5· CONGRESSO DEL CORA
GENOVA - SABATO 29 GENNAIO 1994
INTERVENTO DI FILIPPO di ROBILANT, consigliere della segreteria del Partito radicale
Diciotto anni fà, in una località sperduta dello Zaire, alcuni lavoratori ospedalieri furono falcidiati da un virus sconosciuto. Il tasso di mortalità tra gli individui infettati superò il 90 % dei casi. Grazie a misure mediche ed epidemiologiche standard, il virus fù contenuto in quella remota regione africana da cui prese il nome, ebola. Ma ciò che sin da allora preoccupò i medici era la possibilità per un simile virus di essere trasportato dall'aria.
Queste preoccupazioni si manifestarono nuovamente nel 1990 quando scoppiarono negli Stati Uniti due infezioni virali, molto simili all'ebola, coinvolgendo dei primati in cattività. Quando le scimmie cominciarono a morire, lo Stato di New York ne vietò in modo unilaterale l'importazione, tenuto conto che la maggioranza di animali importati negli Stati Uniti transitano dall'Aereoporto Kennedy. Fortunamente, la varietà di ebola, questa volta proveniente dalle Filippine, si dimostrò incapace di generare la malattia negli esseri umani ma il rischio di ripetere in una megalopoli come New York quanto successo nel 1976 nello Zaire sembrò reale.
Dal momento della scoperta dei retrovirus e dell'avvento della pandemia dell'AIDS, gli scienziati si sono chiesti se l'apparizione di nuovi virus sia dovuto al progresso tecnologico finalmente in grado di scoprirli, oppure ai cambiamenti ambientali che incoraggiano i virus ad individuare nuove nicchie e mutuare, oppure ad entrambi. Fatto stà che da un punto di vista microbico, il villaggio globale degli Anni 90 è davvero minuscolo. Mai come adesso è apparso così ovvio che povertà e carenze sanitarie in un angolo del mondo possono avere conseguenze letali per chiunque si trovi anche dalla parte opposta del globo.
Per l'AIDS, per esempio, dobbiamo prendere atto che la risposta globale alla pandemia è stata finora inadeguata e poco realistica. In troppi Paesi l'AIDS è ancora considerato alla stregua di un problema sanitario e non come questione da affrontare anche dal punto di vista politico-istituzionale e dello sviluppo umano. Infatti, nonostante la natura globale di questa epidemia, allo stato attuale non esiste giurisprudenza internazionale in merito e questo è emblematico della disomogeneità con cui è stata condotta finora la lotta nei suoi confronti.
Recentemente l'OMS stessa ha sottolineato una serie di lacune, di vari livelli di gravità, all'interno del dispositivo predisposto finora dall'ONU: disarmonia tra politiche accettate a livello globale e azione svolta a livello nazionale, indicazioni tecniche contradittorie, diverse e differenti interpretazioni dei mandati e delle aree di competenza delle varie organizzazioni, insufficiente coordinamento degli input ai ministeri a livello nazionale, una risposta eccessivamente lenta alla pandemia...
Senza dubbio anche i programmi nazionali sull'AIDS, incluso quello italiano, sono troppo rigidamente concepiti come programmi governativi anziché come frutto degli sforzi congiunti degli organi esecutivi, delle ONG, delle associazioni senza fini di lucro e del settore privato. La sfida posta alla comunità internazionale richiede invece una cooperazione coordinata, sostenibile, transnazionale e complementare: il fatto che il virus ignora le frontiere rende essenziale stabilire una politica comune tra gli Stati.
In aggiunta, bisogna tener conto di altre questioni che s'intrecciano con la progressione dell'HIV: la diffusione della droga, lo status subalterno della donna, il riemergere della tubercolosi e di altre malattie opportunistiche, la malnutrizione e le carestie...
I Paesi donatori dimostrano invece una crescente predilezione a lavorare indipendentemente, oppure su base bilaterale con i Paesi del Terzo mondo. Questo significa che le organizzazioni internazionali non godono della necessaria credibilità per assegnare ruoli e creare i meccanismi di coordinamento. Una leadership "globale", qualora sia mai esistita, stà scemando rapidamente.
Alla luce di questa negligenza ed irrazionalità generalizzata, precauzioni e comportamenti universali che hanno dato risultati devono essere imposti, semplicemente cominciando dalla riduzione del rischio. Nel caso della diffusione in Occidente, per esempio, una siringa pulita in cambio di una sporca, metadone invece di eroina di strada, sesso sicuro piuttosto che astinenza...A conclusione del primo decennio di esperienza di AIDS, alcune azioni a livello globale possono essere intraprese, soprattutto come misure di prevenzione:
Nell'immediato:
1) consentire ai malati, ovunque essi siano, l'accesso ai farmaci e a prezzi abbordabili;
2) promuovere e distribuire il preservativo alle popolazioni, anche a rischio di andare contro culture e religioni locali;
3) assicurare riserve sicure di sangue pulito negli ospedali ( dieci anni dopo lo sviluppo dei tests diagnostici sull'HIV, sangue viene ancora trasfuso in molti Paesi in via di sviluppo senza il necessario screening); in questo settore non è irrealistico immaginare la creazione di un organo sovranazionale per il controllo del sangue, con tanto di marchio di qualità da ritirare nel caso le regole sanitarie non venissero applicate;
4) attuare programmi di scambio di siringhe per i tossicodipendenti consumatori per via endovenosa;
5) intervenire a difesa delle persone sieropositive e con l'AIDS conclamato: i loro diritti umani e civili devono essere rispettati e nessuna discriminazione deve essere tollerata ( i meccanismi di classificazione e di segregazione, come pure tutte le misure coattive, sono immotivati mentre bisogna purtroppo notare che azioni discriminanti avvengono correntemente in molti Paesi, sul posto di lavoro, nei confronti della popolazione straniera, dei detenuti nei penitenziari, ecc...);
6) le Agenzie ONU (UNICEF,UNDP,UNESCO,UNFPA,Banca Mondiale), sotto l'egida dell'OMS, devono essere costrette a collaborare invece di creare inutili doppioni ; analogamente, è necessario porre fine alla sgradevole concorrenza tra scienziati.
Il Consiglio Esecutivo dell'OMS, il 21 gennaio 1994, ha adottato una risoluzione per la creazione di un nuovo Programma congiunto ONU, che prevede una segreteria unificata sotto il coordinamento dell'OMS. Forti riserve debbono essere mantenutee su questa riforma se le modifiche strutturali non verranno realmente effettuate e se l'approccio burocratico dovesse continuare a prevalere. Ottimizzare tutti gli sforzi è possibile solo con una linea diretta di comando, a cominciare da un coinvolgimento in prima persona del Segretario Generale dell'ONU e la nomina a Direttore del Programma di una personalità di reputazione mondiale e di grande prestigio personale.
A breve termine:
1) I governi devono fornire regolarmente all'opinione pubblica una informazione adeguata sulla situazione epidemiologica e le istituzioni sovranazionali devono costantemente vigilare sulle conseguenze a breve e a lungo termine provocate dalle misure adottate;
2) sostenere una politica antiproibizionista sulle droghe: il danno provocato dall'uso delle droghe, come l'AIDS e l'epatite, è una conseguenza diretta più del proibizionismo che del consumo; questo dato di fatto è stato riconosciuto anche dall'OMS e, recentemente, questo punto di vista è stato chiaramente illustrato dal Presidente della Criminal Justice Policy Foundation di Washington con un Memorandum inviato alla responsabile dell'Amministrazione sanitaria americana la quale, sulla scorta di questo documento, ha preso pubblicamente posizione a favore di una drastica revisione della politica repressiva negli Stati Uniti.
3) il diritto all'informazione, riconosciuto tra l'altro dall'art.19 dell'Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici, deve essere promosso e tutelato, in particolare nelle scuole con l'obiettivo di raggiungere i giovani prima che diventino sessualmente attivi;
4) garantire il diritto alla salute, come sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo ed altre convenzioni incluso l'art.12 dell'Accordo Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, da cui deriva che vi è un minimo comune denominatore in ogni diritto che costituisce un livello sotto al quale le condizioni sanitarie non dovrebbero scendere in alcun Paese facente parte dell'Accordo;
5) migliorare lo status sociale delle donne. In molte aree del mondo le donne non sono in condizioni di proteggersi dall'infezione, non potendo controllare o negoziare un sesso sicuro, ivi incluso l'uso del preservativo. Nelle società dove questo avviene, le donne debbono rapidamente raggiungere una parità nell'accesso all'alimentazione, all'istruzione, ai servizi sanitari, all'indipendenza economica e ai diritti civili e legali;
6) I paesi industrializzati, per agire, non debbono attendere passivamente che i nuovi virus raggiungano le loro frontiere. Il livello della cooperazione finanziaria e politica Nord-Sud deve essere aumentato, compreso mantenere il dialogo aperto su questioni sanitarie e promuovere una reale volontà da parte dei paesi ricchi di finanziare i necessari miglioramenti nelle condizioni sociali ed ambientali nei paesi in via di sviluppo.
In breve bisogna cessare di fare ciò che non funziona. Bisogna affrontare la realtà della riduzione del rischio. Bisogna evitare che anche l'AIDS venga accettata come tragica fatalità, solo perché chi poteva ha perso interesse e chi non poteva non ha avuto scelta.
Per questi motivi il Partito Radicale ha messo in cantiere uno studio su varie ipotesi di nuovi strumenti transnazionali capaci di garantire l'attuazione di queste regole comuni, contestualmente alla creazione di un organo sovranazionale con poteri vincolanti che consentano la rapida applicazione di norme accettate globalmente. Tra queste ipotesi vi è quella della Convenzione ONU.
Certamente la causa dell'AIDS verrebbe ampiamente beneficiata se semplicemente alcune Convenzioni già esistenti venissero rispettate ed attuate fino in fondo: per esempio la Convenzione sui Diritti dell'Infanzia oppure la Convenzione sull'Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei confronti dell Donne, oppure introducendo un legame tra AIDS ed il concetto della riduzione del danno nella Convenzione sul Traffico Illecito di Narcotici e di Sostanza Psicotrope. Questo dimostrerebbe la multisettorialità della pandemia ma non fornirebbe uno strumento sufficientemente incisivo per combatterla.
Quindi una Convenzione ad hoc sull'AIDS, pur non rappresentando una panacea, consentirebbe, contrariamente ad esempio ad una mera Dichiarazione Universale, di rendere gli stati aderenti legalmente responsabili delle loro azioni. Non ci sfugge che imporre disposizioni vincolanti sugli Stati implica la rinuncia di segmenti della propria sovranità nazionale. D'altro canto, in considerazione proprio del fatto che il virus non conosce frontiere, il concetto dell'"ingerenza per ragioni sanitarie" non è inconcepibile in questo caso.
La storia delle scoperte virali nell'ultimo decennio dimostra chiaramente la nostra impreparazione e ci segnala che molto rimane da fare se vogliamo evitare di essere colti nuovamente con la guardia abbassata quando si scatenerà la prossima, probabilmente ancor più virulenta, pandemia virale. Il momento è giunto quindi di trasformare la retorica in azione concreta, scorgendo nuove questioni, osservando vecchie questioni in modo nuovo, anche vedendo al di là della questione stessa...