Il IV congresso CORA cade nel pieno di iniziative politiche e di dibattito intorno alla legalizzazione. E' un successo del CORA e del Partito Radicale (grazie in particolare al lavoro del tesoriere Maurizio Turco e della presidente del consiglio generale Rita Bernardini) la grande raccolta di firme nel referendum contro le parti più inique della legge Jervolino Vassalli, che, se sarà superato il vaglio politico-giuridico della Corte Costituzionale, si terrà, con gli altri otto, nella prossima primavera.
E' un successo del CORA (grazie in particolare alla vicesegretaria Vanna Barenghi) che la III Conferenza delle grandi città europee firmatarie della risoluzione di Francoforte per una nuova politica sulla droga, si tenga in Italia, a Bologna, nei giorni immediatamente precedenti il nostro congresso. In questo modo siamo riusciti ad adempiere all'impegno assunto con la mozione approvata nel congresso 1991.
E' ancora un successo il fatto che, su iniziativa dei parlamentari iscritti o aderenti al CORA, sia nato nel Parlamento italiano un intergruppo antiproibizionista che punta ormai al traguardo provvisorio dei 150 aderenti, di ogni parte politica escluso, fino ad oggi, il MSI. L'intergruppo ha già prodotto proposte di legge e mozioni e ha ottenuto un primo grande risultato: il Governo, col consenso del ministro della giustizia Claudio Martelli, è stato impegnato da un voto della Camera, espresso significativamente al termine del dibattito su nuove misure antimafia, ad aprire la discussione in Europa e nelle organizzazioni internazionali, sugli esiti del proibizionismo e sulle alternative possibili, mentre nella prossima conferenza nazionale sulla droga (che il ministero degli affari sociali organizzerà nel marzo '93) una sessione sarà dedicata al confronto tra proibizionismo e antiproibizionismo.
E in questo quadro positivo voglio anche ricordare le prese di posizione per la legalizzazione del principale sindacato di polizia, il SIULP, e del vicecomandante generale dell'arma dei Carabinieri, Antonio Grilli, in piena sintonia con le nostre analisi e proposte.
E tuttavia. E tuttavia l'organizzazione del CORA non è adeguata al confronto politico che abbiamo suscitato.
E' vero che sia Maurizio Turco che Rita Bernardini sono stati impegnati a tempo pieno per molti mesi nella organizzazione dei referendum, come dicevo, mentre i miei impegni sono noti. Ed è vero che, almeno in termini di informazione interna, siamo riusciti a far avere a tutti gli iscritti i rapporti periodici dell'OLD (l'osservatorio delle leggi sulla droga del CORA diretto da Carla Rossi) mentre, su iniziativa di Giorgio Stracquadanio, abbiamo dato il via alla pubblicazione settimanale di un notiziario internazionale, CORAFAX, che viene per ora inviato ai giornali e ai parlamentari, e, con Roberto Spagnoli, abbiamo assicurato a tutti un punto di coordinamento e comunicazione per il lavoro in sede locale. Ma siamo ancora lontani dal poter dire che il CORA, in termini di iscrizioni/adesioni e in termini di risorse finanziare, corrisponde alle nostre esigenze di lotta politica.
C'è il rischio infatti che, davanti alla sfida del referendum (o del golpe giuridico che lo cancellasse), mentre emerge un nuovo "senso comune" di vaga intonazione antiproibizionista che non ha fatto ancora in tempo a mettere le necessarie radici di intransigenza e concretezza, prevalga la tentazione di chiudere la partita con qualche pasticcio di compromesso. Noi sappiamo che non vi sono terze vie "umanitarie" o "progressiste" contro la narcomafia, il narcoaids, la narcodelinquenza politica e comune, le narcogalere. Sappiamo che la strada dell'umanità, della democrazia e della giustizia passa attraverso l'abolizione delle narcoleggi proibizioniste.
Nel congresso di novembre decideremo insieme se è possibile che questo sapere si faccia, nella quotidianità della proposta e della lotta politica, diritto e speranza.
Marco Taradash - segretario del CORA
IL CORA DEVE VIVERE? se serve
Quanto costruito dal CORA in questi anni rappresenta qualcosa di ineguagliabile e inconfrontabile nel panorama politico italiano. Imparagonabile in termini di produttività se consideriamo le nostre più che modeste, anzi, diciamolo pure, misere risorse. Un "miracolo" dovuto, innanzitutto, all'azione politica antiproibizionista del Partito Radicale e al suo sostegno concreto alla nascita e alla crescita del Cora.
Senza presunzioni, ma neppure false modestie, non ho mai creduto che altri da noi potessero condurre una campagna, non dico "migliore", ma almeno pari alla nostra, in termini di rigore, durezza, durata. E l'antiproibizionismo, in questi anni, in Italia, si è incarnato nell'unico soggetto politico nazionale antiproibizionista: il Cora. Antiproibizionismo che, per usare un termine in uso, si direbbe ormai un arcipelago, un'insieme di piccole isole; preferisco pensare ad un network, ad un insieme di realtà interconnesse e -spero- interdipendenti.
Sia chiaro: parecchie volte abbiamo dovuto stringere i denti e scegliere per opportunità politica di rinunciare o di fare cose che avrebbero dovuto essere fatte da altri soggetti politici che, però, non esistevano; li abbiamo quindi configurati, creati, organizzati.
Mi riferisco alla LIA, il cui congresso di fondazione fu promosso dal Partito Radicale e dal Cora, e che ora comincia a dare i primi frutti organizzativi. Mi riferisco all'Intergruppo Antiproibizionista al parlamento, che esiste grazie all'impegno del Cora nelle elezioni europee ed in quelle nazionali. Mi riferisco all'"organizzazione" che è sorta intorno alla Risoluzione di Francoforte, impegno che il Cora assunse formalmente in una sua mozione.
A fronte di questo nascere e crescere di impegni, organizzazione e organizzazioni, siamo poco più di mille, tra iscritti e aderenti al Cora e, in tutti questi anni, non siamo mai riusciti ad essere nemmeno duemila.
Nell'ultimo consiglio generale è stata rimproverata agli organi esecutivi la mancanza di una campagna di iscrizioni "efficace". Discuteremo anche di questo. Di certo l'impegno che abbiamo dimostrato nei confronti degli iscritti, in termini di informazione, cioè di crescita individuale e collettiva, è unico. Oggi l'iscritto e l'aderente al Cora è, di già, un soggetto politico in grado di affermare e di affermarsi in quanto tale. Ma il Cora, così com'è, non può più essere un alibi per gli antiproibizionisti.
Questo congresso può segnare il punto di arrivo di quanto abbiamo fatto in questi anni, di quello che abbiamo costruito intorno a noi. Questo congresso può decidere che l'azione propulsiva è finita e quindi consegnare a nuovi soggetti politici le speranze antiproibizioniste.
Oppure può segnare un punto di partenza per dare vita ad una organizzazione militante, di cittadini, e io ritengo che questo sia il valore da dare a questo congresso. Se fino ad ora siamo stati costretti a lavorare maggiormente nei palazzi e dintorni, oggi dobbiamo ritornare per le strade, così come abbiamo fatto durante la campagna referendaria. Dobbiamo rendere più forte e visibile la nostra esistenza, le nostre idee, la nostra organizzazione.
A questo congresso consegniamo un soggetto politico "libero" da impegni economico-finanziari, totalmente e per la prima volta autofinanziato, poiché in questi anni siamo riusciti a vivere grazie alle energie del Partito radicale.
"Libero" da "impegni" politici. Che rende libero, ciascuno di noi, di decidere il percorso e l'organizzazione.
Se servisse uno "slogan" per questo congresso non avrei dubbi: "Il Cora deve vivere? se serve".
Maurizio Turco - tesoriere del CORA