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LA BACCHETTA MAGICA di Stefano Moretti
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Milano, 9/4/92
La legge Jervolino è impresentabile agli occhi di chiunque abbia un minimo di esperienza in materia di tossicodipendenze, perché pretende di affrontare il problema aggiungendo costrizione a costrizione.
La dipendenza da oppiacei esprime già uno dei maggiori livelli possibili di costrizione, una costrizione interna, biochimica: un fatto di ghiandole, di complesse funzioni profondamente alterate, di penalizzazione psicofisica consolidata.
Il legislatore è intervenuto con una rozzezza e una miopia da lasciare allibiti.
Gli afflitti vengono sottoposti ad ulteriori afflizioni, con l'intento di "guarirli".
Recupero ed astinenza sono i due concetti base di questa logica, ma in realtà vengono ignorati i tempi individuali necessari ad ogni soggetto, anche solo per accostarsi a tali avanzatissimi concetti: tempi che variano per ognuno, e che in un fenomeno così imponente non possono essere brevi.
Le contraddizioni non sono ammesse: si pretende un'interpretazione della tossicodipendenza lineare e finalistica, tutta impostata sulla fragilità dei soggetti.
La loro esistenza conta solo in relazione al fatto contingente.
Le persone che usano eroina si trovano quindi sguarnite specialmente sul piano dell'elaborazione del proprio percorso, invase dalla tossicodipendenza comunemente intesa, fino alla completa identificazione con il modello deteriore, con la visione negativa, e colpevolizzante.
Tutto il circuito della proibizione agisce come condizionamento totalizzante, sui soggetti, privandoli letteralmente di scampo, trasformandoli nel figliol prodigo che stremato, a testa bassa, torna un giorno ad ottenere il perdono del padre.
Nemmeno la gioia del ritorno è ammessa in questo caso.
I legislatori si identificano pienamente nel figlio "buono", "regolare", che protesta con il Padre per l'accoglienza festosa riservata al figliol prodigo.
Questo perché la linearità forzata e finalistica che i tossicodipendenti sperimentano in modo cruento, è comunque adottata nei confronti di tutto il mondo giovanile.
In una società che strombazza gioventù e bellezza come valori totali, il tracciato più costrittivo è riservato proprio ai giovani.
In particolare, ai tossicodipendenti non è dato di sostenere personalmente la propria strada, in un contesto possibilmente sereno ed obiettivo, di sperimentare percorsi compatibili con il proprio problema.
Esso va risolto, punto e basta.
Le recenti misure restrittive espresse con il decreto del ministro De Lorenzo sull'uso del metadone rispecchiano questa logica.
Il metadone non è una bacchetta magica, ma si è rivelato utile nel contenimento degli effetti più perversi della tossicodipendenza.
Banalmente, permette ai soggetti di fare una vita normale.
Stanchi di tante angustie, molti dipendenti da oppiacei non chiederebbero altro.
La scelta totale della comunità terapeutica non può rispondere alle esigenze di tutti: esigenze che si chiamano lavoro, famiglia, inserimento sociale per altri aspetti già pienamente in atto.
Proprio questo è l'aspetto più conturbante, agli occhi dei repressori.
La persona dipendente da oppiacei non deve sconfinare dalla definizione di tossico, di disperato, ladro, marchettaro, spacciatore e via dicendo; non può e non deve superare la marginalità in cui è confinata.
Dove il metadone viene usato in terapia, cioè, grazie al decreto del ministro De Lorenzo, esclusivamente nei servizi pubblici, si può assistere al mantenimento di un apparato carico di pathos.
Porte blindate, orari ridotti, vigili urbani di guardia, e persone trafelate, magari in fuga dal posto di lavoro, che entrano e tracannano di fronte al medico.
Non sarà mai abbastanza sottolineato quanto tutto ciò sia degradante.
Il periodo di crescita intellettuale all'interno di una propria dipendenza viene espropriato dal controllo personale sulla stessa, cioè di una fase che contempla in sé una certa autonomia decisionale nel rapporto con la sostanza.
Toccare, maneggiare, utilizzare, rappresentano parti della presa in carico, dell'ampliamento della propria coscienza in relazione al problema.
La figura del medico passa da riferimento a tutore, venendo caricata di una mole di responsabilità insostenibile ed ingiusta.
Vige l'incubo del mercato nero di metadone, con quale implicita considerazione dell'operato delle forze dell'ordine nel quadro delle funzioni a loro affidate dalla legge Jervolino, è evidente.
Su tutto, il conto dei morti, unico parametro esibito di recente, in un contesto veramente drogato di rapporto con l'opinione pubblica.
E tutto questo, in un Paese rimpinzato di superalcolici, tabacco, sedativi, fino alle creme e cremette, con una Terza età canagliescamente tassata, e premurosamente riempita di psicofarmaci.
UNA POLITICA EFFICACE di Stefano Moretti
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Milano 12/4/92
Uno degli aspetti più importanti, nel quadro di una diversa concezione delle tossicodipendenze da oppiacei, riguarda la costruzione di visuali alternative sul problema, rispetto a quella comunemente accettata.
Sembra ovvio, eppure l'immagine del tossicodipendente, con il corredo pregiudiziale connesso, risulta molto più articolata e complessa di quanto si pensi già nella sua versione comune, dalla quale vengono estratti i contenuti dati in pasto al pubblico.
Il primo giudice con il quale ci si trova a fare i conti una volta investiti del problema, la propria coscienza, subisce così gli stessi condizionamenti introiettati,. sia pure ad un livello critico più profondo.
L'urgenza, l'ansia di giungere ad una decisione, sono il primo frutto di tale situazione.
Oltre a subire la consueta forte pressione dall'esterno, il soggetto dipendente si trova in un certo senso a condividerla in sé, aggiungendosi al sentimento comune, e rendendo più arduo lo sviluppo della propria contraddizione.
Questo, insieme a molti altri fattori, contribuisce a rendere i tossicodipendenti passivi di fronte agli sviluppi della propria esperienza.
Viene negato prima di tutto il concetto stesso di "esperienza"; allo stato attuale, parlare di esperienze nell'uso di oppiacei significa fare apologia.
Vige una radicalizzazione estrema dei termini del problema, una vera e propria dicotomia, che non permette di elaborare sulla profusione di dati comunque presente.
Questo ha costretto il dibattito all'asfissia, ed è un vero delitto, in quanto l'esperienza collettiva continua ad evolvere senza venire rilevata, determinando un continuo gap culturale, un ritardo non colmabile in termini di tempo, ed il primo, concreto aspetto di questa situazione è dato dall'evitabilissima sofferenza, in primis dei soggetti esposti, e conseguentemente, dell'intera società.
Urge quindi una manovra di svincolo da questa situazione di collasso, uno sforzo che permetta di opporre agli argomenti condizionanti e alle continue obiezioni, delle vie di uscita originali.
Urge sottrarsi alla logica dualistica: proibizionismo versus antiproibizionismo, e questo non per mancanze particolari della seconda ipotesi, ma per sfuggire alla localizzazione, ed alla conseguente esorbitante pressione, dei rappresentanti la visione "classica" del problema.
I tossicodipendenti, per quanto rintracciabili come presenza omogenea, hanno sempre tentato di esprimere questa necessità, ma oberati come sono sul piano intellettuale, le loro anche fondate obiezioni all'antiproibizionismo come risposta indistinta e contraria sono quasi sempre cadute nello sfruttamento per opposti fini.
Inoltre, e qui mi riallaccio al discorso iniziale, gli stessi tossicodipendenti si trovano nella maggior parte dei casi, soggetti all'equivoco favorito dal messaggio comune, e quindi alle prese con gravi dilemmi interiori irrisolti.
In questa situazione, trova spazio una visione parassita del messaggio antiproibizionista, condita di catastrofismi e perversioni proprie del consumo senza regole, ed agisce una mistificazione che sposta tale visione dal contesto presente, dove essa sia realmente agendo, ad un eventuale futuro post-proibizionista.
In realtà il mercato libero e selvaggio, il contesto addirittura primordiale,, è clamorosamente esposto nella nostra condizione odierna, e se questo non costasse all'intera comunità tanta gratuita sofferenza, ci si potrebbe soffermare ad indugiare sulla potenza dei mezzi di persuasione, che così bene convogliano in altre direzioni la nudità del re.
Purtroppo, spesso chi vede senza schermi la presente realtà resta inorridito al punto di cadere in un senso di impotenza.
E' la condizione, tra gli altri, di diverse persone che usano oppiacei, e che in ogni caso sono giunte, nonostante gli sforzi profusi dal "sistema" in senso opposto, ad una certa classificazione e presa di coscienza dei vari termini del loro problema.
Questi soggetti sono comunque costretti al silenzio ed al buio, dato il loro spesso totale isolamento, pena il ricatto, la punizione, la censura, operanti ad esempio sulla modalità del proprio mantenimento con metadone, ovvero sui modi più avanzati nei quali sono riusciti ad articolare la propria dipendenza dagli oppiacei, e quindi, la qualità della propria esistenza.
Sicuramente, un'ipotesi censoria e punitiva dell'intento che ha generato il decreto del ministro De Lorenzo sull'uso del metadone, restringendo tale uso ai servizi pubblici, e con molte limitazioni accessorie, non è peregrina.
Ben al di là dello spettro del mercato nero di metadone, evocato per l'occasione come giustificazione anticipata, erano le migliori condizioni di esistenza, che permettevano sviluppi diversi dal solito, a dare fastidio.
Chiaramente, ogni manifestazione che sfugge al controllo, ogni voce non intubata, va ricondotta al tanto comodo tunnel della droga, unica espressione ammessa.
Qualsiasi riferimento ad usi impropri dei sostitutivi in farmacopea, morfina e metadone, non può non dare adito a fieri dubbi, in un presente di libera, liberissima vendita, di incontrastato mercato dell'eroina stessa.
La revoca del decreto ministeriale sul metadone rappresenta certamente uno degli obiettivi immediati, per una politica alternativa che abbia le giuste pretese di efficacia.
Gli altri punti di primo intervento riguardano la circoscrizione e l'arresto della diffusione dell'AIDS con misure preventive, anche tramite una riforma della distribuzione controllata dei sostitutivi, in carcere e fuori.
Il doppio risultato di evadere i problemi generati dall'uso di eroina su larga scala in una società consumistica, sena far ricorso almeno a sostitutivi, non è onestamente perseguibile, e porta l'intera società ad una confusione e ad un livello di infelicità e di degrado non compatibile con il vivere civile.
Direttamente proporzionale al ritardo che va accumulandosi in questo non affrontare i problemi, è una forma di lutto inespresso e inelaborato, che silenziosamente si aggiunge al già grande disagio nel quale la nostra epoca vive sé stessa.