Genova 28/30 gennaio 1993
RELAZIONE DEL SEGRETARIO
Maurizio Turco
Compagni e compagne,
ci siamo lasciati 14 mesi fa, al Congresso di Bologna, carichi di buona volontà ma con l'incertezza di ciò che sarebbe stata la campagna, di quale sarebbe stato l'esito e poi la gestione dei risultati del referendum abrogativo delle parti più inique ed assurde della legge punizionista. E quindi con incertezza sul futuro dell'antiproibizionismo: nel nostro paese ma non solo.
Se ora invece analizziamo il bilancio di questi 14 mesi di attività politica possiamo senza enfasi dire che esso è senz'altro positivo, e che il CORA ha pienamente assolto ai compiti e agli impegni che si era dato, nella pienezza del dibattito e del confronto interno, ma anche in quella unitarietà di intenti che è stata - lo dico qui senza esitazione - la forza dell'associazione in ogni momento della sua vita e che oggi sembra invece essere messa in discussione, negata o falsificata in un attacco che a me pare strumentale, diretto dall'esterno, pericoloso, prima che e per il CORA, per le sorti della battaglia antiproibizionista, che non è affatto né vinta né attenuata, ma invece ancora necessitante del massimo di rigore e di capacità di iniziativa e di lotta.
LE FALSE STATISTICHE
Nel mese di novembre abbiamo smascherato la politica delle false statistiche sui decessi per overdose, volte a sostenere la validità delle scelte proibizioniste a discapito della realtà e della scienza statistica.
IL BLOCCO DEL TEST AIDS OBBLIGATORIO
Nel mese di gennaio abbiamo riunito tutte le associazioni nazionali che si occupano di Aids ed insieme è stato possibile evitare che venisse emanato il decreto per il test obbligatorio ai detenuti.
IL REFERENDUM ANTI PUNIZIONISTA
Abbiamo poi affrontato la campagna referendaria. In questa iniziativa il CORA ha investito il 50% del suo modestissimo bilancio, una cifra che nessun'altra organizzazione - a livello nazionale - ha speso, potendo solo contare in sede locale su persone e gruppi, il cui apporto è stato fondamentale, in un confronto che si è dovuto anche scontrare con un silenzio stampa e televisivo ben noto a chi ha sempre saputo ben individuare, riconoscere e denunciare, senza doppie verità, senza sdoppiamento tra attività parlamentare e di piazza, senza piegarsi o nascondersi, l'avversario da battere. A questo sistema il CORA è riuscito a strappare , con due manifestazioni di incatenamento ai cancelli di Saxa Rubra e un incontro con i tre direttori dei Tg, alcuni minuti nei Tg di massimo ascolto, minuti non per noi ma per coloro che, diversi da noi come Don Gelmini e Don Ciotti, si erano comunque espressi per una politica sulla droga più umana e meno dannosa per l'intera società. E, con loro, sottoscrissero l'appello del COR
A a favore dell'abrogazione centinaia di deputati di tutti i gruppi parlamentari ad eccezione del MSI. A questi compagni incontrati sulla strada del SI al referendum dobbiamo un sentito grazie.
Subito dopo il positivo risultato referendario abbiamo chiesto incontri ai Ministri di Grazia e Giustizia, della Sanità e degli Affari Sociali perché fosse garantita una corretta e piena applicazione del responso referendario popolare. Al quesito referendario si deve fare riferimento per dare un giudizio fondato sul da farsi, sulle strade che si sono aperte e che dobbiamo continuare a percorrere.
Con il referendum - che non era antiproibizionista, che non avrebbe introdotto forme nemmeno blande di legalizzazione - ci proponevamo importanti obiettivi sul fronte giudiziario e su quello sanitario.
Sul fronte giudiziario l'obiettivo era ed è di evitare il carcere per i consumatori di droghe illegali, e di abolire la cosiddetta "dose media giornaliera" così che la condanna per spaccio derivi dalla piena e incontrovertibile convinzione del giudice e non da un assurdo bilancino.
L'abolizione del carcere è un fatto acquisito; resta il fatto che alcuni magistrati hanno un vero e proprio bilancino genetico per cui, di fronte ad una sostanza illegale, essi rischiano di perdere (e alcuni purtroppo lo perdono) il senso dell'obiettività e della realtà del caso che viene loro sottoposto. Altri magistrati, invece, hanno saputo far fronte a questa responsabilità. Un giudizio oggettivo, di estrema importanza per la funzione che riveste, è quello di Vincenzo Schiano di Colella Lavina, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Napoli. L'alto magistrato, nella relazione di apertura dell'anno giudiziario, dice infatti: "Un primo effetto positivo del referendum è costituito dal fatto che sono usciti dal carcere tutti i consumatori fermati con quantità di droga superiore alla dose prevista e quindi considerati spacciatori, nei cui confronti non risultava accertata però una attività di spaccio. Un secondo effetto positivo è stato quello di liberare le Procure della Repubblic
a di una rilevante percentuale di lavoro, stimata, per gli uffici giudiziari napoletani, intorno al 20% delle sopravvenienze annuali".
Sulla parte sanitaria del quesito l'obiettivo era, ed è, di garantire la libertà terapeutica del medico e la disponibilità dei farmaci sostitutivi. V'è anche qui da registrare una sostanziale e diffusa indisponibilità dei medici di famiglia a costituire quell'insostituibile presidio sul territorio che possa assicurare al cittadino "dipendente", anche da eroina, un punto di riferimento costante ed immediato, antagonista reale allo spacciatore. Questa indisponibilità, oggettiva ma non deliberata, è frutto della disinformazine diffusa sulla riacquistata libertà terapeutica che il referendum ha comunque riconosciuto al medico. La materia è comunque molto complessa anche in relazione allo stato di caos e alle vicende che hanno investito la Sanità nel nostro paese. Questa situazione ha fatto esplodere, inaspettatamente, un' altra emergenza, perché a seguito del provvedimento di riclassificazione dei farmaci emanato dalla Commissione Unica del Farmaco, dal 1· marzo il metadone sarà tra i farmaci "ad impiego limitat
o all'ambito ospedaliero o agli ambulatori specialistici" per i quali è vietata la vendita in farmacia. Questa disposizione vanifica uno dei risultati più importanti del referendum che, abrogando la facoltà del Ministro di stabilire limiti e modalità di impiego dei farmaci sostitutivi dell'eroina, ha annullato l'incostituzionale decreto De Lorenzo (n. 445/90), restituendo ai 180.000 medici di base il diritto/dovere di curare con il metadone i pazienti tossicodipendenti, ed ai cittadini tossicodipendenti il diritto di farsi curare dal proprio medico di fiducia. Il metadone sparirà dalle farmacie anche come analgesico per la terapia del dolore severo da cancro, vanificando così anche il Decreto del 18.9.92 che lo aveva reintrodotto dopo una dura battaglia delle Associazioni per la cura dei malati terminali di cancro.
Questo provvedimento è stato emanato in adempimento all'Art.8 c.10 della legge finanziaria (24.12.93, n.537) - il quale prevede, per contenere la spesa sanitaria, la riclassificazione delle specialità medicinali - con il risultato che il metadone viene ad essere gratuito ma limitato all'ambito specialistico, mentre avrebbe potuto, con diversa scelta e conseguente drastica riduzione del prezzo di vendita, restare in farmacia a disposizione dei medici. Se si considera che un flaconcino da 20 mg di metadone cloridrato costa 1.200 lire alla farmacia e 120 lire alla casa produttrice, è certo che molti tossicodipendenti preferirebbero pagarsi una terapia da 660 a 6mila lire al giorno piuttosto che ricorrere alla eroina illegale con una spesa di 100/150mila lire al giorno. Abbiamo già informato il Ministro della situazione che si è venuta a creare e del nostro impegno assoluto per garantire l'uso incondizionato del metadone nelle terapie protratte così come raccomandato dai massimi organismi sanitari internazionali
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LA CONFERENZA NAZIONALE SULLA DROGA A PALERMO: GRAZIE AL CORA NEL NOSTRO PAESE LA RIDUZIONE DEL DANNO E' POLITICA DI GOVERNO
Dopo la campagna referendaria, si è tenuta a fine giungo a Palermo la 1a conferenza nazionale sulla droga. In quella occasione, a chiusura dei lavori, il Ministro degli Affari sociali Fernanda Contri, ha ringraziato il CORA per avere fatto conoscere in Italia la politica di riduzione del danno che in quella occasione è stata sclta come politica del nostro governo.
Vinto il referendum, ottenuto il riconoscimento istituzionale, il rischio che correvamo era quello di vivere sulla rendita di posizione che la politica di riduzione del danno ci consentiva di ottenere. Su questo non abbiamo mai avuto dubbi e, nel Consiglio generale, che ha discusso per due giorni su possibili attività circoscritte alla tematica della riduzione del danno, la mozione approvata all'unanimità ridava centralità e rilancio all'iniziativa politica propriamente antiproibizionista, con le proposte di legge per la legalizzazione della marijuana e una nuova politica sulla prevenzione e cura dell'Aids.
DALLA LIBERALIZZAZIONE ALLA DEPENALIZZAZIONE ALLA LEGALIZZAZIONE DELLA MARIJUANA E PER UNA NUOVA POLITICA SULLE DROGHE
Sulla legalizzazione della marijuana ci sono stati e continuamente si ripresentano pareri divergenti, non privi di forte fascino. In sostanza la legalizzazione della marijuana viene da alcuni vista come un tradimento ideologico di quella cultura "liberal" che ha animato le campagne per la liberalizzazione della marijuana negli anni '70, a favore di una cultura statalista che sembra voglia affidare (o abbandonare) allo Stato, alla sua ingerenza, la responsabilità primaria e magari esclusiva delle scelte etiche fondamentali del cittadino.
Noi respingiamo, il CORA deve respingere con forza questa interpretazione ed affermare invece, con piena consapevolezza, che è giunto il momento di un maggiore approfondimento del delicatissimo tema delle responsabilità reciproche che investono i cittadini e lo stesso Stato di fronte al problema in questione. Il CORA è stato per anni interprete rigoroso delle esigenze più liberali, più "radical" diremmo, con termine americano, di lotta contro il proibizionismo nel campo delle droghe. Nessuno, credo, oserebbe, né potrebbe, accusare il CORA delle scelte fino ad oggi fatte, comprese quelle degli ultimi tempi, quando appunto si è cominciato a discutere sul problema della "legalizzazione della marijuana". Ma il CORA è anche cresciuto e ha alzato il tiro delle sue campagne, delle sue lotte. Siamo cresciuti tutti, cari compagni. Oggi, il CORA riesce a dialogare ad un livello fino a ieri impensabile, e da piccolo gruppo di pressione si è trasformato - grazie all'apporto di tutti, in un dialogo interno mai venuto men
o - in una forza sociale, culturale e politica con nuove e più vaste responsabilità, che sono quelle che gli sono state affidate, per così dire, dalla sua stessa crescita. Ecco dunque che il CORA oggi - dopo il referendum, dopo Palermo - può chiamare lo Stato ad assumersi quelle responsabilità che da sempre, storicamente, la grande cultura liberale gli ha affidato ed a cui esso si è invece sottratto, per rifugiarsi in un comodo agnosticismo perfettamente allineato e complice del più odioso e cieco proibizionismo, fatto di tutte le leggi, le storture, le pratiche inaccettabili che noi abbiamo smascherato e combattuto per anni. Dire che vogliamo "legalizzare" la droga è esattamente il contrario che voler "statalizzare" il problema. Lo Stato "statalista" è lo Stato che respinge e rifiuta di assumersi la responsabilità di dare leggi giuste, che vietino di vietare e insieme sappiano organizzare la responsabilità dei cittadini. Lo Stato etico ignora questo suo primario compito, che si nutre di conoscenza e ragione
volezza, di tolleranza e di rigore: sa solo vietare e punire, o meglio ignorare e reprimere secondo la legge del fondamentalismo etico: laico, ma non meno fondamentalismo. Lo Stato liberale invece, quello che vorremmo veder realizzato anche in Italia, sa distinguere, scegliere e indirizzare verso obiettivi equi e "possibili", non impossibili, i grandi problemi sociali del suo tempo.
Oggi, proprio grazie alla nostra presenza e alle nostre battaglie, è più vicino quello che era fino a ieri impensabile. Sarebbe solo un gesto di irresponsabilità se il CORA si sottraesse al confronto per rifugiarsi nel limbo delle anime belle, che preferiscono la sterile protesta al concreto formarsi di leggi e istituzioni buone e libere, che - come diceva un vecchio slogan in cui personalmente mi riconosco - "vietino di vietare".
Battersi, oggi, per la legalizzazione della marijuana significa, nel concreto, aprire la strada ad una nuova politica sulle droghe che era fino a ieri inconcepibile ed oggi appare invece possibile. Ignorare questo dato fondamentale, chiudersi in un purismo verbale o nella nostalgia di un passato che ha ben diverse connotazioni, è innanzitutto un pericoloso errore, che rischia di farci perdere o ritardare una possibile vittoria di incalcolabile portata, in Italia e non solo. Ma davvero, al di là delle necessarie chiarificazioni che scaturiranno dal nostro dibattito, penso che queste apparenti incomprensioni tra di noi si scioglieranno rapidamente e senza conseguenze.
In questi ultimi giorni, in ovvia prossimità di questo congresso, attraverso "Il manifesto", alcune persone che abbiamo conosciuto ed avuto tra di noi in tanti anni ci comunicano - con parole anche dure e incomprensibili - che non verranno al congresso. Mi dispiace per chi ha deciso di non venire qui perché d'un tratto ci considera nemici: avrei preferito che fosse tra di noi per aiutarci a non errare, se davvero è convinto che stiamo sbagliando. Noi, come loro ben sanno, cerchiamo sempre di convincere gli avversari (è così che è stato vinto il referendum); figuriamoci poi gli amici e compagni con i quali abbiamo condiviso tante battaglie!
Questi nuovi critici non mettono in discussione il nostro programma (che vediamo riprodotto pari pari sotto le loro firme) ma una presunta "dipendenza" del CORA dal partito radicale e da Marco Pannella, reo tra l'altro di stare compiendo scelte disdicevoli e inaccettabili. Ci si scandalizza oggi di un rapporto, quello col partito radicale, che è sempre stato chiarissimo, scritto in tutte lettere, nei nostri documenti e nello statuto, che non ha mai fatto scandalizzare nessuno, neppure in quei tre anni nei quali Michele Serra era iscritto al CORA essendo bene a conoscenza - pensiamo - di quel che comportava lo speciale rapporto con il partito di Pannella e di Emma Bonino. Ma, tutto d'un tratto, Serra scopre che non può più iscriversi con noi, perché - scrive - la cultura antiproibizionista è cultura di sinistra, di quella sinistra che Pannella e Taradash si appresterebbero ad abbandonare. C'è sempre da diffidare, credo, delle conversioni troppo improvvise e spettacolari. Così, a Serra e agli altri critici del
"Manifesto", pacatamente ma con ferma sicurezza, posso solo rispondere - non per polemica, ma per approfondire posizioni e dibattito che spero possano ancora svilupparsi tra di noi - che quella sinistra cui oggi egli cerca di appaltare l'antiproibizionismo non era, non è stata mai antiproibizionista se non perché i radicali e il CORA, come soggetto autonomo, l'hanno portata, più o meno recalcitrante e diffidente, a questo riconoscimento; così come avvenne per il divorzio, l'aborto e l'obiezione di coscienza. E parlo ovviamente della sinistra "organizzata", non certo del popolo di sinistra, che ci ha sempre e subito riconosciuti e seguiti, magari a dispetto degli intellettuali "organici" a quella sinistra.
Certa sinistra. certo progressismo, non è meno responsabile, assolutamente (o forse anzi lo è di più, perché dai suoi cedimenti sono nati equivoci molto più pericolosi per tutto il paese) della destra, per il mantenimento di miti e riti proibizionisti, intolleranti, liberticidi, antilibertari. Al meglio, essa è partecipe di una cultura che si dice antiproibizionista ma è solo una cultura assistenzialista. che a noi è invece del tutto estranea. Se il CORA - quello che è, quello che ha potuto essere così come è nato ed è cresciuto, con le vicinanze e le amicizie che ha incontrato e che lo hanno sempre aiutato senza mai vincolarlo nelle scelte di fondo - se il CORA, dicevo, ha un merito, è proprio di aver per primo innalzato anche nel campo della lotta alla droga altre idee e valori. Tra gli altri, quella tolleranza e quel pragmatismo che oggi gli ex compagni firmatari dell'appello contro il CORA vorrebbero rivendicare come loro straordinaria scoperta dell'ultima ora.
E' in nome del pragmatismo (ma un pragmatismo ben saldo sulle idealità e rigorose certezze) che il CORA può oggi parlare di "legalizzazione della marijuana" senza perdere di un millimetro né credibilità né forza e decisione nella lotta. Ed è interessante osservare che coloro i quali, allontanandosi da noi, oggi ci attaccano, siano esattamente sulle nostre posizioni per quanto riguarda questo tema delicato, per il quale piuttosto qualche riserva o incomprensione sembra affiorare tra di noi. Tolleranza e pragmatismo che noi possiamo rivendicare se non altro per le garanzie offerte dalla nostra intera storia, di cui nulla dobbiamo respingere: non per superbia o per arroganza, ma perché l'esperienza ci dice che se abbandonassimo il campo sarebbe messa a rischio la battaglia antiproibizionista condotta per anni in solitudine e che ora potrebbe, da un nostro cedimento, ricevere un colpo mortale.
E' questo il senso, l'unico senso, in cui io personalmente ma sicuramente anche la gran parte degli attuali dirigenti e dei militanti, degli iscritti del CORA, interpreta le norme scritte, ma sopratutto la lunga prassi che ha consentito che tra il CORA e il partito radicale si instaurasse una dialettica estremamente feconda, che ha consentito, e anzi favorito le battaglie finora fatte e vinte, fino a quella raccolta di firme sul referendum che è espressione precisa della cultura antiproibizionista, libertaria e liberale che anima il CORA e il partito radicale transnazionale. Tolleranza e pragmatismo che ci hanno permesso di dialogare, senza prevenzioni e apriorismi, con militanti, iscritti, parlamentari di pressoché tutti i partiti italiani, e di una infinità di altri partiti non italiani, ma europei, africani o americani, cui il partito radicale, transpartitico oltreché transnazionale, ha fornito una casa comune per costruire assieme grandi battaglie di portata e respiro non provinciale. Non mi vergogno dun
que, non demonizzo questa appartenenza, ma la rivendico anzi come una ricchezza di tutti.
Detto tutto ciò, non ritengo assolutamente che questi siano i veri problemi con i quali il CORA deve confrontarsi qui in questo congresso e, subito dopo, nel prossimo futuro. Chi oggi ci abbandona per organizzarsi in una nuova casa dovrà dimostrare nei fatti la credibilità delle affermazioni, delle rivendicazioni che oggi fa verbalmente, senza ancora precise assunzioni di responsabilità e in un momento che ci lascia assai dubbi e perplessi, per il rischio evidente di strumentalità dal quale nessuno, nemmeno i nostri nuovi censori ed accusatori, può ritenersi immune. Su questa piccola diatriba noi ci affidiamo al tempo. Aspetteremo con pazienza, ma occupandoci intanto, senza indugi, di ciò che abbiamo fatto e di ciò che dovremo fare appena usciti di qui. Lanciamo quindi la nostra sfida. Chi vivrà vedrà.
1994: legalizzazione della marijuana e distribuzione controllata dell'eroina
Se ora dunque ci volgiamo alle cose concrete da fare, basta che leggiamo quanto c'è scritto sul fondale "1994: legalizzazione della marijuana e distribuzione controllata dell'eroina". Non è uno slogan, ma il programma politico non esclusivo e tuttavia prioritario, che dovrà caratterizzare l'iniziativa politica del CORA del 1994.
La campagna per la legalizzazione della marijuana è costruita sulla proposta di legge "per una nuova politica sulle droghe e la legalizzazione delle leggere". Su questa proposta e su quella per una nuova politica sulla prevenzione e cura dell'Aids sinora si sono attivati solo i Club Pannella - peraltro impegnati in una durissima e difficilissima campagna su 13 referendum - raccogliendo, ad oggi, 40.000 firme autenticate su ciascuna proposta. Mancano ancora 20.000 firme per raggiungere la condizione tecnica di almeno 50.000 firme certificate. Ma l'obiettivo politico è quello di centinaia di migliaia di firme da depositare il primo giorno della nuova legislatura perché quelle proposte siano discusse entro quest'anno. Un obiettivo difficile, come sempre improbabile ma non irraggiungibile. E' quindi necessario non perdere nessuna occasione, non precluderci nessuna possibilità: è necessario - da subito - inventare centinaia di occasioni di agitazione e propaganda, anche nel più piccolo centro.
1994: IL CORA QUALE SUPPORTO SUL PIANO POLITICO ORGANIZZATIVO AI SINDACI E AGLI ELETTI NELLE ISTITUZIONI LOCALI PER UNA POLITICA RAZIONALE SULLE DROGHE.
Il progetto di distribuzione controllata di eroina prevede la sperimentazione in alcuni centri pilota, al fine di valutare l'impatto sui tossicodipendenti e sul mercato clandestino, in termini di riduzione dei danni sanitari e sociali. La procedura per attivare la sperimentazione è complessa ed articolata e, in un primo tempo, dovrà partire da alcune grandi metropoli. Avremo modo di verificare la disponibilità dei Sindaci e di una quantità di nuovi eletti, e le reali possibilità di intraprendere iniziative per convincerli di alcune realtà particolarmente colpite dagli effetti primari del mercato illegale. Sarà dunque necessario fornire tutto il nostro supporto politico-organizzativo ai Sindaci, in particolare quelli che hanno sottoscritto la risoluzione di Francoforte, che sono impegnati a realizzare l'Agenzia comunale sulle tossicodipendenze o che hanno deciso di attivare la procedura per sperimentare centri pilota di distribuzione dell'eroina.
Supporto politico-organizzativo su un piano più generale va anche fornito agli eletti in comuni, province e regioni iscritti o aderenti al CORA. Penso a due strutture ad hoc, con un responsabile, organizzate in luogo diverso dalla sede centrale, per tenere in contatto i diversi soggetti al fine di scambiare, valutare e proporre esperienze e progetti.
1994: LO SVILUPPO TERRITORIALE PER RAFFORZARE L'INIZIATIVA ANTIPROIBIZIONISTA
Ma lo scatto più importante e difficile da fare si impone, soprattutto, sul piano organizzativo. Quello che abbiamo fatto in questo anno, vi assicuro, è stato il massimo che si poteva fare nelle condizioni date. V'è una banalità, ma va detta sopratutto a coloro che lamentano scarse informazioni: senza denaro non possiamo stampare e spedire nulla, l'indipendenza autentica comporta dei costi ineludibili. Ad agosto, rimasti senza soldi, con il tesoriere abbiamo inviato una lettera che faceva il punto politico ed economico della situazione. senza drammi ma senza nascondere la realtà oggettiva. Siamo così riusciti ad organizzare questo congresso, a stampare ed inviare i moduli per le proposte di legge di iniziativa popolare, a produrre Corafax un sunto settimanale della rassegna stampa internazionale e poi anche la rassegna stampa internazionale mensile, due strumenti ai quali vi invito ad abbonarvi, sia per avere voi stessi a disposizione un largo panorama informativo sia anche per arrivare all'autofinanziamento
di strumenti unici ed insostituibili.
Oggi, come vi ha detto il tesoriere, siamo di nuovo senza una lira; a voi la responsabilità di fornire indicazioni utili a modificare la situazione.
Per corrispondere all'evidenza di fatti, di questi fatti, e cioè che da oggi tutto ci costerà più caro, c'è bisogno come non mai di una più forte assunzione di responsabilità: più denaro, più militanza, più caparbietà, più rigore, più forza, per non perdere un intero patrimonio di lotte per la libertà e la responsabilità dell'individuo, per una società più giusta e vivibile.
Dovremo subito presidiare le nostre città, ribattere rigo per rigo all'infamia che sempre più ci getteranno addosso. Dovremo radunare i compagni vecchi e nuovi e incalzare gli indecisi. Poiché le elezioni incalzano e l'occasione non può essere perduta, Dovremo immediatamente mobilitarci per esercitare una forte pressione sui candidati, ai quali chiedere l'iscrizione al CORA e l'impegno a far discutere le nostre proposte di legge; ricordandoci che, proprio perché tolleranti e pragmatici e non astrattamente legati ad alcuna ideologia, dovremo farlo non tenendo conto dell'appartenenza politica né di schieramento. Vedremo anche in questa occasione se le profezie tristi degli ideologi sono fondate o invece esprimono solo una ulteriore sfiducia nelle risorse della democrazia e della libertà.
Sono poi disposto, se voi siete disposti, a provare ad organizzarci sul territorio, purché sia ben chiaro e codificato che non si tratta di diffondere rappresentanze ma di costruire l'esercito dei cittadini che lotta per i propri diritti e chiede di rispettare la legge per poterla cambiare e di infrangerla se ingiusta.
In questo paese la legge continua ad essere calpestata nel silenzio della giustizia. Il diritto all'immagine, delle persone e delle organizzazioni, è solo e soltanto questione accademica e non di diritto. In questo anno le iniziative del CORA sono state sottaciute o appena menzionate dagli organi di informazione, senza intelligenza di attenzione o rispetto per la deontologia dell'informazione. Meglio che trovarsi deturpati, ma scontando comunque duramente il prezzo di una assenza di informazione che incide sulle possibilità di una esistenza piena e compiuta. Per reagire, per ribellarci, per imporre la nozione della nostra esistenza non abbiamo altro mezzo, non conosco altro metodo che quello nonviolento, della nonviolenza politica. Anche a questa eredità, a questo legato radicale intendo far fede, e mi auguro che il CORA voglia ancora rispondere positivamente a questa sollecitazione.
Finisce qui la relazione. Vi ho detto come abbiamo cercato di onorare la mozione approvata dallo scorso congresso e vi ho proposto un possibile progetto per il prossimo sul quale dibatteremo per raccogliere e vagliare opinioni, disponibilità, ulteriori suggerimenti.
Prima di chiudere, però, voglio ringraziare il quotidiano "Il Manifesto" per la quantità di carta che ha deciso di dedicarci. Tanta, amici, quanta non ne hanno consumata neanche per il referendum; pari almeno a quella che hanno oculatamente risparmiato in occasione delle nostre iniziative, sulle quali essi hanno taciuto.
Ma, al di là delle ironie e delle amarezze che proviamo, stiamo attenti: dietro quelle righe, così autorevolmente firmate, c'è un disegno preciso e pericoloso. Di fronte al tentativo io non posso che ribadire che Il CORA è l'unica organizzazione politica dell'antiproibizionismo nel nostro paese; non per mandato divino ma per le azioni concrete portate avanti quotidianamente. E tuttavia non chiederemo il passaporto o la carta d'identità a chi ha deciso di copiare il nostro programma e di svenderlo ad uno schieramento. Sarebbe davvero la fine se l'antiproibizionismo fosse esclusiva degli uni o degli altri, si ridurrebbe questa grande battaglia ad una questione ideologica e di bottega mentre è questione che interessa tutti i singoli cittadini, la società, lo Stato. Ripeto, il giudizio definitivo - su di noi e su chi se ne va altrove - resta affidato ai fatti, alle opere, alle iniziative e alla battaglie vinte.
All'iscritto Marco Pannella voglio dire grazie, non solo per aver onorato con la sua presenza il diritto/dovere di iscritto al CORA ma sopratutto per averci ancora una volta ricordato, con l'azione nonviolenta in corso, che il diritto, le riforme, la democrazia non hanno prezzo. A chi ci chiede di chiudere e di separarci, oggi da Marco Pannella e domani da chissà quale altro "demonizzato" di turno, rispondiamo che il nostro metodo non è di annientare, di vincere sul nemico, ma di convincerlo. E quindi il nostro benvenuto a chiunque vuole iscriversi al CORA, vuole contribuire a realizzare il progetto per il 1994, vuole dialogare.
Compagni e compagne,
Voglio ringraziare i compagni della segreteria e, tra gli altri, la segretaria del Partito radicale ed iscritta al CORA Emma Bonino. Un doveroso ringraziamento e saluto va anche, e mi scuso se non l'ho espresso prima, al Sindaco di Genova Adriano Sansa e al Ministro agli Affari sociali Fernanda Contri che interverranno nella giornata di domani.
Sono convinto che la posta in gioco non è né la vita né la sopravvivenza politica del CORA, ma la vita politica dei democratici e dei riformatori di questo paese, di coloro cioè che possono e sanno garantire le libertà di tutti e per tutti anche a prezzo di sacrifici e di difficili lotte. Al di là delle nostre persone, il CORA non è sgomento né affranto per le difficoltà e le incomprensioni che deve di nuovo affrontare; il CORA è anzi pronto come non mai a conquistare per tutti e per ciascuno, in questo Paese, diritto e diritti.