Allora, non giriamo intorno al problema e vediamo le cose come stanno.
Il referendum, tra l'altro, ha abrogato il primo comma dell'articolo 72 del T.U. 9 ottobre 1990, n.309, là dove si afferma che è vietato l'uso personale delle sostanze stupefacenti e psicotrope. L'abrogazione di questo comma non ha portato alcuna conseguenza pratica - perché l'uso personale è rimasto comunque un illecito sottoposto alle sanzioni previste dall'articolo 73 - ma ha espulso dalla legge un elemento di "morale di Stato" del tutto improponibile all'interno della concezione del diritto propria di uno Stato laico.
Tutto questo è sempre stato ampiamente pubblicizzato e mai sottaciuto dai promotori del referendum.
Nessuno "ha giocato sul discorso drogato in galera", perché con la legge ante-referendum il passaggio al circuito penale scattava automaticamente in caso di superamento della dose media giornaliera che appunto stabiliva il discrimine tra detenzione per uso personale e detenzione a fini di spaccio. La questione, per altro, non riguardava solo i tossicodipendenti - per i quali esiste tutt'ora una serie di possibilità alternative al carcere - ma tutti i consumatori di sostanze illegali.
Che non siano moltissimi i tossicodipendenti usciti dal carcere (ma anche fosse stato solo uno, bisognava lasciarlo marcire in galera?) dipende unicamente dal fatto - riconosciuto da tutti, anche da coloro che il referendum lo hanno osteggiato - che i tossicodipendenti finiscono dietro le sbarre a causa dei reati commessi per procurarsi il denaro necessario all'acquisto delle dosi quotidiane. Va anche fatto presente che il referendum non aveva tanto lo scopo di far uscire dal carcere i tossicodipendenti quanto di impedire che ci finiscano nuovamente e che ragazzini presi con pochi grammi di "fumo" si ritrovino dietro le sbarre con l'accusa di essere spacciatori.
D'altra parte, dopo il referendum, si sono comunque avuti non pochi casi di proscioglimenti e assoluzioni di consumatori che con la vecchia legge avrebbero invece quasi certamente subito una condanna penale.
Certo, "se la legge aveva dei difetti si potevano correggere", ma il ricorso al referendum è stato motivato proprio dal fatto che né il Parlamento né il Governo (almeno fino al "decreto Amato" del gennaio '93 dovuto all'azione dei deputati della Lista Pannella) mostravano la volontà di por mano alla questione, nemmeno al profilarsi di una stagione referendaria e elettorale che ha portato grandi cambiamenti nel Paese.
Lo scopo del referendum era comunque quello di abrogare le norme più punitive e illiberali della legge, interrogando i cittadini sulle questioni che erano state più ampiamente e aspramente dibattute all'epoca dell'approvazione della legge. Ricordo che tra poche settimane il CORA depositerà al nuovo Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che mette mano a una riforma approfondita della legge sulla droga.
Riguardo al fatto che la gente non sapesse per cosa votava credo che questa affermazione sia contraddetta dall'evidenza che questo referendum non ha certo subito alcun effetto "di traino": lo scarto tra i favorevoli e i contrari è stato quello più basso tra i referendum votati il 18 aprile '93 e dimostra che la gente non ha deciso a cuor leggero (lo scarto tra i "sì" e i no "no" è stato comunque di oltre 3 milioni e mezzo di voti, quindi per niente trascurabile).
Detto questo, ognuno è poi libero di considerare un "sotterfugio" un referendum richiesto da 725mila cittadini le cui firme sono state debitamente autenticate e convalidate dalla Corte di Cassazione, ritenuto ammissibile dalla Corte Costituzionale e approvato dal 55% dei votanti.