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Conferenza droga
Radio Radicale Roberto - 10 dicembre 1993
A PROPOSITO DI MUCCIOLI

di Vanna Vecchioni - Le Voci di Dentro (Dalla Dozza sul pianeta carcere) - Bimestrale a cura della CGIL, n.5/1993

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Riportiamo alcuni stralci di conversazione con il Prof. Daniele Novara pedagogista, sul tema dei modelli fortemente autoritari che ancora pervadono la cultura educativa e sulle affinità tra il ruolo dell'insegnante nei confronti e il ruolo delle comunità terapeutiche nel recupero del tossicodipendente.

Che analisi si può fare dal punto di vista educativo di ciò che le comunità terapeutiche propongono come modelli di recupero dei tossicodipendenti?

Nel settore della tossicodipendenza esistono luoghi comuni fortissimi, tali per cui educare vuol dire raddrizzare e, se questo significa far soffrire deliberatamente, spaccare le reni questo è consentito.

Oggi vanno assolutamente ridimensionate tutte queste presunte comunità terapeutiche o, per lo meno, se una comunità vuole definirsi terapeutica, dovrebbe sottostare a verifiche molto serie e molto continuative, perché se è vero che per guarire una persona ci vogliono competenze molto articolate e particolari è anche vero che ciò non avviene assolutamente nel contesto delle comunità terapeutiche dove c'è il predominio, l'invadenza quasi totale di operatori ex-tossici, per cui l'unica qualifica è quella di essere ex-tossici.

Stiamo andando in una direzione che non porta da nessuna parte e non fa altro che riproporre i problemi che si sono posti a S.Patrignano e in tante altre realtà.

C'è molta omertà; anche le cosiddette comunità sane che hanno salvato tanti ragazzi, non hanno interesse a scavare in queste situazioni molto intricate perché poi finisce che si farà di tutta erba un fascio.

Però sarebbe importante che proprio queste comunità indicassero cosa c'è che non funziona e cosa c'è che funziona come ha fatto il Gruppo Abele dicendo che la comunità terapeutica è stata enfatizzata eccessivamente, mitizzata, idealizzata mentre non è assolutamente il caso di farlo. Io stesso posso dire che quando facevo il servizio civile molte cose mi hanno disgustato e non vorrei più vederle.

Quindi il fatto che Muccioli venga messo in discussione è estremamente positivo.

Lo stereotipo dell'educazione-punizione-sofferenza proposto da molte comunità fa presa non solo sugli adulti educatori ma anche sui giovani che subiscono questo modello educativo già nella scuola, nella famiglia, perché?

Sì, fa presa soprattutto su quei ragazzi che hanno avuto una esistenza difficile, che sono stati repressi, trascurati, normalmente si sono trovati di fronte a degli adulti disinteressati a loro che manifestavano il loro disinteresse o sul piano della trascuratezza più assoluta o, più spesso, sul piano dell'autoritarismo più feroce che comunque è sempre trascuratezza. Succede, ad esempio, che nel momento in cui si trovano a confrontarsi con metodi educativi diversi, chiamiamoli democratici o non violenti, il loro disagio esplode, è un disagio di identità, specialmente per quelli che hanno 14 o 15 anni la cui identità è già abbastanza formata e consumata sul modello autoritario, quindi su un modello di compressione dei bisogni, non certo di soddisfazione dei bisogni personali.

Nel momento in cui incontrano un adulto democratico avvertono con grande paura la possibilità che le cose possano andare in un altro modo, avvertono la minaccia di un adulto diverso che cambia il loro sfondo esistenziale e lo rendono più problematico, più complesso. Tuttavia non ci sono scorciatoie da prendere, l'unica possibilità è quella di aspettare che il ragazzo metabolizzi questo cambiamento, lo colga e lo faccia suo.

I metodi autoritari sono i più banali, nel senso che funzionano, ma noi dobbiamo lavorare per creare un benessere effettivo, non un benessere fittizio. Dovremmo utilizzare dei codici più sofisticati che non quello del domatore, anche se quello del domatore funziona.

Le sembra che attualmente convivano da un lato, la richiesta-proposta di autoritarismo e, dall'altro l'allarmismo riguardo all'intolleranza degli adulti nei confronti dell'infanzia?

Sull'intolleranza nei confronti dell'infanzia io ritengo che nel complesso ci sia un miglioramento sul piano storico: certo ci sono problemi grossi che andrebbero risolti; la qualità della vita infantile non è il massimo ma, confrontata con quella dieci, venti anni fa è meglio.

C'è una percezione diversa dell'infanzia e quindi anche una percezione diversa dell'intolleranza verso l'infanzia, il che è positivo. Quello che va considerato con più preoccupazione è il modo di vivere dell'infanzia in situazioni molto preordinate (scuola, corsi di ginnastica, casa), poco socializzanti: il senso dell'avventura, la capacità di costruirsi il proprio tempo è assolutamente espropriata, il bambino nelle strade non esiste più se non in situazioni molto degradate, non esiste più una socializzazione infantile spontanea che invece è molto significativa. La televisione sopperisce a questa mancanza per i bambini di uno spazio autonomo di libertà. Esperienze come il telefono azzurro provocano questa idea che non c'è niente da fare perché gli adulti sono sistematicamente malvagi e vogliono massacrare i bambini quando invece in Italia c'è un bisogno estremo di esperienze di valorizzazione positiva dell'infanzia. Sto cercando di divulgare l'esperienze francese dei consigli municipali dei bambini che consi

ste nell'idea che il bambino ha delle competenze politiche che possono essere usate sul piano progettuale a livello dei cittadini; quindi il consiglio municipale è eletto dai bambini stessi per aiutare i grandi a progettare la città in modo confacente anche ai bisogni dei bambini.

 
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