Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mer 29 apr. 2026
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Conferenza droga
Radio Radicale Roberto - 22 giugno 1993
LEGALIZZARE LA DROGA

"The Economist", vol.327, n.7811, 15-21 maggio 1993

----------------------------------------------------------------------

Nel 1883 un distinto medico inglese, Benjamin Ward Richardson, denunciò i danni provocati dal tè. Secondo il dottor Richardson, la bevanda provocava una "condizione nervosa semi-isterica". Nel 1936, un articolo apparso sull'American Journal of Nursing affermava che il consumatore di marijuana "si scaglia improvvisamente con violenza omicida su chiunque gli si trovi accanto". Il tè e la marijuana hanno tre cose in comune: alterano l'umore di chi le prende, sono considerate ragionevolmente sicure e provocano dipendenza.

L'atteggiamento nei confronti della dipendenza è complesso e spesso contraddittorio. Il tè e la marijuana sono di per sé sostanze relativamente innocue, eppure il tè è generalmente legale e la marijuana no. Il tabacco e la cocaina sono dannosi, ma anche in questo caso, il tabacco è legale quasi ovunque, mentre la maggior parte dei lettori dell'Economist vive in paesi dove si può essere imprigionati per possesso di cocaina. Se a questo si aggiunge la dipendenza in forma non di siringhe o di sigarette, ma di casinò e videogiochi, ne risulta un vero campo di battaglia per la lotta tra libertari e puritani.

Di recente la battaglia sempre accesa si è ancora più arroventata. Il 28 aprile Bill Clinton ha nominato un ex poliziotto, Lee Brown, nuovo "zar della droga", e quindi il capo del più severo programma proibizionista del mondo (vedi pag. 57). Dieci giorni prima gli Italiani si erano espressi in modo contrario, abrogando le misure più severe delle loro leggi anti-droga.

Ma tale audacia è rara. L'atteggiamento della maggior parte degli elettori e governi è di deplorare i problemi causati dal traffico illegale di droga, di considerare l'intera faccenda con disprezzo e di attenersi allo status quo. In altre parole, un atteggiamento di generale proibizionismo. Eppure i problemi non possono essere ignorati: i reati commessi da alcuni tossicodipendenti per finanziare il loro vizio e in cui sono normalmente coinvolti gli spacciatori di droghe illegali esige il suo prezzo in termini di vite umane, e non soltanto di denaro. Il traffico illegale di stupefacenti finanzia la criminalità organizzata del mondo intero. Esso attira i drogati in un mondo fatto di siringhe sporche, dosi avvelenate e spacciatori interessati a vendere loro droghe ancora più assuefacenti e letali.

Eppure, la maggior parte della gente rifiuta l'idea di studiare i modi in cui una eventuale legalizzazione potrebbe eliminare tali effetti. Il loro rifiuto può essere ricondotto ad un generico disgusto per la tossicodipendenza in sé. Questo è un argomento che viene avanzato in modo incoerente. La più grande riprovazione spesso viene da coloro che sbandierano ideali di libertà solo se le loro personali passioni - ad esempio per i fucili - vengono messe sotto accusa. Si calcola che la dipendenza dal tabacco sia la maggiore causa di morti gratuite nel mondo. L'acool danneggia il fegato e la memoria dei consumatori, e pone fine alla vita di troppi innocenti che vengono massacrati sulle strade da ubriachi al volante. Eppure in questo caso l'idea della persuasione imposta legalmente viene comunemente accettata.

Un argomento molto più valido è invece la preoccupazione che la legalizzazione possa fare aumentare il consumo di droghe, e che una crescente assunzione e dipendenza possa superare i benefici che verrebbero dalla legalizzazione. Eppure la legalizzazione non dovrebbe essere intesa come un regime di disponibilità totale e selvaggia, senza alcun controllo sull'offerta o sull'uso della droga. Se attuata in maniera corretta, permetterebbe ai governi di assumere il controllo della distribuzione e della qualità di queste sostanze, sottraendolo alla criminalità organizzata. Il controllo della qualità è un fatto essenziale, perché in gran parte il danno provocato dalla droga comprata per strada è causato da prodotti adulterati, allo stesso modo in cui un liquore mal distillato può provocare la cecità. L'offerta verrebbe regolata da un sistema di licenze governative, sul modello di quelle in vigore per il tabacco e gli alcoolici (e che servirebbe, tra le altre cose, a tenere la droga fuori dalla portata dei bambini).

Sarebbe inoltre sostenuta da una stretta sorveglianza e da pene severe. La severità della regolamentazione sarebbe in relazione al grado di dipendenza provocato dalle varie sostanze, e quindi più leggera nel caso della marijuana e fortemente dissuasiva per l'eroina.

Una tale legalizzazione non eliminerebbe come per magia la necessità di un controllo da parte della polizia, ma faciliterebbe la necessaria sorveglianza. Particolarmente nel commercio di droghe leggere, per le quali le tasse potrebbero essere più basse e le restrizioni meno pesanti, e nel cui ambito si farebbero i primi passi verso una legalizzazione, questo approccio eliminerebbe il "premio di rischio" che procura i più grandi profitti per i cartelli della droga. Le tasse imposte su quella che si calcola essere la più imponente industria non tassata del mondo aiuterebbero i governi a spendere denaro per le terapie e l'educazione, cosa che darebbe vantaggi maggiori dei miliardi che vengono spesi nel tentativo di stroncare l'offerta di droghe di ogni tipo da parte delle organizzazioni criminali.

La ricerca della droga-panacea

Vi è un'altra considerazione da fare per il futuro. L'illegalità della droga, accompagnata dal rifiuto verso forme di dipendenza ricreativa, sta stravolgendo la ricerca. Gli scienziati stanno facendo progressi nel cercare di capire tanto la causa del piacere provocato dalla droga quanto il motivo per cui è così difficile rinunciarvi (vedi pag. 97). Allo stato attuale la ricerca è obbligata ad avere un unico scopo: strappare dal vizio i tossicodipendenti che sono già tali. In molti settori della farmacologia, i ricercatori stanno studiando la possibilità di produrre "droghe su misura", cioè sostanze chimiche create per adattarsi alla biochimica umana senza provocare danni. Occorre incoraggiare la ricerca sulla tossicodipendenza a fare altrettanto, cioè superare lo stadio della messa a punto di terapie migliori per coloro che desiderano smettere, e inventare sostanze più sicure, efficaci e che diano meno dipendenza. Allo stato attuale questo è impossibile, perché una droga sicura equivale a un "abuso di sostan

za" che equivale a sua volta a un reato.

Rimane il fatto però che qualsiasi regime che diminuisse l'incentivo economico della criminalità da droga incrementerebbe il consumo di droga. Si tratta di vedere in che misura: un indicatore possibile è rappresentato dal fatto che la gente, se interrogata su questo aspetto, sostiene che non si avrebbe un grande aumento. Nei sondaggi di opinione, gli americani insistono di solito sul fatto che la legalizzazione non li porterebbe a provare droghe che non stanno già usando. Vi sono motivi per credere loro, nonostante il primo impulso di scetticismo, visto che hanno già accesso a una vasta quantità di sostanze che agiscono sulla mente, dall'alcool al tabacco alle pillole per dimagrire.

Inoltre, gli esperimenti condotti ne forniscono una riprova. Negli stati americani che decriminalizzarono la marijuana negli anni settanta, non si è registrata alcuna variazione nel consumo di droga rispetto agli stati confinanti che continuavano a vietarla. Numerosi esperimenti con la decriminalizzazione in Olanda provano che non soltanto non si verifica alcun incremento nel consumo - considerando anche l'afflusso di drogati da paesi più restrittivi - ma anche che la relativa criminalità diminuisce con la legalizzazione della droga.

Un altro argomento viene usato dai sostenitori dello status quo, ed è che se anche i governi accettassero di tentare la legalizzazione, l'idea verrebbe affossata dalla resistenza della gente. Questo non deve stupire più di tanto visto il modo in cui i governi di tutto il mondo hanno insistito ossessivamente per decenni sul dogma del proibizionismo. Un dibattito più razionale potrebbe fare molto per modificare l'opinione pubblica. Appena qualche anno prima dell'abrogazione del proibizionismo sull'alcool negli Stati Uniti nel 1933, l'opinione pubblicata era similmente dominata dai dettami dei promotori del proibizionismo nel paese.

Vi sono segnali che indicano invece che gli umori della gente stanno cambiando. Nei mesi scorsi un crescente numero di giudici e avvocati federali hanno dato voce all'esasperazione nei confronti dell'approccio verso la droga degli Stati Uniti. Le loro obiezioni hanno indotto i politici di Washington a tenere un incontro all'inizio del mese per riconsiderare la fallimentare politica sulla droga del paese. Janet Reno, il procuratore generale, ha aperto l'incontro esprimendo le sue perplessità circa l'attuale approccio degli Stati Uniti nei confronti del problema. L'incontro si è chiuso significativamente con una discussione sui benefici della legalizzazione. Né Mr Brown né la signora Reno e neppure, ovviamente, il loro capo Bill Clinton hanno finora sostenuto la legalizzazione, ma hanno fatto ciò che nessuna amministrazione americana aveva osato fare in passato, e cioè preparare il terreno per un dibattito equilibrato.

 
Argomenti correlati:
stampa questo documento invia questa pagina per mail