Riportiamo (da La Stampa del 24.11.92) l'interessante intervista a Nicolo' Amato sul problema carcere e detenuti tossicodipendenti.Si noti come la perentorietà del titolo poco corrisponda a quanto Amato sostiene nel corso dell'intervista stessa.
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Proibizionismo secondo Nicolò Amato
Il direttore degli Istituti di pena: bisogna proteggere la società
"NESSUN TOSSICODIPENDENTE POTRA' LASCIARE LA CELLA"
In nessuna delle duecentodieci carceri italiane c'è un solo tossicodipendente per semplice uso di sostanze stupefacenti: nello svelare questo piccolo sorprendente segreto, Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena, spiega quali sono i veri problemi del rapporto fra droga, detenzione e sovraffollamento. E dice cosa non è stato fatto e cosa doveva esser fatto per realizzare le finalità di una legge che qualcuno vuole modificare.
Amato è un magistrato che da quasi dieci anni amministra un'azienda che negli anni ha assunto dimensioni enormi. In diciotto mesi i detenuti sono passati da 25 mila a 49 mila mentre le carceri potrebbero ospitarne non più di 29 mila. Ognuno di essi costa allo stato 206 mila lire al giorno.
Quanti sono i tossicodipendenti?
"Quindicimila, cioè il 32-33 per cento dell'intera popolazione carceraria, ma la stima è per difetto perché di molti non riusciamo ad accertare la condizione di tossicopatia. Moltissimi hanno una particolare fragilità sia fisica che psichica; per un verso sono esposti alle intimidazioni e alle violenze degli altri detenuti e per altro sono portati anche a fenomeni di autolesionismo".
Cosa si fa per aiutarli?
"Abbiamo istituito un servizio di primo intervento psicologico per far loro superare il trauma del carcere. Su quindicimila, circa seimila rispondono di fatti di detenzione e spaccio secondo la legge Jervolino-Vassalli. Intendo traffico individuale anche di più persone ma che non rappresenta un'associazione per delinquere finalizzata a questo scopo. Ma il dato importante è forse un altro: di questo gruppo di detenuti quelli che rispondono di detenzione o spaccio di lieve entità sono solo mille e 61".
Sono quelli che potrebbero rientrare in una legge più permissiva?
"Dipende da come la legge sarà articolata. Ma il fatto è che la stragrande maggioranza dei tossicodipendenti sta in carcere perché hanno commesso altri delitti: furti, rapine, omicidi, eccetera. Non c'è nessuno che risponda di semplice consumo di stupefacenti. Quel meccanismo che prevede prima l'intervento del prefetto e poi del giudice non ha portato in carcere nessuno".
Adesso o anche in passato?
"Se qualcuno, in passato, è finito dentro è stato un fatto assolutamente eccezionale".
Ma allora si è discusso tanto per nulla?
"I dati parlano da soli e non mi pare si possa immaginare un intervento che incida in maniera consistente sulla presenza dei tossicodipendenti nelle nostre carceri. E va detto che l'entrata in vigore della nuova legge non ha determinato un aumento rilevante dei tossicodipendenti in carcere".
Il problema sta quindi a monte dell'eventuale modifica della legge?
"Certo. L'incremento dei tossicodipendenti in carcere c'è stato. Siamo passati, negli ultimi sette anni, dal dieci al trentatré per cento. Ma l'aumento è il frutto della diffusione della droga nella società".
La legge Jervolino Vassalli non ha avuto alcun effetto deterrente?
"Non sensibile, né rilevante. Ma il problema non è quello della legge, quanto piuttosto dell'organizzazione, della predisposizione di mezzi pratici, di risorse e di strumenti da utilizzare nei confronti delle persone tossicodipendenti. Il continuare a discutere sulla normativa é un modo di sfuggire al nocciolo vero che é quello di attuazione delle leggi che si emanano. Sul piano normativo c'é solo un problema di fondo che avrebbe un'incidenza determinante, ma è una scelta politica culturale delicatissima ed è la scelta tra il proibizionismo e l'antiproibizionismo".
Che spetta al potere politico.
"Noi possiamo distinguere i tossicodipendenti in due gruppi di persone: quelli che commettono un delitto per procurarsi la droga e quelli che hanno commesso un delitto perché hanno preso la droga. Il proibizionismo e l'antiproibizionismo incidono sulla grande maggioranza dei detenuti tossicodipendenti. Se la droga entrasse in un circuito legale si ridurrebbero tutti i delitti commessi per procurarsi e spacciare la droga. Se questo non è ipotizzabile, occorre porre il problema concreto di cosa si fa per prevenire l'uso della droga e per curare chi fa uso di essa. E qui sta la nostra grande carenza".
Che cosa è stato fatto e si fa per queste persone?
"Molto poco. Mi domando quante comunità abbiamo e quante dovremmo averne. Che cosa fanno i servizi sanitari delle Usl".
Il carcere cosa ha fatto?
"La legge stabilisce un principio fondamentale: che le Usl debbono entrare nelle carceri per collaborare con i servizi sanitari degli istituti per aiutarci a curare i detenuti tossicodipendenti. Su 210 carceri le convenzioni con le Usl non sono più di cinquanta e diciamo pure che la collaborazione delle Usl non c'é stata. E ancora: la legge prevede la realizzazione da parte del Ministero di Grazia e Giustizia di alcuni progetti finalizzati. Nell'agosto 1990 ne sono stati programmati otto e riguardano le strutture, il personale, i corsi di formazione, i programmi terapeutici eccetera".
E perché non sono stati realizzati?
"Solo nel novembre 1991 sono stati approvati tagli finanziari enormi. Così non abbiamo potuto attuarli".
Quanto costavano e di quale entità sono i tagli?
"Il preventivo di spesa era di 30 miliardi, lo Stato ha tagliato la metà. Non è stato possibile assumere quel personale specializzato che avevo richiesto né ristrutturare gli istituti per renderli più adatti ai programmi terapeutici".
A maggio dell'anno scorso il ministro della Giustizia ha destinato 32 istituti ai detenuti tossicodipendenti maggiormente recuperabili.
"Sì, ma a tutt'oggi questi istituti sono chiusi per mancanza di personale di polizia penitenziaria. La legge ha affidato all'istituzione carcere il compito di recuperare il detenuto tossicodipendente, ma non ci ha fornito i mezzi per farlo. Le esperienze di carceri aperti come quelli di Sollicciano 2 e di Rimini hanno dimostrato di essere in grado, più ancora di una comunità terapeutica, di curare e riabilitare un tossicodipendente ed è un vero peccato non aver potuto realizzare un simile intervento su scala nazionale".
Perché?
"In un regime proibizionistico è difficile pensare di poter fare a meno del carcere. E' nell'ordine naturale delle cose che il tossicodipendente commetta un qualche reato per procurarsi la droga. Ebbene, il carcere presenta aspetti che lo fanno preferire alle comunità terapeutiche. Il recupero del tossicodipendente è possibile a condizione che egli lo voglia e la comunità, al di là del caso Muccioli, non può dare una risposta coercitiva. Il carcere, invece, è una risposta che va bene sia per chi si vuole recuperare sia per chi non vuole".
Quindi il carcere è ineliminabile?
"La teoria del proibizionismo si basa sull'idea che consumare droga è un fatto antisociale ed illecito perché crea pericolo per la collettività. Se non ci fosse questo riflesso sugli altri, il proibizionismo non avrebbe senso. Per proteggere la società da un tossicodipendente che ha commesso un delitto e che non vuole recuperarsi, il carcere è qualcosa di cui non si può fare a meno. Un regime proibizionistico trova però la sua legittimità morale se alla risposta della repressione unisce seriamente un impegno di prevenzione e di riabilitazione".
E invece le carceri italiane stanno scoppiando.
"Sì, esiste un grosso problema di sovraffollamento. Ma vorrei dire che ogni società ha i detenuti che deve avere. Un Paese che ha 49 mila detenuti di cui 15 mila tossicodipendenti deve attrezzarsi con strutture e personale adeguati".
E il programma di edilizia penitenziaria?
"E' in corso di realizzazione, ma noi abbiamo avuto un'esplosione di sovraffollamento nell'ultimo anno e mezzo. Sono passati da 25 mila cinquecento a 49 mila".
Quali sono state le cause e chi ha riempito in questa misura le nostre carceri?
"Noi abbiamo 5300 mafiosi sequestratori di persone e narcotrafficanti, circa 6000 stranieri di cui molti accusati di traffico di stupefacenti. I detenuti in espiazione di pena sono il 45 per cento. Il nuovo processo penale ha rallentato i tempi forse a causa dell'eccessivo formalismo".
Il sovraffollamento non provoca proteste violenti?
"Sì, ci sono grosse tensioni soprattutto nelle grandi città. A Napoli, a Torino, a Roma. Se la situazione è sotto controllo è merito anche di quello che in questi anni siamo riusciti a fare".
In carcere gira la droga?
"Non posso escludere che piccole quantità, ogni tanto, possono entrare".
Durante l'ultima inchiesta 'mani pulite' alcuni imputati eccellenti hanno accusato i giudici di essere stati rinchiusi in cella con drogati.
"Escludo che ci sia stata alcuna intenzionalità. Non mi risulta che sia accaduto. In questa situazione di sovraffollamento non è però pensabile che un detenuto sia in cella da solo. E poiché i tossicodipendenti sono 15 mila è possibile che ci siano stati casi di promiscuità".
Vale ancora per il nostro sistema penitenziario la sua teoria del "carcere della speranza"?
"Certo: se perdessimo questa speranza il carcere scoppierebbe. La speranza è legalità".
Roberto Martinelli