di Ethan Nadelmann*
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* Estratto dalla rivista Daedalus, Vol.121:3, 1992. Ethan A.Adelmann è docente di Politica e Affari Pubblici nella Woodrow Wilson School of Public ad International Affairs della Princeton University.
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A distanza di quattro anni dal momento in cui il principio della legalizzazione della droga è riemerso tra il pubblico, si tratta di fare un passo indietro e riesaminare il tutto per vedere in quale direzione occorre procedere. (1)
Non posso fare a meno di scrivere come fossi uno che si è strettamente identificato con tale principio, ma lo faccio anche come uno che ha cercato di ritrarsi dal dibattito sulla legalizzazione della droga e di analizzare criticamente i propri contributi, i passi sbagliati e la possibilità di rivedere in positivo gli indirizzi in materia di controllo delle sostanze stupefacenti. Il mio interesse precipuo risiede non nel dibattito in sè, ma nel futuro impiego delle sostanze psicoattive e negli orientamenti in materia di controllo di tali sostanze negli Stati Uniti ed all'estero. Il presente articolo non è, quindi, una risposta ai numerosi avversari della legalizzazione della droga, e neanche vuol essere una polemica con coloro i quali si sono dichiarati favorevoli al principio, ma con argomentazioni alquanto diverse. E mi astengo, in generale dal ripetere i ben documentati costi del proibizionismo o i motivi per cui dobbiamo prendere in considerazione l'adozione di indirizzi alternativi. (2) Scarsa attenzion
e viene dedicata al contesto politico del dibattito o al destino politico delle misure adottate per il controllo della droga. L'articolo mira piuttosto a creare e proporre un discorso pubblico più informato e sofisticato sulle alternative al proibizionismo, un discorso che si liberi di tutti i limiti intellettuali e moralistici imposti dalle norme proibizioniste contemporanee. (3)
I miei obiettivi specifici sono quattro: il primo mira ad individuare ed esaminare le differenze essenziali che dividono coloro che si trovano nel ragionevole settore centrale del dibattito. Il secondo consiste nel fornire nuovi modi di considerare alternative radicali agli attuali indirizzi in materia di divieto, di individuare i tipi dei quesiti da formulare, e di suggerire i modi eventuali di risolverli. Il terzo riguarda le prove a sostegno della affermazione che anche una radicale depenalizzazione del divieto non provochi gli spettacolari aumenti dell'abuso di sostanze, temuti dagli autoqualificatisi critici della legalizzazione della droga.
E il quarto consiste nel proporre un modello di regolamentazione della droga che elimini alcune delle peggiori conseguenze del proibizionismo, senza riprodurre le infelici conseguenze delle norme in materia di controllo dell'alcol e del tabacco.
Molte delle idee e delle argomentazioni contenute nel presente studio sono state avanzate ed elaborate nel corso delle riunioni di Gruppo di lavoro di Princeton sul "Futuro dell'uso degli stupefacenti e sulle alternative al proibizionismo". Il gruppo, composto da 18 studiosi rappresentanti oltre una dozzina di indiscipline, è attuale impegnato al perseguimento di ciascuno degli obiettivi predetti. Il presente articolo deve, quindi, essere considerato una sintesi del lavoro di èquipe in corso, la cui versione finale sarà portata a termine verso la fine del 1993. Prevedo che molte delle idee qui esposte qui di seguito saranno quindi rivedute e raffinate con il progredire del lavoro del Gruppo.
L'etichetta "legalizzazione"
Legalizzare o non legalizzare? Questo non è, come di recente hanno scritto due coppie di autori scettici in materia di politica del controllo della droga, il vero problema. (4) La questione vera, assai più vasta, è quella che sussume il problema "legalizzare o non" per quel che concerne particolari sostanze psicoattive. In parole povere, quali sono i mezzi migliori per regolamentare la produzione, la distribuzione ed il consumo della grande varietà di tali sostanze disponibili oggi e nel futuro prevedibile? Per una serie di ragioni, gli sforzi compiuti, da me e da altri, di rispondere ad una domanda così complessa, sono stati contrassegnati con l'etichetta "legalizzazione". Il termine ha avuto un enorme successo nel richiamare l'attenzione di decine di milioni di persone negli Stati Uniti e altrove, nei confronti di quella che era nel contempo una critica a fondo. ma assai ragionevole, della politica americana in materia di controllo della droga. Ma essa ha comportato un duro prezzo, dovuto all'applicazione
secondo cui la sola alternativa alle disposizioni in atto era qualcosa che assomigliasse agli attuali indirizzi nei confronti dell'alcol e del tabacco.
Pochi tra coloro che risultavano pubblicamente favorevoli alla legalizzazione in realtà patrocinavano una simile alternativa, ma l'equivoco è rimasto impresso nella mente del pubblico.
La legalizzazione ha sempre significato cose diverse a seconda delle persone. Dal mio punto di vista, è stata in primis una critica della politica proibizionista americana, per sottolineare la misura in cui la maggior parte di quella che gli americani considerano parte integrante del "problema droga" è, in realtà, il risultato di tale politica. La mancata comprensione, da parte della maggioranza di essi, della portata e del contenuto di tale relazione causale, e la mancata distinzione tra i problemi dovuti all'errato impiego in sè della droga, e quelli che derivano da una politica proibizionista, costituiscono il più grave singolo ostacolo contro eventuali modifiche della politica americana sul controllo della droga. Il riconoscimento di tale relazione causale non comporta automaticamente - occorre precisarlo - una proposta di adozione di un indirizzo per cui tutti i divieti debbano essere aboliti. Ma senz'altro implica che un'alternativa politica meno legata ai metodi proibizionisti possa dimostrarsi più e
fficace.
La legalizzazione comporta altresì una serie di obiettivi politici in contrasto con quelli proclamati dal governo, mirati a dichiarare guerra alla droga ed a creare una società libera da essa. Le strategie di controllo - come abbiamo sostenuto io ed altri - devono cercare di ridurre al minimo sia le conseguenze negative dell'uso della droga, sia quelle del proibizionismo.
Ciò è altrettanto vero nei confronti della politica verso l'alcol, il tabacco e la caffeina, così come lo è nei confronti della politica volta a limitare l'uso di cannabis, di cocaina, di amfetamine, di oppiacei, di allucinogeni e di tutte le altre droghe. E' assolutamente necessario, ad esempio, tra l'uso sporadico di una droga che provochi poco o nessun danno, l'abuso che provochi un danno principalmente al consumatore, e quello che dia luogo a dannose conseguenze per gli altri, ponendo soprattutto l'accento su quest'ultimo aspetto, badando in secondo luogo al cattivo uso, e trascurando del tutto l'uso occasionale. E' altresì essenziale che la politica di controllo sulla droga sia valutata non solo in termini del successo ottenuto nella riduzione degli abusi, ma anche in termini dei suoi costi, diretti ed indiretti.
Due diversi tipi di argomentazioni sono infatti impliciti nei confronti della politica americana sul controllo della droga da parte dei fautori della legalizzazione. Da un canto si sottolineano i modi in cui la politica proibizionista è di per sè responsabile di molti problemi relativi alla droga. Penalizzando la produzione, la distribuzione ed il consumo di particolari sostanze, il proibizionismo trasforma sostanzialmente la natura dei mercati delle sostanze stupefacenti, le modalità del consumo, lo stesso modo in cui una gran parte della società considera il problema della droga, e l'arco delle misure ritenute adeguate per affrontare il problema dell'abuso. Da un altro canto, invece, alcuni critici avanzano una richiesta assai più modesta, postulando l'esistenza di tipi migliori e tipi peggiori di proibizionismo, tra i primi quello dell'Olanda, che persegue la "riduzione del danno", e tra i secondi la "guerra alla droga" americana. In realtà, per molti di coloro che sono ritenuti patrocinatori della legal
izzazione, il modello olandese offre un'alternativa preferibile non solo all'attuale politica americana, ma anche al modello libertario estremo. Tra quest'ultimo e l'esempio olandese è possibile, da un tale punto di vista, collocare la normativa ideale per il controllo della droga.
L'orientamento a favore della riduzione (o minimizzare) del danno si è sviluppato nei Paesi Bassi ed in Gran Bretagna tra gli anni '70 e '80. Da allora ha esercitato un influsso sempre maggiore, sia in tali paesi, sia in altre parti d'Europa e dell'Australia, a mano a mano che le autorità sanitarie ed altri enti responsabili riconoscevano l'esigenza dell'adozione di indirizzi più innovatori e meno punitivi per ostacolare la trasmissione del virus HIV tra i consumatori clandestini di droga(5). Gli indirizzi miranti a ridurre il danno, anzichè tentare di distogliere dal consumo della droga con mezzi punitivi, partono dal riconoscimento che vi sono tossicomani che non è possibile di persuadere a smettere. Essi cercano allora di ridurre la possibilità di diffusione di malattie come l'epatite e l'AIDS, di assunzione di dosi eccessive di droghe di purezza e potenza ignote, o altrimenti di danno per se stessi e per gli altri. I fautori della politica di riduzione del danno sono tipicamente favorevoli all'adozione
di una serie di programmi di cura che prevedono l'impiego del metadone ed altre misure del genere. Essi pongono l'accento sui programmi volti ad evitare lo scambio delle siringhe. Essi propongono altresì l'attuazione di programmi sanitari e comunitari di ampio respiro per mantenere i contatti tra servizi sanitari e tossicodipendenti, mentre esigono che la politica in materia di droga riconosca, sul piano legislativo e degli indirizzi, i diritti umani dei tossicodipendenti. Pure implicito, nella grande maggioranza degli orientamenti a favore della riduzione del danno è il concetto della "normalizzazione", il quale postula che i danni derivanti dall'uso illecito della droga siano ridotti al minimo e nella maniera più efficace, inserendo i tossicodipendenti in seno alla società anzichè isolarli in luoghi di cura, con programmi, mercati ed ambienti sociali separati (6).
I rapporti tra il principio della riduzione del danno e quello della legalizzazione rimangono ambigui. Alcuni fautori del primo si oppongono strenuamente ad ogni più deciso orientamento verso la eliminazione del sistema che vieta l'uso della droga. Essi si affrettano a sottolineare che gran parte dell'opposizione sperimentata deriva da timori e scrupoli che l'orientamento in senso favorevole alla riduzione del danno non rappresenti altro che un passo verso la legalizzazione. Altri sostengono che tale orientamento, condotto alle sue logiche e ragionevoli conclusioni, assomiglierebbe di più ad un regime di regolamentazione legale anzichè all'attuale sistema proibizionista. Si sostiene che l'orientamento in favore della riduzione del danno deve attenuare non solo i danni ai tossicodipendenti, ma anche le altre numerose conseguenze negative del proibizionismo, e cioè: la violenza che caratterizza i mercati illeciti; la corruzione dei pubblici funzionari; gli aiuti di fatto alla criminalità organizzata; l'incarc
erazione di centinaia di migliaia di persone; la privazione delle libertà individuali e via dicendo. Tutti sono, però, d'accordo, che i modesti sforzi tesi a ridurre le conseguenze negative dello status quo sono meglio che nulla.
Legalizzatori, proibizionisti e il terreno comune
L'analisi di base formulata dalla grande maggioranza dei "legalizzatori" è assai simile a quella propugnata da coloro che appaiono come i più ragionevoli, progressisti e non ideologizzati tra i proibizionisti. Gli uni e gli altri in genere concordano sulla diagnosi di fondo sul divieto americano dell'uso della droga, sulla necessità di valutare le opzioni in materia di politica della droga al vaglio dei costi e dei benefici che ne derivano, e sulla serie di obiettivi sopra indicati. I "proibizionisti progressisti", riconoscono in larga misura che l'uso sporadico della droga non è in sè un problema, e i legalizzatori concedono che taluni indirizzi aventi lo scopo di ridurre i consumi di droga possono essere validi ai fini della riduzione degli effetti negativi derivanti dall'uso.
Vi è un riconoscimento condiviso, secondo cui numerose dimensioni della guerra che l'America combatte contro la droga hanno un potenziale distruttivo eccessivo, che misure più modeste di giustizia penale possono conseguire con altrettanta efficacia i medesimi risultati, e che una più pronta rispondenza ai precetti della sanità pubblica produrrà una serie di indirizzi migliore in ordine al controllo della droga. Si conviene, altresì, da ambedue le parti che una espansione spettacolare della disponibilità di droga nella società farà presumibilmente aumentare il consumo complessivo. E si conviene pure sull'importanza dell'effettuazione di distinzioni tra di diversi tipi di droga, e tra le diverse composizioni delle medesime sostanze, nell'elaborare le direttive sul controllo. In altre parole, sono pochi, nei due campi, quelli che sostengono che la marijuana e le altre droghe leggere debbano essere considerate alla pari del crack di cocaina.
Tale comune convincimento contrasta fondamentalmente con le opinioni espresse dai proibizionisti più conservatori e reazionari. Sostenute in maniera particolarmente vigorosa dal primo zar della droga del Presidente Bush, William Bennet, tali tesi non hanno dimostrato interesse alcuno nei confronti delle analisi dei costi e dei benefici, ovvero della necessità di ridurre al minimo le conseguenze negative della politica per il controllo della droga. L'uso estemporaneo di droghe illecite è stato dipinto come una forma di attività immorale, nonchè come una pericolosa fonte di contagio, tale da imporre la prestazione di cure (7). I precetti della ricerca in materia di scienze sociali e sanità pubblica sono validi, secondo tali proibizionisti, solo in quanto siano conformi ai loro presupposti ed indirizzi di carattere ideologico. In breve, non vi è spazio per un dialogo spassionato su orientamenti alternativi che non siano più severi di quelli sperimentati in precedenza (8). Unendo insieme la tendenza alle sanzi
oni ed un modo di considerare l'uso della droga descritto come una sorta di "calvinismo farmacologico" (9) i proibizionisti reazionari insistono nel sostenere che il solo obiettivo legittimo della politica di controllo sulla droga deve essere l'eliminazione dell'uso illecito di essa.
Pure in contrasto, ancorchè non altrettanto decisamente, è il comune sentire nei confronti della prospettiva libertaria conservatrice sul controllo della droga (10). Per quei libertari che credono, in linea di principio assoluta, nella santità della sovranità individuale sulla proprietà, e nella libertà di contrattazione, non sono accettabili controlli governativi di sorta sul commercio delle droghe, indipendentemente dalle conseguenze. Altri libertari sono più utilitaristi nel loro modo di vedere le cose, riponendo la propria fede nel libero mercato e ipotizzando che gli obiettivi di una duplice politica sarebbero più acconciamente conseguiti i assenza di interventi governativi. I libertari meno impegnati partono dagli stessi presupposti circa la magica capacità del libero mercato, ma riconoscono che modesti controlli governativi, particolarmente nel caso delle norme sulla pubblicità e sulla etichettatura dei prodotti possano essere necessari per correggere gli eccessi e gli abusi sollecitati dal libero me
rcato. Tali libertari tendono tutti a favorire i più civili impegni libertari nei confronti della privacy e della libertà di scelta individuale del proprio modo di vita, anche se insistono nel sostenere che la libertà di contratto comprende la libertà dei datori di lavoro di imporre il test anti-droga quale condizione per l'assunzione dei dipendenti. I libertari civili, viceversa, tendono a considerare la libertà di contratto con minor deferenza rispetto al diritto di privacy. Essi sono più disposti a parlare di un diritto di uso della droga, (11) ed a recepire le considerazioni di giustizia sociale e di sanità pubblica nei loro principi e nei loro calcoli in materia di indirizzi.
Tralasciando i punti di vista dei proibizionisti reazionari e dei libertari sfegatati, esistono due principali differenze tra i legislatori progressisti ed i proibizionisti progressisti. La prima rispecchia divergenze circa il peso da assegnare a valori quali la libertà individuale, la privacy e la tolleranza nel calcolo dei costi e dei benefici derivanti dai diversi indirizzi in materia di controllo della droga (12). La grande maggioranza dei legalizzatori fa pesare notevolmente tali valori, e i legalizzatori civili più impegnati li riguardano come assoluti, cioè tali da non prestarsi a compromessi, mentre altri legalizzatori progressisti, pur considerandoli di grande importanza, non li ritengono intrinsecamente immuni da qualche restrizione.
La maggioranza dei legalizzatori sostengono quanto meno che il possesso di modesti quantitativi di droga per uso personale non debba essere punibile penalmente. I proibizionisti progressisti riconoscono tali valori, ma assegnano ad essi un minor peso poiché li considerano come pregiudizievoli a danno degli sforzi volti a ridurre l'abuso delle droghe, e perché sono più disposti a rimettere al giudizio della maggioranza la loro definizione ed il loro peso. Rispetto ai tradizionali compromessi tra livelli di abuso e livelli di coercizione a carico dei tossicodipendenti e degli spacciatori, la maggioranza dei legalizzatori è disposta a concedere modesti aumenti circa il livello degli abusi, in cambio di una riduzione del numero di coloro che vengono puniti per l'uso o la spaccio. Viceversa, i proibizionisti progressisti sono assai più propensi a limitare la libertà individuale nella misura in cui essi prevedono un potenziale progresso della sanità pubblica.
La seconda, importante divergenza di opinioni, riguarda la valutazione della vulnerabilità della popolazione americana nel caso di notevoli aumenti della disponibilità di droghe che farebbe seguito ad uno qualsiasi dei programmi di legalizzazione di più ampio respiro. Mentre la maggioranza dei proibizionisti può prevedere la possibilità di aumento in ragione di 50 volte dei cocainomani, e concludere che il futuro del paese potrebbe ben essere a rischio qualora la cocaina fosse messa a disposizione al paro dell'alcol, la maggioranza dei legalizzatori considerano tali stime e previsioni come la ingiustificata follia di profeti di sciagura. (13)
Gli uni e gli altri concordano nel ritenere che occorra una approfondita ricerca per una migliore valutazione di tale vulnerabilità, ma le ampie discordanze sono principalmente il riflesso di paure viscerali, di credenze ed istinti concernenti la natura umana singola e collettiva nel contesto della società americana. Mentre la maggioranza dei legalizzatori si rende conto, sia sul piano dell'istinti, sia su quello concettuale, dell'ampia capacità di reagire della società, i proibizionisti progressisti nella gran maggioranza condividono con i loro alleati più reazionari il pessimismo di fondo circa la suscettibilità della società americana nei confronti di una spettacolare liberalizzazione delle droghe.
Le radici di un simile dibattito viscerale possono essere rintracciate nella relativa divergenza di opinioni circa l'equilibrio del potere tra sostanze psicoattive e volontà umana. I proibizionisti vedono il prevalere delle prime, grazie alla loro capacità di rovinare e distruggere la vita dei consumatori. Viceversa, i legalizzatori privilegiano la seconda, partendo dal presupposto che l'equilibrio dei desideri umani fondamentali, nella stragrande maggioranza delle persone, limita efficacemente il potenziale distruttivo della droga. Per la maggioranza dei proibizionisti, le prove relative comprendono i casi peggiori di tossicomania ed altri abusi, gli esperimenti sulle cavie, sulle scimmie e su altri animali per stabilire il potenziale di dipendenza provocata da diverse droghe e la prova biologica di sindrome da astinenza a seguito della protratta assunzione di particolari droghe. Viceversa, la maggior parte dei legalizzatori pongono l'accento sulle prove spettacolari ma più abbondanti di uso estemporaneo e
controllato di droghe, insistono che la "portata e l'ambiente" nell'uso della droga sono almeno altrettanto importanti della droga stessa al fine di determinare se una persona divenga tossicodipendente, e considerato gli studi sugli animali e le prove biologiche, meno significativi delle abbondanti prove storiche inter-culturali e contemporanee della capacità di recupero degli individui e della società nei confronti di tutte le droghe psicoattive (per "portata" intendesi l'aspettativa da parte di una persona circa gli effetti della droga nel quadro del contesto della sua personalità globale. Per "ambiente" si intende la scena, sia fisica, sia sociale, nella quale viene assunta la droga). (14)
Numerosi proibizionisti sembrano considerare alcune sostanze psicoattive come dotate di poteri simili a quelli delle sirene, alle cui lusinghe nessuno poteva sottrarsi. La maggior parte dei legalizzatori, dal canto loro, considerano assurdo un simile concetto. Essi ritengono più persuasiva la prova sostanziale che la maggior parte della gente (compresi i giovani), se forniti di sufficienti informazioni, anzitutto è improbabile che facciano ricorso ad una droga in primo luogo, che la maggioranza di quelli che provano una particolare sostanza non smettano subito dopo o non ne facciano un uso moderato, e che anche la maggioranza di coloro i quali divengono tossicodipendenti o che ne facciano altrimenti abuso, non possano infine moderarne o abolire l'uso.
Tali divergenze, però, lasciano ancora abbondante terreno comune per la riforma a breve degli indirizzi in materia di controllo sulla droga. Poiché, sebbene i proibizionisti progressisti condividano con i loro alleati più reazionari il profondo timore di una maggiore disponibilità di sostanze stupefacenti, essi non sono vincolati dagli impegni politici e morali dei reazionari in tema di politica repressiva. Ed anche se la maggioranza dei legalizzatori avverte una notevole ripulsa per le più gravi misure punitive dei proibizionisti, riconosce sia la inevitabilità, sia l'esigenza di una qualche misura di giustizia penale a titolo di accompagno nel quadro di un regime regolamentatore. Il modello della sanità pubblica, che pone l'accento sulla riduzione della morbilità e della mortalità, sembra fornire una sorta di complesso ideologicamente neutrale di linee di guida e di parametri per la elaborazione di una serie preferibile di indirizzi in materia di politica sulla droga, anche se i legalizzatori sono conosce
nti del potenziale totalitario di un modello di sanità pubblica spinto agli estremi della logica. Tanto i legalizzatori, quanto la maggior parte dei proibizionisti progressisti riconoscono i meriti della politica ispirata alla riduzione del danno adottata dagli olandesi nonchè dagli enti locali in Inghilterra ed in Australia, anche se differiscono circa la misura in cui tale politica potrebbe essere adottata nel contesto della società americana.
Esiste anche un comune presupposto, dal quale dissentono soltanto i più libertari tra i legalizzatori, secondo cui il governo ha senz'altro un ruolo di rilievo da svolgere nel dar forma e qualità all'esistenza dei propri cittadini. Dove tutte le parti differiscono, è nell'opinione circa i mezzi più adeguati che il governo deve adottare a tal fine: i proibizionisti progressisti considerano la giustizia penale ed altri strumenti coercitivi come mezzi perfettamente accettabili e spesso efficaci, mentre i legalizzatori progressisti sono favorevoli a misure meno coattive, che vanno dai programmi di educazione e di terapia volontari, alla più ampia dotazione di servizi sociali. Vi è anche una sorta di consenso secondo cui la priorità assoluta dei programmi di controllo sulla droga debba essere quella di ridurre al minimo il danno che i tossicodipendenti arrecano agli altri, e in linea subordinata il perseguimento degli obiettivi più tradizionali della sanità pubblica, consistenti nel ridurre al minimo i danni che
i tossicodipendenti, in particolare i più giovani, provocano a se stessi. Ma sottesi anche a tale consenso sono presupposti contrastanti circa la portata adeguata delle misure di controllo sociale volte alla scoperta ed alla repressione dell'uso illecito di droga. Quindi, anche tra coloro che si riconoscono quali promotori di un orientamento del tipo "sanità pubblica", sul problema della droga vi sono taluni che, pur essendo profondamente partecipi della posizione dei legalizzatori, preferiscono tener al di fuori delle loro analisi i propri valori più squisitamente ideologici, basati sulla libertà, mentre vi sono altri che vedono nelle sanzioni penali e nelle leggi di impiego civili utili mezzi per costringere i tossicodipendenti ad assoggettarsi a programmi di cura. (15)
Il fatto che i legalizzatori ed i proibizionisti progressisti abbiano così tanto in comune è significativo per molte ragioni. In primo luogo, ciò induce a ritenere che esista un quadro fondamentale di analisi, basato sulla sistematica valutazione dei costi e dei benefici, considerato intellettualmente legittimo da tutti gli esperti seri in materia di politica del controllo sulla droga. Il fatto che tale valutazione vari notevolmente a seconda dei valori etici e dei presupposti ideologici dei singoli, non costituisce una remora. In secondo luogo, induce a ritenere che il quadro e la direzione attuale degli indirizzi del proibizionismo negli Stati Uniti sono sostanzialmente in contrasto con una politica concepibile che si basi o sui precetti della sanità pubblica, o sulla concezione della riduzione del danno. In realtà, il solo modo per spiegare e giustificare molti indirizzi correnti è fare riferimento alle paure, ai pregiudizi ed ai moralismi primitivi di coloro i quali hanno trasformato la politica del con
trollo sulla droga in una versione moderna di crociata autoritaria. In terzo luogo, fa pensare che i debiti tra i legalizzatori nei confronti della progettazione e della valutazione di indirizzi alternativi in materia di controllo sulla droga possono ben suscitare l'interesse di molti che non condividono nè tutti i valori dei legalizzatori, nè la loro viscerale fiducia.
L'arco della politica in materia di droga
A questo punto dovrebbe essere chiaro che la legalizzazione o il divieto nei confronti della droga non rappresentano semplicemente alternative radicali, e che non esiste un'unica versione dell'una e dell'altro. Virtualmente tutti gli indirizzi di politica di controllo sulla droga recano in sè elementi, sia di proibizionismo, sia di disponibilità legale. L'alcol, ad esempio, è considerato una droga lecita, ma è vietato venderlo a persone al di sotto dei 21 anni di età, è illecito guidare in stato di ebbrezza alcolica ed è illecita, in numerosi stati e località, l'assunzione o la compravendita se non ad opera di fonti controllate o fornite di licenza governativa. Molti analoghi divieti si applicano in misura crescente alle sigarette ed agli altri prodotti a base di tabacco. La gomma alla nicotina, che è notevolmente meno dannosa del tabacco da fumo, non può neanche essere acquistata al bancone. La cocaina e la gran maggioranza di prodotti oppiacei sono considerati droghe illegali, ma possono essere vendute di
etro presentazione di ricetta medica, la prima per la chirurgia nasale e odontoiatrica, nonchè (in alcuni casi) come antidolorifico, i secondi nella terapia analgesica o, nel caso del metadone, quale alternativa autorizzata all'eroina fuori legge. La distinzione tra politica di regolamentazione legale e politica proibizionista diviene ancor più tenue quando si osservi il vasto arco delle misure per il controllo dell'alcol adottate in tutto il mondo nel secolo scorso; altrettanto dicasi della politica sul controllo degli oppiacei e, in minor misura, dei pubblici indirizzi volti al controllo della grande maggioranza delle sostanze psicoattive.
Nondimeno, è possibile effettuare una distinzione tra divieto e legalizzazione sotto almeno due aspetti di rilievo. La più netta distinzione riguarda la possibilità o meno di acquistare una droga liberamente, il che significa che essa può essere ottenuta dagli adulti senza dover preventivamente richiedere il permesso ad una agenzia governativa o ad un addetto fornito di licenza, cioè da un medico. La più ambigua, ma ugualmente importante distinzione è tra tali indirizzi, che riposano principalmente sulle sanzioni penali in ordine al controllo dell'abuso, e quelli che fanno principalmente affidamento sulle scelte oculate dei cittadini, ispirate alla politica sanitaria, alle strutture regolamentatrici e ad una onesta educazione in materia di droga.
Può riuscire utile il pensare agli indirizzi alternativi in merito al controllo sulla droga come se fossero schierati lungo un arco, con quelli rigidamente proibizionisti ed altamente punitivi ad un estremo, con il libero mercato senza limitazioni di sorta all'altro estremo, e con una folta schiera di misure di regolamentazione la centro. Ci vuol poco, inoltre, a capire che gli indirizzi sul controllo della droga che obbediscono alle sostanze della sanità pubblica, e sono svuotati degli impulsi moralistici ed autoritari che figurano alla base della politica contemporanea servirebbero a poco nel caso di molte delle misure punitive più pesanti oggi in evidenza. I problemi difficili cominciano quando valori come la privacy, la tolleranza ed i presupposti contro la carcerazione per la maggior parte delle attività non violente connesse ai consumi della droga, vengono inseriti come fattori nell'analisi dei costi e dei benefici. Diviene anco più arduo fornire una risposta nei loro confronti quanto più ci avventuri
amo, lungo l'arco della politica, nel territorio relativamente sconosciuto dei meccanismi di regolamentazione non collaudati e in quello della disponibilità sul bancone di droghe che possono essere correntemente acquistate unicamente dietro presentazione di ricetta medica.
Perché avventurarsi sul terreno incognito di una politica della droga autenticamente antiproibizionista, stanti sia le difficoltà di valutazione delle conseguenze di una tale politica e la improbabilità di riscuotere il favore di una maggioranza di americani nel futuro prevedibile? Vi sono quattro ragioni, illustrate qui di seguito. In primo luogo, solo una politica del genere può ridurre drasticamente le numerose conseguenze negative del proibizionismo. In secondo luogo, essa ci aiuta ad affrontare questioni fondamentali circa l'esigenza dell'adozione di un sistema di proibizione della droga, con particolare riguardo ai presupposti a lungo non sottoposti ad esame circa le differenze tra sostanze psicoattive ed altri generi di consumo, nonchè alla vulnerabilità della popolazione in caso di maggiore disponibilità di tali sostanze. In terzo luogo, la politica in materia di droga costituisce un'area in cui i presupposti libertari circa la magia del libero mercato possono essere più giusti che sbagliati. E in q
uarto luogo, il futuro potrà portare tanto nuove droghe quanto nuovi modi di alterare i nostri stati di coscienza non prontamente suscettibili ai controlli governativi e che trasformino il modo di pensare degli americani nei confronti delle droghe e dell'alterazione dello stato di coscienza. (16)
Riflettendo seriamente e sistematicamente sulle alternative radicali agli attuali indirizzi in materia di proibizione delle droghe occorre un grado di "estensione" intellettuale che è relativamente insolito nell'analisi degli indirizzi politici in generale, e virtualmente sconosciuto nella fattispecie dell'analisi degli indirizzi in materia di politica della droga. Tale estensione può essere attuata al meglio ponendo due questioni complementari: in che modo si possono esaltare al massimo i benefici del modello di libero mercato, riducendone al minimo i rischi? e in qual modo possiamo mantenere al meglio i vantaggi del proibizionismo, ridicendone al minimo i costi diretti e indiretti? Una tale estensione può essere visualizzata ponendo l'accento sugli estremi dell'arco della politica in materia di droga, con il libero mercato ad un estremo ed il proibizionismo contemporaneo americano all'altro estremo, e quindi sforzandosi di avvicinare l'uno all'altro applicando ad entrambi i concetti di riduzione al minimo
del danno.
La spinta a muoversi dal proibizionismo contemporaneo è, ovviamente, più facile e familiare. Comincia con una quantità nota, lo status quo, che è assai più agevole valutare delle alternative teoriche, anche se molte relazioni di causa resistono ad una precisa individuazione. La tendenza dei politologi e dei responsabili della politica a polarizzare la attenzione su opzioni che rientrano o sono vicine al quadro delle scelte politicamente accettabili sta ad indicare che assai maggiori riflessioni e discussioni sono state dedicate alle modeste revisioni degli attuali indirizzi proibizionisti. Molti dei passi iniziali concepibili sono stati già adottati nei Paesi Bassi, in Inghilterra, in Australia ed altrove. Ed anche molti dei passi che potrebbero essere compiuti al di là di quanto attualmente avviene all'estero ancora non richiedono mutamenti radicali nè nella struttura, nè nei meccanismi del proibizionismo.
Quanto più ci si allontana dal modello proibizionista contemporaneo, però, in termini di riduzione della penalizzazione e di altri controlli coerenti sulla distribuzione delle droghe, tanto più difficile diviene valutare le conseguenze. Ad esempio, non è poi tanto arduo valutare le conseguenze della disponibilità di marijuana, eroina ed altre droghe rigorosamente proibite mediante la prescrizione del medico, o della legalizzazione della vendita e del possesso di siringhe ed altri accessori, ovvero della estensione a tutto il paese della limitata depenalizzazione del possesso di marijuana adottata per legge da undici stati nel corso degli anni '70. Esistono forti motivi di ritenere che ciascuna di tali modifiche di indirizzo ridurrebbero sostanzialmente le indesiderabili conseguenze del proibizionismo e presenterebbero solo rischi modesti in termine di sanità pubblica. Ma è ben diverso valutare le conseguenze di una pronta disponibilità di cocaina, amfetamine, morfina o eroina a tossicomani registrati, e cos
tituisce certamente un maggiore impegno intellettuale il valutare le conseguenze della libera vendita di tali droghe. Tale impegno non può essere assolto - temo - assumendo come punti di riferimento iniziali, il proibizionismo contemporaneo e i modelli di consumo di droga che ne sono derivati.
Valutazione del modello "supermercato"
Partendo dalla estrema alternativa dell'arco degli indirizzi, cioè dal libero mercato, siamo costretti a porre l'accento sulla questione che è al centro del dibattito tra legalizzatori e proibizionisti di ogni colore: quali sarebbero le conseguenze, per la società americana, del non avere virtualmente nessun indirizzo in materia di controllo sulla droga? Si immagini, ad esempio, che il Congresso approvasse una legge che concedesse alla libertà di consumo, nonchè alla produzione ed allo spaccio della droga le medesime garanzie giuridiche attribuite alla libertà di parola, di stampa, di religione e di riunione, E si immagini l'esistenza, in tutto il paese, di "supermercati in cui potessero essere acquistate droghe di ogni tipo, a prezzi che non rispecchiassero altro che i costi al minuto, le imposte ed un ragionevole margine di profitto. Tale è, ovviamente, lo scenario da incubo raffigurato dagli avversari della legalizzazione, anche se non corrisponde all'indirizzo propugnato da virtualmente tutti coloro che
sono indicati come promotori della legalizzazione, esclusi i libertari più accaniti. (17) Ma esso ha una stretta somiglianza con il mercato relativamente libero della droga nell'America della fine del diciannovesimo secolo, periodo caratterizzato da un tasso abbastanza elevato di consumi di oppiacei e di altre sostanze stupefacenti, ma anche da problemi - rispetto alla droga - assai inferiori a quelli che rileviamo oggi. (18)
Il grande vantaggio di un tale modello è che esso elimina virtualmente tutti i costi diretti ed indiretti del proibizionismo: i molti miliardi di dollari spesi ogni anno per gli arresti, i processi e la carcerazione di migliaia di americani; la sottrazione delle scarse risorse governative alla esigenza di affrontare altre attività criminose più immediatamente dannose: le decine di miliardi di dollari guadagnate ogni anno dalla criminalità, organizzata e non; la rilevante escalation della violenza, della corruzione e di altre attività criminali associate ai mercati illeciti della droga; la coartazione degli incentivi economici per gli abitanti dei centri urbani; i gravi problemi posti da droghe adulterate e altrimenti non regolamentate; l'inadeguata prescrizione di sostanze per fini analgesici: le frequenti infrazioni delle libertà civili americane, e tutti gli altri costi descritti nella letteratura esistente sul proibizionismo e sulla legalizzazione della droga.
Il grande svantaggio del modello "supermercato" è la sollecitazione a notevoli aumenti, sia dei quantitativi, sia della varietà dei consumi di sostanze psicoattive. Ciò che occorre stabilire, nella misura più esatta del possibile, sono l'ampiezza e la natura di tale aumento e delle sue conseguenze. Tra le ipotesi più esplicite dell'analisi relativa alla legalizzazione figura quella che vuole che la grande maggioranza degli americani non ha bisogno di norme che impediscano loro di diventare tossicomani. Viceversa, è tipico dei proibizionisti ipotizzare che la maggioranza, o quanto meno una larga minoranza di americani, abbiano bisogno, in realtà, di norme del genere, e che se non fosse per il divieto, altre decine di milioni di americani certamente diverrebbero tossicodipendenti. Il modello "supermercato" non fornisce lumi immediati circa quale sia la prospettiva più vicina al vero, ma suggerisce senz'altro due importanti orientamenti nell'analisi delle implicazioni di un libero mercato.
In primo luogo, è assolutamente indispensabile che gli esperti allarghino i propri orizzonti onde poter esaminare non solo le modifiche potenziali del consumo di droghe che attualmente sono considerate illecite, ma le variazioni dei consumi complessivi di tutte le sostanze psicoattive. Virtualmente tutti gli esseri umani consumano sostanze psicoattive. Alcol e caffeina sono certamente le due più comuni negli Stati Uniti odierni, seguite da nicotina, marijuana, e da una varietà delle più popolari droghe soggette a prescrizione medica, usate per alleviare i sensi di depressione e di ansia. Con la notevole eccezione dell'alcol, che ha mantenuto la propria posizione preminente lungo tutto l'arco della storia del consumo di sostanze psicoattive in America, tutte le altre droghe hanno fatto registrare notevoli mutamenti quanto ai livelli del consumo. Alcune oscillazioni del genere hanno fatto seguito a modifiche delle leggi sulle sostanze stupefacenti. Altri rispecchiano l'emergere di nuove droghe o di nuove form
ulazioni di quelle già note, nonché i mutamenti nella prassi delle prescrizioni mediche, nelle nuove tecniche di commercializzazione, nella mutevolezza delle mode di ricorso alla droga per fini di svago, e nei più ampi mutamenti del costume popolare nonché di particolari sottoculture. Il concetto di autentico mercato libero delle droghe ci obbliga a considerare quel che avverrebbe se l'alcol, la nicotina e la caffeina non fossero artificiosamente privilegiate su altre droghe in virtù del loro status legale. Una forte possibilità è che altre droghe, tra cui alcune che sono popolari presso altre società, o che un tempo erano più popolari in America, o infine che devono ancora essere divisate o scoperte, eserciterebbero la concorrenza a scapito di quelle droghe che sono particolarmente familiari agli americani di oggi.
In realtà, uno degli aspetti positivi dell'incubo suscitato da un maggior uso della droga nel quadro di diversi regimi di legalizzazione è la prospettiva che le droghe meno pericolose scaccerebbero quelle più dannose. A detta di molti, l'alcol e il tabacco rappresentano due tra le droghe più pericolose che siano mai entrate nell'uso comune in seno alla comunità umana. Tra loro essi rappresentano una elevata proporzione di tutti i danni dovuti ad altre droghe che hanno sperimentato una diffusa popolarità in un dato periodo. Il tabacco, specialmente se consumato sotto forma di sigarette, dà un'alta assuefazione e viene con facilità diagnosticato come causa di tumori, malattie cardiovascolari ed altre affezioni. L'alcol può dare una notevole assuefazione per molti consumatori; assunto in abbondanza, può provocare la morte a breve per overdose, la cirrosi epatica ed altre malattie a lungo termine. Esso è anche causa di comportamenti violenti e di lesioni accidentali in una grande varietà di società. Non vi è mo
tivo di supporre che la loro posizione di predominio nella categoria delle sostanze psicoattive preferite duri per sempre, mentre vi è ragione di ritenere che le funzioni desiderabili da loro assolte, possano essere assegnate ad altre sostanze che risultino assai meno pericolose per la salute dei consumatori, sia nel breve, sia nel lungo periodo.
Altrettanto può ben esser vero per droghe meno pericolose, come la caffeina, che potrebbero risultare perdenti nei confronti di altre sostanze psicoattive, come i prodotti di coca e amfetamina di bassa potenza, che possono migliorare le prestazioni con più efficacia ed anche con minori effetti collaterali.
La possibilità di spettacolari effetti di sostituzione in un regime di libero mercato induce a ritenere che il problema più importante in ordine alla valutazione delle conseguenze di un tale modello non sia né la portata complessiva dei consumi, né il numero dei consumatori in tali circostanze, quanto piuttosto la vastità delle conseguenze negative risultanti: gli effetti immediati del costante cattivo uso delle droghe per la salute e per i comportamenti dei consumatori; gli effetti debilitanti di tale costante cattivo uso e le conseguenze letali di consumi prolungati. Ciascuno di tali effetti può avere delle conseguenze per i non-consumatori, in quanto investe coloro che hanno rapporti affettivi o di convivenza con il tossicodipendente, ovvero da questi dipendono per motivi di lavoro, o che infine in essi si imbattono lungo le strade. La valutazione di tali conseguenze, e il giudizio su quelle di esse che sono più o meno gravi, comportano inevitabilmente considerazioni di ordine etico. Ma è importante rico
noscere che la politica pubblica può sforzarsi di modificare può sforzarsi di modificare i modelli di uso delle droghe, ed anche il loro abuso, fornendo sostanze, "portata e ambienti" che provochino minori danni ai consumatori ed agli altri.* In breve, è possibile che gli effetti indesiderabili dell'uso della droga diminuiscano notevolmente anche nel caso in cui aumentino in maniera significativa la quantità e la varietà dei consumi.
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* N.d.t.: per il significato dell'espressione "portata e ambiente" si veda la spiegazione data alla precedente p.7
In realtà. se ci sforziamo davvero di essere sinceramente obiettivi nelle nostre valutazioni, ciò che occorre calcolare non sono solo le conseguenze negative complessive, ma anche quelle positive. (19) I fautori della prospettiva in chiave di sanità pubblica, nonché notevoli settori della società americana, sono restii a parlare dei benefici dell'uso delle sostanze psicoattive se non nella misura in cui essi risultino conformi alle concezioni convenzionali della sanità pubblica e delle cure mediche. I benefici dell'alcol, ad esempio, sono definiti principalmente in funzione della sua capacità di alleviare le affezioni cardiache, e quelli delle droghe somministrate dietro prescrizione medica esclusivamente in termini della loro capacità di attenuare il dolore, la depressione, l'ansia e le sensazioni che sconvolgono il normale comportamento. Peraltro, la grande maggioranza delle persone ricorrono alle droghe perché ne gustano gli effetti, e perché molti sperimentano una serie di benefici personali di rado m
isurati dagli scienziati delle discipline fisiche, mediche o sociali. Alcuni di tali benefici assomigliano agli effetti approvati secondo i criteri medici e di sanità pubblica, ma non vengono ordinariamente interpretati come tali, o perché comportano un tipo informale di auto-terapia, o perché si scontrano con il comune giudizio di valore secondo cui uno non dovrebbe far ricorso all'uso di sostanze psicoattive per essere o sentirsi in una determinata maniera. Il moderato uso dell'alcol quale lubrificante sociale, e del caffè e di altre bevande a base di caffeina quali blandi stimolanti per accrescere la vivacità, sono probabilmente i benefici non medici più facilmente accettati e largamente riconosciuti, derivanti dal consumo di droghe psicoattive non soggette a prescrizione. Ma è anche il caso in cui milioni di americani giustificano l'uso fatto in passato, o spiegano l'uso corrente, da parte loro, di marijuana, cocaina, allucinogeni e una varietà di altre sostanze in termini dei benefici da loro tratti. Ta
li affermazioni sono facilmente sminuite in una società che si fregia del detto "libertà dalla droga" come propria massima, e spesso sono liquidate dagli scienziati, i quali trovano particolare difficoltà nel misurare tali benefici. Nondimeno, sembra intrinsecamente irragionevole accantonare del tutto le percezioni dei consumatori, specialmente quando non siano evidenti le conseguenze negative dei loro consumi. Non abbiamo, quindi, altra scelta se non quella di calcolare le conseguenze dei mutamenti nei consumi di droga non unicamente in senso negativo, ma anche come calcolo netto che include sia le conseguenze positive, sia quelle negative.
La seconda prospettiva offerta dal modello del supermercato è che le potenziali conseguenze negative dei loro consumi. Non abbiamo, quindi, altra scelta se non quella di calcolare le conseguenze dei mutamenti nei consumi di droga non unicamente in senso negativo, ma anche come calcolo netto che include sia le conseguenze positive, sia quelle negative.
La seconda prospettiva offerta dal modello del supermercato è che le potenziali conseguenze negative per la salute ad opera di un libero mercato, o di altre sostanziali modifiche di indirizzo politico, possono essere valutate al meglio considerando le relative suscettibilità dei diversi strati della popolazione nei confronti di tali modifiche. Io muovo da due presupposti: che sia possibile distinguere tra gli strati in base alla loro suscettibilità all'abuso e, quindi, alla loro vulnerabilità in caso di modifica degli indirizzi politici in materia di controllo sulla droga; che un attento esame, sia dei modelli correnti, sia di quelli storici del consumo e dell'abuso di droghe, nonché di altri modelli di comportamento umano, fornisce indizi circa la natura e il grado di suscettibilità di regimi alternativi. Implicito nel secondo presupposto è il riconoscimento che gli americani, e la maggioranza degli altri popoli, già vivono in una società in cui potenti sostanze psicoattive sono ampiamente disponibili, si
a per gli adulti, sia per i giovani. Occorre solo tener conto della facile disponibilità di alcol, tabacco e caffeina virtualmente in tutto il paese; la costante facilità di procurarsi la marijuana ed altre droghe illecite in molte zone; la vasta presenza di potenti sostanze psicoattive, in generale prescritte dai medici, nelle cassette dei medicinali delle case americane; e l'assolutamente incontrollata disponibilità, in tutti gli Stati Uniti, di molte altre sostanze psicoattive, che vanno dalla benzina e dalla colla all'abbondante serie di droghe in libera vendita nelle farmacie.
Quali conclusioni è possibile trarre da una analisi dei consumi complessivi di droghe psicoattive in questo paese? In primo luogo, quasi tutti gli americani ne fanno uso, ed anche le minoranze che sembrano astenersene del tutto, come i Mormoni, a quanto pare sembra che effettuino una compensazione consumando sostanze che non sono tradizionalmente considerate psicoattive, come le bevande analcoliche a base di zucchero e caffeina. In secondo luogo, una notevole maggioranza di americani fa un uso moderato di tali sostanze con scarso o nessun danno. In terzo luogo, le droghe che provocano una particolare assuefazione nella maggioranza dei consumatori sono quelle, come le sigarette e le bevande a base di caffeina, che possono agevolmente inserirsi nel quadro nella vita quotidiana con un minimo di dannosità. In quarto luogo, virtualmente tutte le droghe, compresa l'eroina, la cocaina ed altre sostanze particolarmente associate ai modelli di consumo letali, vengono assunte con moderazione dalla maggior parte di co
loro che ne fanno uso. (20) In quinto luogo, una notevole maggioranza di coloro che raggiungono livelli di consumo letali finisce per passare all'astinenza o a più moderati livelli di consumo. (21)
Quando poniamo particolare attenzione a coloro che sembrano più degli altri suscettibili ai modelli di consumo letali, emergono altre conclusioni. In primo luogo, anche se certi tipi di droghe si prestano meno di altre ad un uso moderato, i principali fattori determinanti del modello di uso distruttivo coinvolgono non già la farmacologia della droga, ma la "portata e l'ambiente" in cui ha luogo il consumo. Ecco perché i consumi di alcol tra i gruppi aborigeni assoggettati e i consumi di cocaina nei ghetti urbani hanno tra di loro in comune più di quanto non ne abbiano con i livelli di consumo di alcol e cocaina tra gli strati meno vulnerabili della popolazione. In realtà nessuna "portata e ambiente" è più favorevole a vasti e gravi abusi di droga della combinazione tra povertà e disadattamento sociale. In secondo luogo, coloro che si avviano lungo i sentieri mortali del consumo di una droga, sono con ogni probabilità disposti a comportarsi in maniera analoga con altre droghe; viceversa, è assai meno probabi
le che coloro i quali dimostrano di saper usare con moderazione l'alcol e le comuni droghe soggette a ricetta medica, o che riescono a smettere o a ridurre drasticamente il consumo di tabacco, affrontino i rischi mortali derivanti dall'uso di altre droghe.
Si tengano presenti i recenti sondaggi di opinione sull'uso della droga negli Stati Uniti. Circa un terzo degli americani di età superiore ai 12 anni dichiarano di non aver assunto bevande alcooliche nel corso dell'anno precedente, e circa la metà dichiarano di non averne assunte nel mese precedente.(22)
In un sondaggio Gallup tenutosi nel mese di dicembre del 1990, il 40% degli intervistati si è definito astemio, con un aumento notevole rispetto al 29% degli anni 1976-78. (23) Tra gli afroamericani, la percentuale di coloro che si dichiarano astemi è del 58%. (24) Tra gli americani che hanno dichiarato di aver assunto alcolici nel corso del mese precedente, solo uno su dieci (o circa il 5% delle unità familiari) hanno dichiarato di aver ecceduto nel bere in tale periodo. (25)
All'incirca il 75% di tutti gli americani di età superiore ai 12 anni hanno fumato almeno una sigaretta; un po' meno del 30% hanno dichiarato di aver fumato nel corso del mese precedente e la metà ha fumato un pacchetto o più al giorno. (26) Per quel che concerne la marijuana, circa il 33% degli americani ne ha fatto uso almeno una volta, l'11% ne ha fatto uso nell'anno precedente, il 6% nel mese precedente, e circa l'1% ne ha fatto uso con una frequenza praticamente quotidiana. (27) Non vi è motivo di ritenere che vi sia una sostanziale sovrapposizione, non solo tra coloro che sono forti bevitori e accaniti fumatori, ma anche tra tali due gruppi e coloro che fanno un largo uso di droghe illecite, anche se sono necessari dettagliati calcoli incrociati delle indagini disponibili per poter avere stime più esatte. In realtà, si registra una notevole sovrapposizione nei giocatori d'azzardo incalliti e in coloro che praticano attività con esiti dannosi. La principale eccezione al riguardo può concernere il catti
vo uso di tranquillanti e di altre droghe ottenibili attraverso il medico, particolarmente tra le donne. Anche se si ipotizza che l'autodenuncia dei consumi di alcol e tabacco tende a ridurre del 30-50% la portata dei consumi effettivi, dobbiamo pur sempre concludere che almeno il 70% degli americani resistono ai tipi di tentazione e di rischio posti dalla facile disponibilità di sigarette, e che oltre il 90% o si astiene del tutto dall'assumere droghe pesanti, o ne fa un uso responsabile e moderato. Tale conclusione induce a ritenere decisamente che una fortissima maggioranza di americani sia immune rispetto ad ogni ampia liberalizzazione per il semplice motivo che non avverte il bisogno di leggi sulla droga che impediscano ad essa di intraprendere l'iter di dissolvimento derivante dal rapporto con essa.
La questione importante è, quindi, non già se milioni di americani cambierebbero o non cambierebbero il loro modello di consumo di droga in base ad un regime di controllo radicalmente nuovo - dato che vi è un buon motivo di ipotizzare che lo farebbero - ma piuttosto se il modello sarebbe più (o meno) distruttivo di quello attuale. Tra le decine di milioni di americani che si astengono dal consumo dell'alcol, sembra ragionevole ipotizzare che essi mostrerebbero scarso interesse e forse notevoli riserve morali nei confronti del consumo di altre potenti sostanze psicoattive. Tra il numero ancor più vasto degli americani che sono moderati bevitori di alcol, malgrado l'elevato potenziale che tale droga possiede di essere assunta in quantità distruttive, è anche ragionevole ipotizzare che le stesse remore individuali e sociali che li salvaguardano dal potere di seduzione dell'alcol, opererebbero anche per il consumo di altre sostanze. Per la grande maggioranza degli americani, pertanto, il pericolo principale pos
to dal libero mercato della droga ha poco a che vedere nei confronti di droghe come il crack, poiché ben pochi americani vorrebbero provarla o, se lo facessero, vorrebbero continuare a farne uso (i sondaggi di opinione rivelano costantemente che sono pochi gli americani che sarebbero disposti a consumare cocaina, eroina o anche marijuana se tali droghe fossero legalmente disponibili). (28)
Il maggior pericolo di un libero mercato delle droghe - io penso - è la possibilità che una di esse, in principio ritenuta relativamente innocua, divenga popolare tra milioni di persone e quindi si riveli assai più dannosa del previsto. Tale pericolo è un fenomeno comune negli annali delle innovazioni farmaceutiche, nella prassi delle prescrizioni mediche, negli stati di ebbrezza - dalla morfina e dalla cocaina nel 19· secolo - alle sigarette, ai barbiturici, alle amfetamine, ai tranquillanti, ed a molte droghe non psicoattive, compresi gli steroidi, in questo secolo. E' un pericolo che ha continuato a frustrare gli sforzi volti alla regolamentazione ad opera della Food and Drug Administration negli ultimi decenni, e che minaccia di persistere in futuro, a prescindere dal fatto che le leggi sulla droga cambino o non cambino radicalmente. Ma è onesto ipotizzare che i pericoli sarebbero maggiori se un gran numero di altre sostanze divenissero legalmente disponibili.
Il più comune timore nei confronti della legalizzazione è, però di solito, di tipo diverso, e deve essere preso sul serio. E' che vi sono milioni di americani per i quali il sistema proibizionista rappresenta il principale baluardo eretto tra il rapporto di astensione e quello di distruzione.
In un regime di libero mercato si teme che molti di coloro che attualmente si astengono o fanno un uso moderato di alcol e di altre potenti sostanze intossicanti diverrebbero tossicodipendenti, e molti di quelli che hanno già dimostrato sia la tendenza, sia la consuetudine all'abuso di alcol si avvierebbero verso consumi ancor più distruttivi. Sottesi a tale timore sono una serie di presupposti, secondo cui le sole cose che impediscono a molti attuali consumatori di droghe illecite di passare a modelli assai più letali di consumo, sono l'alto prezzo e la minore disponibilità di tali droghe, grazie all'attuale regime proibizionista; almeno alcune delle droghe illecite sono più attraenti di quelle attualmente legali e/o disponibili; un regime di libero mercato inevitabilmente solleciterebbe più alti livelli di sperimentazione di droghe, il che a sua volta provocherebbe più alti livelli di uso; probabilmente, molte persone integrerebbero il loro attualmente consumo di droga con prodotti nuovi messi in circola
zione, anziché limitarsi ad una pura e semplice sostituzione: e l'accresciuta tolleranza della società nei confronti di un più articolato uso di sostanze psicoattive, che probabilmente accompagnerebbe un regime di libero mercato, provocherebbe più alti livelli di cattivo uso delle droghe.
Pur ipotizzando che la grande maggioranza di coloro che fanno uso di sostanze psicoattive senza danno continuerebbe a farlo in un regime di libero mercato, e supponendo inoltre che un gran numero di coloro che attualmente fanno un cattivo uso di droghe illecite non starebbero peggio, ma viceversa si troverebbero assai meglio in un regime di libero mercato, resta il fatto che vi è una parte relativamente piccola, ma indeterminata, di americani, per i quali il proibizionismo fornisce non solo l'immagine, ma la realtà della sicurezza. Calcolare con una certa misura di fiducia, la quantità e la composizione di tale popolazione vulnerabile costituisce una delle più importanti sfide intellettuali che devono affrontare coloro i quali prendono sul serio l'esigenza di stimare le conseguenze di regimi alternativi. E l'elaborazione di indirizzi che riducano al minimo l'ampiezza di un tal gruppo a rischio, senza far ricorso alla giustizia penale e ad altre misure coercitive, è certamente un impegno ancora più grave.
La maggior parte di coloro che soffrirebbero per l'assenza dell'attuale regime proibizionista appartengono alla schiera dei tabagisti e degli alcolisti. I primi comprendono sia quegli adolescenti e adulti dimostratisi desiderosi o capaci di tenere in non cale le ben note conseguenze del fumo, nonchè quegli adulti che si sono dimostrati incapaci di abbandonare la loro pericolosa abitudine. I secondi, che si sovrappongono sostanzialmente ai primi, comprendono quegli quegli adolescenti e adulti rivelatisi incapaci di controllare una potente sostanza psicoattiva come l'alcol, malgrado l'esistenza di sempre più forti controlli sociali. esistono certamente altri, altri che non fumano e non bevono alcol, i quali potrebbero intraprendere l'iter distruttivo dei rapporti con altre droghe qualora esse fossero più facilmente reperibili, ma vi è (come ho già detto) un buon motivo di dubitare che il loro numero risulterebbe rilevante.
Nel cercare di prevedere quali droghe risulterebbero più popolari in futuro, chi le userà con accortezza e chi lo farà distruggendosi, è importante tener presenti le ragioni per cui la gente farà distruggendosi, è importante tener presenti le ragioni per cui la gente fà uso delle droghe e per cui usa quelle droghe.
La scelta, per la maggioranza dei membri della più gran parte della società può essere a malapena descritta come una scelta. Le culture dominanti favoriscono alcune droghe rispetto ad altre, donde la posizione di privilegio dell'alcol in gran parte del mondo, con preferenza, da parte delle varie società, di volta in volta per la birra, per il vino o i liquori, oppure del caffè nella maggior parte delle società islamiche, e della quassia in alcune di esse, della Kava in alcune isole del Pacifico meridionale e della coca nelle Ande. La posizione dominante dell'alcol indubbiamente deriva anche dal fatto che i suoi semplici mezzi di produzione sono stati facilmente scoperti migliaia di anni fa ad opera di una ampia varietà di società, per cui non solo è stato prontamente disponibile nella maggioranza di esse, ma offerto ad esso anche la sostanziale opportunità di mettere stabili radici.(29)
Il secondo posto del tabacco può, in maniera alquanto analoga, essere attribuito al suo grande successo nel penetrare rapidamente in ogni parte del mondo e nel porre radici in una grande varietà di società prima che emergesse una capacità internazionale di sopprimerlo, anche se alle sue potenti doti di assuefazione deve darsi credito di aver fatto sì che grazie alle sue capacità internazionale di sopprimerlo, anche se alle sue potenti doti di assuefazione deve darsi credito di aver fatto sì che grazie alle sue capacità di penetrazione sui mercati, questi ultimi sono rimasti tali. Circa le sostanze come la Kava, la noce di betel, la coca, la cannabis, l'oppio e vari allucinogeni, ciascuna di esse ha tratto vantaggio, non diversamente dell'alcol, dall'essere un prodotto indigeno.
Nella misura in cui i modelli e le preferenze nei consumi delle droghe possono essere realmente descritti come una scelta, è giusto dire che le persone scelgono quelle droghe che offrono loro quel che esse si aspettano. tali persone possono, nella maggior parte, in realtà esser descritte come consumatori razionali anche nella scelta delle sostanze psicoattive. La droga viene usata parchè si va in cerca dei suoi effetti, che provocano un sollievo al dolore, una riduzione dello stato di stress o di ansia, l'eliminazione delle inibizioni, lo stimolo dei sensi e dell'intelletto, il miglioramento delle prestazioni fisiche o mentali, o qualunque altro dei numerosi effetti psicoattivi delle droghe. Inoltre, la maggior parte della gente tende a limitare i propri consumi al fine di ridurre al minimo le loro conseguenze, si tratti di mal di testa a seguito di una sbornia, di affezioni cardiache, o di cancro. Le prove desunte da un'ampia varietà di cultura inducono a ritenere che il più importante singolo elemento det
erminante della popolarità di una droga è la capacità di essa di inserirsi negli schemi della vita di tutti i giorni provocando un minimo di squilibrio.
E' importante riconoscere che il concetto stesso di consumo razionale delle droghe si applica in una qualche misura anche a coloro che sono impegnati in modelli consumistici altamente distruttivi. Per molti consumatori di droghe pesanti nei sobborghi urbani e tra le popolazioni aborigene, il loro coinvolgimento intensivo con droghe potenti fornisce una fonte efficace di sollievo da sofferenze di carattere emotivo e psicologico di altra natura, una scusante per isolarsi dalla società e da difficili responsabilità personali e (particolarmente per coloro che sono impegnati nella lotta, combattuta giorno dopo giorno per procurarsi droghe costose) una fonte di auto-esaltazione e di spinta per poter continuare a lasciare il letto al mattino, malgrado l'assenza di ogni e qualsiasi prospettiva nella vita. Con ciò non si vuol dire -ovviamente- che i modelli di uso distruttivo della droga ad opera di coloro che sono relegati ai margini della disperazione possano essere considerati del tutto razionali. Ma si vuol dire
che anche i più incalliti consumatori di droghe pesanti tendono a preferire le opzioni di uso che riducano il rischio di morte, sia nel breve, sia nel lungo periodo; le crescenti prove circa la disponibilità di coloro che si iniettano la droga a compiere modesti passi per ridurre il pericolo di contrarre il virus HIV ne fanno fede. (30) Sono relativamente pochi i tossicomani inveterati che possono essere descritti come autenticamente impegnati a cercare una fine sollecita.
E' quindi ragionevolmente supporre che anche la maggior parte dei tossicomani attuali o pontenziali, messi di fronte ad una scelta, optino per droghe che siano, quanto meno, non più dannose di quelle attualmente usate.
E' possibile integrare il concetto di consumo razionale della droga, che attiene alle preferenze individuali, con un altro concetto, anch'esso tratto della persuasione libertaria. Esso vuole che le società, come gli individui, generano norme sociali, non sancite dalle leggi, in assenza di divieti governativi e di altre misure restrittive. In parole semplici, le società non sono del tutto alla mercé dei liberi mercati, ma conservano la possibilità di creare meccanismi di autoprotezione avanti lo scopo di ridurre al minimo i rischi che tali mercati comportano. In realtà, come alcuni libertari sostengono, uno dei costi più rilevanti imposti dai divieti governativi è lo sfiorire di norme sociali che spesso operano più efficacemente degli interventi governativi.
Le prove al riguardo possono essere desunte dagli studi antropologici e sociologici, tanto delle culture tradizionali, quanto di quelle moderne, ogni qualvolta venga offerta la possibilità ai modelli dei rapporti umani di evolversi in assenza di rilevanti divieti governativi. Particolarmente rassicuranti, in proposito, sono le numerose depenalizzazioni che è possibile individuare in tutto il corso della storia della civiltà umana, contro cui si sono scagliati coloro i quali temevano per la civiltà umana, contro cui si sono scagliati coloro i quali temevano per la civiltà e perfino per la sopravvivenza della società, ma che si sono rivelate assai meno destabilizzanti del temuto. Tali paure hanno ostacolato gli sforzi tesi a rimuovere le restrizioni alla libertà di parola, di stampa, di religione e di riunione, nei rapporti tra le persone di classi e razze diverse, nelle razioni tra i sessi e tra le persone di famiglia, e nella disponibilità di doghe psicoattive ora assunte in seno alla società moderna.(31)
Timori ingiustificati dello stesso tipo si oppongono ora gli sforzi di liberalizzazione degli attuali divieti in materia di droghe.
Le argomentazioni dei libertari sono ad un tempo poderose e, almeno per la maggioranza della società, assai convincenti. Esse devono tuttavia affrontare tre contro-argomentazioni che la maggioranza degli americani attualmente trovava cogenti. la prima è semplicemente che le droghe ed il loro consumo sono fondamentalmente differenti da tutte le altre merci ed attività, tanto differenti da rendere inapplicabili agli ordinari presupposti libertari. La seconda, come il concetto dell'uso razionale della droga, deriva da un ragionamento di carattere economico. E' la realtà che si incarica di dimostrare che i livelli di consumo di articoli desiderabili tendono ad aumentare a mano a mano che cresce l'offerta e diminuiscono i prezzi. E la terza è la prova epidemiologica che indica che le conseguenze negative legate all'uso di una droga in seno ad una società sono una funzione diretta del livello complessivo del consumo di tale droga. Di queste tre argomentazioni, la prima appare la più debole in termini di analisi l
ogica, ma la più poderosa dal punto di vista emotiva e politico. Essa può essere confutata facendo riferimento ai numerosi modi in cui altre merci ed attività generano i medesimi tipi di comportamento del consumo di droga, si tratti dell'alterazione della coscienza, della trasformazione del comportamento sociale e della coscienza, della trasformazione del comportamento sociale o della creazione di rapporti di dipendenza.(32) Ma la fede nel potere senza uguali delle sostanze psicoattive è così profondamente radicata nella nostra società, che anche eminenti teorici liberali, compresi quelli aventi forti inclinazioni libertarie, o evitano del tutto l'argomento, o altrimenti tirano fuori goffe eccezioni rispetto ai loro viceversa più coerenti principi.
Invece, la seconda e la terza argomentazione offrono assai più forti ragioni per astenersi dal riporre la propria fiducia interamente nei presupposti libertari.
Esistono anche altri motivi per accantonare i presupposto libertari puri e il modello "supermercato". Quanto più si specula sulle conseguenze di tale modello, tanto più ci si rende conto che tutti i tipi di ulteriori ipotesi devono essere avanzati circa il tipo di società che sarebbero favorevole ad un simile modello, e che tali ipotesi sono ancora più rischiose di qualsiasi altra che si possa formulare circa la vulnerabilità della popolazione odierna nei confronti di tale modello. Quanto meno, la "portata e l'ambiente", che si potentemente modellano la natura e provocano le conseguenze dell'uso della droga, inevitabilmente differirebbero in maniera drammatica dalle loro formulazioni contemporanee. Inoltre, non appena uno si impegna nell'intento di cercare di precorrere con il pensiero le conseguenze di tale modello, egli si scontra con l'inevitabile tendenza a cominciare ad elaborare restrizioni al "supermercato". Se si effettuano analogie con l'alcol ed il tabacco, ovvero con il modello di ampia disponibi
lità di droghe dal 19· secolo, ci si imbatte nella tendenza, sia negli Stati Uniti, sia altrove, di imporre restrizioni alla distruzione di sostanze psicoattive.
Il modello "diritto di accesso".
torniamo quindi al quesito: come possono i rischi e i danni del libero mercato esser risotti senza pregiudicare i numerosi benefici offerti da tale modello? E fino a quale punto il modello del libero mercato può essere esteso senza che esso abbandoni il suo tratto essenziale? Tale tratto, occorre sottolinearlo, è la disponibilità legale di droghe in assenza di disposizioni in base alle quali occorra ottenere il permesso anticipato di un "guardiano" autorizzato dal governo. E' tale tratto che distingue lo status legale dell'alcol, del tabacco, della caffeina e dell'aspirina da quello della marijuana, della cocaina, della morfina e del valium, e ciò spiega la maggiore e più agevole disponibilità in generale dalle droghe legali rispetto a quelle illegali. Le prime sono quasi sempre reperibili in farmacia, le seconde non lo sono. Le autorità sanitarie e i farmacisti autorizzati dal governo, e talvolta anche altre barriere, si frappongono tra la droga illegale e la persona che desidera ottenerla.
E' importante riconoscere che la disponibilità legale non sempre connota una facile disponibilità, e che lo status legale ristretto di una droga non sempre rende difficile ottenerla. Le droghe legali possono, ad esempio, essere talmente care - a causa degli alti costi di produzione o per le forti tasse - che ad ogni buon fine sono indisponibili per molti potenziali consumatori. I canali di distribuzione possono risultare relativamente poco sviluppati o altrimenti circoscritti. E gli interventi del governo per limitare rigorosamente la disponibilità di una droga legale senza privare del tutto i consumatori del diritto di acquistarla illegalmente possono aver successo. Prove rilevanti a sostegno di tali progetti possono essere rinvenute nelle iniziative per il controllo dell'alcol negli Stati Uniti, in Australia e in gran parte dell'Europa nel corso degli anni '20 e '30. Mentre i primi furono inizialmente favorevoli al proibizionismo, gli altri optarono invece per severi regimi di regolamentazione, ma non pro
ibizionisti. I risultati furono più rilevanti, e più durature le diminuzioni dei consumi di alcol e dei malanni dovuti all'alcolismo in Europa e in Australia rispetto agli Stati Uniti.(33)
Le droghe illegali, viceversa, possono talvolta risultare abbondantemente disponibili. I medici spesso rilasciano ricette per blandi tranquillanti, sedativi ed altre sostanze psicoattive per soddisfare le richieste dei propri pazienti. Essi possono farlo, convinti come sono che tali sostanze costituiscano un adeguato ed efficace rimedio a favore dei clienti, o perché ritengono che la soddisfazione di un paziente nei confronti della visita del dottore dipenda in parte dalla disponibilità di quest'ultimo a concludere la consultazione con una ricetta. Ed anche a prescindere da tali canali, le droghe illegali possono rivelarsi facilmente disponibili ogni qualvolta dei mercati importanti producano alti livelli di offerta, come nel caso della marijuana, in gran parte del paese, negli anni '70 e '80. Altrettanto dicasi di mercati più localizzati, in particolare quali dei centri urbani per la cocaina, a partire dalla metà degli anni '80, nonché per altre droghe che hanno raggiunto un alto grado di popolarità in par
ticolari città o quartieri. In casi del genere, le droghe illegali possono risultare più disponibili di quelle legali come l'alcol, per il quale l'orario di vendita è spesso limitato dal governo. In numerosi ambienti altamente isolati, come le prigioni, le istituzioni per malati di mente, ecc. le droghe illegali sono spesso più facilmente reperibili dell'alcol, poiché le loro dimensioni più ridotte facilitano l'ingresso clandestino eludendo il personale di guardia ed altre barriere.
L'analisi che precede induce a ritenere che sia possibile creare regimi legali di controllo delle droghe in cui talune di esse possano risultare meno disponibili rispetto a quanto avviene con il proibizionismo. Quando ci si sposta il più possibile dall'estremo del libero mercato, nel continuum della politica sulla droga, ma si cerca nel contempo di conservare la fisionomia fondamentale dell'accessibilità non vincolata dalla presenza di un "guardiano", il modello che emerge è quello che potrebbe definirsi del "diritto di accesso" o delle "ordinazioni per corrispondenza". Esso si basa sul concetto che agli adulti debba essere concesso non solo il diritto di possedere piccoli quantitativi di droga per uso personale, ma anche quello di ottenerla da una fonte affidabile, legalmente autorizzata e responsabile della qualità dei propri prodotti. Devo sottolineare, nella individuazione di tale diritto, che non intendo sostenere che esso debba essere alla pari con il diritto più personale di possesso e di consumo, ma
semplicemente che esso fornisca un utile parametro - dal punto di vista sia etico, sia concettuale- per la elaborazione di una politica alternativa in materia di controllo sulla droga. A differenza del modello "supermercato", il modello "diritto di accesso" è tale da poter essere giustapposto all'attuale sistema proibizionista.
Se tale diritto di accesso fosse legalmente riconosciuto dal Congresso o dalla Corte Suprema - prospettiva lo ammetto, che ha scarse possibilità politiche o giurisprudenziali nel futuro prevedibile- coloro che sono desiderosi di ridurre al minimo la minaccia potenziale per la sanità pubblica potrebbero ben patrocinare il concetto di un sistema di "ordinazioni per corrispondenza". Al fine di garantire un diritto di accesso a tutti i cittadini degli Stati Uniti, a prescindere dal luogo di residenza, dovrebbe esistere almeno una fonte di ordinazioni a mezzo postale alla quale i cittadini potrebbero rivolgersi per ordinare una modesta quantità di droga ad un prezzo ragionevole corrispondente al costo di produzione più le imposte. La maggioranza degli stati, dei comuni e delle altre comunità potranno continuare a vietare la vendita ed il pubblico consumo della maggior parte delle droghe nell'ambito della propria competenza territoriale, come fanno attualmente, ma sarebbero tenuti a riconoscere il fondamentale di
ritto di accesso attraverso le vendite a mezzo posta, in uno con il diritto fondamentale di possesso e di consumo. Alcune località potrebbero anche adottare, qualora non lo avessero già fatto, i vari tipi di disposizioni atte a ridurre il danno, che sono auspicabili con qualsiasi regime. Si potrebbero anche divisare numerose altre varianti locali da parte dei diversi stati e comuni, per soddisfare le preoccupazioni di ordine sanitario, penale e morale di ciascuno di essi. Ma l'opzione della ordinazione delle proprie droghe a mezzo posta consentirebbe ad ogni adulto di evitare in realtà il sistema di controllo locale per quel che concerne il consumo privato.
Il concetto del diritto di accesso offre, a mio avviso, una alternativa estrema più valida, modesta e realistica del modello "supermercato", dalla quale muovere verso una politica ottimale. Come modello, esso conserva, in forma scheletrica, l'essenza del regime di legalizzazione, cioè l'eliminazione di ogni tipo di guardiano - sia esso il poliziotto, il medico, il farmacista e via dicendo- posto tra venditore ed acquirente di droghe e investito del potere di vietare l'accesso a quest'ultimo. Esso colpisce quindi al cuore gran parte di ciò che è sbagliato nei confronti del proibizionismo, con particolare riguardo alla creazione di potenti e violenti mercati neri, ai danni derivanti dalla produzione incontrollata di sostanze psicoattive, e alle numerose violazioni delle libertà individuali. Esso fornisce altresì una cornice da riempire, entro cui possono essere calati molti dei tipi di misure contro gli abusi nel consumo delle droghe, che sono in linea sia con gli orientamenti in materia di riduzione del dann
o - nel quadro della politica di controllo sulla droga- sia con quelli in materia di sanità pubblica nel quadro del controllo dell'alcol e del tabacco. esso offre il vantaggio di assomigliare ai modelli efficaci in altri settori della politica pubblica, sia attuali, sia del passato, compreso il sistema di distribuzione degli alcolici adottato in Canada e in Svezia nei primi decenni di questo secolo, nonché negli Stati Uniti all'epoca del pre- e post-Proibizionismo,* e la modifica della politica della Food and Drug Administration negli ultimi anni, per consentire alle persone di importare a mezzo posta piccoli quantitativi di droghe legalmente disponibili fuori degli Stati Uniti, ma che attende ancora di essere approvata dalla FDG, per il trattamento dell'AIDS o del cancro.(34)
Data la preferenza mostrata dai critici del proibizionismo a favore di una misura abbastanza ampia di "opzione locale", esso affronta le inevitabili tensioni fra le diverse polizie statali e locali in materia di controllo sulla droga, nonché con la polizia federale ed anche (sia pure in minor misura) tra gli indirizzi nazionali e le disposizioni internazionali. Nel contempo, esso offre un paradigma per affrontare e conciliare le tensioni tra diritti individuali e interessi comunitari che sono al centro di tante contese in materia di politica pubblica nelle società democratiche.
Il modello non è -bisogna sottolinearlo- una panacea, né deve essere erroneamente interpretato come la proposta finale di un regime alternativo di controllo della droga.
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* N.d.t.: Il termine "proibizionismo" compare scritto con la lettera maiuscola quando si riferisce al divieto di vendita e consumo dell'alcol disposto nel 1919 per legge negli U.S.A.
Esso solleva numerosi quesiti, come ad esempio il modo in cui tale sistema di ordinazioni per corrispondenza verrebbe istituito e gestito; chi lo dirigerebbe e ne trarrebbe un utile; chi lo controllerebbe; chi avrebbe accesso agli in dirizzi degli utenti ed agli altri dati relativi ai consu matori; come verrebbe protetta la privacy di questi ultimi, e come verrebbe impedito lo sfruttamento del sistema da parte dei minori; come sarebbero rese disponibili le nuove droghe e via dicendo. la maggior parte di tali interroga tivi, a mio avviso, sembrano suscettibili di risposte abba stanza precise, in buona parte perché vi sono tante strette analogie con il normale sistema di ordinazioni per corri spondenza. Più difficili da valutare sono gli stessi tipi di questioni sollevate dal modello "supermercato" e da tutti i modelli alternativi - in particolare quelli che pongono l'accento sulla valutazione delle variazioni dei consumi delle sostanze psicoattive- anche se io suppongo che sia più facile fornir loro una ri
sposta nel quadro di un modello di vendite per corrispondenza, in quanto tale sistema viene più agevolmente inserito nell'attuale modello proibizionista che non nel quadro del modello "supermercato".
Una differenza di rilievo tra il modello "diritto di accesso" o della "vendita per corrispondenza" e quello "supermercato" è che il primo non riesce ad eliminare il mercato nero. Come alcune leggi sul controllo delle armi da fuoco fanno affidamento sui periodi di attesa tra il mo mento della ordinazione e quello della consegna, così un sistema di ordinazioni per corrispondenza impone una sorta di periodo di attesa, presumibilmente della durata minima di un giorno. E' assai ragionevole presumere che i mercati neri sopravviverebbero non solo per rifornire i minori - come avviene ora per la maggior parte delle sostanze psico attive, compreso l'alcol e il tabacco- ma anche per rifor nire quanti non vogliono o non possono attendere di rice vere le loro droghe attraverso la posta, nonché coloro che vogliono avere a disposizione una scorta costante, supe riore a quella consentita dalla legge.
Noi, per principio, ipotizziamo che un importante obiettivo della legalizzazione delle droghe sia quello di stroncare i mercati neri e di porli nelle mani del governo o di distributori forniti di licenza governativa. L'obiettivo è attenuato dal riconoscimento che esistono tratti migliori e tratti peggiori distintivi dei mercati illeciti, e che una politica preferibile in materia di droga idealmente si concentrerebbe sulla eliminazione delle caratteristiche peggiori e sulla tolleranza di quelle mi gliori. Ad esempio, essa tenderebbe a colpire l'accumulo di potere della criminalità organizzata, a ridurre la violenza che caratterizza tali mercati e spingere in generale la produzione su larga scala nelle mani di produttori e di stributori autorizzati, in regola con gli incassi e con il pagamento delle imposte. Ma, nel contempo, essa potrebbe anche scegliere di ignorare i mercati illeciti su scalla più modesta - spesso definiti con minor disprezzo "informali" o "non ufficiali"- che hanno un valore, non perché sp
esso si rivelano più innovatori e intraprendenti nella progettazione e nella offerta di nuovi prodotti, ma anche perché forniscono una importante fonte di reddito per tante persone che si trovano in grave difficoltà nel tenta tivo di adire con successo i mercati legittimi meglio av viati. Ciò vale, ad esempio, per i produttori rurali di ma rijuana e gli imprenditori dei centri urbani impegnati nella distribuzione a basso livello di crack e altre dro ghe. Due probabili vantaggi offerti dal modello del diritto di accesso sono che esso efficacemente neutralizza gli sforzi della criminalità organizzata di creare sistemi di distribuzione nazionali altamente redditizi, dato che gli adulti potrebbero acquistare la droga per mezzo della po sta. Nel contempo, non eliminerebbe molti sistemi di produ zione e distribuzione illeciti su scala modesta e localiz zati, che soddisfano la domanda locale di immediata dispo nibilità, pronta consegna, e prodotti speciali. Gli enti locali potrebbero, in realtà, decidere se sopprim
erli con interventi decisi, avvero di governarli attraverso metodi convenzionali di controllo del vizio. Ma la scala di tali mercati assomiglierebbe probabilmente più agli illeciti giri di prostituzione nelle città che la tollerano control landola, che non ai mercati illeciti della droga contempo ranei.
Questioni transitorie
Pochi regimi di controllo della droga sono statici. Divieti, regolamentazioni e depenalizzazioni tendono ad evolvere a mano a mano che emergono nuove sostanze, che i modelli d'uso si modificano, che cambiano altre norme con nesse alle droghe e che mutano gli atteggiamenti del popolo e dell'élite nei loro confronti, così come nei confronti dei consumatori e dei vari problemi relativi alla droga. Nel formulare alternative all'attuale regime proibizionista dobbiamo distinguere tra fasi di transizione, conseguenze ed equilibri a più lungo termine, tenendo presente che non esiste un regime di controllo che duri per sempre. La di stinzione è importante per quel che concerne i problemi sia del consumo, sia dei mercati neri. Conviene formulare l'ipotesi che i mercati illeciti non si limitano a deperire ed a spegnersi una volta esposti alla concorrenza dei mer cati leciti. Anzi, gli imprenditori illeciti possono conti nuare a competere con i mercati leciti durante la fase ini ziale, in cui produttori e distributori
leciti sono ancora in fase di rodaggio, grazie ai vantaggi offerti dai loro precedenti investimenti per la produzione e/o la distribu zione e grazie alla loro expertise. La quota di mercato conquistata dai produttori e distributori legali nel lungo periodo, dipenderebbe però dai prezzi, dalle scorte, dalla concorrenza, dall'intensità degli interventi volti ad assi curare il rispetto delle leggi per la soppressione dei re sidui mercati neri e dal mutare dei gusti e delle mode tra i consumatori. Vi sono anche importanti questioni di indi rizzo politico riguardanti la misura in cui a coloro che sono impegnati nei mercati illeciti in regime di proibizio nismo, dovrebbe essere consentito di assumere un certo ruolo in seno ai mercati legali liberalizzati.
Un attento vaglio delle conseguenze del Proibizionismo negli Stati Uniti, in altri periodi post-proibizionismo al trove, ed altre depenalizzazioni, come quelle relative al gioco d'azzardo, alla prostituzione, alla pornografia non ché ai mercati non del vizio in paesi in cui sono state di sposte notevoli liberalizzazioni (come nei paesi del blocco ex-sovietico) può fornire importanti indicazioni circa i modi in cui i mercati della droga possono evolversi. (35) L'impatto della depenalizzazione su coloro che praticano lo spaccio illecito delle droghe, nonché su coloro che a tale spaccio si sarebbero dedicati se non fosse sopravvenuta la depenalizzazione, è particolarmente importante quando si ponga mente alla situazione della gioventù afro- e latino-americana dei ghetti urbani. Chiaramente, una spettacolare caduta dei prezzi correnti delle droghe illecite a seguito della depenalizzazione ridurrebbe grandemente uno dei più potenti incentivi all'attività di spaccio e ad altre atti vità criminali. Secondo un rece
nte rapporto del Bureau of Justice Statistics del Dipartimento della Giustizia, il 13% di tutti i detenuti, ed il 19% dei condannati per reati connessi al traffico di droga hanno dichiarato di aver com messo il loro reato per poter procurarsi il denaro necessa rio per acquistare droghe illecite. (36) Forti contrazioni delle dimensioni e della lucrosità dei mercati illeciti fa rebbero sparire anche i forti incentivi di carattere finan ziario e sociale che hanno attratto tanta gioventù urbana tra le file degli spacciatori, anche prima di cominciare a fare uso delle droghe illecite.
Ulteriori lumi sulla questione possono essere tratti sia analizzando le reazione dei contrabbandieri alla aboli zione del Proibizionismo, sia osservando come i mercati di droga si adeguino al declino dei mercati illeciti, come sembra essere il caso oggigiorno. (37) I prosseneti del vi zio sembrano rispondere in quattro modi diversi alle depe nalizzazioni ed alle contrazioni dei mercati illeciti. Alcuni riescono a passare all'imprenditoria legale nello stesso genere di affari. Altri cercano di restare nel campo dell'illegalità, fornendo prodotti e servizi in concorrenza con il mercato legale o adoperando sistemi criminali per avvantaggiarsi rispetto a quest'ultimo. Ad esempio, dopo il Proibizionismo, alcuni contrabbandieri continuarono a smer ciare i loro prodotti falsificando il bollino della tassa sui liquori, costringendo con minacce i baristi a conti nuare a servire i loro liquori, frutto di contrabbando e di importazione clandestina, e facendosi largo con la violenza nel settore della distribuzione dell
'alcol legale. Alcuni si batterono per conservare i propri mercati tra coloro che si erano abituati a gustare il whisky di avena prima e du rante il Proibizionismo. La terza reazione dei contrabban dieri e degli spacciatori consisté nell'abbandono delle loro imprese per passare ad altre attività criminali nel settore del vizio o in altri settori analoghi. In effetti, una conseguenza potenzialmente negativa della depenalizza zione è che molti criminali incalliti si consolano della perdita dei proventi dello spaccio di droga dedicando le proprie energie al furto ed alla rapina, in tal modo annul lando in una certa misura le riduzioni dei crimini del ge nere derivanti dalla mancata disponibilità, da parte dei tossicomani, di procurarsi forti somme di denaro per far fronte agli alti prezzi di acquisto delle droghe illecite. La quarta reazione - quella che è stata e sarebbe attraente per molti spacciatori di droghe del passato, del presente e del futuro- è di abbandonare del tutto le attività crimi nali. Relativa
mente poche imprese nel mondo del crimine possono garantire uguali profitti a fronte di sì limitate capacità, di sì aperta accessibilità per i nuovi venuti, e di così tante occasioni di arricchimento offerte ai giovani incolti e disadattati dei centri urbani. Durante il Proibizionismo, decine, se non centinaia di migliaia di americani, no particolarmente propensi a dedicarsi ad una attività criminale, sono stati attirati verso il business della produzione e dello smercio illegale degli alcolici. Una volta abolito il Proibizionismo molti, se non la mag gioranza di essi hanno abbandonato del tutto la via del crimine. Vi è ogni ragione di ritenere che la depenalizza zione della droga eserciterebbe lo stesso impatto nei con fronti di molti che si dedicano allo spaccio, e che non sa rebbero stati tentati di farlo se non fosse stato per le sue prospettive particolari. L'impegno per i ricercatori, ovviamente, consiste nel valutare il numero relativo degli spacciatori esistenti e di quelli potenziali che reagireb be
ro nei quattro modi anzidetti. L'impegno ancora più vasto è quello di determinare i tipi di indirizzi politici capaci di esaltare al massimo il numero di coloro che abbandone rebbero del tutto le attività criminali.
La necessità di distinguere tra fasi di transizione e conseguenze ed equilibri a più lunga scadenza, riguarda an che l'impatto della depenalizzazione sui consumatori di droghe illecite reali e potenziali. La liberalizzazione iniziale probabilmente darebbe luogo ad alti livelli di cu riosità, stimolata sia dai media, sia dal semplice fatto dell'accesso legale e dalla sostanziale sperimentazione con droghe diverse; ma è ragionevole supporre che tale curio sità diminuirebbe con l'andar del tempo. Contemporaneamente, l'iniziale riluttanza di molti ameri cani a provare nuove droghe cui essi non siano abituati po trebbe svanire nel lungo periodo. Per di più, coloro che sono cresciuti in un clima proibizionista e quindi sono stati influenzati in varia misura dai molteplici presuppo sti che il divieto comporta nei confronti del consumo della droga, probabilmente sperimenteranno un regime di legaliz zazione in maniera diversa rispetto alle generazioni suc cessive per le quali tale regime costituirà la norma.
Guardiani, norme e sistemi di informazione
Esiste anche la questione del modo in cui la liberaliz zazione delle droghe influisce sia sui rapporti paziente-medico, sia sul ruolo del farmacista. Sarebbe utile cono scere, ad esempio, in quale misura le visite mediche siano principalmente motivate dal desiderio o dal bisogno di ot tenere una ricetta per una sostanza soggetta a controllo. Tra la metà e i due terzi di tutte le visite danno luogo al rilascio di una ricetta. (38) Un regime legale sulla droga farebbe cadere la necessità di visite motivate esclusiva mente dal bisogno di ottenere una ricetta, con vario risul tato. Alcuni soffrirebbero dal fatto di non essere obbli gati a consultare un medico, ma molti altri che ora sono costretti a perdere tempo e denaro per la visita superflua di un medico, ne trarrebbero certo un beneficio. Il pro blema della mancanza del medico ed in particolare dell'assenza di una terapia del dolore, quasi certamente sarebbe meno sentito di quanto non lo sia oggi. Ma alcuni probabilmente userebbero senz'altro droghe inadat
te, svi luppando tendenze insane verso droghe che oggi sono dispo nibili unicamente mediante ricette non riutilizzabili. Migliori indicazioni in merito a tali questioni possono es sere ottenute analizzando i dati disponibili circa i motivi per cui la gente va dal medico, nonché circa i modelli di auto-terapia e di visite mediche in altri tempi e luoghi, in cui i controlli sulla disponibilità delle droghe siano inferiori. (39)
Il ruolo dei medici e dei farmacisti quali guardiani del settore delle droghe soggette a ricetta ovviamente è parte integrante di una più ampia questione circa l'esigenza fondamentale della creazione e del mantenimento di una distinzione tra droghe libere e droghe soggette a prescrizione medica. Tale questione è stata assai rigorosa mente affrontata dagli economisti, anche se la letteratura sulle più vaste implicazioni della distinzione rimane assai limitata. (40) Il concetto della richiesta di una prescri zione per droghe diverse dalla cocaina e dagli oppiacei non era - come ha scritto Peter Temin nel suo storico studio della regolamentazione delle droghe negli Stati Uniti, con cetto relativamente recente- in consonanza con la legge del 1938 denominata Federal Food, Drug and Cosmetic Act, ma si faceva strada malgrado la contraria intenzione del legisla tore. (41) Implicito nel concetto era il convincimento se condo cui molti americani non avrebbero agito razionalmente nella scelta e nell'uso delle droghe e
quindi avevano biso gno di essere protetti contro la propria irresponsabilità grazie ai controlli governativi. Ne è conseguita una note vole limitazione nella fornitura di informazioni ai consu matori sulle droghe. Il presupposto che un sistema obbliga torio di prescrizione delle droghe svolga un ruolo essen ziale in ordine alla protezione della salute dei consuma tori attende ancora di essere sistematicamente vagliato. Uno studio basato su una prospettiva comparata a livello nazionale non ha sortito un beneficio per quel che concerne gli effetti sulla salute. (42) Un altro studio di Peter Temin sosteneva certi criteri che avrebbero potuto essere usati per stabilire quando una droga avrebbe dovuto essere assoggettata a restrizioni, ovvero ammessa alla libera ven dita. (43) Tali studi forniscono valide indicazioni, ma co stituiscono solo un piccolo passo nella direzione della de terminazione delle probabili conseguenze delle severe re strizioni o della eliminazione del sistema della prescri zione obbligator
ia.
Devo sottolineare che tali questioni sono almeno al trettanto importanti, rispetto ai ghetti urbani, quanto lo sono rispetto all'uso della droga da parte delle classi me die. Molti abusi di droghe illecite nei ghetti urbani pos sono essere abbastanza ben descritti quale forma di auto-terapia contro la depressione ed altri disturbi psicologici da parte di coloro che preferiscono non rivolgersi agli psichiatri o ad altri medici per tali malanni. Le droghe da loro usate per celare e dimenticare i loro dolori - alcol eroina e cocaina illegali, ed altre droghe reperibili agli angoli delle strade- sono spesso più pericolose, ma non più efficaci, di quelle prescritte ai pazienti delle classi me die dai loro medici. Nel contempo, i ghetti urbani rigurgi tano di poveri i quali potrebbero ben trarre profitto dall'accesso ai medesimi tipi di antidepressivi ed altre sostanze che le classi medie americane ottengono dai loro medici, ma non riescono a procurarseli, sia perché esse escludono i mercati illeciti, sia perché
i limiti finan ziari e culturali impediscono il ricorso ai medici. Vale qui la pena di sottolineare la patente assurdità della pre tesa secondo cui la droga devasterebbe le popolazioni dei centri urbani. Tanto le droghe legali, quanto quelle ille gali, sono già così ampiamente disponibili in tali centri, che virtualmente qualsiasi cittadino può procurarsele molto più rapidamente degli abitanti dei quartieri suburbani. Ma una liberalizzazione della disponibilità delle droghe ren derebbe più facilmente accessibili quelle sostanze più si cure delle droghe che oggi si vendono nei negozi cittadini per lo spaccio dei liquori, nelle crack houses e agli an goli delle strade. Nel contempo ridurrebbe notevolmente le conseguenze negative del proibizionismo, che si avvertono tutte con particolare intensità nei ghetti urbani. In senso più generale, vi è un buon motivo di ritenere che un regime di disponibilità legale trasformerebbe notevolmente, addi rittura in maniera radicale, il rapporto degli americani con le sostanz
e psicoattive. Si potrebbe senz'altro immagi nare che gli esperti farmacologi, riconosciuti tali, po niamo, dal governo o dagli ordini professionali, svolgereb bero un ruolo sempre più importante, non tanto in funzione di guardiani, quanto come educatori e consulenti circa gli usi preferiti della droga per fini terapeutici e psicotera peutici, di svago, e via dicendo. Ma, cosa ancor più impor tante, norme non legislative emergerebbero indubbiamente in assenza delle attuali misure proibizioniste, per articolare le modalità in cui le persone accedono alle droghe, le usano, e le cautele che adottano. Ancora una volta, si pone qui la questione di stabilire quali persone probabilmente preferiranno le droghe meno potenti e meno rischiose o sce glieranno le più forti, quelle ad azione più rapida e così via. Esiste anche la possibilità che un mondo in cui le droghe siano largamente disponibili si riveli in grado di produrre norme autoprotettive contro ogni forma di assun zione. Ed è lecito supporre che molte più per
sone assume rebbero su di sé una maggiore responsabilità, nei loro rap porti con le droghe, di quanto non succeda ora, dato che il ruolo di guardiano, affidato ai medici, effettivamente tra sforma i consumatori in attori assai più passivi.
Ciò a sua volta fa nascere il quesito circa il modo in cui i dati sulle sostanze psicoattive potrebbero essere me glio diffusi tra la popolazione, in maniera tale che essi siano prontamente disponibili ed intelligibili da parte dei consumatori regolari. Gli impegni al riguardo sono quadru plici. Il primo di essi consiste nel progettare un mezzo efficace per distinguere tra le categorie di droghe in modo tale che coloro che le ordinano per posta o presso i detta glianti siano adeguatamente edotti circa i rischi e gli usi adeguati. Tale compito potrebbe essere affidato alla Food and Drug Administration (FDA) o ad una agenzia non governa tiva quale La Consumer Reports, o ad ambedue gli enti. Il secondo impegno consiste nel progettare un sistema di in formazioni separato dai sistemi di distribuzione, dal quale i singoli consumatori possano ottenere gratuitamente o con poca spesa i necessari dati. Ciò potrebbe comportare l'adozione di sistemi di divulgazione delle informazioni a mezzo telefono o con altri termin
ali di computer facilmente accessibili. Gli sforzi in atto ad opera della FDA e delle organizzazioni dei consumatori del tipo promosso da Ralph Nader, per far sì che agli utenti vengano forniti dati più accurati e nel contempo più accessibili, possono senz'altro costituire una sorta di modello di riflessione su problemi del genere. Il terzo impegno consiste nel creare seri pro grammi di educazione alla droga che dicano ai giovani la verità sulle sostanze stupefacenti, senza stimolare desi deri prematuri di provarle. (44) E il quarto riguarda la progettazione di campagne di sanità pubblica che scoraggino efficacemente il cattivo uso delle droghe senza far ricorso a bugie, a tattiche fomentatrici di droghe. Gli annunci lanciati dal servizio pubblico, diretti a scoraggiare il consumo di tabacco e la guida in stato di ebbrezza forni scono modelli assai migliori, in proposito, della pubbli cità sulle "uova fritte", delle caricature e delle falsità promosse e diffuse dalla Partnership for a Drug-Free America". (4
5)
La maggior parte di ciò che la gente sa in materia di droghe da essa mai usate proviene dalla pubblicità commer ciale che appare sui media. Essa ha ripetutamente svolto un ruolo centrale nel trasformare mode locali in fenomeni na zionali e persino internazionali. (46) Possiamo con sicu rezza presupporre che essa svolgerà un ruolo cruciale nella divulgazione delle informazioni e nella formazione del pub blico sentire nei confronti delle droghe, particolarmente di quelle meno note agli americani. Basti solo immaginare l'impatto degli articoli delle riviste apparsi alla fine del 1989 ed agli inizi del 1990 sull'antidepressivo Prozac, qualora esso fosse stato ammesso alla libera vendita anche a mezzo posta; sarebbe senz'altro interessante valutare il tipo di influenza esercitato da tali articoli sui poten ziali consumatori. (47) Quante persone, ad esempio, hanno interpellato il proprio medico nell'intento di procurarsi una ricetta per il Prozac; quanti vi sono riusciti, e quanti - cosa più difficile da accertar
e- hanno tratto be nefici o hanno sofferto di conseguenza? E viceversa, quante persone che avrebbero potuto trovare sollievo nel Prozac, non vi hanno fatto ricorso unicamente perché non hanno l'abitudine di recarsi dal medico per cercare aiuto contro la depressione? Certamente vi è un giusto motivo di temere l'impatto dei media sulle preferenze nei consumi delle dro ghe in un regime legale, data la loro storica e persistente incapacità di fornire dati precisi ed equilibrati sulle so stanze psicoattive. (48) D'altro canto, i media hanno di tanto in tanto dimostrato una certa capacità di orientare le preferenze verso più salubri ed altrimenti migliori di rezioni. Essi sono certamente un'arma imprevedibile nei confronti dei nostri sforzi volti a valutare la direzione futura dell'uso delle droghe. Ma vi è un buon motivo di de dicare almeno qualche sforzo per prendere in esame la mi sura in cui i media hanno inciso, in passato, sui modelli di consumo della droga.
La questione della pubblicità è ardua. Nel 1986, la Corte Suprema ha disposto, nella vertenza Posada de Puerto Rico Associates contro Tourism Company of Puerto Rico, che rigorose limitazioni alla pubblicità sul gioco d'azzardo erano costituzionalmente permissibili. (49) Non sembra es servi dubbio che analoghe limitazioni sulla pubblicità delle sostanze psicoattive sarebbero considerate legittime. (50) I problemi difficili riguardano quindi l'equilibrio tra costi e benefici sia di tipi specifici di pubblicità, sia della propaganda commerciale delle sostanze psicoattive in generale. Vi è ragione di temere, e quindi di limitare, la promozione in massa delle sostanze che presentano tipi di danno analoghi a quelli presentati dall'alcol e dalle sigarette. (51) Esistono anche notevoli incentivi per evi tare il risorgere della ciarlataneria medica e le massicce vendite di medicine brevettate che un tempo hanno spinto milioni di americani a comprare prodotti di scarsa effica cia e talvolta assai nocivi. D'altro can
to, la pubblicità può svolgere un valido ruolo di informazione su nuovi, va lidi prodotti; può indurre i consumatori a passare da dro ghe pericolose a sostanze meno dannose, e può promuovere una concorrenza che comporti un risparmio di denaro per gli interessati. (52) Ciò vale, sia per le sostanze psicoat tive, sia per quelle non psicoattive, nonché per quelle usate per fini di svago o per più tradizionali finalità te rapeutiche. La soluzione del dilemma della pubblicità, nella misura in cui siamo disposti ad accantonare gli scru poli del Primo Emendamento, può ben trovarsi in un insieme di restrizioni alla promozione dei prodotti più dannosi e di vigorose campagne educative atte a scoraggiarne il con sumo.
Conclusione
La previsione dei comportamenti umani resta, e resterà sempre, un'arte imprecisa. Le scienze sociali possono for nire modeste indicazioni circa le conseguenza dei mutamenti in aumento delle strutture regolamentatrici del comporta mento umano. Ma quando cerchiamo di intravedere le conse guenze delle più profonde modifiche di tali strutture, la nostra fiducia nelle intuizioni delle scienze sociali va cilla. Le variabili sono troppo numerose, i mutamenti della coscienza individuale e sociale sono troppo imprevedibili e gli strumenti troppo insignificanti per pretendere che noi si possa realmente conoscere il futuro. Qui la storia offre una guida più sicura, con la sua capacità di gettar luce sia sulla accrezione delle modifiche, sia sulla subitaneità del movimento rivoluzionario. Ma anche le sue lezioni sono limitate dalle domande senza risposta circa la potenzialità del futuro di evolversi in un modo che non ha precedenti. In ultima analisi, le nostre previsioni sono vincolare dalle teorie sul comportamento u
mano, e particolarmente sulla vulnerabilità e sulla capacità di recupero umana e sociale che hanno a vedere più con le nostre paure e confi denze viscerali che non con una obiettiva lettura della re altà.
Quando noi passiamo dalla previsione del futuro al ten tativo di programmarlo, le nostre preferenze sono determi nate non solo dai calcoli circa le conseguenze, ma anche dalle nostre scelte tra valori etici in concorrenza tra loro. Tali scelte possono essere effettuate implicitamente, come quando accettiamo senza discutere i valori etici con venzionali, oppure esplicitamente. Esse stabiliscono i pa rametri oltre i quali non saranno prese in considerazione opzioni di natura politica. Esse influenzano i nostri cal coli sui costi e sui benefici delle varie opzioni. E ci guidano nel decidere che debba trarre beneficio e chi possa essere danneggiato dalla preferenza accordata ad una op zione anziché ad un'altra. Non esistono misure oggettive per mezzo delle quali effettuare una scelta tra i valori etici. Uno può solo appellarsi alla coscienza, al princi pio, ed all'empatia.
Le sfide poste in materia di valutazione di alternative radicali al nostro attuale sistema proibizionista sono for midabili. Ma altrettanto lo sono quelle relative alla pre visione delle conseguenze del persistere nei nostri indi rizzi correnti. Nel 1960, pochi americani avevano sentito parlare di LSD, e l'idea che 60 milioni di essi avrebbero fumato marijuana nei tre decenni successivi sarebbe sem brata bizzarra alla maggior parte di essi. Nel 1970, pochi americani pensavano alla cocaina, e la maggioranza di essi non avrebbe creduto che 25 milioni l'avrebbero provata nel corso dei due decenni successivi. Nei tardi anni '70, molti americani credevano che la marijuana sarebbe stata legal mente in vendita entro pochi anni. Nel 1980, nessuno aveva sentito parlare di cocaina "crack"; l'idea di una epidemia di AIDS tra coloro che si iniettavano la droga sembrava in concepibile; e la prospettiva di 250.000 americani in pri gione nel 1990, per violazioni alle leggi contro la droga, sembrava assurda. Chiaramente, i
l mantenimento del nostro sistema proibizionista non offre garanzie circa i futuri modelli di uso delle droghe nè circa le dimensioni dei fu turi modelli di uso delle droghe nè circa le dimensioni dei futuri problemi in materia. La legalizzazione può fornire una più ampia serie di possibilità, ma le sue incertezze non sono drammaticamente superiori a quelle di un persi stente proibizionismo.
Esistono forti ragioni per prendere sul serio le alter native a quest'ultimo. La prima è semplicemente che i di vieti si sono rivelati relativamente inefficaci, sempre più costosi ed altamente controproducenti sotto ogni punto di vista, del che molti americani stanno appena cominciando a rendersi conto. Ciò è particolarmente vero nei ghetti ur bani, dopo la guerra contro la droga non è riuscita a ri durre nè la presenza di sostanze proibite, nè l'incidenza dell'abuso, e non offre prospettive future a riguardo. Nel contempo, quei quartieri ed i loro abitanti hanno subito le conseguenze negative del proibizionismo in misura maggiore rispetto a tutti gli altri. Non dissimilmente dalla Chicago dei tempi di Al Capone, essi sono costretti a convivere con la violenza e la corruzione provocate dal proibizionismo, con la distrazione delle risorse per le forze dell'ordine, con la coartazione degli incentivi economici e sociali per i giovani , con le overdosi causate dalla sregolatezza dell'assunzione delle droghe, c
on l'AIDS che si diffonde più rapidamente dato il divieto o la difficoltà di servizi di siringhe pulite, e con l'incarcerazione di ragazzi e ra gazze in numero senza precedenti. Coloro i quali sostengono che la legalizzazione equivarrebbe a cancellare i quartieri cittadini ignorano la misura notevole in cui il proibizio nismo ha fatto fiasco ed ha devastato i ghetti urbani. La legalizzazione della droga non costituisce una panacea, particolarmente se non è accompagnata da modifiche più so stanziali della normativa e della leadership delle società urbane. Ma non vi è dubbio che essa possa alleviare molti dei mali urbani con il rischio relativamente scarso.
In secondo luogo, vi sono buoni motivi di ritenere che un regime antiproibizionista non provocherebbe spettacolari aumenti dell'abuso di droghe. I sondaggi di opinione rive lano che sono pochi gli americani che dichiarano di voler usare le droghe che ora sono illecite qualora venissero le galizzate. Importanti implicazioni possono, inoltre, esser tratte dalla considerazione che già viviamo in una società in cui ogni sorta di sostanze psicoattive sono disponibili subito ed a buon mercato, sia per gli adulti, sia per i giovani. La legalizzazione renderebbe disponibili un mag gior numero di droghe rispetto alla situazione attuale, ma non presenterebbe una situazione drammaticamente diversa da quella in alto. Gli stessi tipi di norme e di interessi che impediscono alla maggioranza degli americani di far oggi un cattivo uso delle droghe resterebbero in vita. Ed anche molti di coloro che compiono abusi di droghe illecite non starebbero peggio, ma anzi, per molti versi, starebbero me glio sotto un regime alternat
ivo. Alcuni americani soffri rebbero per l'abolizione del proibizionismo, ma l'evidenza dei dati induce a ritenere che il loro numero sarebbe mode sto. Possediamo, dunque, prove sostanziali di una fonda mentale capacità di reazione della società a fronte di una vasta disponibilità di droghe.
In terzo luogo, esistono anche buone ragioni per prevedere spostamenti positivi nei modelli di consumo se si smuove in direzione di controlli non proibizionisti. L'attuale regime di controllo favorisce certe droghe lecite e illecite nei confronti di altre che possono ben presentare minori peri coli, sia ai consumatori, sia alla società. Con un regime di legalizzazione. L'alcol e il tabacco non sarebbero più artificiosamente privilegiati grazie al loro status so ciale. La cocaina crack non beneficerebbe più della dina mica perversa del mercato illecito. E i trafficanti ed i consumatori non sarebbero più obbligati a preferire le dro ghe di più ridotte dimensioni ma assai potenti, rispetto alle più benigne sostanze, per il semplice motivo che le prime sono meno visibili. Sia coloro che fanno abuso di droghe illecite, sia i consumatori prudenti, particolar mente tra i più poveri, avrebbero un migliore accesso a droghe più sicure di quelle disponibili , ma con conse guenze negative assai inferiori.
In questo luogo, coloro che prendono sul serio valori come la tolleranza, la privacy, la libertà individuale e la re sponsabilità singola, non hanno altra scelta che cercare alternative al sistema attuale. tali valori sono fondamen talmente in contrasto con un regime proibizionista che pe nalizza il possesso di piccoli quantitativi di droga per uso personale. Essi sono gravemente minacciati, inoltre, da una guerra per le droghe che promuove concetti quali la tolleranza zero verso i consumatori; che persegue il pro prio obiettivo di una società affrancata dalla droga, con poche limitazioni; che incoraggia le denunce tra vicini e parenti, e incarcera centinaia di migliaia di americani per essersi dedicati ad attività, nel mondo del vizio, che erano perfettamente lecite meno di un secolo fa.
Nel proporre un sistema di distribuzione a mezzo posta, ba sato sul diritto di accesso, ho cercato di offrire un mo dello che colpisca al centro l'aspetto più problematico del proibizionismo. Mi rendo conto della possibilità di farsi beffe di un simile modello da parte di coloro che non hanno interesse a riflettere seriamente sulle alternative al proibizionismo. Ma io mi rivolgo ai proibizionisti progres sisti e ai legalizzatori di ogni estrazione, interessati a portare avanti il discorso su tali alternative. Sono con vinto che il modello costituisca un valido mezzo per elimi nare o ridurre le peggiori conseguenze del proibizionismo. Esso rappresenta il miglior compromesso, che mi sia stato dato di concepire, tra diritti individuali ed interessi co munitari. Esso fornisce una intelaiatura da riempire a li vello federale, dotata di una sostanziale duttilità per le opzioni specifiche a livello degli stati e degli enti lo cali. Esso consente delle misure di sanità pubblica e delle relative campagne volte a ridu
rre gli abusi nei consumi di droga. Ed offre un sistema che si presta ad essere facil mente giustapposto all'attuale sistema proibizionista.
Il modello non costituisce certo una panacea. Esso sol leva altrettante questioni di quelle cui risponde. Come ogni altro modello, ha i suoi punti deboli ed è suscetti bile di abusi da parte di coloro i quali sono decisi a sfruttarlo. La sua efficacia potenziale dipende, inoltre, dalla misura in cui esso è dotato di ragionevole ed umani tari indirizzi di controllo a livello degli stati e degli enti locali. Ma, a mio avviso, vince il raffronto sia con il sistema proibizionista nostrano, sia con il modello "supermercato" preferito dai libertari estremisti. Esso presenta maggiori rischi rispetto al modello convenzionale proibizionista di riduzione del danno, che si riscontra in parti dell'Europa ed in Australia, ma offre anche una molto maggiore possibilità di avviare i livelli di consumo della droga verso mete più sicure, sia nei ghetti urbani, sia tra la popolazione in generale.
Le cogitazioni intellettualistiche circa i modelli "supermercato", i sistemi di ordinazione a mezzo posta, e il diritto di accesso alle sostanze psicoattive, appaiono assai lontane dai dibattiti in corso sulla politica del controllo negli Stati Uniti. Vi sono, nondimeno, buone ra gioni per sviluppare il capitale intellettuale impegnato nell'analisi dei regimi alternativi per il controllo della droga, in primo luogo, gli studiosi hanno l'obbligo di per seguire le loro indagini intellettuali senza l'ingombro di schermature imposte da pregiudizi e dalla realtà politica attuale. Limitare gli interrogativi che ci poniamo e le ri sposte che tentiamo di fornire a coloro che sono investiti del crisma dell'ufficialità significa abbandonare i nostri obblighi morali ed intellettuale nei confronti sia della nostra professione, sia nella nostra società. Le genera zioni future saranno mal servite se gli studiosi odierni si assoggetteranno uniformemente al conservatorismo intellet tuale che predomina nell'analisi delle sc
ienze sociali e della politica pubblica. In secondo luogo, molte delle ipo tesi che sottendono sia l'attuale guerra contro la droga, sia lo stesso sistema proibizionista, da tempo non vengono passate in rassegna. Anche coloro che non desiderano revi sioni sostanziali dalla politica sul crollo della droga possono trarre vantaggio da una simile valutazione. In terzo luogo, nessuno sa che cosa il futuro ha in serbo. Certamente emergeranno nuove droghe e nuovi modi di alte rare lo stato di coscienza. Le sfide della regolamentazione delle sostanze psicoattive certamente aumenteranno. Ed il calvinismo farmacologico che domina la pubblica opinione americana contemporanea e l'analisi politica potrà solo du rare per un limitato periodo di tempo.
L'analisi dei costi e dei benefici può e deve svolgere un ruolo importante sul futuro della politica di controllo della droga, non fosse altro perchè ci fornisce quanto di più vicino è ad una struttura obiettiva di analisi per chiarire i nostri obiettivi e valutare le nostre opzioni.
In ultima analisi, però, il dibattito sulla politica in materia di droga è realmente uno scontro tra visioni morali della società in contrasto tra loro. Non vedo alcun merito, anzi vedo molto male, nelle invocazioni alla tolleranza zero e ad una società libera della droga. Non vedo neanche nulla di immorale, devo ammetterlo, nel consumo di sostanze psicoattive da parte di chi non provochi danni a terzi e osservi gli obblighi assunti verso questi ultimi. L'impegno, dal mio punto di vista, è quello di progettare e promuovere una politica di controllo della droga che coniu ghi un sano rispetto per la libertà e la responsabilità in dividuale con un forte senso di comprensione. Tali valori non trionfano sempre su tutti gli altri. Ma è importante che essi non vengano obbligati o accantonati ogni qualvolta venga evocato il pauroso spettro DROGHE.
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NOTE
1) I rapporti tra l'attuale dibattito sulla legalizzazione della droga e quelli precedenti sono analizzati in Ronald Bayer: "Introduction: The Great Policy Debate - What Means This Thing Called Decriminalization?" (Presentazione: il grande dibattito politico - Che cosa significa questa cosa chiamata sepenalizzazione?), Milbank Quarterly 69 (3) (1991):341-63.
2) Si vedano i seguenti articoli di Ethan A. Nadelmann: "Drug Prohibition in the United States: Costs, Consequences and Alternatives" (Divieto sulla droga negli Stati Uniti: costi, conseguenze e alternative), Science 245 (1 settembre 1989):939-47; "U.S. Drug Policy: A Bad Export" (Politica della droga negli stati Uniti: una cattiva merce di espor tazione) Foreign Policy 70 (Primavera 1988): 1-39; "The Case for Legalization" (A favore della legalizzazione): The Pubblic interest 92 (Estate 1988):3-31. Si vedano anche: James Ostrowski: "The Moral and Practical Case for Drug Legalization" (Tesi morale e pratica in favore della lega lizzazione della droga) Hofstra Law Review 13(3) (primavera 1990): 607-702; Richard Lawrence Miller: "The Case for Legalizing Drugs" (Tesi in favore della legalizzazione della droga) (New York: Praeger, 1991); Arnold S. Trebach: "The Great Drug War" (La grande guerra della droga) New York: Macmillan, 1987); Steven Wisotski: "Breaking the Impasse in the War on Drugs" (Superare l'impass
e nella guerra sulle droghe) (Westport, Conn:: Greenwood Press, 1986); e le raccolte di articoli nel volume a cura di Melvyn B. Krauss e Edward P. Lazear: "Searching for Alternatives: Drug Control Policy in the United States" (Stanford, Cal.: Hoover Institution Press, 1991); nel vo lume a cura di David Boaz: "The Crisis in Drug Prohibition" (La crisi del proibizionismo in materia di droga) Washington, D.C.: CATO Institute, 1990; nel volume a cura di Ronald Hamowy: "Dealing with Drugs: Consequences of Government Control" (Questioni di droga: conseguenze del controllo governativo) Lexington, Mass: Lexington Books, 1987); nei volumi a cura di Arnold S. Trebach e Kevin B. Zeese: "Drug Prohibition and the Conscience of Nations" (Divieto sulla droga e la coscienza delle nazioni) (Washington, D.C.: Drug Policy Foundation, 1990) (I vo lume); "The Great Issues of Drug Policies" (Nuove frontiere nella politica sulle droghe) (1991) (III volume); e in Bruce K. Alexander: "Peaceful Measures: Canada's Way Out of the 'War
on Drugs" (Misure pacifiche: l'uscita del Canada dalla 'guerra sulle droghe') (University of Toronto Press, 1990).
3. Le recenti iniziative di analisi di una politica sulle opzioni non proibizioniste includono Doug Bandow: "Dealing with Legalization" (Trattare la legalizzazione) The American Prospect 8 (inverno 1992: 82-91, e Chester Nelson Mitchell: "The Drug Solution" (La soluzione della questione della droga) (Ottawa: Carleton University Press, 1990. La proposta di un calendario di ricerche si trova in Ethan Nadelmann: "Beyond Drug Prohibition: Evaluating the Alternatives" (Oltre il divieto sulla droga: valutazione delle alternative) nel volume a cura di Krauss e Lazear, cit., 241-50.
4. Si veda Franklin Zimring e Gordon Hawkins: "The Search for Rational Drug Control" (In cerca di un controllo razio nale della droga) (New Tork: Cambridge University Press, 1992) 82-110, e Mark A. R. Kleiman e Aaaron J. Saiger: "Drug Legalization: The importance of Asking the Right Question" (Legalizzazioone della droga: l'importanza di formulare la domanda giusta) Hofstra Law Review 13(3) (Primavera 1990): 527-66.
5. Si vedano, in generale: Pat O'Hare, Russel Newcombe, Alan Matthews, Ernst C. Buning, e Ernest Drucker (a cura di): "The Reduction of Drug Related Harm" (La riduzione del danno dovuto alla droga) (Londra: Routledge, 1991); Peter Mc Dermott e Par O'Hara (a cura di): "Reducing Drug Related Harm: New Developments in Theory and Practice" (Riduzione del danno dovuto alla droga: sviluppi teorici e pratici) Londra: Whurr Publishers, 1992); e Nick Heather, Alex Wodak, Ethan Nadelmann e Pat O'Hare (a cura di) "Psychoactive Drugs and Harm Reduction: From Faith to Science" (Sostanze psicoattive e riduzione del danno: dalla fede alla scienza) (Londra: Whurr Publishers, 1993. Si veda anche John Strang e Gerry V. Stimson (a cura di): "AIDS and Drug Misuse: The Challenge for policy and Practice in the 1990s" (AIDS e cattivo uso delle droghe: la sfida per la politica e la pratica negli anni '90) (New York: Routledge, 1990).
6. Si veda Govert Frank van Wijingaart: "A social History of Drug Use in the Netherlands: Policy Outcomes and Implications" (Storia sociale dell'uso della droga nei Paesi Bassi: Esiti e implicazioni politiche) Journal for Drug Issues 18(1988): 481-95.
7. Si veda la prima "National Drug Control Strategy" (Strategia nazionale sul controllo della droga) pubblicata dall'Office of National Drug Control Policy, Executive Office of the President, nel settembre del 1989 (Washington, D.C.: U.S. Government Printing Office, 1989),11.
8. Si veda Zimring e Hawkins: "The Search for Rational Drug Control" (La ricerca di un controllo razionale sulla droga) 4-21, per una sottile analisi del rapporto e dei suoi presupposti ideologici.
9. Si veda Gerald L. Klerman: "Psychotropic Hedonism vs. Pharmacological Calvinism" (Edonismo pscicotropico contro il calvinismo farmacologico) Hastings Center Report 2(4) (Settembre 1972) 1-3.
10. Si veda Thomas Szasz: "Our Right to Drugs: The Case for a Free Market" (Il nostro diritto alle droghe: tesi in fa vore del libero mercato); David Boaz: "The Consequences of Prohibition" (Le conseguenze del proibizionismo), in Boasz (a cura di): "The Crisis in Drug Prohibition" (La crisi del divieto della droga), ed il discorso pronunciato da Milton Friedman alla V Conferenza Internazionale sulla riforma della politica sulla droga, Washington, D.C., 16 novembre 1991.
11. Si veda David A.J. Richards: "Sex, Drugs, Death and the Law: An Essay on Human Rights and Overcriminalization" (Sesso, droghe, morte e la legge: saggio sui dieitti umani e sulla iper-penalizzazione) (Totowa, N.J.: Rowman and Littlefield, 1982), 157-214.
12. Si veda, in generale, la raccolta di articoli nel vo lume di Thomas H. Murray, Willard Gaylin e Ruth Macklin (a cura di) "Feeling Good and Doing Better: Ethics and Nontherapeutic Drug Use" (Sentirsi bene e operare meglio: etica e usi non terapeutici delle droghe) (Clifton, N.J.: Humana Press, 1984), con particolare riguardo all'articolo conclusivo di Ruth Macklin: "Drugs, Models, and Moral Principles" (Droghe, modelli e principi morali), 187-213. Si veda anche James B. Bakalar e Lester Grinspoon: "Drug Control in a Free Society" (Controllo sulla droga in una società libera) (New York: Cambridge University Press, 1984), e Douglas Husak "Drugs and Rights" (Droghe e di ritti), (New York: Cambridge University Press, 1992).
13. Come ha scritto John Kaplan nel 1988: "E' vero che se il numero di coloro che sono dipendenti dalla cocaina si raddoppiasse soltanto, noi saremo ben avanti nel gioco, te nuto conto degli ingenti costi imposti dal trattare tali utenti come criminali. Ma che succederebbe se ci fosse un aumento di cinquanta volte il numero dei dipendenti dalla cocaina? Noi semplicemente non possiamo garantire che ciò non si verifichi; e poiché non possiamo farlo, è il colmo della irresponsabilità patrocinare la messa a rischio del futuro della nazione" (John Kaplan, "Taking Drugs Seriously" ("Prendere le droghe sul serio", The Public Interest 92 (Estate 1988): 32-50. Avram Goldstein e Harold Kalant dichiarano più fiduciosamente: "Non vi è motivo di dubitare che i maggiori costi per la società derivanti dalla legalizzazione della droga rivaleggerebbero con quelli attribuibili all'alcol" (Avram Goldsterin e Harold Kalant "Drug Policy: Striking the Right Balance" (La poli tica della droga: il giusto equilibrio) Science, 249 (
28 settembre 1990): 1513-21.
14. Si veda Andrew Weil: "The Natural Mind: An investiga tion of Drugs and the Higher Consciousness" (La mente natu rale: indagine sulle droghe e sulla coscienza superiore) (Boston: Houghton Mifflin, 1972, edizione riveduta 1986), 29. Weil da atto a Timothy Leary ed a Richard Alpert di aver per prinmi riconosciuta l'importanza di queste due va riabili. La rilevanza della "portata e dell'ambiente" viene esaminata a lungo in Norman E. Zinberg: "Drug, Set and Setting: the Basis for Controlled Intoxicant Use" (Droga: portata e ambiente: la base dell'uso controllato di intos sicanti) (New Haven, conn.: Yale University Press, 1984).
15. Si veda, ad esempio, Lawrence O. Gostin: "Compulsory Treatment for Drug-Dependent Persons: Justifications for a Public Health Approach to Drug Dependency" (Terapia d'obbligo per tossicodipendenti: giustificazioni per l'orientamento della pubblica sanità nei confronti della tossicodipendenza) Milbank Quaterly 69 (4) (1991): 561-93.
16. Si vedano: Nathan S. Kline: "The Future of Drugs and Drugs of the Future" (Il futuro delle droghe e le droghe del futuro) Journal of Social Issues 27(3) (1971): 73-87; Wayne O.Evans a Nathan S.Kline (a cura di): "Psychotropic Drugs in the Year 2000" (Droghe psicotropiche nell'anno 2000) Springfield, I11.: Charles C.Thomas, 1971); Alexander
Shulgin e Ann Shulgin: "Pihkal: A Chemical Love Story" (Pihkal; storia d'amore chimico) Berkeley, Calif.: Transform Press, 1991); Ronald K. Siegel: "Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise" (Intossicazione: vita alla ricerca di un paradiso artificiale) (New York: E.P. Dutton, 1989), 293-317; Henry B.Clark: "Altering Behavior: The Ethics of Controlled Experience" (Alterazione del comportamento: l'etica dell'esperienza controllata) (Newbury Park, Calif.: SAGE Publications, 1987). Una pro spettiva tetra e pessimistica è quella fornita da Morton A:Kaplan in: "2042: A Choice of Futures - A Nightmare" (2042: Una scelta di futuri - un incubo) The World & I (gennaio 1992): 108-115.
17. Si noti che il "parco delle siringhe" di Zurigo, un esperimento svolto dal 1990 al 1992, ha ben poco in comune con il tipo di modello "supermercato" qui elaborato. La produzione e la distribuzione delle droghe è rimasta ille gale, la vendita era strettamente limitata ad un piccolo parco, e l'intero progetto era elaborato in un contesto strettamente proibizionista. Altrettanto può dirsi nei con fronti dei mercati illeciti all'aperto dei ghetti urbani. Si veda Arnold S.Trebach: "Lessons from Needle Park" (Lezioni dal parco delle siringhe) The Washingtono Post, 17 marzo 1992.
18. Si veda David D.Courtwright: "Dark Paradise: Opiate Addiction in America before 1940" (Paradiso nero: dipen denza dagli oppiacei nell'America pre-1940) (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1982). Si veda anche Ethan A.Adelmann: "Historical Perspectives on Drug Prohibition and Its Alternatives" (Prospettive storiche sul divieto delle droghe e sulle sue alternative) (American Heritage) (in corso di stampa).
19. Si veda, ad esempio, Michael R.Aldrich: "Legalize the Lesser to Minimize the Greater: Modern Application of Ancient Wisdom" (Legalizzare le minori per minimizzare le maggiori: applicazione moderna di un'antica saggezza) Journal of Drug Issues 20(1990): 543-53.
20. L'uso sotto controllo della eroina è preso in esame in Zinberg: "Drug, Set and Setting" (Droga, portata e am biente), quello della cocaina è preso in esame in Dan Waldorf, Craig Reinarman e Sheila Murphy: "Cocaine Changes: The Experience of Using and Quitting" (Mutamenti della co caina: esperienza di uso e di rifiuto) (Philadelphia: Temple University Press, 1991) e Peter Cohen "Cocaine Use in Amsterdam in Non Deviant Subcultures" (Cocaina ad Amsterdam in sotto-culture non devianti) (Amsterdam: Instituut voor Sociale Geografie, Universiteir van Amsterdam, 1989).
21. Si veda Stanton Peele: "Diseasing of America: Addiction Treatment Out of Control" (Malattia d'America: trattamento di tossicodipendenze fuori controllo) (Lexington, Mass.: Lexington Books, 1989) il quale osserva inoltre che la mag gior parte dei tossicodipendenti alla fine smette o attenua il proprio comportamento distruttivo senza ricorrere a pro grammi convenzionali di cura. Si veda anche Charles E. Faupel: "Shooting Dope: Career Patterns of Hard Core Heroin Users" (Iniezioni di droga: Modelli di carriera di tossico mani dediti all'eroina) (Gainesville: University of Florida Press, 1991).
22. US Department of Justice, Bureau of Justice Statistics - 1990 (Washington, D.C.: US Government Printing Office, 1991), 347; e US National Institute on Drug Abuse: "National Household Survey on Drug Abuse: Highlights 1988" (Indagine nazionale sull'abuso di droga nelle unità fami liari: dati più rilevanti del 1988 (Washington, D.C.: Dipartimento della Sanità e Servizi Umani, Amministrazione in materia di alcol, Droga e sanità di mente, 1990), 8.
23. The Gallup Poll Monthly, nn. 288 e 303, ristampati in Sourcebook of Criminal Justice Statistics - 1990; 347.
24. Ibid.
25. "National Household Suvey on Drug Abuse: Highlights 1988", 44.
26. Ibid, 8, 45-50.
27. Ibid. 17-22.
28. In un sondaggio su scala nazionale commissionato da Richard Dennis e dalla Drug Policy Foundation, il 4% dei 1401 intervistati ha dichiarato che "molto probabilmente avrebbe provato la marijuana se essa fosse stata legalizzata, il 6% ha dichiarato una certa probabilità, l'8% una scarsa probabilità, e l'81% nessuna probabilità. Alla stessa domanda circa la legalizzazione della cocaina, il 2% ha dichiarato una grande o alquanto grande proobabilità, il 4% una non grande probabilità, ed il 93% ha escluso ogni probabilità. Analogamente, nella Rassegna annuale degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado condotta dal Monitoring the Future Project presso l'Università del Michigan, il 73% si è dichiarato propenso a farne un amggior uso di quello attuale. Si veda Lloyd D. Johnston, Patrick O'Malley e Jerard G. Bachman: "Drug Use Among American High School Seniors, College Students an Young Adults" (Uso di droga tra gli studenti delle scuole superiori americane, gli studenti dei colleges e i giovani adu
lti) 1975-1990 (Rockville, Md.: National Institute on Drug Abuse, 1991), 141-42.
29. Si veda Richard H. Blum & Associates: "Society and Drugs" (Società e droghe) (San Francisco: Jossey-Bass, 1969), 25-44.
30. Si veda National Research Council Academy of Sciences: "Evaluating AIDS Prevention Programs" (Valutazione dei programmi sull'AIDS (Washington, D.C.: National Academy Press, 1988); e la relazione della National Commission on Aids su "The Twin Epidemics of Substance abuse and HIV" (L'epidemia gemella dell'abuso di sostanze e dell'HIV) (Washington, D.C., 1991).
31. Si veda Thomas Szasz "Ceremonial Chemistry: The Ritual Persecution of Drugs, Addicts and Pushers" (Chimica cerimoniale: la persecuzione rituale delle droghe, dei tossicodipendenti e degli spacciatori) (Anchor Books, 1975).
32. Si veda Stanton Peele: "The Meaning of Addiction: Compulsive Experience and Its Interpretation" (Il significato della dipendenza: l'esperienza coercitiva e la sua interpretazione) (Lexington, Mass.: Lexington Books, 1985) e John Booth Davies: "The Myth of Addiction" (Il mito della dipendenza) (Filadelfia, Pa.: Harwood Academic Publishers, 1992).
33. La politica australiana è analizzata da Robin Room in "The Dialectic of Drinking in Australian Life: From the Rum Corps to the Wine Column" (La dialettica del bere in Australia: dal corpo del rum alla colonna del vino) Australian Drug and Alchol Review 7 (1988): 413-37. La politica britannica è pressa in esame in Arthur Shadwell, "Drink in 1914-1922: A Lesson in Control" (Il bere dal 1914 al 1922: una lezione sul controllo) (Londra, Longmans Green & Co., 1923). L'impatto del Proibizionismo sui consumi dell'alcol e dei danni ad essi connessi negli Stati Uniti è valutato in John P. Morgan: "Prohibition is Perverse Policy: What Was True in 1933 is True Now" (Il pribizionismo è una politica perversa: quel che era vero nel 1933 è vero anche ora), Krauss e Lazear (a cura di) "Searching for Alternatives" (In cerca di alternative) 405-23; Mark Thornton: "The Economics of Prohibition" (L'economia del proibizionismo) (Salt Lake City: University of Utah Press, 1992); e Jeffrey A. Miron a Jeffrey Zweibel: "Alcohol c
onsumption during Prohibition" (Consumi di alcol durante il proibizionismo), American Economic Review 81 (2) (1991): 242-47. Più in generale, si veda Ethan A. Nadelmann "Response to Letters" (Risposta a lettere) Science 246 (1989): 1102-1103; e Harry G. Levine e Craing Reinaman "From Prohibition to Regulation: Lessons From Alcohol Policy for Drug Policy" (Dal Proibizionismo alla regolamentazione: lezioni dalla politica per l'alcol, per la politica sulla droga) Milbank Quarterly 69 (3) (1991) 461-94.
34. I modelli dei primi del ventesimo secolo del controllo dell'alcol, molti dei quali consentivano agli adulti di recare bevande alcoliche in locali in cui vigeva il divieto, sono analizzati da Raymond B. Fosdick e Albert L. Scott in "Toward Liquor Control" (Verso il controllo dei liquori) (New York: Harper and Brothers, 1933); Leonard V. Harrison ed Elizabeth Laine in "After Repeal: A Study of Liquor Control Administration" (Dopo l'abolizione: studio della amministrazione del controllo dei liquori) (New York: Harper and Brothers, 1936); e in Reginald E. Hose "Prohibition or Control? Canada's Experience with the Liquor Problem" (Proibizionismo o controllo? L'esperienze del Canada con il problema dei liquori) 1921-1927 (New York: Longmans, Green & Co., 1928). Le modifiche della politica della FDA sono trattate in James H. Johnson: "How to Buy Almost Any Drug Legally Without a Prescription" (Come comprare quasi ogni droga legalmente senza ricetta) (New York: Avon Books, 1990).
35. Si veda, ad esempio, David Dixon: "aFrom Prohibition to Regulation: Bookmaking, Anti-Gambling, and the Law" (Dal Proibizionismo alla regolamentazione: Scommesse alle corde dei cavalli, lotta al gioco d'azzardo e la legge) (Oxford: Clarendon Press, 1991).
36. Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, Office of Justice Statistics: "Drugs and Jail Inmates, 1989" (Droghe e detenuti, 1989) (agosto 1991), 1, 9.
37. Si veda Mark H. Haller "Bootleggers as Businessmen: From City Slums to City Builders" (Contrabbandieri come uomini di affari: dai bassifondi a costruttori di città) in David E. Kyvig (a cura di) "Law, Alcohol and Order: Perspectives on National Prohibition" (Legge, alcol e ordine: prospettive sul proibizionismo nazionale) (Westport, Conn.: Greenwood Press, 1985), 139-157.
38. Si veda D. M. Warburton: "Internal Pollution" (Inquinamento interno) Journal of Bio-Social Science 10 (1978): 308-319, e Ruth Cooperstock "Current Trends in Prescribed Psychotropic Drug Use" (Tendenze attuali dell'uso di droghe psicotropiche su ricetta) in Research Advances in Alcohol and Drug Problems 3 (1976): 297-316.
39. Alcune di queste questioni sono prese in esame in John P. Morgan e Doreen V. Kagan (a cura di) "Society and Medication: Conflicting Signals for Prescribers and Patients" (Società e terapia: segnali in conflitto per medici e pazienti), Lexington, Mass.: Lexington Books, 1983.
40. Ma si veda anche Chester N. Mitchell: "Deregulating Mandatory Medical Prescription" (Liberalizzazione della ricetta medica obbligatoria) American Journal of Law and Medicine 12 (2) (1986) 207-239.
41. Si veda Peter Temin "Taking your Medicine: Drug Regulation in the United States" (Prendere la medicina: regolamentazione delle droghe negli Stati Uniti) (Cambridge, Mass.: Harvard University press, 1980); dello stesso autore: "The Origin of Compulsory Drug Prescriptions" (L'origine delle ricette obbligatorie per le droghe) Journal of Law and Economics 22 (Aprile 1979): 91-105.
42. Si veda Sam Peltsman: "The Health Effects of Mandatory Prescriptions" (Gli effetti sulla salute delle ricette obbligatorie) Journal of Law and Economics 30 (Ottobre 1987), 207-308, e, dello stesso A.: "By Prescription Only... or Occasionally?" (Solo - o occasionalmente - con la ricetta?) AEI Journal on Government and Society (3/4) (1987): 23-28.
43. Peter Temin: "Costs and Benefits in Switching Drugs from Rx to OTC" (Costi e benefici nello spostare le droghe da Rx a OTC) Journal of Health Economics 2 (1983): 187-205.
44. Si veda l'eccellente testo in materia di educazione sulle droghe di Andrew Weil e Winifred Rosen, "Chocolate to Morphine: Understanding Mind-Active Drugs" (Cioccolato alla morfina: comprendere le droghe psicoattive) (Boston: Houghton Mifflin, 1983). Si veda anche David F. Duncan: "Drug Abuse Prevention in Post-Legalization America: What Could It Be Like?" (Prevenzione dell'abuso di droghe nell'America post-legalizzazione: di che tipo potrebbe essere?) The Journal of Primary Prevention 12 (4): 317-22. I. Clements, J. Cohen e J. Kay: "Taking Drugs Seriously: A Manual of Harm Reduction Education on Drugs" (Prendere sul serio le droghe: manuale sulla riduzione del danno provocato dalle droghe) Liverpool: Healthwise, 1990); David F. Duncan e Robert S. Gold: "Drugs and the Whole Person" (Droghe e la persona intera) (New York: Macmillan, 1985); e Ruth C. Engs "Responsible Drug and Alcohol Use" (Uso responsabile di droghe e di alcol) New York: Macmillan, 1979).
45. L'efficacia della campagna antifumo è trattata in Kenneth E. Warner: "The Effects of the Anti-Smoking Campaign On Cigarette Consumption" (Gli effetti della campagna contro il fumo sui consumi di sigarette) American Journal of Public Health 67 (1977): 645-50; dello stesso A. "Effects of the Anti-Smoking Campaign: An Update" (Effetti della campagna contro il fumo sui consumi di sigarette) American Journal of Public Helath 79 (1989): 144-51; si veda anche Martin Raw, Pati White e Ann McNeill: "Clearing the Air: A Guide for Action on Tobacco" (Pulire l'aria: una guida per l'intervento sul tabacco) Londra: British Medical Association, 1990). Gli annunci della Partnership sono giudicati con favore dal Comitato sul Valore della Pubblicità in "What We Have Learned About Advertising from the Media-Advertising Partnership for a Drug-Free America" (Quel che abbiamo appreso sulla pubblicità dalla Media Advertising Partnership per una Ameria libera dalla droga) (New York: American Association of Advertising Agencies,
1990). Una analisi più critica è fornita in Richard Blow: "How to Decode the Hidden Agenda of the Partnership's Madison Avenue Propagandists" (Come decodificare il calendario nascosto dei propagandisti di Madison Avenue della Partnership) (Washington City Paper 11 (49) (6-12 dicembre 1991): 29-35; Cynthia Cotts: "Hard Sell in the Drug War" (Difficili vendite nella guerra delle droghe) (The Nation 254 (9) (9 marzo 1992): 300-302. E Lynn Zimmer: "The Partnership for a Drug-Free America and the Politics of Fear" (La partnership per un'America libera dalla droga e la politica della paura) relazione presentata alla V Conferenza Internazionale per la riforma della politica sulla droga, Washington, D.C., 15 novembre 1991.
46. Si veda "How to Launch a Nationwide Drug Menace" (Come lanciare una minaccia della droga sul piano nazionale) in Edward M. Brecher e Direttori del Consumer Reports, "Licit and Illicit Drugs" (Droghe lecite ed illecite) (Boston, Little, Brown and Co., 1972).
47. Si veda "The Promise of Prozac" (La promessa del Prozac) Newsweek, 26 marzo 1990; Fran Schumer "Bye-Bye Blues: A New Wonder Drug for Depression" (Addio tristezza: una nuova meravigliosa droga contro la depressione) (New York, 18 dicembre 1989); ed il più equilibrato "Beating Depression" (Battere la depressione) US News and World Report, 5 marzo 1990.
48. Si veda F. Earle Barcus e Susan M. Jankowski: "Drugs and the Mass Media" (Droghe e media), Annals of the American Academy of Political and Social Science 417 (1975): 86-100; Patrick T. Macdonald e Rhoda Estep "Prime Time Drug Depictions" (Rappresentazioni della droga ai giovani) Contemporary Drug Problems 12 (1985): 419-37; William Braden: "LSD and the Press" (L'LSD e la stampa) in B. Aaronson e H. Osmond (a cura di) "Psychedelics" (Psichedelica) (New York: Doubleday, 1970): Jock Young: "Drugs and the Mass Media" (Droghe e media), Drugs and Society 1 (novembre 1971) 14-18: e Craig Reinarman e Harry G. Levine, "Crack in Context: Politics and Media in the Making of a Drug Scare" (Il crack nel contesto: politica e media per creare il terrore nei confronti di una droga) Contemporary Grug Problems 16 (1989): 535-77.
49. 478 U.S. 328, 92 L.Ed. 266, 106 S.Ct. 2968 (1986).
50. Si veda Sylvia A. Law: "Addiction, Autonomy and Advertising" (Dipendenza, autonomia e pubblicità) Iowa Law Review 54 (1992); e Peter Hirsch "Advertising and the First Amendment" (Pubblicità e Primo Emendamento) in Trebach e Zeese (a cura di) "New Frontiers in Drug Policy" (Nuove frontiere nella politica della droga) 404-407.
51. Si veda Joe B. Tye, Kenneth E. Warner e Stanton A. Glantz: "Tobacco Advertising and Consumption: Evidence of a Causal Relationship" (Pubblicità e consumi del tabacco: la prova di una relazione causale) Journal of Public Health Policy 8 (1987): 492-508. La polemica sulla pubblicità del tabacco è sollevata in "Advertising of Tobacco Products: Hearings before the Subcommittee on Health and the Environment of the Comittee on Energy and Commerce" (Pubblicità dei prodotti del tabacco: audizioni davanti alla sottocommissione per la sanità e l'ambiente della Commissione Energia e Commercio) House of Representatives, 99· Congresso, II sessione (1986) (Serie n. 99-167) Il dibattito sulla pubblicità dell'alcol è sollevato in "Alcohol Advertising: Hearing Before the Subcommittee on Children, Family, Drugs and Alcoholism of the Committee on Labor and Human Resources" (Pubblicità dell'alcol: audizione avanti la Sottocommissione sui minori, la famiglia, le droghe e l'alcolismo della Commissione Lavoro e Risorse Umane)
Senato degli Stati Uniti, 99· Congresso, I sessione (1985) (S. Hrg. 99-16) e: "Beer and Wine Advertising: Impact of Electronic Media" (Pubblicità della birra e del vino: impatto dei media elettronici) Udienza avanti la Sottocommissione per le telecomunicazioni, la protezione dei consumatori e la finanza della Commissione Energia e Commercio, Camera dei Rappresentanti, 99· Congresso, I sessione (1985) (Serie n. 99-16).
52. Si veda Alison Masson e Paul H. Rubin "Plugs for Drugs" (Annunci per le droghe) Regulation, (settembre-ottobre 1986) 37-53, che si pronuncia in favore di minori restrizioni sulla pubblicità delle droghe soggette a prescrizione del medico.