di Luigi Manconi - La Stampa, 13 gennaio 1992
_____________________________________________
Il provvedimento del governo in materia di droga non significa, in alcun modo, che si passi da un regime proibizionista a uno di legalizzazione. Significa - forse - che la questione delicatissima delle tossicodipendenze potrà essere affrontata, in futuro, con argomenti e strumenti più razionali. La legge 162 del '90, la cosiddetta Russo Jervolino-Vassalli, aveva rinunciato a qualunque strategia terapeutica e scientifica, a vantaggio di una impostazione moralistica e ideologica. Moralistica fin dalle sue prime righe, dove si leggeva: »E' vietato l'uso personale di sostanze stupefacenti... . Una formula declamatoria che qualificava quella come una legge-annuncio, tutta concentrata sul piano emotivo. E, infatti, norme di quel genere non sono previste dagli ordinamenti giuridici evoluti: questi non contengono esortazioni morali ma dispongono determinate sanzioni per determinati comportamenti (»chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la pena... ). Nella legge Russo Jervolino-Vassalli si aveva, invece, l
a formulazione giuridica di un precetto etico. Inevitabilmente, dal momento che quella normativa pretendeva di affrontare la questione della droga con l'enfasi dei divieti e con la severità delle minacce, e non con adeguate strategie terapeutiche. Dopo di che, fatalmente, la vacuità del moralismo produce l'ottusità della repressione.
Il risultato è stato, e non poteva essere altrimenti, la galera per il tossicomane. La disposizione relativa alla dose media giornaliera esprimeva bene l'irrazionalità della legge. Si stabiliva che una certa quantità di droga, fissa e valida per tutti, costituisse il fabbisogno superata quella quantità, automaticamente la detenzione di droga implica lo spaccio e il carcere. La dose media giornaliera era e resta un'aberrazione scientifica che ignora come il fabbisogno del tossicomane sia variabile e non definibile a priori.
Quella legge - fortissimamente voluta dal Psi - si rivelò fallimentare, proprio perché perseguiva obiettivi ideologici (»sconfiggere la cultura del permissivismo ). Il risultato fu la criminalizzazione dei tossicomani. Oggi, il 33 per cento della popolazione detenuta è costituito da tossicomani; in alcune carceri la percentuale raggiunge e supera il doppio. E la detenzione costituisce la peggiore delle soluzioni: incentiva la riproduzione della tossicodipendenza e la diffusione del virus dell'Aids e di altre infezioni.
Ora, il constatato fallimento della legge ha persuaso il governo a decidere alcune modifiche; le scarse informazioni disponibili sembrano disegnare una soluzione »all'italiana . Ovvero il concetto di dose media giornaliera rimane, ma se ne innalzano i termini (tre volte la quantità attuale), si eliminano le sanzioni penali per il solo consumo e si prevede una diversa modulazione e applicazione delle sanzioni amministrative. E' in ogni caso, un passo avanti. Il provvedimento del governo potrebbe risultare significativo dal punto di vista culturale: potrebbe voler dire, cioè, che il tossicomane non è più considerato un soggetto pericoloso da segregare, ma un soggetto debole da tutelare; e la tossicomania un problema terapeutico e sociale, non più una questione criminale e di ordine pubblico. Perché sia così, è necessaria una inversione di tendenza. Se tutte le energie della repressione verranno concentrate sul narcotraffico e sulle organizzazioni criminali che gestiscono il mercato clandestino, si potranno des
tinare programmi più ampi ai programmi di riabilitazione e terapia. E si potranno anche avviare programmi sperimentali di somministrazione controllata di sostanze stupefacenti, presso strutture sanitarie. Cioè si potrà, finalmente, affrontare la questione delle tossicodipendenze in termini razionali e scientifici. Senza esorcismi.