Un'esperienza di Community-care in un Servizio Tossicodipendenze.di Luigi Colainnni - CEU, Bari.
Sono certo tempi non sospetti questi per affrontare le tematiche legate alle politiche sociali e alla loro interazione con i modelli organizzativi dei Servizi. Non sono questi i campi su cui si misura lo sforzo collettivo economico, di ricerca e di riflessione della Nazione. Tale "disattenzione", se da una parte ha lasciato nell'abbandono il sistema istituzionale dei Servizi quando non lo ha drasticamente ridotto in una prospettiva "residuale", ha permesso la sperimentazione di strategie di coinvolgimento della Comunità locale che sfuggono alle ipoteche di carattere fiscale o al gioco burocratico delle clientele e dei privilegi.
La scoperta delle reti sociali
I Servizi per le Tossicodipendenze in Italia hanno avuto ed hanno tuttora vita molto incerta; legati a problematiche in cui la delega al controllo ( ma direi il delirio di controllo ) della società istituzionale é molto forte ed a leggi semplificative e di carattere "etico" (vedi legge 162), rischiano una forte normativizzazione del modello d'intervento e quindi anche della modalità organizzativa. D'altra parte sono condannati all'inefficacia da una "profezia che si auto determina" (Watzlawick, 1989), poiché il mandato sociale è quello della risoluzione di un problema che tutte le agenzie sociali ripropongono in termini di "peste", epidemia, fenomeno dilagante; e come si sa, non ci sono argini a un'epidemia se non la quarantena e l'isolamento.
Per sfuggire allo strangolamento di questo falso problema (controllo versus abbandono) ci siamo posti le seguenti domande:
come si può aiutare una persona che ha Problemi Alcol e Droga Correlati (da ora PADC) e la sua famiglia a sostenere la sospensione dell'uso delle sostanze ?
e come coinvolgere in questo cambiamento anche la Comunità locale in un gioco di reciprocità che rafforzi il "well being" ("sentirsi O.K." - Donati, 1991)?
Si tratta di individuare ed inserire dei "controlli omeostatici" (Bateson, 1976) in grado di "ricapacitare" (empowerment, Folgheraiter, 1991) l'autonomia (autos - di se, nomos - regolazione) evolutiva dei sistemi e dei sistemi di sistemi coinvolti. Il cambiamento del nostro punto di vista ci ha portato a riconsiderare il ruolo del Servizio e dell'operatore, non più centrato sulla prestazione, ma relativizzato nella relazione, e a restituire la delega a risolvere il problema agli attori sociali: "solo chi é parte del problema sarà parte della soluzione".
L'attivazione delle reti sociali
Abbiamo così distolto la mira dal bersaglio, il problema e la persona con il problema (il paziente designato) e abbiamo mirato alla Comunità locale, cioè all'insieme dei sotto sistemi che fanno parte dei mondi vitali delle persone, dei loro rapporti significativi sia vis a vis, sia mediati: la famiglia anche estesa e le persone importanti, il vicinato, i compagni di lavoro, le reti informali e formali. Per meglio dire, abbiamo acquisito la visione strabica del camaleonte a che non perdessimo di vista né il soggetto, né il contesto.
Innesco e interfaccia di questo processo è stato ed è il Club di Auto aiuto Territoriale, orientato drug-free (libero da sostanze), che coinvolge famiglie del territorio che hanno o hanno avuto un PADC. Sono gruppi di auto aiuto speciali (comunità multi familiare) di cambiamento sociale (Liss, 1992) e prevedono la presenza di un operatore come catalizzatore dell'interazione. I Club si riuniscono una volta alla settimana e sono aperti a qualunque famiglia voglia parteciparvi per affrontare insieme agli altri i problemi legati a grande sofferenza psico fisica.
L'obiettivo è sia quello del reciproco sostegno, sia quello della promozione della salute e del cambiamento della cultura socio sanitaria del territorio. Infatti il Club non si rivolge solo al suo interno, ma investe la Comunità locale tramite le reti di vicinato, di amicizia e istituzionali, per la prevenzione dei PADC e la promozione di stili di vita evolutivi.
L'intervento del Servizio va in tre direzioni:
per prima cosa promuove i Club, orienta le famiglie e aggiorna gli operatori sul campo; ciò permette di utilizzare una sorta di effetto-alone nella Comunità locale (riconoscimento, attrazione, verifica) prodotto dalle esperienze positive e di solidarietà facilmente percepibili e conoscibili dalla gente;
per secondo abbiamo integrato e rafforzato le reti territoriali già esistenti come i Club degli Alcolisti in Trattamento, i Club di Ecologia Familiare e le associazioni di auto aiuto e di volontariato che perseguono obiettivi simili per creare sinergia e cooperazione ; abbiamo inoltre attivato la formazione degli Operatori della Salute nella Comunità; sono persone che vivono nel territorio e che in volontariato acquisiscono alcune competenze ed abilità circa i PADC; sono così messe in grado di fare una prima diagnosi ed orientare la gente là dove vive, muovendosi lungo le "reti neuronali" delle relazioni significative, e di connettersi al sistema dei Servizi, una specie di "medici scalzi" integrati perfettamente nella loro comunità, ma svolgono un ruolo per cui i medici e gli operatori socio-sanitari non sono preparati;
terzo ma non meno importante è il coinvolgimento nella rete dei Servizi istituzionali territoriali sia socio sanitari (U.S.L.), sia socio assistenziali (Comune), nel lavoro quotidiano e nell'aggiornamento. E' proprio in questa parte del sistema che abbiamo incontrato le resistenze maggiori; le difficoltà non riguardano solo l'aspetto burocratico dell'organizzazione, ma una sorta di interiorizzazione di questo aspetto da parte degli operatori che spesso lo usano come alibi; si sentono prigionieri della struttura procedurale, ma sono legati dalla loro convinzione di esserne schiacciati; troppe volte abbiamo fatto nostro il codice simbolico "amministrativo" e abbiamo torto ad esso la nostra competenza ed il ruolo professionale. Ma questa è un'altra storia.
La gestione integrata dei Servizi
Nell'ultimo decennio l'attuazione della legge 833 ha disegnato nel Paese una geografia a pelle di leopardo. Secondo quanto prevede l'art.15 della Riforma Sanitaria per l'integrazione e il coordinamento dei Servizi socio-sanitari con quelli socio-assistenziali alcune Regioni hanno trovato forme di coordinamento e parziale integrazione e altre di integrazione piena con l'affido delle competenze sociali alle U.S.S.L.. La Regione Puglia nella sua legge n· 51/1980 sembra si sia dimenticata completamente della questione e non vi fa cenno; pertanto in Puglia i due sistemi non si parlano.
Per questo allo stato attuale della normativa e delle volontà politiche non è possibile individuare nel nostro territorio un riferimento legislativo che orienti e corrobori quello che è un aspetto riconosciuto dall'OMS come necessario e fondamentale per la prevenzione e la promozione della salute (O.M.S., 1980).
E' per altro evidente che tale assetto istituzionale, oltre che limitare fortemente le risorse e la capacità di intervento, induce negli operatori atteggiamenti di auto protezione e di difesa dall'angoscia tramite la risposta ego sintonica tecnica e burocratizzata e uno stile di lavoro di separatezza e di chiusura intramuraria. Tale punto di vista considera solo due elementi del Welfare: quello politico e quello istituzionale; ma l'integrazione riguarda anche la reciprocità tra risorse istituzionali e risorse informali quali la società civile produce. Sono aspetti questi di una complessa realtà che devono essere connessi agli altri ed implementati, pena il fallimento delle politiche sociali dello Stato e il progressivo impoverimento delle risorse e della capacità della gente di utilizzarle.
Dalla risposta al bisogno alla costruzione di competenze
Se prescindiamo dai bisogni strettamente legati alla sopravvivenza e alla distribuzione della ricchezza (previdenza, assistenza, reddito etc.) e per i quali in tutta Europa vi é un ricco dibattito che tenta di connettere gli aspetti economici ai diritti di cittadinanza (Paci, Gorz, Le Goff, Meade) fino a ipotizzare un vero e proprio reddito di cittadinanza, ci si ripropone il problema: chi individua i bisogni ? chi li definisce ? e quali sono gli strumenti per soddisfarli ?
Il paradigma che isola l'oggetto osservato dall'osservatore non ci permette la comprensione di ciò che avviene nella realtà e che si presenta nei termini di imprevedibilità e dinamica caotica. La diagnosi presuppone un osservatore, ma a sua volta questi é "osservato" (il sorriso del fenicottero di Alice nel paese delle meraviglie) perché soggetto e oggetto appartengono allo stesso sistema di interazione (von Föerster, 1987).
L'effetto che verifichiamo è il costante sfasamento tra tempi dei progetti di intervento e tempi di trasformazione dei processi; per cui tutto rischia di essere ex ante e quindi sovrapposto e non aderente ed ex post, comunque in ritardo circa le evoluzioni possibili: non sappiamo né possiamo predire come evolverà il sistema.
Il metodo proposto da questa nostra esperienza ridefinisce la linealità della finalità cosciente (io progetto come sarà l'oggetto) all'interno della circolarità dell'auto regolazione (io interagisco con l'oggetto per come esso é). Noi non siamo in grado di risolvere tutti i problemi delle persone, ma possiamo mettere la gente in grado di risolverli da sé costruendo contesti esperienziali di apprendimento, non separati ed integrati nella Comunità locale.
Il metodo ed i modelli
Un Servizio rigido, fortemente articolato in competenze, tecniche e procedure è funzionale alla ripetizione degli errori, perché autoreferenziale e quindi chiuso al cambiamento, cioè "al tempo e al caso" (Qohelet, 9,11). Un Servizio flessibile, "leggero" capace di dis-articolarsi, di organizzare la dis-organizzazione, di aderire alle mille pieghe delle cose, di connettere la prestazione alla relazione, di non fare , ma di far fare, di privilegiare il metodo piuttosto che i modelli può essere parte di un processo di cambiamento sociale in cui il Servizio stesso trasformando si trasforma. É ciò che il Tao tê ching chiama il "Wu wei", il principio della non-azione; é un lavoro di regia, dietro le quinte, di tessitura paziente che rispetti i tempi dei processi e li interpreti in uno scambio di reciprocità ("en charge par le milieu" - Alary, 1988).
Ricerca e formazione
L'apprendimento è sempre cambiamento; per questo non è possibile "insegnare" e tanto meno trasferire ad altri le proprie esperienze; tutto ciò che possiamo comunicare sono solo descrizioni. L'informazione è notizia di differenze e di differenze di differenze (Bateson, cit.) e nasce nell'ascolto; per questo non possiamo cambiare/controllare gli altri; possiamo solo (e sarebbe molto) creare contesti di apprendimento/cambiamento. Ciò che spesso rende difficile conoscere non è tanto il mistero del differente ed irriducibile a noi, quanto i nostri presupposti, i nostri punti di vista; conoscere è cambiare punti di vista, è "perturbare la propria epistemologia" (Ugazio, 1990).
Tali suggestioni ci portano a ritenere che formazione e ricerca debbano trovare coincidenza, che non vi possa essere formazione senza ricerca e ricerca senza formazione. Per quanto riguarda il Servizio Sociale ambedue non possono che misurarsi sul campo, nel vivo della relazione tra chi opera nel territorio e chi nell'Università e chi si sta formando; qualunque insegnamento che sfuggisse a questa condizione si trasformerebbe in scuola, in trasmissione di modelli piuttosto che in apprendimento ad apprendere (il metodo, Morin, 1977).
Formazione e ricerca sociale vertono entrambe verso l'acquisizione di know-how (saper come fare) piuttosto che sul know-what (sapere cosa); verso una sorta di percezione dilatata, di risposta automatica, di connessione neurologica subcorticale; è un po' ciò che ci viene suggerito da concetti come l'amore (le ragioni del cuore che la ragione non conosce di B. Pascal) o dalla bellezza o dal sacro, piuttosto che dalla sapienza.
Forse da una nuova idea di saggezza.