pubblicata sul Gazzettino del 25 gennaio 1993
IO, ZAR ANTIDROGA
VIENNA, intervista a Giorgio Giacomelli, il diplomatico padovano a capo del progetto internazionale delle Nazioni Unite contro il narcotraffico.
Giorgio Giacomelli, padovano, 63 anni, si è laureato in Giurisprudenza all'Ateneo patavino con una tesi sulla piattaforma continentale. Si è poi perfezionato a Cambridge e all'Istituto di Alti studi internazionali di Ginevra. Entrato in diplomazia giovanissimo, il suo primo vero incarico è stato in Congo, durante gli anni della rivolta indipendentista anticoloniale. Trasferito in India, è rientrato a Roma nel 1971, in occasione del varo della prima legge sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo. Ed è toccato proprio a lui gettare le basi della nuova struttura al ministero degli Esteri. E' stato quindi ambasciatore a Mogadiscio e a Damasco. Nominato direttore generale dell'immigrazione, ha gestito il rimpatrio degli italiani dall'Iraq e dall'Iran allo scoppio della guerra. E' tornato ad occuparsi di cooperazione internazionale con l'entrata in vigore della seconda legge organica. All'ONU è approdato 7 anni fa, su richiesta dell'allora segretario generale Perez De Cuellar. Per 5 anni ha diretto l'agen
zia che si occupa del problema palestinese. Anni di lavoro particolarmente intenso, tre dei quali di Intifada tra Arafat e Rabin. Quindi è giunta la nomina a direttore generale della sede di Vienna delle Nazioni Unite, da dove dirige il progetto per il controllo internazionale della droga.
di Gabriele COLTRO
VIENNA, Quaranta milioni di tossicodipendenti. Un portafoglio clienti che rende all'industria della droga 600 mila miliardi di lire l'anno. Nel mondo si coltivano 239 mila ettari di papavero da oppio, 212 mila ettari di foglie di coca, 33 mila ettari di marijuana.
Secondo l'Ufficio Narcotici del Dipartimento di Stato americano nel 1992 sono state prodotte 3600 tonnellate di oppio, 337 mila tonnellate di foglie di coca, i due terzi delle quali in Perù, 13 mila tonnellate di marijuana e un migliaio di tonnellate di hashish.
Il quartier generale di Giorgio Giacomelli è al quattordicesimo piano di Uno City, nell'isola viennese sul Danubio. Dalla stanza 36, nel settore E8 l'ambasciatore padovano che funge da "zar antidroga" dirige il progetto avviato due anni fa dalle Nazioni Unite. E' qui che lo incontriamo.
D. La comunità internazionale ha finalmente capito che la lotta alla droga non è soltanto un problema di polizia e di ordine pubblico interno...
R. Spendiamo 100 milioni di dollari l'anno. Ed è auspicabile che aumentino.
Certo non abbiamo i caschi blu. Se ne è parlato. Abbiamo per in mano diversi strumenti giuridici e siamo i custodi della loro applicazione.
Possiamo offrire assistenza nella redazione delle normative locali, aiutare a creare le istituzioni e formare professionalmente coloro che devono costituirle. Possiamo ancora intervenire sul fronte della prevenzione e dell'assistenza ai tossicodipendenti. Ma ciò che ostacola un ampliamento del ruolo operativo delle Nazioni Unite è la preoccupazione di alcuni Paesi, soprattutto quelli che hanno conquistato da poco la loro personalità giuridica internazionale, di dover rinunciare ad una fetta della loro sovranità.
D. Quali sono le aree maggiormente a rischio verso le quali sono orientati i maggiori sforzi del progetto ?
R. La regione andina innanzitutto. In Perù si produce il 60 per cento della coca. In Colombia la produzione è sensibilmente diminuita, in compenso si coltivano 20 mila ettari di papavero. Poi ci sono le aree storiche: il "triangolo d'oro", a cavallo tra Birmania, Thailandia, Laos, e la "mezzaluna d'oro", a cavallo tra Iran, Afghanistan e Pakistan, dove ci sono due milioni di tossicodipendenti.
D. Con quali ricette sta operando l'ONU e quali risultati sono stati finora raggiunti?
R. Siamo intervenuti con qualche successo in qualche valle della Colombia, della Bolivia, del Perù, della Thailandia. Questo certo non influisce nel mercato mondiale della droga. Lavoriamo per uno sviluppo alternativo.
Occorre cioè aiutare il contadino dipendente da una monocultura della droga a piantare fagioli. E occorre che questi fagioli abbiano un mercato dove possano essere venduti ad un prezzo che dia da vivere a chi li coltiva.
D. Detto così, in teoria, appare semplice. Ma creare condizioni nuove di mercato è complesso. E' già difficile ancora mantenere il mercato in costante equilibrio.
R. In Cina ci stiamo riuscendo. I cinesi stanno rivivendo, in forma acuta, il problema della droga. Per la Cina passa la grande via dell'eroina che proviene dalla Birmania, dal Laos e dal Vietnam. Siamo riusciti a metterli attorno ad un tavolo. I cinesi si sono dichiarati disponibili ad assorbire i prodotti agricoli birmani che non trovassero mercati al sud. La Cina offre condizioni di mercato e riduce così il pericolo che viene dai suoi vicini.
D. La mobilitazione dei narcodollari è seconda sola al bilancio del traffico di armi. Introdotti nell'economia legale procurano effetti disastrosi, soprattutto laddove l'economia pubblica è debole.
R. Il riciclaggio è l'aspetto più pericoloso. Solo se si cambia la cultura etica che regge il sistema bancario si possono fare progressi. Ma non basta. Un'altra prospettiva importante è cercare di introdurre criteri altrettanto rigorosi nel commercio delle sostanze chimiche utilizzate per la produzione di droghe.
D. L'Italia ha il triste privilegio d'aver dato il nome ad una delle più famose forme di criminalità organizzata: la mafia.
R. L'Italia, in questo momento, appare come la Colombia d'Europa. Il crimine organizzato nuota nella società. E fino a che la società, per paura, per tolleranza, per connivenza lo accetta, sarà difficile ottenere progressi.
D. Droga libera, droga legalizzata. Una via d'uscita ?
R. Può la donna incinta drogarsi ? E i bambini a quale età possono cominciare a prendere la droga ? Può un automobilista drogarsi e poi mettersi al volante ? Se la risposta è no, allora serve una legge che dica chi può e chi non può drogarsi. Gli esclusi continuerebbero ad acquistarla al mercato clandestino. Il risultato sarebbe un aumento esponenziale del consumo.
D. Sviluppo alternativo, nuove condizioni di mercato, nuova etica del sistema bancario internazionale. In sostanza una diversa cultura della cooperazione, i cui risultati finora non sono stati assai brillanti. Vedi per esempio il caso Somalia.
R. Ma anche il caso Mozambico, il Sudan, la Liberia, lo Zaire... in Somalia il sistema dei clan è estremamente marcato. E' una lotta di fratelli.
Certamente la cooperazione ha sbagliato. Noi ce l'abbiamo messa tutta.
Dovevamo operare con gli strumenti disponibili. I convogli hanno la velocità della barca più lenta. Vedere ciò che è accaduto in Somalia come conseguenza diretta degli errori della cooperazione non è giusto. La cooperazione italiana non è mai intervenuta sulla dinamica politica. Siad Barre è partito come carabiniere italiano, poi s'è messo a braccetto con Mosca perchè da noi non otteneva le armi per le sue beghe con l'Etiopia. E quando i russi hanno scelto Addis Abeba, si sono fatti avanti gli Stati Uniti che puntavano al Mar Rosso.
La cooperazione ha fatto ciò che ha potuto in questa dinamica perversa. E sono bastati due anni di guerra civile per mandare tutto in briciole.