"The Economist" 15-21 Maggio 1993Una rivolta pacifica è avvenuta nelle sale d'udienza in tutta l'America. E' stata condotta da giudici disillusi dalla battaglia che il paese sta conducendo contro la droga.
Il 29 aprile, Harold Greene, un insigne giudice federale di Washington, ha decretato, che elementi importanti delle leggi penali vincolanti per trasgressori nel campo della droga erano anticostituzionali. Meno di due settimane prima, due giudici federali di primo grado, Jack Weinstein e Whitman Knapp, di New York, hanno annunciato che non avrebbero più presieduto casi di droga nel futuro. Nei mesi scorsi, un numero crescente di giudici federali ha preso una tale posizione. Potrebbe essere un segnale, ancora lontano, di un cambiamento di politica.
La nomina di Lee Brown, ex-capo della polizia, designato "zar della droga" da parte di Bill Clinton il 28 aprile scorso, sembra essere stato una buona scelta. Oltre questo, Clinton non ha fatto molto di più in materia di politica sulla droga. Certo, è in carica da poco, e ha avuto molte cose di cui occuparsi. Ma la sua equipe che si occupava di questo problema è stata ridotta, e la richiesta di budget che ha mandato al Congresso assomiglia a quella inviata da George Bush. Ha chiesto più o meno la stessa quantità di denaro, suddivisa nella stessa maniera: due terzi sono destinati alla lotta alla criminalità, un terzo solo alla cura.
Alcuni avevano sperato in un cambiamento di atteggiamento. Sebbene la "guerra alla droga" fosse stata promossa già da Richard Nixon nel 1972, è stato solo durante la presidenza di George Bush, che la battaglia ha assunto toni seri. Bush ha nominato una serie di "zar della droga" che hanno tenuto discorsi forti e ha speso 40 bilioni di dollari per combattere i trafficanti all'estero e per punire spacciatori e consumatori in casa. Il risultato è stato deludente. La cocaina attualmente è disponibile sul mercato e allo stesso prezzo del 1989. La violenza legata alla droga nelle città è ancora alta.
La parte più lodevole della politica di Bush è stato una diminuzione dell'uso generalizzato della cocaina. Ma i tossicomani incalliti, che consumano quattro quinti del consumo totale, ne assumono la stessa quantità di prima. Mark Kleiman, dell'Università di Harvard, mette in luce, che la politica di Bush, attuata in coincidenzacon la caduta di popolarità della cocaina, è appena riuscita ad intaccare un declino già in atto. Il passare della moda (compreso il recente insorgere del consumo di eroina) ne costituisce molto probablilmente il merito.
Se il consumo occasionale di cocaina è in ribasso, potrebbe altrettanto essere il risultato di programmi educativi e di profilassi più che di una lotta alla criminalità. Ma la criminalizzazione è stata, e rimane, il fulcro della politica americana. I presidenti, naturalmente, non vogliono essere visti come quelli che condonano il consumo di droga; l'opinione pubblica si schiera in favore di pene severe e per la reclusione dei trasgressori, non per metodi lievi. Ma l'effetto della politica, come è stato sottolineato in un recente rapporto dell'Associazione degli Avvocati americana, è che le prigioni del paese sone piene non solo di spacciatori di droga ma anche di consumatori, e non sono in grado di far fronte a queste cifre.
Neal Sonnett, il capo della sezione di giustizia criminale, nota con particolare inquietudine il netto aumento di carcerazione di piccoli trasgressori, che ha impedito i tentativi di combattere i crimini più seri e violenti. Egli pensa che il sistema di giustizia penale criminale sia "sul punto del collasso".
Se così fosse, si tratterebbe di questioni legate ad un più generale modo di giudicare diversi tipi di crimini, non solo quelli legati alla droga. Tali questioni hanno portato ad una riunione sulla droga, che si è tenuta a Washington, il 7 maggio scorso, per ripensare la politica sulla droga americana. All'inizio della giornata, Janet Reno, il ministro di giustizia, ha ammesso di non essere soddisfatta con la politica attuale di lotta alla criminalità, e ha suggerito di rivedere gli orientamenti delle misure punitive. L'intervento ha confermato segnali che Clinton, nonostante il budget attuale, stia pianificando di limitare gli sforzi nella lotta alla criminalità, specialmente all'estero, in favore a tentativi di ridurre la domanda interna.
Un altro aspetto significativo dell'incontro è stato il carattere aperto del dibattito. La proibizione non è stata sostenuta senza ricevere contestazioni. Ethan Nadelmann, un esperto sulla droga a capo del gruppo di lavoro Princeton Working Group, che sta sviluppando idee alternative alla proibizione, mette in risalto, che la causa della legalizzazione della droga era stata sentita seriamente. Ci stiamo muovendo verso una "riduzione dei danni" è la sua opinione. Tali tentativi, come quello sostenuto da Kurt Schmoke, il sindaco di Baltimore, sono basati su programmi di alcuni paesi in Europa e Australia, che considerano il consumo di droga non come crimine, ma più come una questione di scelta personale e salute pubblica.
Vi è stato un consenso contenuto per un tale dirottamento degli investimenti, affermando che la proibizione delle droghe fallirà sempre se gli Americani rimarranno determinati ad ottenerle. Clinton, che si trovò lui stesso in difficoltà durante la campagna per l'abbandono della marijuana, non dovrebbe spingersi fino a quel punto.