" è un appello che parte dalle quattro città firmatarie verso tutte le altre città europee dove il problema della droga illegale è forte e dove la politica fino ad adesso perseguita ha prodotto risultati nefasti. Un tentativo, che mi sembra stia riuscendo, di confrontare le proprie esperienze con quelle di altri e di mettere le basi per trovare strade diverse e strumenti finalmente efficaci contro il disastro che il traffico di droga sta creando nel nostro mondo.

Nel primo incontro venne stabilito che la Conferenza avrebbe dovuto avere una cadenza annuale: le città, insieme a chi via via avesse voluto aggiungersi, si sarebbero riunite nel novembre di ogni anno per verificare i risultati ottenuti e le esperienze che gli uni e gli altri fossero riusciti a fare nel difficile 'confronto' con i propri governi. Va detto che - a differenza di quanto accade da noi - molte città d'Europa hanno un margine di autonomia che consente loro di fare esperimenti che da noi sarebbero improponibili, anche se non per tutte il livello di 'libertà' è lo stesso. A maggior ragione quindi la necessità di rivedersi periodicamente, mantenendo nel frattempo, un contatto permanente.

Noi ci rendemmo subito conto dell'importanza di questa iniziativa e prendemmo contatto con la municipalità di Zurigo e di Francoforte per mettere a disposizione delle quattro città la nostra esperienza. Fu così che cominciò la nostra collaborazione: era infatti avvenuto qualcosa di molto significativo. Per la prima volta ci eravamo accorti di non essere soli nel tentativo di percorrere la strada della ragione e non quella della repressione, e per la prima volta avevamo visto che una parte dell'Europa si stava muovendo proprio nella nostra direzione. Finalmente: all'obiezione di chi tentava di cancellarci dalla scena contrapponendoci l'improponibilità di un 'cambiamento' in un solo paese (cosa che del resto noi sapevamo benissimo) adesso avremmo potuto rispondere con un fatto ben preciso: le basi perché il cambiamento avvenisse a livello europeo erano state messe. Così, dopo essere entrati a far parte del gruppo dei Coordinatori della Conferenza ci adoperammo per portare a Zurigo (dove, nel novembre del 1991,

si sarebbe tenuta la Seconda Conferenza) almeno qualche città italiana: andammo personalmente a incontrare diversi sindaci, mandammo lettere a tutte le grandi città (ma anche 'messaggi' ai sindaci di tutti gli 8.000 comuni del nostro paese perché volessero far votare nei rispettivi consigli comunali un ordine del giorno di adesione alla Risoluzione di Francoforte).

Accettarono l'invito di partecipare alla Conferenza - va ricordato che occorreva un mandato politico che autorizzasse l'eventuale sottoscrizione alla Risoluzione - le città di Milano, di Napoli, di Genova, di Bologna, di Trento, di Cagliari e la provincia di Teramo, i cui rappresentanti firmarono il documento, insieme ad altre tre città: Arnhem, Kallitea, Rotterdam, portando così a otto il numero dei firmatari.

La Conferenza fu interessante, opinioni furono scambiate, esperienze di altri vennero conosciute e, alla fine, si affrontò il problema del dove tenere la successiva Conferenza, quella del novembre 1992, cioè questa.

Si era offerta la città di Rotterdam ma - contemporaneamente - noi del Cora avevamo fatto un tentativo con Bologna, il cui rappresentante, l'assessore alla Sanità e ai Servizi sociali Mauro Moruzzi si riservò di dare una risposta dopo qualche giorno.

La risposta fu positiva ed ora siamo qui. Non tutto è stato facilissimo, in questo anno è stato infatti necessario un lavoro di mediazione da parte nostra per scansare alcune 'riserve' politiche che, via via, venivano avanzate dal Comune di Bologna. Ad ogni modo gli ostacoli sono stati superati credo nel migliore dei modi e con soddisfazione di tutti. E' importante, infatti, che la Conferenza si tenga qui: Bologna è una città di grande peso, nel nostro paese, e non essendo il suo un Comune anti-proibizionista ha probabilmente maggiore possibilità di ascolto sia da parte della grande stampa che da parte di chi ha perplessità sul tema. Insomma non è una città 'etichettata' come lo sono molte città olandesi o svizzere e quindi, paradossalmente, ha più credibilità. E' importante che qui si parli di quel che si fa altrove, fuori dal nostro hortus conclusus. Che si veda quali "progressi" siano stati fatti e dove. Che si discuta, che ci si confronti magari partendo da posizioni diverse purché, finalmente, si prenda

atto della necessità di cambiare politica.

Dunque noi speriamo, e lo speriamo davvero, perché in questo ultimo anno molte cose sono cambiate, che tanti siano i Comuni - italiani e non italiani - che vorranno firmare la Risoluzione, vorranno farla propria, speriamo che molti siano i politici che decidano di abbandonare i vecchi percorsi che così cattiva prova hanno dato.

Sottoscrivere questa "Risoluzione" è - riteniamo - un gesto politicamente molto importante, è cogliere un'occasione attraverso la quale dare maggior peso alle posizioni che vengono condivise da un numero sempre più vasto di uomini politici, operatori sanitari, intellettuali, cittadini. Significa prendere un impegno perché sull'irrazionalità, sulle posizioni astrattamente ideologiche prevalga la volontà di fare effettivamente i conti con i problemi reali, affrontandoli in una giusta maniera.

E quando la quarta Conferenza si aprirà ad Amburgo - nel novembre del 1993 - siamo certi che la ragione si sarà creata ampio spazio nella intelligenza di chi ci governa, un'intelligenza finora silente.

INTRODUZIONE

Pur sapendo che molti di voi conoscono almeno in parte le cose che dirò, ritengo che l'argomento di cui trattiamo sia così importante da doverle ripetere di modo che ognuno - qualunque sia la sua opinione in merito - possa basarla su dati concreti, su dati di fatto. Nella speranza che possa derivarne una deduzione logica, quella che noi abbiamo tratto. E cioè che l'unico modo di vincere la guerra contro la droga è quello di non farla.

DROGA: IL PIU' GRANDE AFFARE DEL SECOLO

Vediamo infatti, a più di vent'anni di distanza dalla prima "guerra alla droga" dichiarata dagli Stati Uniti ai coltivatori di foglie di coca e di papavero da oppio, vediamo quale è lo stato delle cose per quanto riguarda la produzione di due prodotti agricoli come tanti altri che, però, con l'aiuto di alcune sostanze chimiche (importate dall'Occidente) e di un procedimento elementare che si può svolgere anche in una cucina - come spesso avviene - si trasformano in droghe: eroina e cocaina. Droghe che, con l'aiuto del proibizionismo, hanno creato le premesse per "il più grande affare" del nostro secolo.

Vorrei premettere che le cifre sulla produzione e sul traffico, sul consumo e sugli utili variano da fonte a fonte: io comunque mi sono attenuta, volta per volta, a quelle che mi sembravano più realistiche di altre, tenendo sempre presente che si tratta di cifre indicative. Resta il fatto che , più alte o più basse, sono tutte univocamente dirette a testimoniare un aumento a tutti i livelli. Per fare soltanto un esempio della variabilità delle stime, la valutazione del giro d'affari mondiale del narcotraffico per anno parte dai 150.000 miliardi di lire stimati dal GAFI (Gruppo Azione Finanziaria Internazionale) del G7 per passare attraverso i 300.000 miliardi di lire calcolati dai servizi segreti tedeschi fino ad arrivare ai 600.000 miliardi di lire di cui scrive, nel suo libro "La guerra della droga", Giuseppe di Gennaro che fu per nove anni a capo dell'Unfdac, una delle agenzie ONU antidroga. Per poi essere, dopo un clamoroso fallimento sul campo, nominato (sia pure "a termine") Super-procuratore nazionale

antimafia.

GIRO D'AFFARI ANNUALE DEL NARCOTRAFFICO

SECONDO LE DIVERSE FONTI

miliardi di lire fonte

150.000 stima del GAFI (del gruppo G7)

300.000 calcolo dei servizi segreti tedeschi

600.000 Giuseppe di Gennaro,, ex Unfdac

Comunque, a qualunque cifra si voglia far riferimento (1), si capisce meglio l'entità del fenomeno se si considera che gli utili netti conseguiti nel 1990 dalle prime cento imprese del mondo sembrano essere stati circa 135.000 miliardi di lire (2).

Possiamo quindi pensare che, oggi, le centrali criminali siano le più forti aziende del nostro pianeta. E' evidente dunque che se, attraverso la fine del proibizionismo, si riuscisse a sottrarre alle varie mafie una così grande quantità di denaro (e quindi di potere) si darebbe un grosso colpo alla criminalità della droga che vedrebbe praticamente scomparire tutti i suoi introiti, pari al 50% circa dei profitti criminali nel loro insieme.

Non è poco, io credo.

(1) i dati di comparazione (giro d'affari e utili) sono disomogenei ma crediamo di poterli utilizzare, considerando come le spese sostenute dalla criminalità organizzata siano di modesta entità

(2) Der Spiegel del 3 marzo 1992

RICCHEZZA E POVERTA' DELLA DROGA

La porzione di territorio destinato alla coltivazione di papavero e foglia di coca è calcolata in 500.000 (cinquecentomila) ettari (3), un dato destinato ad aumentare, come vedremo. Sono 500.000 ettari di terra dai quali deriva un oceano di danaro una volta che, come detto, il loro prodotto venga trasformato in droga proibita: eroina e cocaina.

Non voglio qui parlare di marijuana perché non la considero 'temibile', né dal punto di vista sanitario né - tantomeno - da quello sociale, economico o politico. Voglio però dire - mi sembra una notizia - come siano proprio gli Stati Uniti, per una serie di circostanze che sarebbe lungo raccontare, i maggiori produttori del mondo di questa erba, con il loro 34,5% dell'intera produzione mondiale. Tanti eserciti, tante guerre, tante "Tolerance Zero" o "Global Action", tanti proclami inutili e pomposi per poi trovarsi il nemico non solo nel cortile di casa (come amabilmente veniva definita l'America Centrale), ma addirittura "dentro" casa. Imbarazzante ma vero.

In Italia molte di queste cose non si sanno perché la nostra stampa e la nostra televisione informano poco e comunque male. Bisognerebbe davvero che tutti noi, interessati a questi problemi, frequentassimo assiduamente i giornali stranieri, molto più ricchi di notizie. Il CORA, proprio per questa ragione, stampa dall'inizio dell'anno un mensile che si chiama ADC (Aids, Droga, Criminalità) nel quale vengono pubblicati tutti gli articoli (commenti, editoriali, ecc.) che escono sui principali giornali di tutto il mondo (testo originale a fronte della sintesi italiana) e che è veramente di grande utilità. Volendolo, ci si può abbonare e io proprio spassionatamente, lo consiglierei a tutti voi (ma questo è solo un inciso).

Ad ogni modo penso che tutti sappiano come tre siano le grandi aree di raffinazione di oppio e coca (eroina e cocaina). L'eroina viene prodotta e raffinata soprattutto nel Sud-Est asiatico (Birmania, Laos e Thailandia), un'area conosciuta anche come il Triangolo d'Oro e in Asia Sud-Occidentale, in un'area nota come la Mezzaluna d'Oro o Golden Crescent e cioè Afghanistan, Iran e Pakistan. La cocaina viene invece prodotta in massima parte in Sud America (Perù, Colombia e Bolivia).

Naturalmente esistono molte altre zone di produzione (si calcolano in un numero di 25 i paesi dove si produce oppio, per esempio) ma il grosso, per ora, è li: tra Triangolo d'Oro e Mezzaluna d'Oro.

Vediamo più in dettaglio come sono distribuite queste sostanze, se la quantità prodotta aumenta e quanto aumenta: secondo il Dipartimento di Stato USA sì, la produzione è cresciuta di più del 50% passando dalle 2.242 tonnellate di oppio prodotto nel 1987 alle 3.520 tonnellate del 1990 (4) (nel 1981 si producevano soltanto 700 tonnellate e questo può servire a valutare l'efficacia delle politiche fin qui attuate).

PRODUZIONE DI OPPIO, +

anno tonnellate

1981 700 *

1987 2.242 **

1990 3.520 **

1991 5.000 *

* Giuseppe di Gennaro, "La guerra della droga"

** Dipartimento di Stato USA, 1991

Secondo quel che scrive Giuseppe di Gennaro "il totale mondiale di produzione di oppio si avvicinerebbe alle 5.000 tonnellate. Dal 1981 ad oggi il peggioramento è stato incessante". E se lo dice lui, che era preposto ad ottenere esattamente il contrario, dobbiamo credere. Dunque, 5.000 tonnellate di oppio che corrispondono ad un totale di 500 tonnellate di eroina e che, ogni anno, vengono immesse sul mercato mondiale. Questo incremento sarebbe dovuto soprattutto alla Birmania (Myanmar) che, in tre anni, avrebbe triplicato la sua produzione. Anche in Afghanistan la produzione è enormemente cresciuta e questo dipende dal fatto che, finita la guerra con l'URSS, gli Stati Uniti hanno smesso di fornire armi o ne forniscono in maniera insufficiente a coprire le esigenze dei conflitti interni. Inoltre, la povertà estrema spinge i reduci a trasformare i loro campi di grano in campi di papavero (ecco le uniche riconversioni che nei fatti avvengono). In un'immensa valle, vicina alla frontiera pakistana, si calcola che

il 60% delle terre siano ora coltivate a papavero, contro il 25% dell'anno precedente. Altrove, è il 40% della terra ad essere coltivata a papavero. Le ragioni sono chiare: l'oppio viene pagato a contadini molto poveri circa otto volte quello che viene pagato il grano e cioè tra i 50 e i 100 dollari al chilo.

FORMAZIONE DEL PREZZO DI 1 KG DI EROINA (in dollari usa)

al contadino (10 kg di oppio) 1.000

all'ingrosso 200.000

al dettaglio 2.000.000

Fonte: Jean-Francois COUVRAT-Nicola PLESS "La face cachéé de l'economie mondiale"; "Economie de la drogue": Revue Tiers Monde Luglio-Settembre 1992 (da un Paper del Cespi di Marco De Andreis)., +

"Ho fatto la Jihad (la guerra santa) per dieci anni - racconta un contadino afghano al corrispondente dell'Osservatorio Geopolitico sulle droghe - e nel 1991, quando sono tornato al mio villaggio ho destinato il 5% della mia terra a questa porcheria per dargli più valore . Ora è tornata anche la mia famiglia e abbiamo dovuto seminare papavero sul 25% del nostro terreno". Questa è, ma soltanto per ora, la situazione dell'oppio.

Per quanto riguarda la foglia di coca, coltivata soprattutto in America Latina (al 60% in Perù, al 22% in Bolivia, e al 18% in Colombia), le cose non vanno - né ragionevolmente lo potrebbero - meglio. Se nel 1970 si stimava che gli ettari coltivati a coca in Perù fossero 18.000, oggi - e soltanto in Perù - stime ufficiali valutano intorno ai 300.000 ettari la superficie coltivata a foglia di coca (5). La maggior parte delle raffinerie sono in Bolivia e Colombia, paesi che importano dall'Occidente (soprattutto dalla Germania) i "precursori", quelle sostanze chimiche necessarie a trasformare le foglie di coca e l'oppio in cocaina ed eroina. Ogni ettaro produce circa 1.000 kg di foglie di coca ogni anno. Ne derivano 3,3 kg di cocaina pura che, mescolata ai vari "eccipienti", si trasformano in 10 kg di cocaina da spaccio (6). La produzione totale di foglie di coca, secondo dati forniti dal Dipartimento di Stato USA, è - dal 1987 - molto aumentata, passando dalle 291.000 tonnellate alle 337.100 tonnellate del 199

1.

Anche la marijuana, e lo diciamo di passo, ha avuto un notevole incremento: se ne producevano 13.693 tonnellate nel 1987 che nel 1991 sono diventate 23.650.

PRODUZIONE DI COCA E MARIJUANA (in tonnellate)

anno coca marijuana

1987 291.000 13.693

1991 337.100 23.650

Fonte: Dipartimento di Stato USA,, 1991, +, +

Evidentemente tutte queste cifre sono "stimate", lo voglio ripetere, non possono essere precise al grammo o al chilo e infatti sono spesso discordanti: ma univocamente centrate in direzione di un aumento molto sensibile e dunque ce ne possiamo servire per vedere qual è la strada che stiamo percorrendo. Del resto, considerato il margine di utile che tutto questo rende, non è affatto sorprendente che nel Centro e Sud America stiano allargandosi le aree coinvolte nella produzione (raffinazione e traffico) di beni così redditizi. Adesso, interessati al "grande affare" sono anche paesi che fino ad ora ne erano rimasti del tutto o relativamente fuori: Brasile, Ecuador, El Salvador, Argentina, Suriname, Repubblica Dominicana, Giamaica.

Ma il "grande affare" riguarda soltanto i trafficanti e certo non i contadini che poveri erano e poveri sono rimasti. L'immensa quantità di denaro prodotto sul mercato li sfiora appena, consentendo loro la sopravvivenza e niente di più: ad esempio, nel regno di Khun Sa in Birmania, una famiglia di coltivatori di papavero riesce mediamente a ricavare un reddito di seicento dollari l'anno. Ma quello che loro hanno prodotto varrà sul mercato due milioni di dollari. E lo stesso vale per la foglia di coca che, come l'oppio, proprio perché illegale, proprio perché proibita avrà un valore ben diverso rispetto ad un qualsiasi altro prodotto agricolo: le poche centinaia di migliaia di lire guadagnate dal "cocalero" per il prodotto di un ettaro si trasformano in un milione di dollari in Giappone, in 300.000 dollari negli Stati Uniti (dove il mercato è saturo di cocaina, dove i prezzi si sono di conseguenza abbassati e dove - per questa ragione - i narcos pensano di immettere eroina, quell'eroina che deriva dalle nuove

piantagioni di papavero nel Centro e Sud America e di cui parleremo più avanti). In Italia questo stesso prodotto varrà dai 500.00 ai 900.000 dollari, 950.000 in Australia e così via.

VALORE DEL PRODOTTO RELATIVO AD UN ETTARO DI TERRENO COLTIVATO A COCA (in dollari usa)

al produttore 1.400

sul mercato giapponese 1.000.000

sul mercato americano 300.000

sul mercato italiano 500/900.000

sul mercato australiano 950.000

Fonte: Ricardo Sanchez,, ex prefetto del Carrao,, Perù, +

Dicevamo che i paesi coltivatori sono poveri, estremamente poveri. Questo emerge anche da una ricerca fatta dall'ONU (7), praticamente in tutto il mondo. Sono 160 i paesi esaminati in base ad una combinazione di tre parametri: reddito, educazione scolastica e speranza di vita.

Questo è il risultato: l'Afghanistan, con tutti i suoi campi di papavero, si colloca al 157esimo posto. Il Giappone è il primo dei 160 paesi, l'Italia il diciottesimo. Il Pakistan lo troviamo a quota 120, il Laos a 128, la Bolivia a 110, e così via. Come sempre a chi lavora con fatica la terra - sia pure in un ramo che per noi (non certo per loro) può essere discutibile non resta quasi niente se non, appunto, la sopravvivenza che altri prodotti non garantirebbero neanche. In questi paesi la situazione economica, sociale e politica è assolutamente disperata (e totale è l'assenza di democrazia).

Ed è questa la ragione della loro "sordità" di fronte alle "prediche" degli Stati Uniti: qui si tratta di vita o di morte e quindi spesso i finanziamenti statunitensi necessari a riconvertire le colture vengono presi e utilizzati per piantare foglie di coca a qualche distanza, essendo gli spazi enormi e disponibili. Ma intanto i tre-quattro-cinquecento miliardi di dollari finiscono in altre mani. Ogni anno circa 110 miliardi di dollari si riciclano rientrando nell'economia legale degli Stati Uniti, circa 50 miliardi di dollari arrivano in Italia e poi in Svizzera, in Lussemburgo, in Austria soprattutto. Dovunque e comunque i soldi sporchi cambiano aspetto e si trasformano, diventano rispettabili e molto rispettati.

(3) Giuseppe di Gennaro, "La guerra della droga", Mondadori, 1991

(4) Dipartimento di Stato Usa, 1991; Bureau of International Narcotics, Washington, marzo 1991 (da un Paper del Cespi, di Marco De Andreis)

(5) e (6) Ricardo Sanchez, ex Prefetto del Carrao, Perù

(7) Programme des Nations Unies pour le dévéloppement humain, Rapport mondial sur le dévéloppement humain, Parigi 1991

IL PAPAVERO ROSSO: L'EX URSS

Questo quadro assai poco rassicurante vale comunque fino al 1990 perché, dopo il crollo del muro di Berlino, le cose sono molto cambiate e ora il problema sta diventando enormemente serio anche nell'ex URSS e nei paesi dell'Est.

Della Russia, ad esempio, parla Eduard Drodzov, capo della Narcotici di Mosca: "Mosca è diventata un crocevia degli stupefacenti, i giovani che si drogano aumentano vertiginosamente, la mafia ingrassa all'ombra delle riforme". I dati che fornisce questo funzionario in un suo scritto apparso il 23 aprile 1992 sulla Rossiskaia Gazeta, fanno impressione. E tanta. "Oggi - dice Drodzov - la mafia ha un potere che va molto al di là del controllo sul mercato della droga: è l'interlocutore quasi unico del governo nel processo delle riforme economiche perché è l'unico 'gruppo sociale' pronto al cambiamento e preparato ad ascoltare gli emissari del Fondo Monetario, essendo in grado di capirne la lingua".

Secondo la stessa fonte i dati sui cittadini russi che usano stupefacenti sono anche troppo sorprendenti: si stima infatti che il 10,5% dei ragazzini tra i 7 e i 18 anni ne faccia uso (viene evidentemente calcolata anche la marijuana), mentre il dato raggiunge il 16,5% per quanto riguarda i russi di ogni età (nel 1986 erano il 6,4% in totale). La marijuana, oltre a quella coltivata, cresce spontaneamente "allo stato selvaggio", come ci dice l'Osservatorio Geopolitico sulle droghe, su più di tre milioni di ettari, e ci sono già migliaia di campi coltivati a oppio e sempre più ce ne saranno se consideriamo, come scrive il Financial Times del 9 giugno scorso, "che la frenetica corsa verso il capitalismo e la prossima convertibilità del rublo creano un terreno propizio al riciclaggio. Gli ingredienti perché questo avvenga - scrive il prestigioso giornale economico - ci sono tutti: disoccupazione, povertà, libertà spinta all'estremo, attrazione verso stili di vita occidentali, comparsa di nuove droghe". A tonnell

ate gli stupefacenti circolano ogni anno per Mosca: quindici, sedici tonnellate. Ma soltanto una - più o meno - viene sequestrata dalla milizia. E questo mercato "è destinato a crescere in maniera esponenziale" anche secondo la United Nation Drug Control Program di Vienna.

Su tutto questo la mafia russa - dicevamo - impera. E a darci un'idea di quel che è, la mafia russa, basta leggere una straordinaria corrispondenza firmata sull'Unità dell'11 ottobre scorso da David Grieco. Il giornalista racconta di essere stato letteralmente rapito da loschi individui che per loro ragioni, volevano vendergli uno scoop, lo trascinano via dal tribunale di Rostor, dove stava seguendo un processo e lo spingono dentro una macchina. "Ci ritroviamo in una sala da pranzo - scrive Grieco - la tavola è imbandita. Ogni ben di Dio. Salmone affumicato, caviale a volontà. Champagne di marca... Sembra di essere a Montecarlo. Solo i commensali lasciano un po' a desiderare. Omoni caucasici, grugni di pietra, ma per fortuna c'è una donna. E' grassa, non è una bellezza. Ma se ora mi chiedessero di sposarla non esiterei. 'Volevamo dimostrarti che noi siamo le uniche persone serie, oggi, in questo paese' dice Andrej, (uno dei due figuri). "E il guaio - prosegue il giornalista - è che dice la verità. Perché que

sta allegra combriccola è la crema della famigerata Mafia Russa. Rapinatori di professione, poliziotti, trafficanti di droga, ex-agenti del KGB, funzionari degli Interni. Tutti insieme appassionatamente".

Ecco, io credo che questa immagine possa, meglio di ogni altra cosa, rappresentare quasi visivamente quel che sta accadendo nei paesi dell'Est., a quale punto di sfacelo e di collusioni quella società stia purtroppo arrivando. Un punto di sfacelo e di collusioni dove la droga proibita trova un campo estremamente favorevole nel quale poter fare ogni tipo di danno. Sociale, economico, sanitario, giudiziario. E, naturalmente, politico.

Lo stesso terreno che trova nell'ex Yugoslavia dove - come si può vedere dalla tabella pubblicata nelle pagine centrali (30-31) - il traffico armi/droga/petrolio/materie prime è talmente intrecciato da richiedere troppo largo spazio per essere adeguatamente descritto. Ma credo che il grafico, che fa parte di un'inchiesta molto articolata, sia abbastanza eloquente (8)

(8) Inchiesta di Paolo Rumiz apparsa in sei puntate sul quotidiano "Il Piccolo" di Trieste nell'ottobre 1992>.

IL PAPAVERO BIANCO: L'AMERICA LATINA

Se nei paesi dell'Est sta avvenendo il peggio, per quanto riguarda la produzione di oppio c'è da aggiungere qualcosa di molto importante e preoccupante: per la prima volta nella storia del continente latino-americano, (solo in Messico esisteva da qualche tempo una minima produzione di papavero), si va affiancando alla coltivazione di foglie di coca anche quella del papavero da oppio. Infatti i narco-trafficanti, visto che il mercato americano è saturo di cocaina, hanno provato a piantare papavero e si sono resi conto che il clima andino è particolarmente adatto a questo tipo di coltivazione. Adesso, da qualche tempo, il papavero cresce abbondante anche in America Latina, in Perù, ma soprattutto in Colombia (9) dove è stato trovato, nel novembre 1991, uno dei primi laboratori destinati a trasformare l'oppio in morfina base e dove le coltivazioni si trovano sulle montagne di Tolima, Huila, Caqueta, Cauca, Narino, Caldas e nella regione di Boyaca e Cundinamarca. Non dico questo per eccesso di pignoleria, ma pro

prio perché sappiate che queste sono cose vere e non parole usate solo per impressionare.

Negli Stati Uniti, dove il consumo di cocaina sta diminuendo, aumenta invece quello di eroina che, tra l'altro, rende molto di più. (Bush, quando parla dei giovani che si allontanano dalla cocaina, dimentica di parlare di coloro che l'hanno sostituita con l'eroina). La coltivazione del papavero non solo rende molto di più, ma non fa alcuna "concorrenza" alla coltivazione di coca, crescendo le due piante ad altezze diverse. C'è quindi posto per l'una e per l'altra.

Tutto questo, però, ha creato uno scompenso tra i coltivatori, i poverissimi contadini delle Ande ai quali i narcotrafficanti offrono cifre altissime, fino a 8.000 dollari in prestito senza interesse, pur di ottenere in cambio il loro raccolto in esclusiva. Centomila contadini la cui vita è miserabile, hanno fatto questo "patto col diavolo", come è stato definito (10). Un "patto col diavolo" per sopravvivere, e che non si può rompere, pena la morte. Il risultato è che ora questi contadini si sono - in gran parte - trasformati in banditi che si fanno la guerra tra loro.

Nei mesi scorsi, esattamente alla fine di settembre, quando a Roma ci fu la cosiddetta "grandiosa" operazione Green Ice, (ricorderete, immagino) lessi sul Corriere della Sera un'intervista al direttore di un giornale, il più serio della Colombia, "El Espectador". Si chiama Juan Cano ed è uno dei sopravvissuti alle decine di giornalisti fatti uccidere dai narco-trafficanti, compreso suo padre e i suoi migliori redattori. Ebbene, Juan Cano, alla domanda del giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dell'operazione "Green Ice" ha risposto: "Ci sono stati troppi morti per pensare. Abbiamo una grande preoccupazione: che oltre alla cocaina si produca anche eroina. Sarebbe la fine". Ecco, questo ha detto Juan Cano e fa male sapere che la strada è esattamente quella da lui così fortemente temuta (e conosciuta, immagino).

Negli stessi giorni, infatti, la stampa parlava molto di questa operazione di polizia e alcune intercettazioni telefoniche fatte al grande boss colombiano arrestato a Piazza Navona a Roma vennero pubblicate. Tra le altre, si leggeva questa frase: "Se solo riusciamo ad invadere il mercato europeo con l'eroina, incasseremo dieci volte di più che coltivando foglie di coca".

Arresti in grande stile, operazioni straordinarie concordate a livello planetario. D'accordo. Ma è tutto - secondo me - assolutamente illusorio. Infatti questo mercato è così redditizio da far sì che nessuno pensi di abbandonarlo soltanto per la paura dell'arresto. Un'immagine che può adattarsi alla situazione è quella del bowling: una grossa palla che colpisce tanti birilli. I birilli cadono, ma immediatamente si rialzano e si ricomincia da capo. Nel nostro caso i birilli non saranno gli stessi, ma verranno sostituiti da altri. E poi ancora da altri. Interi eserciti sono lì pronti e scalpitanti in attesa di sostituire i grossi boss eventualmente arrestati e prenderne il posto, in un giro senza fine.

(9) La Colombia - secondo il dipartimento di Stato USA - è oggi il terzo produttore mondiale di oppio, con 20.000 ettari coltivati a papavero contro i 29.000 del Laos e i 161.000 della Birmania.

(10) Newsweek del 10 febbraio 1992

(11) La Repubblica del 30/9/1992

IL PAPAVERO NERO: LA NIGERIA

In questa rapida ricostruzione delle vie della droga, non possiamo dimenticare l'Africa nera considerato che, secondo le notizie degli ultimi anni (se ne parla dall'84-85), esiste una "nigerian connection".

I trafficanti internazionali di eroina e cocaina - a quanto sembra - hanno eletto a punto di smistamento della loro merce la capitale della Nigeria, Lagos.

Secondo i responsabili delle dogane Usa il traffico gestito dai nigeriani coprirebbe addirittura più del 40% dell'eroina introdotta negli Stati Uniti. Migliaia di chili di eroina proveniente dai paesi asiatici che la producono e di cocaina prodotta in America Latina fanno sosta a Lagos prima di essere distribuiti sui mercati di Europa e Usa. In Nigeria - come del resto in tutti i paesi la cui precipua attività è la produzione o il traffico di droga - esiste una corruzione estremamente diffusa tra polizia e magistratura e un sistema bancario estremamente "facile" nei confronti del denaro illegale. A questo si aggiunge il fatto che l'economia del paese, basata sopratutto sul petrolio, è andata in crisi piuttosto rapidamente, tanto che il prodotto annuo pro capite è sceso dai 1.000 dollari del 1980 ai 370 di oggi 812).

Quindi lavoro assicurato per i corrieri che con le capsule nello stomaco rischiano la vita ad ogni viaggio e grande impunità per i signori nigeriani della droga illegale.

(12) Financial Times del 14/10/1992

PROIBIZIONISMO E DEMOCRAZIA

Signori della droga, narco-trafficanti, mafiosi: ogni anno raccolgono cifre formate da una tale quantità di zeri da essere difficilmente immaginabili. Si tratta di soldi che però devono assumere un diverso aspetto, devono essere 'riciclati', puliti, lavati per poter poi entrare nell'economia legale. E a questo scopo ben si prestano le banche dei tanti paesi che - almeno finora- non uno ma tutti e due gli occhi hanno con molto piacere voluto chiudere. Quindi la geografia del riciclaggio varia da paese a paese a seconda di chi mette maggiore o minore impegno nel seguire con attenzione il percorso del denaro criminale. Nei fatti, per quanta attenzione si faccia (o non si faccia) le mafie di ogni tipo non trovano così tanti ostacoli se - come abbiamo visto - i loro utili sono più grandi di qualsiasi altra iniziativa mercantile.

Per questo la situazione è particolarmente preoccupante in Germania dove, finora, le leggi sul riciclaggio sono state molto morbide. E quindi la strada per "lavare" i soldi sporchi è stata decisamente in discesa. Da un rapporto del Servizio Informazioni Federale, consegnato la primavera scorsa al Cancelliere Köhl, con il titolo "Potenziale di pericolo del traffico della droga internazionale per i paesi occidentali" si afferma che: "Il potere dei trafficanti di droga è tale da non poter essere controllato democraticamente". Tale potere - dicono i servizi tedeschi - si basa su miliardi di dollari, una massa di denaro "che viene investita nei paesi sviluppati in immobili, partecipazioni azionarie di compagnie aeree, giornali e televisioni. In Italia, in particolare - si afferma - vengono acquistati titoli di Stato. Si calcola che il denaro a disposizione dei cartelli della droga sia ogni anno di 250 miliardi di dollari da investire in Occidente". Sembra che Köhl, molto e giustamente allarmato, abbia immediatame

nte fatto parte di queste notizie i suoi partners europei, non si sa con quale risultato.

A questo punto mi sembra di poter dire - ed è, io credo, qualcosa che tutti dovremmo tener molto presente - che quando i servizi segreti (e non soltanto quelli tedeschi) affermano di "non poter più controllare democraticamente la situazione" dicano qualcosa di molto preciso. Cosa significa dire che la situazione non può essere controllata democraticamente? Semplicemente questo: si chiedono più poteri per combattere i narco-trafficanti con strumenti che con la democrazia non hanno niente a che fare.

Maggiori poteri (che cosa? fine dei diritti civili di ogni tipo, tortura? che cosa?) e, quindi, minor democrazia. Questo è quel che contiene in sè la proibizione delle droghe, questo è il rischio che tutti noi stiamo correndo, il rischio di vedere la fine della democrazia o di quel poco o tanto che ne resta. O che abbiamo mai avuto.

Un grave pericolo che deriva da una cosa e da una cosa soltanto: dal fatto che governanti ciechi, governanti incapaci o complici, abbiano, tutti insieme, deciso di proibire l'uso di un prodotto della terra, ottenendo l'effetto esattamente opposto a quello che (almeno a parole) dicevano di voler ottenere. E cioè riuscendo piuttosto a renderlo estremamente appetibile a tutte le criminalità organizzate del mondo, mafia italiana, triade cinese, mafia turca, mafia russa. Yakuza giapponese compresa (è dei mesi scorsi - come abbiamo potuto leggere sulla stampa - la visita in Italia di un grosso boss giapponese, venuto proprio per prendere contatto con la nostra mafia della droga).

Il pericolo - lo diceva anche Giovanni Falcone - è quello di veder nascere una Federazione Criminale di tutte le mafie sparse nel mondo e di venirne strangolati. Un network della criminalità, diceva.

Non siamo così lontani da questa eventualità, io credo. E intanto, il nostro Stato di diritto rischia di essere stritolato da una tenaglia: i narco-trafficanti da una parte, che si comprano letteralmente mezzo mondo, inquinando le nostre società, le nostre economie, la nostra vita civile che si va erodendo sempre più, di giorno in giorno, trasformandosi in una vita incivile formata da bande che si massacrano a vicenda.

E dall'altra parte le varie polizie che si fanno avanti, che hanno già chiesto e sempre più chiederanno in un prossimo futuro, avendo paradossalmente l'alibi dell'insuccesso, di poter 'ignorare' alcuni principi che stanno a fondamento della nostra Costituzione e delle Costituzioni di tutti i paesi cosiddetti civili.

Questo è molto realistico, è un quadro niente affatto ideologico ed evidentemente molto, molto allarmante. Io credo che non ci sia più tempo, non c'è più tempo per divertirsi a giocare alle "Global action", alle "Tolerance Zero", alle eradicazioni totali, alle conversioni delle colture tentate - così inutilmente - per vent'anni.

Insistere su questa strada sarebbe, io credo, un delitto. Il delitto dell'ignavia o della complicità. Il delitto di chi vuol tenere ad ogni costo gli occhi chiusi. Per non vedere i risultati economici, sociali, sanitari, giudiziari e politici che la repressione produce. Io non parlerò della vita dei tossicodipendenti, della vita che milioni di persone nel mondo sono costrette a condurre proprio perché qualcuno ha deciso che 'è proibito' far uso di sostanze stupefacenti. Non parlerò dei tossicodipendenti, ma vorrei che chi ci governa non distogliesse gli occhi da loro, da persone la cui dignità è schiacciata in nome di quei Valori con la V maiuscola e di quegli Alti Ideali colorati di ipocrisia e che niente hanno a che vedere la loro vita: Una vita vissuta sul filo del rasoio in ogni minuto della giornata. Solo e solamente causa della scelta repressiva. Vorrei che questo fosse capito da chi si occupa di questi problemi, perché è questo uno dei punti fondamentali che ci divide dai proibizionisti. Vorrei che si

capisse quale devastazione nella società produce il denaro necessario a comprare la droga, il denaro che tanti profitti crea, il denaro. Una devastazione che coinvolge tutti noi. Tossicodipendenti e non tossicodipendenti. consumatori di sostanze stupefacenti e non consumatori di sostanze stupefacenti. Tutti.

UN GIORNO COME UN ALTRO

Dicevo quanto il denaro della droga proibita porti con sé morte e frantumazione delle coscienze. Come faccia saltare ogni parametro di civile convivenza. A questo scopo ho cercato qualche titolo di giornale. Penso che il vederli tutti insieme possa indurci a qualche connessione che non sempre, leggendone uno alla volta, e distrattamente, riusciamo a fare. Può aiutarci a riflettere anche se non sempre ne abbiamo voglia perché facile è rimuovere quello che ci dà fastidio.

Vediamo allora cosa c'era su alcuni giornali in alcuni giorni, anche se, in questo campo, un giorno vale l'altro. Queste notizie non mancano mai. E spesso sono sullo stesso giornale, nello stesso giorno, ma in pagine diverse.

Ve ne voglio leggere alcuni:

A GELA IL CIMITERO DEI BABY-BOSS

Il Corriere della Sera del 9/9/92

MASSACRANO DUE PENSIONATI PER COMPRARE L'EROINA

La Repubblica del 9/9/92

SOS PER I BAMBINI DI NEW YORK. EPATITE B E TUBERCOLOSI FANNO STRAGE TRA I PIU' DEBOLI. MOLTI SONO COSTRETTI DAI GENITORI A RUBARE E PROSTITUIRSI PER COMPRARE LORO LA DROGA

Il Corriere della Sera del 9/9/92

GIOVANI, SOLI E DISPERATI SI UCCIDONO CON LA DROGA

L'Unità del 1/8/92

PADRE, MADRE E BIMBA IN BRACCIO 'INSOSPETTABILI' SPACCIATORI

L'Unità del 1/8/92, stessa pagina

Alghero, l'uomo aveva cercato di estorcere i soldi della pensione agli anziani genitori DENUNCIATO DALLA MADRE, SI UCCIDE

Il Corriere della Sera del 2/3/92

MORIRE DI CARCERE: LO HANNO PESTATO

La Repubblica del 15/2/92

DROGATA INCATENATA IN CASA

Il Giorno del 29/3/92

IVREA: PRESO CON 25 GRAMMI DI HASCISH SI IMPICCA IN CELLA A 18 ANNI

La Repubblica del 26/7/91

MORIRE PER UNO SPINELLO. DOPO IVREA UN ALTRO SUICIDIO IN CARCERE

La Repubblica del 27/7/91

Palermo, drammatica storia di una madre che ora rischia il carcere METTE LA DROGA NELLE TASCHE DEL FIGLIO E CHIAMA I CARABINIERI PER FARLO ARRESTARE

L'Unità del 15/1/91

Verona: la tragedia di un pensionato "voleva sempre soldi, non ci ho visto più" SPARA E FERISCE IL FIGLIO TOSSICOMANE LO INSEGUE E LO UCCIDE

Il Messaggero del 30/3/92

In Corsica trovati i cadaveri di sei trafficanti SPACCIATORI MASSACRATI DAI GIUSTIZIERI

La Stampa del 10/10/92

Quella serrata voluta dal piccolo padrino NAPOLI, COSI' ALLEVANO I BABY BOSS

La Repubblica del 18/9/92

MEDELLIN: I RAGAZZI CHE UCCIDONO PER CENTO DOLLARI

Il Corriere della Sera del 6/6/92

Ecco, credo che tutto questo, molto più di tanti discorsi possa dare un quadro di quello che è la realtà. Una realtà che o direttamente o indirettamente colpisce tutti noi, infatti chi può vivere bene, chi può vivere serenamente in una società che queste cose produce, quest'orrore?

La scelta è vasta, davvero.

C'è chi uccide per procurarsi la droga e chi viene ucciso, magari dai propri genitori esasperati da una vita resa impossibile dalla continua richiesta di soldi, richiesta che soltanto dalla droga proibita deriva.

C'è chi viene ucciso dai compagni più grandi ai quali ha tentato di fare concorrenza (come è successo a Gela). Bruciati e seppelliti cinque ragazzini che tentavano di essere 'autonomi', con in testa il 'modello' del giovane capo forte, già ricco, con la sua grossa motocicletta e le ragazze, e le catene d'oro, gli orologi d'oro, i soldi facilissimi. "E perché non anch'io?".

E così in Sicilia, in Campania, in Calabria, in Puglia dove l'evasione scolastica è altissima, dove la scuola dell'obbligo è totalmente ignorata, dove si va in mezzo alla strada e ci si arruola nell'esercito della mafia, della camorra, della Sacra Corona Unita. Le sole aziende che danno un lavoro, ben pagato.

E lo Stato? Lo Stato non c'è.

E poi ci sono i bambini di New York (e certamente non solo) costretti a prostituirsi per "dare una mano" ai genitori che si drogano e che non hanno i soldi per comprarsi la "roba". E che pur di averla qualunque cosa fanno, e fanno fare. E' così.

Poi ancora i ragazzini di Medellin, che uccidono per cento dollari chiunque 'debba' essere ucciso, chiunque si metta contro qualche Cartello vincente. (E da una recente inchiesta di Sergio Zavoli abbiamo visto che nel nostro sud i ragazzini sono pronti a uccidere. Per un milione. Altrimenti per mezzo milione si limiteranno a ferire chi deve essere ferito.)

Due "tossicodipendenti" che ammazzano due persone anziane per portar via poche lire, per loro, in quel preciso momento, indispensabili.

E i due ragazzi (17 e 21 anni) che non ce la fanno più a vivere di marginalità e che, dopo aver a lungo camminato dentro la stazione di Pescara, vanno e si ammazzano in una latrina. Insieme, abbracciati. E disperati. Gli avevano appena portata via la bambina.

E ancora: la famigliola per bene che spaccia e fa proselitismo, quel proselitismo così necessario alla droga illegale. O meglio a chi sopra ci costruisce fortune incommensurabili. Droga illegale, ma che - oggi - si trova dovunque. Basta avere i soldi per comprarla. E per avere i soldi si fa qualsiasi cosa.

E ancora, quei negozianti che, tremando di paura, abbassano la testa e le saracinesche dei loro negozi di fronte ad un bambino i dodici anni che glielo "ordina" per far onore al suo fratello morto. Di overdose, tra l'altro. E c'è anche chi comincia a farsi "giustizia da sé", è successo in Corsica.

Qualche tempo fa ho incontrato don Mazzi che dirige EXODUS, un'importante rete di Comunità terapeutiche. Era davvero disperato, tornava da Napoli dove - mi ha detto - "la droga ormai è in mano a ragazzini di tredici anni, ragazzini che girano con il telefono cellulare".

E' tutto questo ineluttabile? Si tratta di calamità naturale? Se così non è, come mai chi governa il mondo continua pervicacemente a percorrere una strada che questi disastri provoca? Sono domande alle quali ognuno potrà rispondere come crede. Ma nessuno potrà evitare di porsele.

I PROFESSIONISTI DELL'ANTIDROGA

Vorrei, per finire, parlare un momento dei costi economici, che sono immensi: miliardi di dollari vengono spesi ogni anno per sostenere la repressione. Eserciti, apparati, comitati, sotto-comitati, agenzie, coordinamenti e sotto-coordinamenti: davvero non si finirebbe di elencare tutte le specie esistenti di "repressori" che non reprimono niente ma che continuano ad incontrarsi in convegni, congressi, riunioni ad altissimo livello dove non fanno altro che elencare i loro scacchi gabbandoli per "vittorie" alle quali nessuno, ma proprio nessuno che abbia un minimo di occhi per vedere e di orecchie per sentire può mai dar credito alcuno. Strutture immense, una organizzazione che costa un fiume di soldi, utile soltanto a mantenere se stessa e che quindi ben difficilmente potrà essere smantellata. E al di là delle possibili complicità, ben comprensibili sono le resistenze di fronte a una proposta ragionevole, come è quella della legalizzazione: cosa farebbe tutta questa gente, centinaia di migliaia di persone pag

ate per nulla fare, gente impegnata nel Niente, ma così ben retribuita e in molti casi con quel tanto di potere che non si rifiuta mai?

E perché mai nessuno, ma proprio nessuno, avanza l'ipotesi che se tutti questi soldi fossero tolti alla Repressione e passati alla prevenzione, se fossero destinati a creare buone scuole, strutture sportive, biblioteche, sale da concerto, piscine, palestre, posti dove i ragazzi s'incontrino, posti che non siano le stazioni o i muretti sui quali bucarsi, ma spazi dove una vita - che questi ragazzi ignorano perfino possa esistere - venisse invece loro offerta? Una vita che abbia un senso, un significato. Forse, se così si facesse, molti di loro nella droga non entrerebbero affatto. Perché se è vero che le ragioni per le quali si decide di usarla sono tante, perché se è vero che esistono ragioni individuali ed esistenziali, è altrettanto vero che il mondo sul quale si affacciano generazioni di adolescenti è così totalmente vuoto di ogni cosa positiva da indurre ad una scelta che, ai più deboli, sembra l'unica possibile.

Vorrei citare Ernst Drucker (13), che in una sua relazione a Ginevra ha portato alcuni dati che mi sembrano interessanti. Dice Drucker: "Nella città di New York la guerra alla droga ha creato un'enorme 'industria' i cui costi superano i due miliardi di dollari l'anno e che occupa almeno 100.000 persone tra polizia, tribunali, carceri, e programmi per il dopo-carcere. Più del 60% di tutto questo ha a che fare con chi viola la legge sulla droga. A questo - continua Drucker - bisogna aggiungere da uno a due miliardi di dollari per danni alla proprietà e furti, per servizi sociali e sanitari necessari ai consumatori di droga e alle loro famiglie quando si ammalano di Aids, quando sono senza casa o costretti ad abbandonare i loro figli".

"La spesa complessiva supera i cinque miliardi di dollari e rappresenta il 75% del bilancio totale destinato dalla Municipalità a tutti i suoi sette milioni di abitanti. Dunque la guerra alla droga, come tutte le altre guerre, distoglie denaro pubblico da tutto il resto. Non rimane quasi niente per sopperire alle necessità sociali, alle immense carenze di una città come New York, carenze che vanno dalla mancanza di scuole inferiori alla mancanza di cure per i bambini, a servizi sanitari completamente falliti e che sarebbero invece così importanti per salvare le generazioni future dalla disperazione e dalla marginalizzazione, così chiaramente legate all'uso distruttivo della droga". "Oggi - conclude Drucker che è un convinto anti-proibizionista - non restano soldi da destinare a queste 'voci' nelle economie depresse nazionali e locali degli Stati Uniti".

Veniamo ora all'Italia. Da noi le cifre non sono le stesse, ma identico è il risultato delle leggi repressive: le prigioni sono piene di tossicodipendenti, un terzo dei quali è sieropositivo e spesso la sieropositività è "da carcere". Un carcere dove la droga gira tranquillamente e le siringhe vengono fatte pagare (da chi?) due-trecentomila lire l'una, con la conseguenza che per essere "ammortizzate" vengono usate da trenta-quaranta diversi individui. Il 70-80% dei processi celebrati nei Tribunali delle grandi città ha a che fare direttamente o indirettamente con fatti di droga, processi per lo più risibili (pochi grammi di "roba", imputati, quasi sempre, consumatori o piccoli spacciatori). E ci si domanda se sia davvero questo il compito dei magistrati. Aumentano continuamente i reati contro il patrimonio, l'80% dei quali è legato all'illegalità della droga, mentre il 92% delle rapine e il 98% dei furti sono di autori che restano "ignoti". Diminuiscono sì le denunce, ma solo per la totale inutilità di rivol

gersi alle forze dell'ordine, sopraffatte da una tale quantità di problemi ben più gravi da non avere certamente il tempo di cercare scippatori o ladri di appartamenti.

La Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla Mafia, nella sua relazione presentata al Parlamento nel 1991 sottolinea come "il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, oltre a costituire la più remunerativa attività della malavita organizzata, rappresenta una vera e propria mutazione storica nell'organizzazione del crimine. L'enorme liquidità di cui dispongono i trafficanti ha prodotto contatti con settori dell'imprenditoria e della finanza per il reinvestimento dei capitali accumulati". Ogni anno sorge una miriade di società finanziarie pronte a concedere finanziamenti a 24 ore a tassi di interesse quasi irrisori. Tutto serve a riciclare quella montagna di denaro da lavare nel minor tempo possibile, stimata dalla Guardia di Finanza, solo per la città di Roma, in 2000 miliardi l'anno.

(13) Ernst Drucker, uno dei maggiori epidemiologi del mondo, lavora al Montefiore Medical Center - nel Bronx - a New York.

CONCLUSIONI

Visto tutto questo, pensiamo che la nostra proposta, la legalizzazione (non la liberalizzazione) della droga, la legalizzazione di questi prodotti che potrebbero essere venduti in farmacia con una ricetta medica - così come oggi avviene, ad esempio, per gli psico-farmaci - sarebbe davvero, insieme alla politica di riduzione del danno proposta dalle città che hanno firmato la risoluzione di Francoforte, l'unica strada per arrivare a togliere alla mafia e alla grande criminalità questa fonte di reddito così grande da rappresentare più della metà di tutti gli altri affari illeciti e che produce danni inenarrabili alle nostre società che si avviano a diventare terre franche dove ogni bandito può dettare legge come, quando e dove vuole.

Non ci sfuggono certo le difficoltà tecniche di attuazione di un sistema così diverso da quello in atto né ci sfugge la possibilità che - per un certo periodo di tempo - potrebbe sopravvivere il cosiddetto mercato grigio ma, francamente, questa consapevolezza non basta a creare in noi alcuna perplessità rispetto alla linea da seguire.

La situazione che - certo sommariamente - abbiamo descritto è infatti il prodotto di decenni di proibizionismo.

Non ricordo più chi, tempo fa, nel corso di un dibattito al quale anch'io partecipavo, ha paragonato i governanti occidentali e il loro atteggiamento nei confronti delle droghe a qualcuno che, dovendo fare qualcosa di fronte ad un reattore nucleare che sta scoppiando, continuasse a cercare di acchiappare con una rete la nuvola che ne fuoriesce invece di correre a fermare il reattore. Ecco, mi sembra che l'immagine corrisponda perfettamente a quel che succede con il traffico di droghe. Quel che serve è esattamente fermare il reattore, legalizzare le droghe, smettendola di tentar di acchiappare le nuvole così come si è fatto finora.

Grazie.

LA RISOLUZIONE DI FRANCOFORTE

I. Dichiariamo che:

1 Il tentativo di eliminare le droghe e il consumo di droga dalla nostra civiltà è fallito. Nonostante tutti gli sforzi fatti, la richiesta di droga non è scomparsa, e tutto indica che dovremo continuare a vivere con la droga e i consumatori di droga anche nel futuro.

2 L'uso di droga ha il suo fondamento nelle carenze della società e non può essere prevenuto da specifiche politiche sulla droga. Nella migliore delle ipotesi, queste politiche sono in grado soltanto di regolamentare e limitare le conseguenze del consumo di droga. Per la maggioranza dei suoi consumatori, la droga è un periodo temporaneo dell'esistenza, che può essere superato attraverso un processo di maturazione che liberi dalla dipendenza. Le leggi sulla droga non debbono essere di ostacolo a questo processo, ma devono costituirne un sostegno.

3 La politica sulla droga che lotta contro la tossicodipendenza soltanto con la legge penale e l'obbligo all'astinenza, e offrendo pubblica assistenza sul presupposto esclusivo dell'astinenza dalla droga, ha fallito: la richiesta di droga esiste ancora, i disagi sociali e medici dei consumatori crescono sempre più velocemente, un numero sempre maggiore di tossicodipendenti è contagiato dall'HIV, il numero dei morti aumenta, il narcotraffico si estende e fa profitti sempre più grandi, nelle città la paura della gente per lo spaccio di droga e i reati ad esso collegato cresce sempre di più.

4 I problemi legati alla droga non sono basati soltanto sul modo in cui le droghe operano sotto il profilo farmacologico, ma sono piuttosto il risultato di un consumo illegale, che mette in circolazione droghe adulterate, dispendiose, e in dosi non calcolabili. Il consumo illegale di droga è la causa principale delle sofferenze dei tossicodipendenti, dei decessi e della criminalità indotta. La criminalizzazione è oggi il contraltare dell'assistenza e della terapia, ed è un peso che la polizia e il sistema giudiziario non sono in grado di sopportare.

5 La maggioranza dei consumatori di droga vive nelle città o si reca nelle città perché lì c'è lo spaccio, ci sono gli ambienti della droga, c'è l'assistenza ai drogati. Di conseguenza la maggior parte delle nostre grandi città è afflitta da problemi di droga, mentre, d'altro canto, l'influenza di queste città sulle scelte politiche in materia di droga è limitata e proporzionalmente inversa rispetto agli oneri che esse devono sopportare.

II. Siamo giunti alle seguenti conclusioni:

1 Bisogna modificare radicalmente le priorità nelle strategie relative alla droga. L'assistenza ai tossicodipendenti non deve più essere minacciata dalla legge penale. Anzi, deve diventare un obiettivo alla pari delle strategie sulla droga, a fianco della prevenzione dell'educazione. Per quanto riguarda i problemi collegati con la droga è necessario porre l'accento sulla riduzione dei danni. E le forme di intervento repressivo devono essere ridotte al minimo assolutamente necessario. La repressione deve essere limitata a combattere il traffico illecito di droga. Chiunque voglia ridurre la criminalità, i danni, le sofferenze e la morte, deve liberare i tossicodipendenti dalla pressione delle incriminazioni legate al consumo di droga e non deve collegare l'aiuto al solo obiettivo di una totale astinenza. Di fronte alle morti, la terapia antidroga può essere un'offerta tardiva, e l'aiuto a sopravvivere può rappresentare il primo passo per uscire dalla dipendenza.

2 All'interno della politica sulla droga deve esserci una separazione tra la cannabis e le altre droghe illegali, il cui potere di provocare assuefazione, la cui pericolosità e la cui integrabilità sociale differiscono enormemente l'una dall'altra.

3 La distribuzione di siringhe e aghi sterili e il trattamento col metadone sono passi importanti per la riduzione dei danni.

4 L'opzione delle "Shooting Galleries", che forniscano aiuto e distribuzione di droga sotto controllo medico ai tossicodipendenti, deve essere sperimentata in condizioni di imparzialità e in maniera scientifica.

5 La prescrizione di droga sotto controllo medico ai tossicodipendenti deve essere presa in considerazione senza pregiudizi in maniera da minimizzare i danni già fatti e da rendere possibile una verifica scientifica.

6 Abbiamo bisogno di una collaborazione migliore tra le città e le regioni a loro circostanti in materia di droga, nonché tra le nazioni europee. Se ci sarà solo un numero limitato di città che seguono una politica sulla droga che ammette la tossicodipendenza e offre una sistema di aiuto a basso livello, esse attireranno i tossicodipendenti come calamite e saranno sopraffatte dai conseguenti problemi.

III. Le nostre richieste, quindi, sono:

1 La nostra concezione della politica in materia di droga deve essere appoggiata legalmente, organizzativamente e finanziariamente dai governi nazionali e federali.

2 La depenalizzazione dell'acquisto, del possesso e dell'uso di cannabis (come ad Amsterdam). Il commercio dei prodotti della cannabis dovrebbe essere controllato legalmente.

3 Il consumo di droga, vale a dire l'acquisto, il possesso e il consumo di piccole quantità di droga, deve essere dichiarato libero da conseguenze penali.

4 Deve essere costituita la struttura legale, organizzativa e finanziaria per il necessario aumento della prescrizione di metadone.

5 La legislazione e i governi nazionali devono preparare il terreno per una prescrizione più vasta di metadone (come ad Amsterdam) e per una verifica orientata terapeuticamente, e scientificamente guidata, della distribuzione di droghe. Deve essere assicurata la possibilità di assistenza psico-sociale.

IV. Accordo:

In conseguenza dell'unificazione europea e dell'abolizione delle frontiere nazionali ci troviamo di fronte ad una situazione che può essere affrontata solo a livello internazionale e che deve basarsi sulla collaborazione e il coordinamento tra le città colpite dal fenomeno della droga.

* I rappresentanti delle città che hanno partecipato alla conferenza convengono, in stretta collaborazione con il Consiglio dei Comuni d'Europa e la sezione europea dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla creazione di una struttura di cooperazione che assicuri un regolare scambio di esperienze tra le città. Saranno discussi e preparati insieme nuovi metodi per le strategie sulla droga.

Di conseguenza, le città partecipanti si impegnano alla realizzazione dei seguenti obiettivi:

a) sviluppo del coordinamento europeo per i problemi legati alla droga,

b) incontri regolari tra i coordinatori sulla droga,

c) scambi di specialisti nei campi del trattamento della droga, prevenzione e salute pubblica

d) conferenze delle città a cadenza annuale.

Il cerchio delle città che collaborano sarà ampliato continuamente.

Riteniamo molto importante la fondazione, in stretta collaborazione con il Consiglio dei Comuni d'Europa e la sezione europea dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, di un istituzione dedicata alla ricerca scientifica sui problemi della droga a livello europeo. Questa struttura coordinerà e gestirà la ricerca scientifica, avviando nuovi metodi per affrontare il problema droga, in maniera da assicurare scientificamente nuovi approcci.

I firmatari votano per una necessaria armonizzazione del sistema legale nazionale rispetto all'unificazione europea, sulla base di una politica di decriminalizzazione e depenalizzazione del consumo di droga e di riduzione del danno.

 
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