da ASPE n. 18 - 9 ottobre 1992-----------------------------------
Una riunione europea, a Fiesole, tenuta da LILA e EUROCASO, ripropone il metadone come farmaco utile alla riduzione dei rischi che corre chi usa droghe per via endovenosa.
FIRENZE - Un farmaco da sempre discusso, il cui utilizzo ha da sempre diviso e schierato su diversi fronti operatori, medici, psicologi: il metadone fa di nuovo parlare di sé, oggi dentro il nuovo scenario tracciato dall'AIDS.
La crescita esponenziale del virus dell'HIV fra i tossicodipendenti ha modificato sostanzialmente le prospettive che scienze sociali e mediche avevano definito prima della comparsa del virus. In un panorama così trasformato, il dibattito fra oppositori e fautori della somministrazione del metadone come farmaco sostitutivo dell'eroina ha lasciato il posto ad un altro: quale funzione dare al metadone in una scala di priorità in cui per molti viene prima la riduzione dei rischi che l'uscita dalla dipendenza? Questo il quesito principale su cui hanno discusso medici e operatori dei Servizi per le Tossicodipendenze (SERT) durante il seminario tenutosi a Fiesole dal 25 al 27 settembre, organizzato dalla LILA (Lega Italiana per la lotta all'AIDS) e dall'EUROCASO (European Council of AIDS Service Organisation).
Un utilizzo nuovo, per ridurre i rischi
La risposta che è venuta investe il farmaco di un nuovo ruolo rispetto a quando veniva usato solo per terapie di detossificazione: è diventato un farmaco che, se usato insieme ad un adeguato trattamento psico-sociale, può dare risultati soddisfacenti in una strategia di riduzione dei rischi legati all'uso di droghe. Secondo Mario Santi, segretario del Coordinamento Nazionale Operatori Tossicodipendenze (CNOT) può servire come strumento di prevenzione alla sieropositività, ma per far questo è necessario che i servizi siano attrezzati per seguire un fenomeno variegato ed in continua evoluzione come quello della tossicodipendenza. "Solo così - ritiene Santi - si riuscirà a far accedere ai servizi soggetti appartenenti ad un sommerso in forte espansione, fra cui ci saranno molti sieronegativi verso i quali possiamo intervenire per diminuire comportamenti a rischio". Sulla diversità dell'utenza ha insistito anche Cinzia Groppi, medico di un SERT di Firenze: "Posologia, durata, trattamenti psicosociali devono
essere adattati al paziente che si ha di fronte, secondo ciò che chiede, decodificato dall'operatore. Esistono tante terapie metadoniche, da sciegliere secondo scienza e coscienza, stabilendo un programma che sarà giudicato più opportuno per la situazione del paziente".
Non bisogna assolutizzare
Riccardo Bordoni, medico e coordinatore del comitato tecnico scientifico della LILA ha sostenuto l'abbandono di atteggiamenti assolutistici: "Non si può somministrare metadone alla stregua di un antibiotico contro la polmonite, e quindi senza una seria considerazione dell'aspetto sociologico del problema. D'altro canto gli interventi che si basano esclusivamente sull'aspetto psico-sociale si rivelano insufficienti". Un punto, questo, che ha chiamato in causa sia la maggior parte dei servizi dell'Emilia-Romagna, del Friuli, della liguria e della Lombardia che le varie comunità con le diverse impostazioni. "Gli operatori che agganciano gli utenti con trattamento esclusivamente psicologico rischiano di perderli quando questi scoprono di essere sieropositivi" - ha confermato Carlo Alberto Perucci, medico dell'Osservatorio epidemiologico del Lazio. "Per cui - ha continuato - bisogna restringere il più possibile i serbatoi virali facendo in modo che i ragazzi non tornino in strada a farsi roba sporca".Un aspe
tto, questo, su cui c'è stato ampio consenso: operare nei confronti di persone che assumono oppiacei per via endovenosa comporta non solo programmare interventi per la tutela della salute dei singoli utenti, ma allo stesso tempo tenere in considerazione la tutela della salute pubblica.
Metadone e contesti
In un trattamento metadonico ha una grossa rilevanza anche la struttura in cui il metadone viene somministrato. C'è la somministrazione che si effettua in un reparto di malattie infettive, dove al malato di AIDS con una speranza di vita media stabilita in quindici mesi non si può più porre come obiettivo quello di uscire dalla dipendenza dalla sostanza. Piuttosto è necessario che gli sia garantita un'esistenza dignitosa. Oppure la somministrazione in carcere, dove - ha accennato Groppi, che lavora nel carcere fiorentino di Sollicciano - è un problema la richiesta dei detenuti sieropositivi di modalità di scalaggio troppo rapide. Rimane comunque il dato di fondo del metadone come uno strumento efficace per agevolare un primo contatto dei servizi con i tossicodipendenti.
Su diversi obiettivi è stato auspicato un maggior impegno di ricerca scientifica, che apra anche ad una maggiore integrazione fra servizi pubblici e privato sociale. Su una definizione più precisa dell'area dei beneficiari di un trattamento metadonico si è interrogato Leopoldo Grosso, psicologo del Gruppo Abele. "Medatone e non solo - ha aggiunto Grosso - perché se il farmaco di per sé anestetizza nel tossicodipendente la voglia di cambiare, è necessario creare gruppi di auto-aiuto fra i ragazzi, che li stimoli verso un'autodeterminazione. Inoltre, occorre mettere in campo i risultati di tutti gli interventi e vedere dove pubblico e privato sociale hanno fallito".
Compatibile con l'AZT
Sull'aspetto scientifico del problema ha parlato anche Carlo Vetere, consulente dell'UNICRI (Istituto di ricerca criminologica delle Nazioni Unite) e direttore del Bollettino delle farmacodipendenze. Presentando i dati di alcune ricerche italiane e straniere, Vetere ha dimostrato come il mantenimento metadonico sia importante soprattutto nel caso di donne in gravidanza. "E' vero poi che il metadone ha effetti immunodepressivi del sistema immunitario, ma è anche dimostrato che l'uso di eroina accentua la replicazione del virus dell'HIV, e comporta uno stile di vita che innesca altri fattori ancora più 'attivi' nel far progredire la malattia, come l'ansia, lo stress e la disperazione legati alla ricerca della dose. Infine, chi è in trattamento con metadone contemporaneamente alla terapia con AZT, non subisce effetti collaterali peggiori rispetto a chi non è sotto metadone".
Ma come stanno vivendo il problema i tossicodipendenti? Venti anni nel mondo della tossicodipendenza, da otto diagnosi di sieropositività, e ora ad un livello intermedio dell'affezione da HIV, Werner Hermann, della AIDS Hilfe di Berlino, da quando il mantenimento metadonico gli ha consentito una normalizzazione di vita, ha fatto la scelta di rappresentare i consumatori di droghe e coordina i più di quaranta gruppi di auto aiuto tedeschi. "Chiedo ai medici che facciano accertamenti ulteriori sulle difficoltà di dosaggi di metadone in concomitanza con l'AZT, e ai politici che si interessino di più di questi problemi. C'è bisogno di una maggiore sensibilizzazione a livello di opinione pubblica per un vero rispetto della dignità della persona".
Al termine dei lavori, per cercare di siglare con un documento programmatico il risultato del dibattito sul tema scelto per il seminario Mariella Orsi, sociologa del Comitato scientifico della LILA, ha presentato la Carta di Fiesole sull'utilizzo del metadone nei SERT, che è stata approvata da tutti i partecipanti al convegno.