;di Andrea Maori
"Regioni come l'Umbria possono costituire, in questo particolare momento, un richiamo per organizzazioni criminali come la mafia, che tendono ad insediarsi proprio nelle zone in cui c'è minore controllo".
Con queste parole del giudice Giuseppe Di Lello, pubblicate tempo fa da un periodico umbro, si concludeva una intervista a questo magistrato da anni impegnato in Sicilia e consulente della Commissione Antimafia.
Il segnale è chiaro ed evidente: bisogna stare attenti a quello che può accadere nel prossimo futuro, perchè l'Umbria rischia di non essere "soltanto" obiettivo di infiltrazione secondaria, ma anche terreno propizio per operazioni di riconversione finanziaria della mafia e di riciclaggio dei suoi proventi illeciti.
D'altra parte segnali di presenze mafiose in Umbria se ne sono avuti diversi: in più occasioni si è parlato di aziende in odore di mafia che hanno tentato di approdare nella nostra regione, così come ha fatto scalpore, nell'ottobre 1991, il coinvolgimento di un commercialista perugino nel giro del riciclaggio di dollari dei narcotrafficanti di Medellin e di Cosa Nostra.
Ma il massimo della preoccupazione è stato sicuramente raggiunto, ultimamente, nel settembre 1992 quando a Perugia è stato arrestato Carmelo Caldariera, pericoloso boss del clan catanese dei Cursoti.
La presenza in Umbria di Caldariera, già condannato all'ergastolo per omicidio, ha fatto pensare che la nostra regione potesse essere al centro della gestione del traffico di droga: "Melo Mezzalingua" aveva infatti allestito un vero e proprio covo nel capoluogo umbro, da usare come base per traffici illeciti che avrebbe dovuto probabilmente rifornire di droga una parte consistente delle regioni centro - meridionali.
Condannato a otto anni e otto mesi, l'intera vicenda non ha certo diradato tutte le preoccupazioni sul livello di infiltrazione già raggiunto dalle organizzazioni criminali in Umbria.
Anzi: gli arresti periodici che avvengono in Umbria, di pregiudicati ricercati da varie procure intensamente impegnate in vaste operazioni contro associazioni a delinquere che hanno la propria base di azione soprattutto nel Meridione (Mafia, Sacra Corona Unita ecc...), sembrano supportare di elementi questa tesi.
Che in Umbria siano frequenti traffici illeciti e investimenti di capitali di dubbia provenienza lo dicono gli stessi magistrati impegnati nella Regione: così Giorgio Battistacci, già procuratore generale della Repubblica all'inaugurazione dell'anno giudiziario a gennaio 1992: "Vanno soprattutto ricordate alcune operazioni di utlizzo, particolarmente da parte di malavitosi delle aree meridionali a rischio, di ingenti quantità di assegni e titoli cambiari di illecita provenienza nell'acquisto di aziende commerciali e nella costituzione di società evidentemente per compiere ulteriori operazioni delittuose o atti antigiuridici".
E subito sotto: "Troppo numerosi sono sempre gli infortuni sul lavoro soprattutto nel settore edilizio e delle piccole imprese ...", infortuni in continuo aumento.
Sì, perchè parlando delle infiltrazioni malavitose, va detto che siamo in presenza di un altro fenomeno in crescita: la quantità di imprese edili, molte di fuori regione che lavorano in Umbria, che risparmiano sui controlli e la sicurezza.
E a proposito di cemento, come non ricordare che alcune delle aziende di costruzioni finite sotto inchiesta per le mazzette pagate ad amministratori (per es. Todini, Cogefar, Lodigiani, Maltauro, Fondedile, Delma, Bonifica e via dicendo) hanno fatto ricchi affari anche nelle zone del perugino?
E come non dimenticare che la "tangentopoli" ternana, così pesante anche per il coinvolgimento di politici locali, ruota intorno alle betoniere e ai mega-progetti urbanistici?
Questa situazione si muove in un quadro di riferimento peraltro giustificato da una situazione economica anche difficile per le imprese umbre, che stanno subendo un minor tasso di crescita con un calo delle imprese individuali e nel contempo con una crescita di quelle attivate da società di persone e di capitali, anche estranei alla regione.
Di fronte a questa situazione, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, è stata istituita la Direzione Distrettuale Antimafia, peraltro presente solo in alcune regioni.
Ma questa Direzione funziona senza che si sia avuto nessun incremento dell'organico nè per i magistrati nè per il personale amministrativo e anzi uno dei sostituti è stato temporaneamente trasferito alla Procura Distrettuale Antimafia di Caltanisetta.
In realtà tutta la macchina della giustizia è insufficiente a fronteggiare la situazione: di fronte ad una criminalità sempre più agguerrita e spavalda, fornita di mezzi tecnici avanzati, i mezzi, se forniti, agli organi di polizia giudiziaria, appaiono assulutamente antiquati ed inadeguati al tipo di indagini che essi devono effettuare.
Per dare un quadro della situazione, nel 1992, nel campo penale sono stati trattati 76.438 affari, con un aumento rispetto all'anno precedente.
La criminalità minorile non desta particolari preoccupazioni, ma la realtà territoriale è caratterizzata dalla carenza di alcuni servizi e strutture previsti anche dal nuovo codice di procedura penale per i minori devianti.
Esiste comunque una tendenza all'aumento della microcriminalità, anche in Umbria, che si innesta su una struttura industriale debole e su altri fattori come, per esempio l'incremento delle procedure esecutive e fallimentari a seguito di dissesti economici di attività imprenditoriali.
In una città come Perugia, vengono segnalati ogni giorno una decina di scippi, commessi solo nel centro storico, mentre fenomeni di intolleranza e di atti di vandalismo sono in costante crescita.
La vivibilità delle città umbre sembra infatti peggiorare anche a causa della creazione di quartieri con evidenti problemi sociali, per la inadeguatezza dei servizi e per la tendenza di alcune città ad aumentare il carico di presenze, vuoi per il pendolarismo o per l'immigrazione da fuori regione e anche dall'estero.
Perugia, se da un lato conta circa 150.000 residenti, dall'altro lato ha un carico complessivo giornaliero nettamente superiore ai 200.000 abitanti, superando così quella soglia di "sicurezza sociale" che fa si che una città possa essere definita come "città a rischio".
In tutta la regione, la popolazione immigrata nell'ultimo quinquennio è quadruplicata, con provenienza assolutamente prevalente dai paesi del terzo mondo e con caratteristiche più lavorative che studentesche.
Tutto questo pone dei problemi di inserimento lavorativo e sociale.
Le amministrazioni locali, alle quali si aggiungono le carenze strutturali dell'amministrazione dello Stato, sono impreparate di fronte a questa situazione.
Non solo: il vuoto di iniziativa da parte dello Stato carica di aspettative le amministrazioni locali, insufficentemente preparate a dare risposte, con la conseguenza di favorire quello scollamento con i cittadini che insieme ad altre cause (politiche, sociali) può portare a delle conseguenze imprevedibili (come il bisogno di fare giustizia da sè).
Questo non vuol dire che le amministrazioni locali siano indenni da responsabilità, anzi: il grado di vivibilità delle città è determinato direttamente, in primo luogo, dalla capacità degli amministratori di saper prevedere i flussi sociali ed economici e dal saper predisporre delle soluzioni.
Episodi di vandalismo, anche gravi, verificatisi recentemente a Perugia, hanno creato un allarme tra la gente che chiede di essere protetta.
In questo senso anche piccoli ma significativi interventi possono essere di grande aiuto.
Le amministrazioni locali si stanno mostrando, anche a livello operativo, inefficaci, proprio per la difficoltà di saper impostare politiche sociali adeguate a fronte di una domanda sempre più forte.
Ma una rapida visione dei problemi legati alla criminalità nella nostra regione sarebbe assolutamente povera di analisi se non si tenesse conto degli effetti della politica proibizionista sulle droghe anche in Umbria.
Abbiamo già accennato alla denuncia del giudice Di Lello e alla considerazione che per l'Umbria si può parlare di un giustificato allarme rosso ma non non si può dimenticare che il traffico giornaliero di sostanze stupefacenti illegali tra i tossicodipendenti e i tossicomani fa "girare" qualcosa che è ragionevolmente stimabile tra i 700 milioni e 1 miliardo di lire al giorno.
Sì, perchè se è vero che in Umbria gli utenti in carico presso i Sert sono stati nel 1992 ben 1560, è facile immaginare che essi corrispondano ad almeno 1/5 degli abituali assuntori di droghe illegali (in grandissima parte eroina) il cui prezzo a bustina può variare dalle 50.000 alle 150.000 lire, secondo le sostanze, ovviamente, ma soprattutto in base alle fluttuazioni di questo che è un vero e proprio mercato.
Inoltre non si può non dimenticare che le operazioni antidroga e i sequestri in Umbria hanno avuto una notevole impennata: da 195 del 1991 a 262, a dimostrazione che ci troviamo di fronte ad un fenomeno in crescita costante.
Anche in questo campo, in Umbria ci troviamo di fronte a tutte le contraddizioni che la legge Jervolino-Vassalli ha fatto esplodere ad una giustizia per un verso in crisi per strumenti operativi e per un altro verso sempre più penetrante per la capacità di avere la possibilità di limitare la libertà dei cittadini e di ridurre per tutti le dovute garanzie processuali.
Così per esempio, la Prefettura di Perugia ha segnalato le difficoltà nell'applicazione della legge: "Una eccessiva lunghezza dei tempi intercorrenti tra l'illecito e il colloquio dinanzi al N.O.T. dovuta o a difficoltà nella notifica o a problemi di competenze con l'Autorità Giudiziaria o a ritardi nelle analisi".
Dall'altro lato la repressione del "fenomeno droga" si è concretizzata in un aumento dei detenuti tossicodipendenti nelle carceri umbre che al 31 dicembre 1992 costituivano il 28% del totale della popolazione carceraria, il che significa che sempre più il carcere è stato l'approdo definitivo di molti percorsi di vita degli assuntori di droga, che normalmente sono anche spacciatori della stessa per evidenti motivi.
E il carcere, si sa, costituisce una bomba ad orologeria - un vero quartiere a rischio - sia per quanto riguarda la diffusione della sieropositività, sia per la diffusione di sostanze illegali. A Perugia è stato recentemente segnalato, anche in consiglio comunale, che i reati più frequenti sono i furti, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti ed altri reati collegati, in particolare compiuti da minori, mentre l'andamento riguardo all'uso di sostanze stupefacenti sembra seguire quello nazionale: siamo cioè in presenza di un uso combinato di più sostanze (eroina, alcool, psicofarmaci, ecc...); l'abuso interessa tutte le classi sociali senza differenze significative; la prima assunzione di droghe pesanti si concentra nelle fasce di'età 14-16 e 25-27 anni.
Anche se il dato di conoscenza è parziale, esso appare significativo, specie se si raffronta con quello relativo agli ultimi 4 anni.
La vittoria del sì al referendum del 18 aprile sulla legge "Jervolno-Vassalli" sicuramente prospetta una svolta politica ripsetto a quanto adottato finora in materia di droga: con l'abrogazione di quelle norme, il tossicodipendente potrà farsi curare dal proprio medico di fiducia, il quale potrà scegliere la terapia migliore, caso per caso, senza scontrarsi con disposizioni ministeriali ispirate a criteri non di salute ma di ordine pubblico e i consumatori di sostanze proibite non subiranno più, solo per questo motivo, una condanna penale ma solo una sanzione amministrativa.
Qualunque sia l'adeguamento normativo alla volontà popolare, difficilmente questi indirizzi potranno essere sostanzialmente modificati.
Per questo si può aprire anche per l'Umbria una nuova stagione di interventi nel campo della politica sanitaria in materia di droga che comunque gli antiproibizionisti hanno segnalato per anni, in estrema solitudine.
Bisogna comunque avere la ragionevolezza di pensare che ci muoviamo nel campo delle sperimentazioni: è difficle immaginare che gli effetti criminogeni del proibizionismo - narcotraffico, microcriminalità, carceri a rischio ecc... - siano superabili, anche in presenza di una ottima legge, nel giro di un lasso di tempo limitato.
E il referendum, vale la pena ricordarlo, non ha cambiato come avremmo voluto, l'attuale politica sulle droghe, però le istituzioni locali hanno degli strumenti in più per operare nella direzione di quella politica di riduzione del danno che costituisce il cardine intorno al quale discutono ed operano moltissimi tra coloro che a livello istituzionale e non, si occupano di problemi legati alle droghe illegali.
Di fronte a questa discussione le istituzioni locali umbre hanno brillato finora per la propria assenza.
Se si escludono ben due leggi regionali sui distributori di siringhe, - una bocciata dal governo Amato, ma l'altra in vigore - ancora non applicate dai comuni, solo adesso si incomincia a balbettare qualcosa sulle unità di strada, cioè su quello strumento che più di altri consente in "prima battuta", di operare una politica di riduzione del danno, con l'evidente risultato di avvicinare centinaia di giovani ad un'opera di informazione ed assistenza al fine di limitare i rischi di overdose e all'allontanamento dal circuito criminale.
Ma anche a livello più strettamente politico, gli enti locali possono dare un significativo contributo: per esempio contribuendo a sottoscrive la "risoluzione di Francoforte", promossa da alcune città europee che hanno promosso una nuova via alternativa al proibizionismo attraverso politiche sanitarie diverse, antiproibizioniste e di normalizzazione; oppure varando strette collaborazioni e gemellaggi con quelle municipalità più impegnate in questo campo.
Finora le amministrazioni locali umbre hanno mostrato un discreto vuoto di idee, anche in questo campo.
Crediamo che si può riprendere in mano quel rapporto di fiducia tra cittadino ed istituzioni anche a partire da queste iniziative.