ci dispiace moltissimo non prendere parte ai vostri lavori; e ci dispiace tanto più in quanto la nostra presenza sarebbe stata un atto dovuto dal nostro ruolo di membri del Consiglio generale.
Le nostre scuse per non essere a Genova con voi, non sono dunque formali, ma vere, e vogliono testimoniare anche la nostra solidarietà per il difficile momento che stiamo vivendo.
Siamo rimasti a Roma a ultimare il giornale della campagna per l'abolizione della pena di morte nel mondo entro il 2000, che prepara la marcia di Pasqua a piazza San Pietro, e che promuove un appello al Papa, affinché diventi portavoce presso i Governi di una richiesta di moratoria universale delle esecuzioni e della costituzione del tribunale permanente sui crimini contro l'umanità.
Molte altre persone che avrebbero desiderato essere presenti al congresso, sono rimasti a Via di torre Argentina 76 per pulire i moduli delle firme dei 13 referendum.
Queste sono alcune delle cose che il Partito radicale trasnazionale e la Lista Pannella stanno assicurando: per esse siamo costretti a scegliere e a rinunciare.
Un amico comune ci ha rimproverato - anche a partire dalla polemica del Manifesto - che nelle associazioni legate da un patto politico al Partito radicale, gli organi dirigenti siano spesso costituiti da persone che - nella realtà del loro impegno quotidiano - si occupano di altre battaglie politiche.
Tuttavia, se ripercorriamo la storia del Cora di questi anni e se ripensiamo a come è nata la Lista antiproibizionista sulle droghe, ci accorgiamo di alcune cose significative. I radicali di sempre - quelli che periodicamente vengono accusati di occupare tutti gli spazi che pure hanno costruito per sé e per gli altri - sono rimasti sempre defilati quando si è trattato di gestire la "ricchezza" derivante dalla battaglia politica. I posti negli ogani direttivi, nelle liste elettorali, la rappresentanza televisiva, o del successo delle battaglie vinte, è sempre stata ricchezza di quelli arrivati all'ultimo momento. E spesso non erano radicali.
Questa generosità che ci è stata insegnata - forse l'unica cosa che ci sia stata insegnata con pedanteria, a prezzo personale doloroso - è il continuum sostanziale della storia dei radicali, qualunque nome avessimo nelle diverse battaglie.
E' altrettanto vero, a conferma di questo, che i radicali di sempre hanno sostenuto, invece, la povertà e la continuità che sono necessarie alla sopravvivenza invernale di ogni battaglia. Noi siamo stati eletti solo quando gli altri se n'erano andati dichiarandoci finiti, marginali, insufficienti, impolitici ecc... siamo stati a "guardia del bidone" - secondo il giudizio di altri - per tenere in vita qualcosa che, diversamente, sarebbe scomparsa definitivamente.
L'impegno sull'abolizione della pena di morte, ci permette di fare alcune brevissime considerazioni per analogia.
Le campagne fino a qui fatte da altre organizzazioni internazionali abolizioniste sono sempre state condotte per salvare un innocente dall'esecuzione capitale.
Noi sosteniamo che il problema non è salvare l'innocente, ma di ottenere un diritto internazionale che affermi che la vita del peggiore degli assassini non è disponibile allo Stato.
Come si può capire, nella nostra richiesta - e quindi nella campagna che conduciamo - si assiste al ribaltamento delle logiche che fino a qua hanno ispirato i movimenti abolizionisti.
Crediamo che la stessa cosa sia accaduta con l'antiproibizionismo. Fino a un certo punto della storia, e fino a che Pannella non ha introdotto un'altra lettura dei fatti, l'antiproibizionismo è stato quello del privato (che si consuma cioè nella vita privata e vuole in questa concludersi, senza essere disturbata dall'intrommisione dello Stato) o, più recentemente, dall'antiproibizionismo assistenziale: una sorta di solidarismo sociale nei confronti delle vittime del proibizionismo.
Entrambe le cose, lasciate da sole, sono destinate a perpetuarsi, autoalimentandosi all'infinito.
Ciò che ha introdotto il cambiamento e la crescita della battaglia antiproibizionista è stata la messa a fuoco dei costi internazionali della politica proibizionista, i suoi legami con i mercati delle armi, finanziari legali e illegali. Insomma, di qualcosa che - mentre trascendeva il singolo caso - assumeva il problema tutto intero e lo denudava dai moralismi e dagli infingimenti. Crediamo che questo sia il nostro antiproibizionismo: quello che apre nuovi orizzonti al diritto e alla lettura trasnazionale dei problemi e delle loro soluzioni. Il resto, hanno ragione Arnao e Il Manifesto, deve essere lasciato a loro, perché - fra cinquant'anni - stiano ancora a lamentarsi delle stesse cose.
Mariateresa Di Lascia e Sergio D'Elia, consiglieri generali del Cora