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Conferenza droga
Colaianni Luigi - 9 marzo 1993
Il vero Muccioli siamo noi!
In tempi non sospetti scrivevamo questo articolo dopo una nostra visita a S.Patrignano; nessun giornale volle pubblicarlo; la redazione del Manifesto sembra, non garantiamo certezze, si sia spaccata sulla decisione. Attraverso il guscio vedevamo gia' il serpente. Luigi Colaianni. Bari, 9/3/1993

IL VERO MUCCIOLI SIAMO NOI

AAAA

Scrivere qualcosa che possa essere inteso nel rumore che in questi tempi circonda qualunque discorso sulle tossicodipendenze é impresa dalla sorte segnata.

Così pure é arduo trovare uno spazio per la riflessione critica sul lavoro svolto in questi anni e su tutto ciò che costituisce il "circuito istituzionale" del tossicodipendente, in un momento della vita sociale italiana in cui la banalità e l'ovvietà si travestono dei cipigli sado-terapeutici di bottegai e di gestori del sommerso produttivo, sostenuti, come accade nei film western, dalla folla che ripete ciò che il primo imbecille ha gridato.

Perciò intenderà il nostro racconto chi ha già capito: per gli altri, per coloro che pensano di potersi permettere qualunque cosa o che sono preda di incaute cautele, ci sarà bisogno di ben altre verifiche.

Il processo al Sig. Muccioli e alle altre persone implicate nei fatti noti diventa necessariamente carico di significati generali: coattività o volontarietà della cura, garanzie formali e pratiche terapeutiche spregiudicate sono solo alcune specificazioni del precario equilibrio che esiste tra il diritto ed il dovere del rispetto della soggettività (per quanto "malata") del singolo e la pretesa necessità del controllo delle diversità e di tutto quello che non è incasellabile dal senso comune e quindi recintabile in contenitori murari.

La novità rappresentata da S. Patrignano, come da molte altre comunità, é che la norma e la conseguente sanzione non sono solo imposte da un evidente potere esterno, come avviene in tutte le carceri e i riformatori del mondo, ma sono proposte ed imposte come valori che ciascun ospite deve, elettivamente e spontaneamente, fare propri; sicché l'ospite considerato durante il trattamento incapace forse d'intendere, sicuramente di volere, riacquista al momento dell'ammissione lo status di essere pensante, responsabile e capace di libera scelta, status che sarà negato in seguito.

A rafforzare tale ribaltamento di prospettiva, il sistema di controllo che a S. Patrignano permette di tenere 350 persone in pochi metri quadrati è la delazione: infatti ogni ragazzo spia l'altro e se questi decide di allontanarsi, fantasma anche della propria libertà, ecco che il primo lo branca e chiama i colleghi all'intervento.

Per questo a S. Patrignano non c'é bisogno di guardiani: ciascuno il proprio secondino se lo porta dentro.

Come possiamo sostenere questi argomenti? Noi ci siamo stati a S. Patrignano, rari tra altrettanto rari operatori dei Servizi pubblici e sarebbe il caso che gli Enti competenti programmassero in quella comunità dei corsi di formazione perché c' é molto da imparare.

Al nostro arrivo fummo accolti da un fiduciario del Sig. Muccioli, tra animali da cortile certo più vispi ed occupati dei ragazzi che incontravamo; il "braccio destro" soprannominato dai ragazzi "Licio Gelli" alludendo al clima di falsa partecipazione in cui le decisioni erano prese da un potere "sotterraneo ed onnipresente", ci disse che avremmo incontrato il Capo a pranzo; nel frattempo potevamo visitare la comunità.

Non vedemmo le catene trovate dai Carabinieri, forse regalo di una veterana quale la Sig.ra Pagliuca a Muccioli, sempre in odore di santità; ricordo che ci colpì la presenza di attività "povere" insieme ad altre a maggiore contenuto di capitale fisso (essendo gratis quello variabile, il lavoro dei ragazzi): tra le baracche e le roulotte ci apparve un bunker tipo rifugio atomico, un portellone di acciaio e cemento permetteva l'accesso al laboratorio di pellicceria, a quello di fotolito e alla ragioneria.

Eravamo giunti nel cuore del sistema ? no; oltre l'efficienza di quell'apparato il vero cuore della comunità era il capannone.

Vi entrammo per un accesso che attraversava una voliera di vetro, grande, a tutta parete, con decine di uccelli multicolori rinchiusi; un silenzio assorto.

Qua e là un trespolo con un pappagallo con la zampetta incatenata, un merlo indiano muto, anch'esso assicurato al treppiede. Un'atmosfera pesante; un ragazzo sedeva su un divano, lontano dai genitori, quasi di spalle a loro; un altro, poco prima, avendo saputo che venivamo da Genova ci aveva chiesto notizie della sua città, se c'era ancora la Lanterna, se tirava sempre vento, se conoscevamo qualcuno dei suoi amici; erano mesi che non aveva notizie da casa. Un leggero bisbiglio, come nei cimiteri, dove non é importante quello che si dice, l'importante e esserci, almeno con i propri resti.

A pranzo nessuno di noi mangiò nulla; non potevamo. Una lunga, unica tavola apparecchiata sottolineava la "scelta" degli ospiti di essere sempre e comunque insieme, come una famiglia e come ad un padre i ragazzi si avvicinavano a Muccioli di volta in volta, singolarmente, per chiedere e ricevere qualche breve frase, per rendere omaggio.

Dovevamo scappare; non avremmo potuto rimanere un altro minuto, pena l'essere soggiogati da uno strano senso di passività e di completa abnegazione a noi stessi e una Coca Cola in paese fu un pretesto sufficiente ad allontanarci.

Il colloquio con Muccioli fu quasi pleonastico; unica cosa rilevante, capimmo che se avessimo voluto mandargli qualcuno dei nostri ragazzi avremmo dovuto fargli gridare

davanti al cancello della comunità: "io in comunità non ci voglio venire !". L'avrebbero preso certamente.

Durante il viaggio di ritorno parlammo poco; qualcuno disse che, fosse mai capitato, non avrebbe fatto mai il tossicomane.

Per mesi abbiamo affidato questa esperienza solo al ricordo ed alla riflessione personale; oggi esprimiamo tutta la nostra simpatia e personale stima ai giudici del Tribunale di Rimini che, accusatori in Tribunale, ma accusati oltre la soglia, danno prova di impegno civile.

Le catene, il sequestro di persona, le violenze sono banalità in confronto al modello segregante che li sottende e ai modi della sua realizzazione.

Alcuni ragazzi che nel periodo a cui si riferisce il processo si sono allontanati dalla comunità sono morti in modo tragico. Nessuno potrà mai essere certo di come sia andata; da quanto abbiamo visto, però, grande responsabilità ha avuto il clima salvifico della "collina benedetta", il cui messaggio é chi va via è un traditore di sé stesso e quindi della salvezza degli altri e come tale pesa su di lui il giudizio di 350 persone, di Muccioli, del Principio del Bene.

Come nel racconto di Kafka "La condanna", in cui il padre dice al figlio che qualunque suo tentativo di autonomia l'avrebbe portato alla morte, a buttarsi nel fiume, quei ragazzi hanno obbedito. Fuori della comunità non c'é salvezza. Anzi, si muore.

Non sappiamo se esistano delle forme giuridiche che prevedano questo tipo di responsabilità morale; certo é che si tratta di una violenza ben più forte delle catene e degli strumenti da magliaro e che dovrebbe farci fermare un attimo. Uno dei pervasivi luoghi comuni che emergono in occasione del processo è che le comunità, e quelle del tipo descritto, sono gli unici luoghi dove si curano

tossicodipendenti e che i Servizi pubblici non esistono e, se ci sono, lavorano male. Non entreremo nel merito dei nostri problemi quotidiani come operatori; ci basta segnalare che uno dei 9 Servizi di Genova in cui lavoriamo, al 26/11/1984 contava 325 soggetti T.D. in carico di cui 43 nuovi casi; 78 persone con un rapporto continuativo con il Servizio e con intervento socio-riabilitativo.

Come direbbe D'Angelo, ma allora il vero Muccioli siamo noi !

Luigi Colaianni e Monica Fiore del Coordinamento Nazionale Operatori Tossicodipendenze Sezione Ligure.

Genova, 28 novembre del 1984.

 
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