The Economist 22 gennaio 1994La dottoressa Elders ha fatto i compiti
La massima autorità sanitaria americana, dottoressa Jocelyn Elders, si è messa nei guai per via di un suo commento ufficioso che risale al mese scorso. In risposta a un domanda sulla legalizzazione della droga e sulla possibile efficacia nel ridurre il crimine violento, la dottoressa Elders ha detto che la questione merita di essere approfondita. Bill Clinton però la pensa diversamente, ed è stato subito chiarito che il presidente è fermamente contrario alla legalizzazione della droga e che "in questo caso non è propenso neppure a prendere in considerazione la cosa". Funzionari ed esperti hanno puntato il dito contro la dottoressa Elders e schernito l'idea da lei proposta. Come se non bastasse, suo figlio di 28 anni è stato in seguito arrestato con l'accusa di aver spacciato cocaina.
Eppure, invece di mettersi il bavaglio la dottoressa Elders ha deciso di rendere ancora più chiaro il suo messaggio. Il 14 gennaio in un discorso pubblico fatto a New York ha detto che aveva "fatto i compiti" e che dopo aver letto molte ricerche sull'argomento si era resa conto di aver fatto una dichiarazione ancora più onesta e corretta di quanto avesse pensato. Ha aggiunto poi che se il governo si rifiuterà di effettuare uno studio veramente serio sulla legalizzazione della droga, lei stessa cercherà di indurre qualche importante istituto o sede universitaria a farsene carico. Non è certo la paura di manifestare le sue opinioni che ha condotto la dottoressa ad essere la prima persona di colore a raggiungere il grado di massima autorità sanitaria. Ha la durezza di chi si è fatto strada da sé, essendo nata in una famiglia di contadini dell'Arkansas (dove era obbligata a fare cinque miglia a piedi per prendere l'autobus scolastico che la portava alla scuola per soli neri) fino agli studi di medicina (dove fre
quentava la mensa per soli neri) e da lì fino a diventare capo del dipartimento sanitario dell'Arkansas (dove le sue posizioni a favore dell'aborto e della distribuzione di preservativi le hanno meritato l'etichetta di "regina dei preservativi" e "direttore dell'olocausto dell'Arkansas"). Per lei quindi la polemica è terreno abituale.
Se davvero riuscirà, nonostante il peso delle opposizioni, a suscitare un serio dibattito sulla legalizzazione della droga, questo significherà che avrà messo a buon frutto il suo incarico che sarebbe più che altro di orientamento. Il proibizionismo ha già fallito una volta in America, e molti ritengono che l'attuale guerra alla droga sia anche questa un fallimento. I sostenitori della legalizzazione, tra i quali si annovera questo giornale, affermano che, se la cosa venisse condotta correttamente, i governi potrebbero togliere dalle mani dei criminali la più grande industria esente da tasse del mondo, e incominciare a esercitare effettivi controlli.
Rimane da vedere se le parole della dottoressa Elders siano state veramente così estemporanee come lei ora sostiene. Un paio di mesi prima il presidente della Criminal Justice Policy Foundation, Eric Sterling, le aveva indirizzato una nota sugli aspetti della salute pubblica collegati con il problema della droga. La nota conteneva anche una lista dei costi del proibizionismo: la violenza tra i trafficanti; i crimini commessi dai tossicodipendenti che devono pagare prezzi esorbitanti gonfiati dal proibizionismo per sostenere il loro consumo; le morti per overdose e gli avvelenamenti causati da droghe illegali adulterate; la diffusione dell'Aids e di altre infezioni per mezzo di siringhe contaminate; le prigioni sovrapopolate. La nota concludeva dicendo che "molti cauti osservatori" hanno sostenuto la legalizzazione come unica alternativa al proibizionismo, nonostante manchino ancora proposte articolate. La dottoressa Elders sembra interessata a sapere come potrebbero presentarsi queste proposte articolate. V
orrà il presidente Clinton condividere questa curiosità?