"LA REPUBBLICA" giovedì 9 dicembre 1993
dall'inviato Vittorio Zucconi
L'Amministrazione lascia cadere la provocazione del capo della Sanità Elders. CLINTON NON CI STA "DROGA LIBERA? MAI". Il presidente rifiuta la resa al narcotraffico.
Washington-Due parole tenute accuratamente separate come il fuoco e la benzina, "droga" e "legalizzazione" si sono toccate per pochi secondi sulla bocca di un alto funzionario del governo americano, e l'incendio è scoppiato. Quando il "Medico Generale" dello Stato, la dottoressa, e ufficiale di Marina, Joycelyn Elders, ha suggerito martedì scorso che forse è arrivato il momento di "studiare quali effetti sulla criminalità, la violenza e il consumo avrebbe la legalizzazione della droga negli Stati Uniti", l'onda d'urto ha scosso alla radice una nazione che ancora si aggrappa all'illusione di poter vincere con le armi la "guerra alla droga". Un tabù è stato infranto e i cocci le sono caduti in testa. Non aveva ancora finito di parlare, la signora ufficiale e medico dello stato, che subito dalla Casa Bianca faceva sapere che il Presidente Clinton afflitto da un fratello, Roger, già condannato per spaccio di stupefacenti, non aveva nessuna intenzione di legalizzare la droga e neppure di studiare l'ipotesi. Caso
chiuso. "Quella donna ha dimostrato ancora una volta di essere un'estremista", esplodeva la destra repubblicana che 6 mesi fa si era invano battuta per bloccare la nomina della dottoressa Elders, colpevole di aver sempre incoraggiato le giovani donne americane a "non uscire mai di casa senza un preservativo nella borsetta". "Il Medico Generale è dannoso alla salute del Paese", concludeva sarcastico il leader della opposizione, il senatore Dole, scherzando sul famoso avvertimento stampato sul tutti i pacchetti di sigarette. Fine del discorso pubblico. Nessun leader politico osa avvicinare il fuoco alla benzina. La "guerra contro la droga" continua. E la droga continua a vincere. "La dottoressa Elders ha commesso una gravissima gaffe politica ha commentato il sindaco di Baltimora, Kurt Schmoke, che è tra i pochi, aperti sostenitori della legalizzazione, ma ci si è dimenticati di guardare alla sostanza di ciò che lei dice. E la sostanza è che un ventennio di repressione non è servito ad altro che a fomentare la
violenza e a trasformare le nostre città in campi di battaglia per le guerre fra gli spacciatori. Se fossimo meno accecati dall'emotività dovremmo ammettere che stiamo perdendo la guerra e che dobbiamo studiare altri metodi". Purtroppo per tutti, il sindaco di Baltimora ha ragione. I dati della "guerra contro la droga" parlano un linguaggio inconfutabile di sconfitta. I tribunali americani sono semplicemente sommersi da processi legati alla droga: 250 mila casi l'anno, quasi 700 al giorno, domeniche incluse. Nessun altro reato è più frequente. Un milione di cittadini americani è in carcere, e non bastano più i soldi per costruire nuovi istituti di pena, mentre i vecchi rigurgitano di detenuti....Proliferano le nuove "gang". Giamaicani, coreani, giapponesi, cinesi, colombiani, contendono a colpi di mitra il terreno alla vecchia Cosa Nostra. I Cribs and Blood, le famose gang di Los Angeles raccontate nel film "Colors", sembravano un fatto locale, quando spuntarono 20 anni or sono:oggi hanno filiali in 113 cit
tà americane disseminate in 32 stati, dall'Atlantico al Pacifico. Per ogni "soldato" che cade su un marciapiede,.per ogni Escobar che muore, uno, dieci, cento altri si alzano a prenderne il posto."Non possiamo passare la vita a costruire carceri", sbottò una volta Mario Cuomo, governatore di New York, "di questo passo, le nazioni moderne diverranno nazioni di secondini e di carcerati, dove metà della gente dovrà chiudere sotto chiave l'altra metà". "Possiamo triplicare il numero di agenti che pattugliano le strade" spiega paziente un giudice di New York, Robert Sweet, anche lui per la legalizzazione, "ma se spacciare il crack rende ricchi istantaneamente, ci sarà sempre gente ansiosa di correre il rischio". Ragazzini di 14 anni, come David Sutton arrestato qualche giorno fa a Washington, confessano di intascare tre milioni di lire alla settimana, tutti in contanti ed esentasse, spacciando crack. Giovanotti di 17-18 anni, entrano ogni giorno nei concessionari Porsche, Bmw, Mercedes d'America con valigette pie
ne di banconote e ne escono al volante di "supercar". A loro, la guerra dura va benissimo. Rispondono i guardiani della repressione: non è vero che la guerra è perduta. Il consumo di cocaina fra i giovani americani bianchi è in lieve flessione, da due o tre anni e i controlli alle frontiere stanno producendo sequestri continui di droga. Può darsi, ma la voce della strada risponde con un'altra cifra: il prezzo di una "dose" venduta sui marciapiedi non è aumentato di un centesimo. La cocaina è oggi più a buon mercato di quanto sia mai stato prima, segno evidente che la quantità disponibile è sempre altissima, mentre si diffonde la moda dell'eroina da fumare, per evitare i rischi da siringa. Semmai, paradossalmente, la lieve riduzione del consumo tra i teen-ager ha reso ancora più furiose le battaglie armate per dividersi un mercato più ristretto. Muoiono sparati più americani ogni 100 ore, di quanti ne morirono nelle 100 ore della Guerra del Golfo. Muoiono soprattutto, i neri. Per questo, le pochissime voci ch
e osano parlare in pubblico di "legalizzazione" (in privato, molti ne discutono) sono le voci della comunità di colore, quella che vive ogni giorno sul fronte delle guerre urbane. Il Medico Generale, l'incauta dottoressa Elders è un'afro-americana. Il sindaco di Baltimora è nero, come sono neri ormai i due terzi dei condannati che varcano le soglie delle prigioni americane. Si calcola che un giovane afro-americano su due conoscerà il carcere durante la sua vita per ragioni di droga. Il "dirty secret", lo sporco segreto della politica americana è che la repressione anti-droga va benissimo, perchè è soprattutto repressione anti neri. Finchè si ammazzano tra di loro, no problem. Ecco allora che "legalizzazione" e "criminalizzazione" divengono parole simbolo, linee di separazione fra l'America nera, bruna, povera, costretta a vivere dentro la città della droga. "Basterebbe che i neri smettessero di drogarsi", tagliano corto i leader bianchi. Ascoltiamo ancora il sindaco di Baltimora, lui stesso uno scampato ai g
hetti:"Se l'unica alternativa è fra una vita da spazzino comunale a 200 mila lire la settimana e una vita da spacciatore a tre milioni la settimana, quanti saranno gli eroi disposti a dire no e fare lo spazzino?". Pochi. Ma i "falchi" non ci sentono, non vogliono neppure discutere e studiare. Essi dipingono un mondo di "legalizzazione" dove la cocaina sarebbe venduta nei supermercati, fra le scatole di fagioli e i chewing gum. Legalizzare significa incoraggiare l'uso di droghe, avvertono, dimenticando che il consumo di tabacco, perfettamente legale, è diminuito del 65 per cento in 10 anni, qui negli Stati Uniti, senza che - per ora - i fumatori vengano incarcerati. Le "colombe" della legalizzazione ribattono che l'esclusiva insistenza sulla repressione ha di fatto consegnato le chiavi delle città americane ai "gangster", esattamente come il Proibizionismo produsse l'impero di Cosa Nostra fondato sul contrabbando di alcolici, 70 anni or sono. "Quello che so per certo - è ancora il sindaco di Baltimora che pa
rla - è che i ricchi drogati vanno nelle cliniche di lusso a farsi disintossicare e i poveri drogati rubano, rapinano, uccidono per pagarsi la dose. Questa non è guerra alla droga, è guerra civile contro le categorie sociali inferiori". E i soli che prosperano davvero sulla criminalizzazione sono i criminali. Come ha tentato di dire il Medico Generale dello Stato, scoprendo che in politica la verità è più pericolosa di una siringa.